19 luglio 2004 Città di Castello – Pietralunga

 

5.45, c’è già gente in giro ed ho trovato subito un bar aperto. Il risveglio è stato sgradevole, ero tutta indolenzita, nei muscoli, non nelle ossa. Mi sentivo stanca e demotivata. In queste situazioni si coglie la forza del Camino: l’esempio degli altri, i riti, l’istituzione, ogni cosa ti trascina.

Mi sono fermata ad un altro bar per un caffè e ho preso, potendo, un bombolone. Il primo morso di ogni bombolone mi riporta ai bar sulla spiaggia, quando la mattina presto arrivavano ancora tiepidi sul cabaret di cartone chiazzato di unto.

Se ripenso alla giornata di ieri, la rivedo sbriciolata in decine di episodi inconciliabili, come se si fosse trattato di giorni diversi. Così la sofferenza dell’ultimo tratto non sembra più decisiva, come mi era parsa mentre la subivo.

Risalgo lentamente questa valle coltivata a grano e girasoli. Vorrei essere come gli eschimesi, che hanno sessanta vocaboli per definire la neve, vorrei avere sessanta vocaboli per definire le colline , i campi. Questa è un anfratto triangolare, ultima propaggine delle distese alle mie spalle, chiusa da colli verdi, bassi, a forma di sigaro.

La strada risale in una galleria d’alberi lasciando il fondovalle. Sono le 6.30 il sole è già alto. Oro giallo è la luce del mattino, ambra e miele quella della sera. All’ombra ristagna ancora il freddo della notte, quell’impressione di solitudine che si accompagna alle tenebre. Molte macchine, anche se non capisco dove vadano o da dove vengano.

Il disgusto di ricominciare è già un ricordo lontano, offuscato dalla nuova avventura e da quest’ora, che è la mia preferita, quando camminare è bello, sembra naturale come respirare, quasi non ce ne si accorge.

Percorro una striscia di asfalto che controluce sembra incandescente. Uno stormo di uccelli frulla via dai tralci di un vigneto, i cani abbaiano. In basso scorre un torrente. Dalle stoppie sale un odore appena acido che si perde nel profumo del bosco. L’ululato si è trasformato in un coro lugubre, chissà che cosa l’ha provocato.

In simili momenti penso che questa sia la vacanza migliore che potessi desiderare. Ieri sera ero stanca e svuotata, il giro inutile per Città di Castello, il mancato riposo per decomprimere lo stress della giornata, mi avevano lasciato abbattuta e infelice, ho pensato di fermarmi qualche giorno per riposare. Ma sapevo che una sosta mi avrebbe trasformato in un topo in gabbia, avrei girato qua e là fino a consumarmi. La strada è l’unica cura.

Dopo una curva mi trovo ai piedi di una parete di roccia, un ponte coperto ad una sola corsia fatto di tubi innocenti arrugginiti, costruito per proteggere la strada dai massi. E sotto il torrente si allarga in una serie di secche rocciose, lambisce un praticello e scende dolcemente, gradino dopo gradino, in mulinelli gentili e dall’aria innocua.

Mi sono fermata un attimo, siedo su questo prato madido di rugiada e guardo l’acqua intorbidata dal muschio mormorare sommessa ai miei piedi. E’ troppo presto per soffermarsi, devo riprendere.

*

Sto salendo per una strada larga, fra i pini, il profumo mediterraneo della ginestra si mescola a quello aromatico della resina. Poco fa, al bivio, mi è capitata una cosa buffa. Una signora che lavorava al proprio orto mi ha sentito cantare e mi ha fatto i complimenti, osservando che dovevo essere contenta, se cantavo. Forse aveva ragione.

Poi mi ha detto che il tragitto fino a Pietralunga sarebbe stato lungo e mi ha chiesto quello che chiedono tutti, “abita a Pietralunga?” Ieri il ciclista mi ha domandato se abitassi a Castello. Italia contadina, profonda, dove l’andare in sé e per sé rappresenta ancora un’eccentricità inconcepibile.

