20 luglio 2004 Pietralunga – Gubbio
Mi sono alzata alle 5, volevo uscire prima della tipa, già so che oggi andrò piano, quindi voglio almeno starle davanti. E’ già chiaro e Pietralunga si staglia pallida contro il cielo. Non so se ce la farò, sono preoccupata per il ginocchio. La discesa dall’albergo è stata rapida e agevole. Ho chiesto indicazioni ad un signore a bordo di una jeep della “comunità montana alto Tevere umbro” - i cui cartelli sono stati ieri miei costanti compagni nel bosco - dopo un’iniziale perplessità ho trovato il bivio, diverso però da quello indicato da Angela ed ho iniziato a salire, per il momento in modo accettabile. Dal cantiere di una casa in ristrutturazione esce un incongruo pavone.
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Ho incontrato la ragazza di Milano, si chiama Alessandra, e abbiamo fatto un tratto di strada assieme. Parlando, due ore sono volate via.
Abbiamo percorso tornanti ampi e dolci in mezzo ad una campagna verde e tranquilla, colline coperte di boschi e pascoli con un’aria da enclave bucolica, riparata da tutto. Dopo l’abbazia di San Benedetto Vecchio, siamo scese fino ad un fiume e di lì abbiamo imboccato uno stradello che attraversa una valle di alberi e piccoli appezzamenti, umida, risonante del canto degli uccelli.
Mi sono fermata ad una casetta per far riposare i piedi e restare sola. Questa ragazza è simpatica ed interessante – compagna, ex scout, appassionata di ciclismo e trekking, insegnante - ma la conversazione uccide contemplazione e riflessione. Temo che finisca come quando sono andata in Irlanda con la Paola, quando il viaggio si è ridotto alla registrazione meccanica di cose appena intraviste, descritte col senno di poi.
Qui è talmente bello, oltretutto, il cortiletto di cemento col suo albero di mele, una pompa dell’acqua, la scala esterna che sale fino all’ingresso del piano superiore, il rampicante sul muro. L’aria è umida e profuma. Ho bevuto un sorso alla pompa e riparto.
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La prima salita davvero dura ha eliminato la mia convinzione di essere ormai rodata per la montagna, nessuna novità insomma: resto la stessa mezza sega di sempre.
Appena le otto, e il sole già picchia, sarà una giornata lunga. Rispetto a ieri qui la natura è più curata, i dorsi delle colline sono campi o pascoli accuratamente rasati, che recano i segni circolari delle macchine, dominati da pochi alberi solitari, l’impressione è di armonia e pacato controllo, il buon governo di Ambrogio Lorenzetti.
La strada sale meno ripida, secondo le altimetrie dovrei aver fatto più di cento metri di dislivello ed essere ora a quota 653. Fra un po’ toccherò i 712 ed il massimo dovrebbe essere 744. Numeri. Ma come posso descrivere il paesaggio? Di fronte a me la pendice della collina scende ripida in un imbuto, colma sul fondo di alberi fittissimi, per poi risalire in un pascolo raso, costeggiato di verde. Sulla cima lontana una piccola mandria, il suono dei campanacci arriva sino a qui.
Dall’altro lato la collina precipita oltre il bordo di un campo, dal fondo emergono solo le sommità di alte querce, come i giganti di Dante. Poi si rialza, di fronte, mezza alberata e mezza rasa, con filari che segnano capricciosamente i campi in forme ondulate.
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Sono rimasta sdraiata per un po’ in un bosco di pini, perseguitata da una strana bestia ronzante e gialla che ancora non cessa di aggredirmi. Non mi sento stanca, anche perché la distanza percorsa è proprio poca, ma l’idea di stendermi all’ombra dei pini mi attraeva irresistibilmente.
Poco fa ho sentito il mio amico; distratta dalla telefonata ho imboccato un sentiero sbagliato, per fortuna l’ho capito subito, altrimenti mi starei ancora aggirando fra i pascoli del fondovalle.
Temo di essere stata un po’ noiosa al telefono, sono troppo concentrata su questa cosa, non ho argomenti, né sono in grado di riflettere su questo. Ora lo sto “facendo”, non ho il tempo o la capacità di pensare al senso del camminare. Mi piace e mi sento molto felice, mi sento parte di questa natura stupenda, come gli insetti o le bestioline che sento frusciare fra i cespugli. Tutto ciò che sono in grado di desiderare è che la strada si mantenga in piano o di trovare una fonte.
Percorro un’altra pineta, mi sento Ulisse con le sirene, l’odore di resina mi alletta con immagini idilliache di frescura e riposo. Ho trovato per terra la maglietta della ragazza di Milano, uguale alla mia. Ciò significa che, almeno, la strada è giusta.
