18 luglio 2004 Sansepolcro – Città di Castello

 

Ho cominciato dunque e, per rinnovare l’immortale citazione che ha aperto il diario dell’anno scorso, “fino qui tutto bene”. Alle 6.20 ho trovato un bar aperto, dove ho comprato una brioche calda. Ero molto, molto preoccupata per la risposta delle mie gambe, ma le Lodi di questa mattina mi hanno rassicurato “Padre sai che la nostra fragilità non può resistere a lungo (…) donaci la salute fisica e la serenità dello spirito”. E così sia.

Seguendo le indicazioni del libro di Angela, sono uscita dal paese attraverso una zona in cui alle cascine si addossavano i capannoni, città e campagna ancora confuse l’una nell’altra. Poi le costruzioni si sono ritirate, lasciando tutto lo spazio ai campi.

La luce era dorata, l’aria sapeva di menta, the e camomilla, i piccioni si levavano al mio passare, pompando l’aria come se fosse densa.

Mentre costeggiavo un campo di pomodori mi sono resa conto che il sole stava salendo, rapido, preannunciando una giornata calda. Ho attravesato Grignano, una frazione col suo palazzotto tristemente abbandonato, tre piani da terra, persiane verdi sgretolate e un festone di edera rinsecchita che pendeva dal balcone.

Alle 7.30 il sole era già alto e la strada si manteneva in piano, consentendomi di allenare le gambe in vista delle imminenti salite. Lunghe distese di campi in cui il solo movimento erano i getti degli irrigatori, i soli suoni, il battito dei miei passi e il canto degli uccelli. In una cascina, un gallo enorme, bianco con riflessi rosa, gonfio come un cuscino sprimacciato, due zampe che sembravano rami.

Finita la piana, ho raggiunto in mezz’ora il santuario della Madonna di Petriolo, dove mi sono concessa la prima pausa su una panca, ai piedi di un orrendo campanile moderno affacciato sulla Val Tiberina. Da lì sono scesa per una piccola valle, stretta fra le colline verde scuro, un campo di grano maturo a sinistra, qualcosa di verde a foglia larga a destra, in alto si intravedevano le case di Citerna, alle mie spalle il campanile di Petriolo era già minuscolo. Il bordo della strada era una profusione di fiori azzurri, malva o lino, non saprei.

Un altro campo mentre la strada curvava e si alzava leggermente, spighe piccoline esili e quasi bianche. Ho camminato per un po’ con un signore che portava la bici a mano perché la salita era troppo aspra. Mi ha indicato sentieri ormai scomparsi, divorati dal bosco, e mi ha raccontato di quando da bambino andava a scuola a Citerna arrancando in mezzo alla neve.

Dopo essere entrata nel bosco, la strada ha continuato a salire fino al santuario degli Zoccolanti. Nella chiesa, suore di clausura vestite di bianco terminavano di cantare il Salve Regina. La grata dietro l’altare era aperta ma la reclusione era un muro tangibile. Mi sono sentita stringere il cuore al pensiero. Attorno al monastero correva il filo spinato…brr.

A Citerna, una lapide cita ”Questo civile ostello accolse nel luglio 1849 Giuseppe Garibaldi e la sua Anita, oggi 6 agosto 1882 il municipio di Citerna pose questo marmo e non aggiunge parola per nulla togliere all’eloquenza di tanto ricordo”. Carino.

Una sosta sulla rocca di Citerna, un quadrilatero mal tenuto di pietre gialle con una balaustra affacciata sulla valle, all’ombra di due begli alberi dalle foglie affusolate, raggruppate a ciuffetti su rami sottilissimi. La valle è larga, bassa, vedo le case di Sansepolcro ed il tozzo stabilimento della Buitoni. Mi rendo conto di aver fatto un bel po’ di strada, in tre ore. Il signore in bici mi ha detto che cammino veloce, mi sono sentita lusingata, soprattutto perché credevo di aver assunto un’andatura lenta e rilassata. Starei qui per sempre, all’ombra degli alberi, stesa sui gradini di pietra, ma sono le nove e mezza e devo proprio andare.