I primi tornanti sono stati duri, ma ho resistito ed ora il pendio si addolcisce, alternando tratti aspri a salite come questa, nelle quali posso dedicarmi ad assaporare i profumi della natura ed ad individuare le poche piante che conosco.

All’improvviso si è alzato il canto dei grilli. Ieri, mentre arrancavo dopo Patrignone, ad ogni mio passo dal sentiero sconnesso e polveroso si levavano centinaia di cavallette, facendomi sentire una sorta di divinità indiana scesa sulla terra.

La strada scende seguendo la cresta della collina, alla mia sinistra le ginestre, i rami ritti come candelabri ornati di fiamme gialle, campi di grano cintati modellano la sinuosità del terreno. Ai pini si alternano le robinie, ornate di strani baccelli panciuti. Ora è segale, esile, cartacea, di un biondo slavato, quasi bianco. A destra il campo scende a precipizio contro il fianco alberato di un’altra collina, odore di erba tagliata, secca, pino.

8.30, fa già molto caldo. In un orto ho visto un animale stranissimo, bianco con penne folte e becco rosso, più affusolato di un’oca e più gonfio, ondeggia come un tacchino ma ha il collo più corto. Ieri ho visto delle gallinelle piccolissime, poco più di piccioni, sono galline donde, mi ha precisato orgoglioso il padrone. Qui i casali appaiono per lo più abitati e ancora attivi, Mi piace questa contaminazione fra civiltà moderna e contadina, non c’è certo il culto del nuovo, ogni cosa è vecchia, impolverata, reca i segni di un uso ripetuto e decennale.

Piedi e gambe mi richiamano all’ordine, non posso ignorare il minimo segnale. Non c’è altro che il ciglio della strada, così mi accomodo all’ombra di un pino fra l’erba alta e pungente. Anche stavolta mi sono quasi assopita. La mente vaga, stanca come il corpo e poco intenzionata a cimentarsi in riflessioni impegnative o complesse.

In Spagna non ho visto una bellezza paragonabile, forse più indietro, nei Pirenei che non ho conosciuto. Qui, persino il bordo della strada è un luogo paradisiaco. Niente di francescano in questo, tuttavia. I rami del pino adorni di strane palline, formano sopra il mio capo un reticolo quadrato contro il cielo quasi indaco.

Il sole si fa sempre più caldo e tra poco potrebbe diventare insopportabile. E’ strano, sono rimasta qui venti minuti e non ricordo nulla, come in un sonno. Mi sono lasciata solo cullare dalle sensazioni, l’erba pungente, la frescura, la luce, i ronzii, i fruscii e, meno ancora, il rilassamento dei piedi e delle spalle, della schiena. L’impressione di cedere tutto il mio peso alla terra.

*

I pini e la pendenza lieve ricordano un altopiano dell’Alto Adige. Farfalle maculate, bianche e nere, si posano numerose sui fiori. Ieri, in un momento di crisi, forse il peggiore, ho scoperto che la fatica della salita si attenua se si tiene la testa bassa sul sentiero, in modo da non percepire visivamente la pendenza. Sembra una sciocchezza, ma funziona.

In due giorni ho imparato a prestare attenzione alle altimetrie, così da sapere esattamente cosa mi aspetta. E’ una considerazione banale, ma capisco che la gamba per la montagna comincia dalla testa, soprattutto per chi – come me - l’affronta da sola, senza avercela nel sangue. La strada è divenuta bianca, larga e polverosa e si addentra in un bosco di querce e noccioli.

Ho raggiunto la Pieve di Saddi, un luogo deludente ed abbandonato, qualche vecchio ponteggio per scongiurare crolli importanti e vari rottami abbandonati fuori della casetta adiacente. Mi sono scalzata ed ora sto qui, all’ombra del rudere, avvolta in un nugolo di moscerini che tento buddisticamente di ignorare ma senza effetto.

L’orgoglio di aver percorso 15 km prima delle undici, si smorza nel fastidio e nel disagio di questo posto poco accogliente. Metto i sandali e cerco qualcosa di meglio, ma non c’è scampo, i moscerini mi assediano, attratti forse dal sudore o dal colore sgargiante dei miei abiti.