Fuori dalla pineta, la temperatura si alza di colpo ma il panorama è splendido, tutto il dorso di un’enorme collina rossiccia, boscosa al centro e coltivata alle estremità, mentre il sentiero da una parte costeggia una pineta e dall’altra sovrasta la vallata. Che bellezza straordinaria. Sono sbucata su di uno sterrato più ampio. La distanza mi dà le vertigini, davanti a me un interminabile susseguirsi di crinali deserti, gli ultimi poco più che linee confuse all’orizzonte. A volte si intravede un casale seminascosto fra gli alberi. Dove andrò? Come farò ad arrivare? Arriverò mai?
Sono scesa ancora, fino ad un avvallamento che ospita una bella cascina ristrutturata, balle di paglia, macchine agricole, due cani puliti e ben tenuti. Ho notato che qui in Umbria i cani sono piccolini ed appaiono curati.
Lungo il dorso della collina, un trattore manovra su un campo solcato da ampie scie gialle. Poi la strada ha ripreso ad inerpicarsi ed il paesaggio si è ristretto fra alte siepi. E la fatica e la sete mi hanno reso sempre più difficile pensare a qualcosa che non fosse l’interminabile lunghezza del percorso.
Oltretutto, devo aver mancato un punto di riferimento indicato da Angela, una cappella, così che ho anche perso la nozione della distanza percorsa ed ho temuto di avere sbagliato direzione. Nel frattempo mi ha chiamato Ornella e, chiacchierando prima con lei e poi con Anne, un po’ di strada è andata via. Mentre guardavo per terra cercando conferme, ho scorto l’impronta di una calzatura sportiva, piccola, forse della ragazza di Milano, e mi sono rinfrancata.
Dopo una svolta, finalmente è apparsa la pianura, una scacchiera gialla e verde disseminata di cipressi. Poco oltre ho raggiunto una frazioncina e questa chiesa, col sagrato ombreggiato dagli ippocastani.
Ho sonnecchiato sdraiata su un muretto, in equilibrio precario, del medesimo mezzo sonno spossato già provato altre volte. Mi sento debole, istupidita dalla fame ma soprattutto dalla sete.
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Superata la chiesa, ho intravisto l’insegna di una tabaccheria, un negozietto microscopico traboccante di roba, desolatamente chiuso. Dalla vetrina occhieggiavano irraggiungibili decine di bottiglie d’acqua minerale da due litri. Mi sono sfacciatamente affacciata alla finestra di una casa adiacente ed ho interpellato la famiglia che stava pranzando. Un ragazzo si è alzato da tavola e mi ha mostrato il campanello, al cui suono è accorsa una vecchietta, che ha aperto il negozio, così che ho potuto impossessarmi dell’anelata bottiglia da due litri.
Seppure assetata, l’ho bevuta con calma, inframmezzandola a pezzi della crostata presa ieri a Pietralunga ed ai preziosi biscotti di Sansepolcro.
La strada è lunga e il ginocchio inizia a lamentarsi, meglio riprendere in fretta. Cibo e acqua mi hanno rimesso in sesto, ho percorso piacevolmente la via alberata per Monteleto ed ora mi trovo all’imbocco della piana Eugubina, mi attende una decina di chilometri di rettilineo serpeggiante sotto il sole. Meglio delle salite, non c’è che dire, ma sarà comunque faticoso.
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Sono sdraiata sul ciglio di un fosso, sotto una quercia, fra stoppie piangenti e il vento che mi soffia attorno.
In questo viaggio, grazie ad una maturata cautela ed alla minor durezza dei tratti, riesco a strappare un maggior numero di questi minuti di pura contemplazione, di contatto con la terra, con ciò che cresce sul suolo, come in quei giorni a Tellaro. Che bello sentire la folata del vento arrivare, far fremere le prime foglie, estendersi e spandersi. L’aria è calda e fresca assieme, arrivare alla fine mi importa relativamente.
Sembra di essere in un quadro di Giotto, o Pier della Francesca. Eppure è una bellezza così pagana. Devo trovare la forza di alzarmi, non posso continuare a sonnecchiare, mi sa che ho proprio finito la benza. Sostituisco le scarpe coi sandali e cambio le calze, inutile rovinare ed impolverare quelle messe pulite stamane.
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Arrivare a Gubbio è stata dura, per la prima volta ho ritrovato la fatica della distanza pura e semplice, quella della meseta, quella da riempire e basta. La strada attraversava la piana, sinuosa ed interminabile. Poi un signore mi ha offerto un passaggio - che ho declinato - e mi ha precisato che mancavano solo 3 km. Ed ecco Gubbio, come dipinta sul fianco della collina, di colpo il disgusto per questo camminare lento e insulso si trasforma in gioia ed entusiasmo.
