17 luglio 2004 – Sansepolcro

 

Il treno scivola lungo le curve dello svincolo ferroviario. Non avevo voglia di partire: quando stamattina è suonata la sveglia ho pensato di rimandare e continuare a dormire. Ho tenuto duro e poi tutto è andato per il suo verso. Mi sono comperata anche la settimana enigmistica: più che un pellegrinaggio, una gita scolastica.

Non so bene cosa sto facendo: la tentazione di lasciar perdere è forte e non controbilanciata da aspettative intense. Forse il fatto di rimanere in Italia destituisce un po’ di intensità l’anima della vacanza. Eppure voglio entrare in questa cosa, voglio viverla fino in fondo, voglio assaporare ancora lo spazio, la distanza, la libertà totale del camminare. Ma è solo fantasia, l’Umbria mi appare come una specie di cosa verde ed indistinta, riva fatale rivelatasi quest’ultimo anno, imprevedibile cardine della mia vita quotidiana. Penso a quanto l’anno scorso desiderassi andarci, ebbene, ecco qua. Vediamo che ne sarà.

Vorrei trovare un registro nuovo, differente, ma ormai so che il tono dipende dalla funzione che si attribuisce alla scrittura. Se uso la pagina come strumento per scardinare la superficie della realtà, come lente che consente alla mia anima miope di distinguere le cose, ancora una volta, non farò che descrivere, e descrivere.

Mi piace quest’ora, la striscia di nebbia che indugia sui campi, la pianura padana in tutta la sua bellezza, l’infinito cantiere dell’alta velocità.

Il viaggio è gradevole ma non riesco a goderlo fino in fondo, continuo ad essere preoccupata all’idea di non trovare sistemazioni per la notte. So già che ci vorrà qualche tempo per spogliarmi da questi irrigidimenti, intanto qualcosa combinerò, resta sempre la via di fuga di un rapido ritorno a casa. Sono intorpidita dal sonno e non ho voglia di guardare fuori, preferisco avvolgermi nelle preoccupazioni come in una coperta.

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Ad Arezzo ho preso al volo un pullman per Sansepolcro, gomito a gomito con una suora, la mia prima suora umbra. Abbiamo costeggiato Anghiari dal basso, una montagna tornita di costruzioni, una piccola torre di babele, come nel quadro di Brueghel. Poi la Valtiberina si è aperta ai nostri piedi immersa in una nebbia azzurrina di calore.

Da Sansepolcro sono salita agevolmente al convento dei cappuccini, un posto bello ed accogliente, dove però per me non c’era posto, così sono tornata in paese con la coda fra le gambe, un po’ delusa. Varcate le mura ho imboccato una viuzza e mi sono trovata di fronte ad ristorante che ricordavo di aver visitato anni fa con la mamma. Il ristorante ha un minuscolo albergo a una stella: ecco risolto – dovrei proprio dire ex machina - il problema del posto per la notte.

Ho aggredito un piatto splendido di tagliatelle fatte in casa col sugo di cinghiale, poi sono passata al dolce, una cialda croccante e burrosa, ripiena di vaporosa crema chantilly e fragole freschissime. Un pranzo celestiale.

Nel tavolo accanto a me, una compagnia male assortita: un uomo decrepito, immagine stessa di tutto quanto vi è di sgradevole nella vecchiezza maschile, conciona pomposamente il figlio e una ragazza filippina. Il vecchio però è sordo e gli sforzi del figlio di sostenere la conversazione ispirano ansia e pena, egoisticamente anche fastidio. La ragazza filippina assiste serafica.

Il figlio vive a Londra e probabilmente sta adempiendo alla sua dose annua di dovere filiale. Lo fa con evidente impaccio, domani tornerà a Londra e cenerà al club Oxford-Cambridge, affiliato all’università dove lavora, come ha grottescamente ripetuto più volte, nel – vano - tentativo di farsi ammirare dal padre.

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Percorro le strade medievali di Sansepolcro, affascinata dai monumenti, i bei negozi, l’ordine e la pulizia. Mi rendo conto di enunciare criteri estetici banali, molto padani e prevedibili: negozi, ordine, pulizia, ma non riesco ad esprimere altrimenti lo stupore un po’ ebete davanti a queste strade antiche, piene di gente e colore. Camminando, mi ripetevo come un mantra, sono in vacanza, sono libera, e man mano tale consapevolezza si faceva strada.

Mi trovo nel museo di Sansepolcro, davanti alla Resurrezione di Pier della Francesca. Come tutti i grandi quadri di cui si sono viste decine di riproduzioni, l’originale sembra in qualche modo più piccolo, più modesto, diverso dall’icona che ci si rappresentava. Eppure la potenza del quadro qui risulta rafforzata proprio dalla relativa modestia delle dimensioni e dell’impianto.

Aldous Huxley diceva che questo è il quadro più bello del mondo. Io non sono in grado di far altro che accodarmi a questa o quella opinione. Ma certo la figura di Cristo, con quel ginocchio avvolto dai drappeggi che esprime tutta l’energia trattenuta della risurrezione, come una forza pronta ad esplodere; l’intensità dell’espressione, la perfetta costruzione prospettica, l’armonia dei corpi, le linee dei contorni.