Mi sono spostata sotto un pino ed ho dormito un’ora, ignorando gli insetti, meno molesti sotto l’albero, cullata dal vento fresco e dal canto degli uccellini, stesa fra paglia e lappole. Mi sento un po’ debole e istupidita, piena di spighe come un cane randagio. Sto bene. Eppure è difficile descrivere l’abbandono. Prima, mentre salivo, pensavo a quanta fatica io faccia per rivolgere il pensiero in preghiera, anche in luoghi come questi. Spiace abbandonare le riflessioni superficiali o compiaciute - che durano un istante e sono sostituite da altre altrettanto frivole - e rivolgere il pensiero al Signore. Non è certo il paesaggio, ciò che ispirò Francesco. La fede è a monte e la fede viene dalla disciplina, dalla preghiera. Ma la sola disciplina che riesco ad impormi è quella delle gambe. La mente è un cavallo viziato ed eccentrico.

Sto rosicchiando il croccante al sesamo comprato stamattina al bar di Città di Castello. Ho dimenticato le riflessioni sul camminare fatte poco prima di arrivare qui e che mi ero ripromessa di trascrivere. Ho finito di ripulire dalle lappole la maglia indiana - ormai lacera ma cui sono profondamente affezionata - e quella rosa presa da decathlon. Sono le 12.30, non è l’ora migliore per mettersi per via, ma è tempo di andare.

Ripartire è il momento peggiore, due forze si contrappongono, il corpo non vuole riprendere ed anche la mente stenta ad accettare il ritorno alla fatica, ai dolori. Solo la necessità trascina, fino a che non riesce ad asservire corpo e mente, e a volte ci vogliono anche mezz’ora di disgusto, repulsione e malumore, prima di rientrare con la testa nel cammino. Camminare e stare fermi sono come il giorno e la notte, inconcepibili l’uno all’altro.

*

L’avvio non è stato traumatico come temevo ed ora scendo lievemente per questo sterrato sassoso. Un ultimo sguardo alla pieve: è un peccato che sia abbandonata, l’abside esagonale è molto bello e le mura snelle si levano alte sulla vallata, sarebbe un complesso splendido se restaurato.

Ho bevuto un sorso alla fontanella maleodorante che Angela garantisce come potabile ed ho bagnato la bandana, per proteggermi dal sole.

Contrariamente alle indicazioni di Angela, dopo il primo tratto la strada si è inerpicata allo scoperto per oltre due chilometri, mentre avrebbe dovuto scendere sin dalla Pieve. Finalmente, all’ingresso di una bella pineta, l’inclinazione si è invertita. Comincio ad avere sete, nonostante il sorso attinto alla pieve. Cammino a mezza costa, la parete è roccia arida e friabile, sostenuta solo dalla vegetazione foltissima, quercioli soprattutto, dai piccoli tronchi rugosi e contorti e dalle foglie piccole e fitte, e poi ginestre, pinetti, felci ed alti cespugli.

Ogni tanto si apre una radura sbilenca di erba verde, costeggiata da alberi più alti. Eppure, nonostante tutto questo verde, non c’è una goccia d’acqua, un lucore di umidità, un rivolo.

Ed io penso all’acqua, vivo mille volte la sensazione di ieri, quando ho accostato alle labbra il vetro verde del bicchiere colmo di coca cola, l’istante in cui ho sentito la grossolana densità del vetro, ho percepito l’alito gelato della bibita…Oggi non ho sete come ieri, e comunque ho con me una piccola scorta, anche se ciò è contro i miei principi di spartana resistenza, l’ho portata solo come misura di emergenza.

L’orizzonte si è aperto verso montagne più scure, nude, grigie. Attorno, le colline sono coperte di boschi con chiazze gialle e verdi, grano e pascolo; nei prati, camomilla e denti di leone, tronchi abbattuti da troppo tempo che hanno assunto una tinta caramello. Lungo il bordo crescono i rovi, ahimè ancora senza frutti, le mele e le prugne di ieri sono solo un ricordo.

