21 luglio 2004 Gubbio - Biscina
Sto uscendo. Ho indugiato dieci minuti sulle mura per aspettare la ragazza di Milano, cui ieri ho restituito la maglietta, ma ancora non scende. Così do un ultimo sguardo alla lunga pianura illuminata - chiarore opaco della prima alba, strisce di foschia che stanno per evaporare - e scendo, comincio.
Ho trovato aperto il bar in piazza e ne ho approfittato per rimpinguare le mie riserve alimentari con due brioches e prendere un caffè. Poi sono venuti il secondo bar ed il secondo caffè. Stamattina mi sento di malumore e demotivata. Qui, al contrario che sul Camino, non c’è alcuna spinta, tornare indietro sarebbe facilissimo e non porterebbe onta alcuna. Neppure c’è una forte motivazione ad andare avanti. Insomma, è solo il quarto giorno e già mi chiedo chi me lo faccia fare.
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Alla chiesa della Vittorina ho faticato un po’ ad individuare la direzione per le spiegazioni non troppo perspicue di Angela. Da qui fino ad Assisi dovrò infatti seguire il Sentiero Francescano della Pace. Solo grazie alla mia capacità di leggere le cartine urbane, ho trovato questo sentiero, i cui realizzatori dovrebbero essere mandati a Santiago a pedate, per imparare a tracciare e segnalare i percorsi.
Imboccato il sentiero, ho scorto camminare avanti a me la ragazza di Milano, una figura azzurra che ho raggiunto in dieci minuti, come ai bei tempi sulla meseta. Abbiamo proseguito assieme, com’era logico, visto che percorriamo la stessa strada con gli stessi ritmi.
Il percorso è stato piacevole ma non emozionante come quello di ieri. Dopo un primo tratto in pianura, piuttosto noioso, ci siamo inerpicate per le colline. Poi, fra un salire e uno scendere, ad un certo punto abbiamo scorto, remoto, il castello di Biscina ed abbiamo costeggiato, collina dopo collina, avvicinandoci lentamente, dentro e fuori del bosco, ora in piano, ora sulla cresta.
Gli spazi sono immensi, anche oggi abbiamo incontrato appena un pugno di costruzioni isolate. Le indicazioni di Angela si sono rivelate spesso approssimative, insomma tanta fatica ma nessuna vera sofferenza.
Mi trovo forse in uno dei posti più belli che abbia mai visto, mi ricorda la Francia, per la piacevolezza dell’ambente, la percezione del paesaggio, l’armonia fra l’uno e l’altro. E’ l’agriturismo del castello di Biscina, una tenuta da 350 ettari con un gruppo di casolari ristrutturati sulla cima di una collina lambita ai bordi da una pineta, al centro di un circo di verdi colline ondulate, che si allargano una dietro l’altra, e in fondo, alle spalle, le stesse montagne calve che dominano la piana di Gubbio. La proprietaria ci ha messo a disposizione, in quanto pellegrine, uno di questi splendidi casolari.
Sono sdraiata in un prato che degrada a precipizio nella valle dell’invaso del Chiascio, dove la diga in costruzione formerà un bacino artificiale. Alle mie spalle, il casolare in pietra gialla, di fronte a me, il castello. Soli rumori il getto dell’irrigatore e il frinire delle cicale. Il vento danza, mi gira attorno, tiepido e gentile. Vorrei addormentarmi qui.
Certo un po’ mi pesa la strada in compagnia, però ho pensato che continuare a descrivere ogni singola collina finisse per diventare un esercizio arido e, se proprio ho bisogno di contemplazione, posso dedicarmici ora. Ma il sonno mi afferra e stento a tenere gli occhi aperti.
L’aria profuma di menta, da lontano sale una foschia che vela l’orizzonte, gli uccelli si librano nel cielo, come direbbe il Salmista, “tutto canta e grida di gioia”.
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Mentre io oziavo e chiacchieravo al telefono con la Cristina, Alessandra ha fatto un bagno in piscina. Più tardi siamo scese al castello qui di fronte, mura perfettamente ristrutturate ma senza infissi, un lavoro lasciato a metà. Abbiamo immaginato che i proprietari avessero voluto adibire il castello a relais ma che non fossero riusciti a sostenere la spesa.
Accanto al castello, una chiesetta inquietante, diroccata, le pareti imbarcate all’inverosimile, trattenute all’esterno da briglie d’acciaio e all’interno da una struttura di putrelle arrugginite infestate dall’ailanto. Che senso abbia un simile accanimento terapeutico, non capisco.