*

Ho esplorato rapidamente il camminamento coperto che corre sotto le mura, ristrutturato ma tenuto molto male, poi sono scesa verso Monterchi, fra ginestra ed ulivo in fiore. Nonostante la strada fosse stretta e sassosa, lo sguardo spaziava lontano. Una pineta emanava il suo aroma caldo e appiccicoso, ma già i fianchi della collina erano butterati dai cantieri di case in costruzione e giù, vicino all’abitato, il luccichio eccessivo delle lamiere denotava la presenza di un parcheggio.

A Monterchi mi sono aggirata per il mercato, godendo degli accenti, delle chiacchiere delle donne e dei lazzi dei venditori – così “da mercato”, così medievali, così uguali dovunque – infine ho comprato un panino con la porchetta che mangerò più tardi e che già impesta il mio zaino. Sono andata a vedere il quadro della Madonna del parto, approfittando del piccolo museo per riposare un po’, usare il bagno e bere.

Fuori del paese ho sostato sotto un albero di prugne, controllata a vista dal contadino. I rami erano carichi di frutti ma troppo alti, così ho preferito cercare fra le prugne a terra e ne ho raccolte tre, non troppo marce e molto buone.

Poco dopo Monterchi ho dovuto affrontare una salita faticosissima, al termine della quale ho sbagliato a contare ed ho mancato un bivio. All’altezza di Patrignone ho raggiunto un casale semiabbandonato e circondato da filo spinato, guardato da un enorme pitbull. Immediatamente ha fatto capolino un inquietante ragazzotto muscoloso e tatuato che mi ha invitato ad andare via. Se questo fosse un film, quello sarebbe il quartier generale di qualche organizzazione paramilitare.

Per fortuna almeno la direzione era giusta, così alla fine ho raggiunto un punto indicato nel libro di Angela e mi sono potuta orientare.

La salita è proseguita più aspra, io ero sempre più tormentata dalla sete. Stupidamente non mi ero portata acqua, non per distrazione ma nella pretesa di temprarmi. Per fortuna ho trovato un albero di mele, con cui ho potuto dissetarmi. Verso l’una, ho raggiunto una pineta e mi sono stesa fra gli aghi, godendo della brezza che soffiava fra i pini. Ho sonnecchiato un po’, svegliandomi coperta di lappole. Ho rimesso le scarpe, sbattuto bene la maglia ed ho ripreso.

*

La strada proseguiva per il crinale in lieve discesa, la Val Tiberina sembrava spalancarsi sotto di me, verde e gialla, piccoli appezzamenti, alberi isolati e snelli, l’impressione di guardare il plastico di un trenino. All’altezza dell’ennesimo casolare ho dovuto deviare per risalire un colle, verso un gruppo di case posate sul cucuzzolo, da lontano sembrava carino e suggestivo e mi sono illusa che ci fosse un  bar dove bere quei due litri d’acqua cui anelavo disperatamente.

Purtroppo a Celle, questo è il nome della frazione, c’era un rélais molto suggestivo ma nessun bar. Il posto era completamente restaurato, il selciato tutto nella stessa identica pietra gialla delle case, ma in modo sobrio e rispettoso e l’assenza di vita era compensata da una sorta di algida bellezza, come una farfalla infilzata su uno spillo.

Sono scesa dall’altro lato, la valle era stretta, assediata dai boschi, i campi di grano erano strisce o trapezi obliqui, stesi sui fianchi delle colline.

Da lì è iniziato un tratto massacrante ed inutile, un’ora di arrampicata nella polvere e sotto il sole a picco, solo per raggiungere un crinale attraverso un boschetto e poi ridiscendere. Io morivo di sete, avevo le gambe molli, ma non osavo fermarmi perché non ero sicura della direzione e soprattutto perché non sapevo se sarei riuscita a riprendere.

Cercavo di sopportare la sete, ma mi sembrava di avere la bocca piena di colla. Inoltre ero digiuna, se si eccettuano i biscotti e le mele, e mi ero scottata fronte, naso, faccia, collo e braccia.