Lo sterrato si è trasformato in una stradina asfaltata che è scesa sino ad un torrente e poi è risalita per una pendenza tutto sommato lieve, ma interminabile. Alla lunga il caldo e la fatica mi hanno tagliato le gambe, così mi sono sbattuta – è la parola giusta- in un angolo pieno di polvere e foglie secche, non ce la facevo più. Ora la brezza mi ha abbassato la temperatura corporea e i piedi respirano. Dovrei essere vicina, ma non ne ho la certezza. Sono rimasta ad ascoltare il sudore che mi scendeva dappertutto ed il vento che lentamente mi raffreddava.

*

Chissà come mai l’ultimo tratto è sempre così duro. Superata l’ennesima curva, ho trovato la deviazione per il paese ma – seguendo le indicazioni di Angela - mi sono diretta verso la zona residenziale nel bosco, ovviamente in salita. Poco prima, quando credevo che sarei morta di sete, mi ero imbattuta in un melo, per quanto la sete di oggi non fosse niente di paragonabile a quanto avevo patito ieri.

Ho mangiato un paio di meline e ripreso fiato. Alla fine ho raggiunto la cima dell’ultima collina, dove sorge questo albergo che sembra un enorme chalet col tetto a punta, assurdamente non rifinito, all’interno mattoni e calce a vista, pareti in cemento senza battiscopa.

Nella mia stanza, due letti a scomparsa non scompaiono affatto e incombono sulla mia testa in una nicchia di compensato. Ho fatto il bucato, lavando i pantaloni rossi perché erano pieni di fango e la maglietta, perché doveva essere lavata. Ho spalmato il miracoloso Prep sulle spalle, piagate come quelle di Ben Hur alla galea, e sui piedi, gioendo di questa multifunzionalità da unguento medievale.. Ho scritto alla Michela ed alla Elena. Infine mi sono coricata ed ho dormito fino alle cinque, poi sono scesa in paese, distante almeno un paio di chilometri, con una valutazione ottimistica. La galoppata valeva la pena, Pietralunga è piccolino ma tenuto amorevolmente, alto (ahimè) su una collina, una parte della cinta di mura e molte case perfettamente restaurate.

Purtroppo il ristorante consigliatomi da una signora incontrata per via era chiuso. L’altro era così fetido che, dopo un rapido sguardo al menu, ho aspettato che il cameriere fosse fuori vista, mi sono alzata e sono scappata senza voltarmi.

In ogni caso mi era rimasto impresso il salone dell’albergo, l’ambiente così pieno di tavoli in stile “la montagna incantata”. Così, dopo aver comprato una frolla profumata da una signora gentile in un piccolo panificio, sono risalita, forse troppo velocemente, tanto che sento qualcosa di antipatico nel ginocchio e vorrei prendermi a calci.

Ho cenato in questo salone affacciato sulla vallata, affollato da comitive simpatiche e poco rumorose. Il primo era un piatto di ditalini con un sugo di patate e salsiccia, poi ho preso una bistecca e mi hanno portato il dolce, una torta paradiso ed una boccia piena di albicocche buonissime.

Mentre davo fondo alla frutta, ho notato che una signora accanto a me aveva il libro di Angela sul tavolo ed ho scoperto che anche lei sta facendo lo stesso cammino.Abbiamo chiacchierato a lungo, parlando del giro, di Santiago, di noi. Dopo un po’ questo parlare mi squilibra, mi sento a disagio con me stessa. Temo di aver parlato troppo, di essermi esibita, di aver esagerato. A volte odio persino il suono della mia voce. Anche ora non riesco più a recuperare il filo dei pensieri.

Dal terrazzo arriva un tango, mi piace ascoltare da lontano, qui è pieno di vecchi che se la godono. Il posto è bello, avrei potuto godermelo anch’io, se non avessi preferito scendere a Pietralunga, incapace, come sempre, di restare ferma. Il ragazzo dell’albergo dice che la strada di domani è lunga almeno 33 km e non 27 come diceva Angela, e che la prima parte è molto dura, poi scende. Mi ha dato una brioche da portare via, e una barretta, che fa il paio con la frolla che ho comprato in paese. Ora mi stendo a leggere, sono le 11 e mi farò cullare dalla musica che sale dalla pista da ballo.