Arrivata a Gubbio, incredibilmente non sentivo più la stanchezza, ed è stato un bene, visto che trovare una sistemazione ha richiesto altre scarpinate. Dai frati di S. Francesco nessuno rispondeva né al telefono né al citofono. Perplessa e infastidita ho provato a chiamare le suore al numero indicato da Angela. Mi ha risposto una voce flebile e incerta, rivelatasi poi una suora vecchissima, che mi ha confermato che la ragazza di Milano mi aveva preceduto anticipandole il mio arrivo. Quindi il posto per me era già pronto. Un piacere enorme, un episodio da Camino.
Dopo l’ultima scalata, ho raggiunto il monastero affacciato sulle mura più alte e, se la stanchezza non fosse prodigiosamente scomparsa, non so come avrei fatto ad arrivare fin lassù
Ho preso possesso della cameretta - molto monastica, dai vetri sinistramente molati ad altezza d’uomo o meglio di suora - ho fatto una doccia precaria nel minuscolo bagnetto comune, pieno di cartelli dal contenuto vagamente minatorio, e sono scesa a vedere Gubbio, anche se la testa mi ciondolava.
Gubbio mi è sembrata un osso di seppia, perfetto e senza vita. Negozi di ceramiche tutti uguali, uomini tozzi seduti fuori da bar tutti uguali, pochi e solitari negozi per turisti, non ho trovato un forno né ristoranti segnalati da Slowfood.
La piazza del Comune però mi ha folgorato: il nulla perfetto e, nell’angolo, il palazzo bianco immerso nella luce abbacinante del pomeriggio.
Poco altro nei miei giri, ho comprato una bottiglietta da mezzo litro, lasciando che l’eroismo cedesse al buon senso, e un pacco di biscotti. Focacce neanche a pensarci. Ristoranti decenti zero.
Così, ho seguito il consiglio di una signora incontrata mentre cercavo le suore ed ho preso la funivia.
Ora sono sulla terrazza del “colle eletto del Beato Ubaldo”, come direbbe Dante, colle che domina Gubbio e la piana, un catino dai bordi bassi e tutte le colline e i monti circostanti.
Ho finalmente davanti a me la tanto agognata birra e vedo, vedo, file e file di colline e montagne, onde azzurrine nella foschia, i tetti di Gubbio, geometrici e quadrati, marrone bruciato e la piana, riquadri gialli e verdi costellati di case e piccoli agglomerati: è come essere in aereo.
In fondo, alla mia sinistra la valle ribolle e si rialza in colli disordinati. Attorno a me i castagni, le querce, i pini fluttuano al vento mentre la luce si va ingiallendo sulle loro foglie.
Da qui posso dominare lo spazio: in questi giorni in cui lo spazio è una componente essenziale della mia vita, comprendere con uno sguardo ciò che ho coperto palmo a palmo dà un senso alla mia impresa.
Non so scorgere la strada compiuta, ma la sento dentro di me, ancora la vedo, vedo quel varco fra le colline, l’enorme distanza che ho coperto, le vallate che ho superato in un solo giorno ed è come se questo spazio mi appartenesse. Nell’ora del tramonto i profumi si fanno più intensi, ora sale il pino mescolato a qualcosa di più dolce e aromatico.
Girando per le strade di Gubbio, nel totale disinteresse per tutto quello che mi circondava, ho ritrovato quell’atteggiamento da pellegrino che avevo maturato un anno fa. La gente, i negozi, tutto un po’ mi infastidiva, un po’ mi lasciava indifferente.
E mi sono sentita di nuovo una pellegrina, anche se non so di che cosa. Così tengo il fazzoletto sul capo a marchiare orgogliosamente questa identità, così come dormo sul ciglio della strada o sui muretti, così come non me ne frega niente di nessuno e di niente.
Sono le sette e mezza, devo andare, fra poco parte l’ultima corsa di quella raccapricciante funivia, non guardare in basso continuavo a ripetermi, ma non bastava e, mentre si alzava il vento, il pensiero di Cavalese mi ossessionava.
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Ho deciso di cenare al pub scozzese, mi sono seduta all’aperto in mezzo alla strada deserta e mangio una piadina pancetta e scamorza, accompagnata da una birra piccola. Il giorno sbiadisce, in fondo alla via si affacciano montagne scure. Strano posto Gubbio, silenziosa, non c’è neppure un po’ di struscio, se penso alle folle di Città di Castello o Sansepolcro, non riesco a capire. Dato che non è concepibile una città di provincia senza struscio, mi chiedo qui dove sia il luogo a ciò deputato.
Scrivo tanto, troppo forse, mi ripeto e scrivo cose inutili. Penso molto a ciò che scrivo, se possa avere un qualche interesse, se abbia un senso, dopo il Camino, scrivere qualcosa, se scrivere ogni cosa addirittura mentre la faccio non renda monotona e insulsa la stessa narrazione. Se non stia tentando di comporre una postilla o un’appendice di una cosa irripetibile.