Ho finalmente raggiunto la cima, non so come, forse solo il pensiero ossessivo dell’acqua mi ha dato la forza di proseguire.

Poi la strada è entrata in un bosco, la temperatura si è abbassata, facendomi sentire meglio. Il sentiero si è ristretto ma, invece che scendere, come indicato nel libro, ha ripreso a salire. Ero preoccupata, non mi sentivo in condizioni di tornare indietro – e poi dove? – ma, superato un campo di grano sul limitare del bosco, è iniziata la discesa. In una mezz’ora ho raggiunto il fondovalle e mi sono catapultata nel primo bar del paese.

Ho ordinato un enorme bicchiere di coca, l’ho bevuto d’un fiato, quasi senza accorgermene e, dopo pochi secondi, ho iniziato a sudare, riprova di quanto fossi disidratata. La coca cola era pura libidine, per reidratarmi seriamente ho comprato una bottiglia d’acqua da due litri e me la sono bevuta d’un fiato mentre decidevo se proseguire sulla nazionale per Città di Castello, oppure salire all’eremo.

*

Alla fine ho ceduto, ero – non stanca – ma timorosa di tirare troppo la corda. Così ho proseguito lungo la nazionale fra le auto e sono arrivata a Città di Castello. L’avvicinamento è stato lento e sgradevole come sempre, ma ho trovato l’albergo segnalato da Angela, anche se la signora che mi ha ricevuto non sapeva nulla della convenzione coi pellegrini. Appena entrata in camera, mi sono levata le calze e gettata sul lavandino, bevendo ancora, fino a stordirmi.

Poco dopo mi sono diretta al parco ansa del Tevere. L’ansa non c’è ma c’è il festival dell’Unità. Sono passata un prima volta, quando i capannoni erano chiusi e deserti ma l’erba era fresca ed avevo bisogno di sedermi. Spezzare la scansione delle soste ogni due ore ha sempre effetti deleteri sui piedi. Un gruppo stava provando sul palco, accanto a me cinque signore hanno preso le sedie di plastica e si sono accomodate a chiacchierare. Tutti conoscevano tutti.

Ho visitato da cima a fondo Città di Castello e come al solito ho girato troppo. Poi sono tornata alla festa dell’Unità ed ora siedo avanti ad un piattone (altro che salamelle!) di tagliatelle all’oca, fagioli con le cotiche e anguria. Tutto buonissimo, come al ristorante. Il clima è placido, da festa di paese, ma io ho solo voglia di stendermi e dormire. Sono stata a Messa, ma ero distratta e persino l’insegnamento di Marta e Maria (“Marta, Marta, tu ti affanni per troppe cose, solo una è la cosa importante, tua sorella Maria si è presa la parte migliore e non le sarà tolta”), spiegato bene da un prete anziano e bravo, mi ha toccato a stento.

*

Sono a letto; benché siano solo le nove e venti mi sento ubriaca di stanchezza. Eppure ho percorso solo 26 km, cioè quasi niente. Domani devo stare molto attenta, l’anno scorso ho bruciato il ginocchio proprio il secondo giorno. Prima pensavo a quanto mi manca tutto quello che si trova sul Camino, la stima altrui, la sensazione di rivestire un ruolo preciso e riconosciuto, cose che aiutano a divenire pellegrini dentro.

In un percorso di questo genere invece è molto più difficile, anche perché la costante preoccupazione circa la giusta direzione toglie spazio ad ogni riflessione. Oggi, mentre salivo faticosamente tra la polvere, sotto il sole a picco e solo tenere lo sguardo fisso a terra mi dava la forza di spingere sui garretti per sollevarmi sino al passo successivo, mi rendevo conto che nella mente mi rimaneva conficcato in sottofondo un tormentone, una frase, un ritornello, a cui si sovrapponeva il pensiero dominante, la stanchezza, la sete, infine sopra ancora – ma con un maggior sforzo di concentrazione - il pensiero del percorso, quello fatto, quello da fare. In tutto questo è difficile insinuare un pensiero astratto, la mente - semplicemente – si rifiuta.