Abbiamo lasciato volentieri e rapidamente quel posto lugubre e pieno di insetti, e siamo scese in paese, un agglomerato di tre case a pochi chilometri.
In una posteria, gestita dalla zia novantenne della proprietaria dell’agriturismo, abbiamo comprato quello che c’era, pane raffermo, formaggio, un po’ di salame.
Abbiamo bevuto una birra al tavolino sulla strada, sgranocchiando biscotti salati, serviti dalla nipote minus habens della proprietaria, che ha rovesciato tre quarti di una bottiglia di birra nel tentativo di versarla nel bicchiere. Ma, con quella che potrebbe benevolmente essere definita parsimonia di altri tempi, dopo averci venduto il pane secco al prezzo di quello fresco, l’anziana signora ha rabboccato un bicchiere con l’altro e via.
Risalendo abbiamo incontrato la proprietaria, che ci ha invitato ad andare nel suo orto a raccogliere ciò che volevamo per farci un’insalata. Così abbiamo dato il via ad un’incredibile caccia al tesoro immerse nel terriccio fino alle caviglie, recuperando un cespo di insalata, una cipolla, due cetrioli.
Ma abbiamo anche visto un’anguria piccolissima e tre zucchine grandi come i barilotti dei Sambernardo, poi meloni, pomodori.
Abbiamo cenato sedute fuori, mentre imbruniva. Formaggio, pane, salame ed un’insalata scondita. Ma le verdure erano tanto fresche e saporite che il condimento ne avrebbe rovinato, e non esaltato, la bontà.
Ora sono sul divano troppo corto del bell’appartamento. Nella piscina poco distante sguazzano i ragazzi della famiglia olandese accanto a noi, anche se sono le dieci di sera. Ho ceduto volentieri il letto ad Alessandra, io aspetto che tutti si ritirino perché voglio uscire fuori a godere la notte.
Oggi non mi sono stancata, il tragitto è stato breve e non ho dolori. Razionalmente posso dire che la compagnia è positiva, ma mi sento lo stesso come impastoiata.
Certo, un eccesso di contemplazione diventa onanistico o di maniera, mentre la compagnia consente di accentuare il lato avventuroso delle cose, il divertimento, lo scambio. Però mi pesa anche solo l’idea che le mie decisioni debbano preventivamente filtrare attraverso il rapporto con un’altra persona, mi sembra di non riuscire così ad assaporare fino in fondo l’avventura. Eppure i miei spazi, i miei tempi ci sono lo stesso, forse devo solo imparare a gestirli diversamente.
Sono uscita, la notte è tiepida, se non ci fossero le luci sarebbe perfetto. Soffia un vento lieve che monta e poi diminuisce, vedo di fronte a me le colline come grumi neri, più scuri della stessa notte.
Sotto di me la terra è rugosa, scoscesa, l’aria smossa dal vento è ancora tiepida, i grilli friniscono. Nella vigna qui di fronte le foglie della vite si muovono, grandi e silenziose, le fronde di quest’albero invece stormiscono secondo il turbine del vento.
Non è vera notte, guastata com’è dalla luce artificiale dei lampioncini disseminati nel prato. Alla mia sinistra rosseggia cieco il castello. Il cielo è di un nero lucido, come giaietto, incrostato di stelle. Sono scesa scalza dietro un albero che scherma la luce dei lampioni, nella valle le luci baluginano come lumini in una chiesa, di fronte si alza un chiarore sovrannaturale, forse il riflesso di un invisibile paese annidato nella valle. L’erba era fredda sotto i miei piedi, il terreno sconnesso. Questa notte calda non mi spaventa, solo, la vorrei più buia.
Non riesco a pensare a Francesco: anche se percorro le sue stesse strade e forse sono sotto le medesime stelle, non mi riesce di inserirlo nel mio contesto.
Una stella lampeggia, scorgo anche le nebulose come schiuma attorno alle costellazioni. Dice il Salmista, “Chi è l’uomo perché te ne curi?” Chi sono io, qui sotto?
Questi giorni di vita selvatica, a contatto con l’ambiente esterno, mi hanno reso così familiare con le cose, il suolo, l’aria, l’erba, che ora sdraiata qui mi sento a mio agio come un animale insonnolito.
Un bagliore sale da dietro le colline, disegnandone il contorno, come sagome di un presepe. Mi sono infilata nel sacco a pelo, col pile e due magliette, mi si chiudono gli occhi, nessuna suggestione, solo un vago senso di benessere…