 

Sono scesa nel sotterraneo, una galleria dalle volte a crociera che ospita reperti ecclesiastici, paramenti, ostensori eccetera. E un fregio in pietra con un bassorilievo staccato dalla facciata di un palazzo del duecento. Tre cavalieri, due a cavallo e uno a piedi, che brandiscono la spada, poi grifoni, un’aquila, e un altro cavaliere. Fantasia romanica e ferocia medievale, volute e masse quadrate, i tre cavalieri soprattutto incutono paura.

Poi, vesti e paramenti, tripudio di sete e broccati, ricami di accuratezza e complessità persino difficili da decifrare, uno scintillio di oro, argento, fiori, tralci, volute. Infine un’esposizione di chiavi e serrature, dove non so se mi stupisca più la bellezza dei disegni e delle forme o l’ingegnosità dei meccanismi.

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Via Venti Settembre, selciato di pietra, case basse e quadrate, nessuna auto, un’impressione di straniamento. Senza i rumori del traffico, il ventunesimo secolo si fonde nei suoi predecessori. Le vie hanno nomi strani, a volte buffi, forse una peculiarità coltivata ad uso dei turisti. Nelle strette strade laterali, le facciate si fanno popolari, le finestre, più piccole; stenditoi, persiane e piante fiorite si sostituiscono ai frontoni ed agli ingressi di marmo, il silenzio si inframezza a voci e richiami, gente sulle seggiole chiacchiera nella pigrizia del tardo pomeriggio.

Case ordinate, strade pulite, tutto probabilmente frutto più del benessere che di una buona amministrazione. In una vietta, una pasticceria da cui usciva quel profumo di crema e burro, lo stesso che sentivo aleggiare attorno alle pasticcerie di Porto S. Giorgio la mattina, quando con la nonna e la mamma andavamo a fare la spesa. Ho sbirciato il laboratorio, tre donne vestite di bianco guarnivano un’enorme crostata alla frutta, certo una torta nuziale.

Osservo un palazzotto d’angolo, architettura finto medievale stile Viollet le Duc. Fantastico sull’eccentrico filantropo di paese che avrà ordinato il fregio nero a grifoni bianchi, più liberty che neogotico, adorno di motti simpatici, “in necessariis unitas, in dubiis libertas”, suo quisque studio ducitur”.

Scende la sera, la luce si addolcisce, dalla strada sale l’odore della pietra scaldata, dalle porte esce profumo di carne arrostita, di carbone mentre i sentori della notte calano come un velo, e tutto si mescola.

Ad un certo punto mi sono persa, continuavo a percorrere strade già viste, mi sentivo in trappola, assurdo in un posto tanto piccolo.Grazie alla cartina, ho ritrovato la direzione ed un irish pub, in una piazzetta asimmetrica e silenziosa. Tavolacci di legno all’aperto sotto ombrelloni quadrati, musica soffusa e Guinness, ecco la mia cena. La pinta è un po’ striminzita, il bordo di schiuma è troppo alto, però la birra è buona, con appena una sfumatura metallica, colpa di un poco assiduo lavaggio dei sifoni. Nel tavolo di fronte quattro buffi ragazzini si accapigliano poi, dopo aver esaurito i rituali imposti dagli ormoni, si mettono tranquilli a parlare di sigarette con piglio da esperti e i soliti discorsi da adolescenti di paese, che si fa, dove si va. Usano strani modi di dire, arcaici, poi, come i bambini che credono di non essere più, finiscono per parlare delle rispettive madri.

Come mi sento? Come sono? Desiderosa di iniziare, di mettermi alla prova, di affrontare finalmente questa cosa. L’aria è ferma, sono le nove, leggo il mio giallo e ozio. Che nostalgia per il Camino, per il clima che si respira, per il modo in cui si vivono le cose. Spero di riuscire a combinare qualcosa, domani.

Ho comprato un pacco di biscotti. Ciò che mi crea problemi di identificazione in questo viaggio è l’assenza di una meta. Si ha un bel dire che il Camino vale di per sé e non per l’arrivo a Santiago, ma non è vero. Anche per chi non lo riconosce, il senso del Camino è Santiago, la Cattedrale, l’Apostolo. Ciò che attira, trascina, spinge è la meta. Qui, forse, la natura acefala di questo viaggio è un limite invalicabile. Assisi è solo a metà del viaggio. Ma forse questo aumenta il senso di itineranza, lo spezzarsi delle esperienze. Francesco non si è mai fermato, ha continuato a pellegrinare fino alla fine.

Avrei voluto salire al convento di Montecasale oggi, ma non mi sembrava il caso di stancarmi ancora prima di iniziare. Ho paura di non farcela, di essere tradita dalle gambe, anche per questo non ho osato allenarmi durante l’anno, non avrei sopportato di non poter partire. Sono le nove e mezza, è scesa la notte, è finita la birra. Andrò, sognando la strada di domani.