22 luglio 2004 Biscina - Assisi
Ci siamo alzate alle 5 ed abbiamo fatto colazione all’aperto, mentre le colline si tingevano di rosa e la foschia si alzava. Sono le 5.45, gli uccellini cantano, noi ci mettiamo in cammino. Attraversiamo un bosco fitto di carpini, la luce filtra a malapena, l’aria è umida, densa, attorno a noi, a perdita d’occhio, solo questi boschi sottili.
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Siamo a Valfabbrica. Per un po’ abbiamo seguito una strada asfaltata, ma inutilizzata e deserta, che costeggiava la diga, poi ci siamo incamminate lungo un tratturo polveroso e battuto dai camion che lavorano al sinistro cantiere della diga.
In paese un vigile molto gentile ci ha riempito di informazioni e munito di una cartina del Sentiero Francescano della Pace, poi abbiamo finalmente fatto colazione ed ora – mentre scrivo - Alessandra è all’ufficio postale e rispedisce a casa un po’ di cose, nel più puro stile del Camino.
Ho sentito Ornella per una sciocchezza di lavoro, ma non il mio amico. Mi spiace, avevo tante cose da raccontare, gli avrei detto di stanotte, di cosa ho provato quando ho dormito nel prato, o della caccia nell’orto e di tutte le cose di ieri, della signora che ha girato la macchina solo per rassicurarsi che avessimo l’olio e il sale per condire l’insalata, della vecchietta di 91 anni che faceva i conti a mente nel bell’emporio di paese destinato a morire con lei.
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Lasciata Valfabbrica siamo entrate in un bosco e per un bel pezzo il sentiero è salito e salito. Dopo qualche incertezza ad un bivio, siamo scese fino ad un ruscello e risalite, sbucando dal bosco sulla cresta e da lì continuando a salire allo scoperto. E’ stata una camminata faticosa, soprattutto perché l’ultimo tratto di saliscendi è stato percorso tutto sotto il sole.
Ad un certo punto, oltrepassata una collina, ci è apparsa la massa poderosa della Basilica di S. Francesco. Da lì non è stato facile, la strada è impazzita ed i saliscendi si sono fatti più scoscesi, mentre il sole ci surriscaldava.
Quando siamo arrivate ai piedi della cittadella, la ricerca dell’ostello ha richiesto mezz’ora di peregrinazioni lungo la via inferiore esterna: asfalto, camion e questo sole implacabile. Abbiamo raggiunto l’ostello di Assisi, un bel casale di tre piani in pietra gialla, verso le due e mezza, quasi collassate per il caldo.
L’ostello avrebbe aperto solo alle quattro, così ci siamo gettate sulla pompa per annaffiare. Per un po’ l’acqua è uscita bollente, poi si è raffreddata ed ho bagnato la testa, la bandana, tutto. Infine, bagnate fradice, ci siamo attaccate alla canna, come naufraghi morti di sete.
Ora siamo sdraiate nel prato di fronte all’ostello. L’erba è fresca e gli alberi ci fanno ombra. Abbiamo mangiato pane e pomodori qui nel prato, pomodori dolcissimi e succosi comprati a Valfabbrica, il pane molliccio e intriso come piace a me.
Ho tolto le scarpe, non riesco a ragionare lucidamente; pur avendo mangiato, mi sento ottenebrata. Gli uccelli gareggiano con le cicale. Eravamo in vista di Assisi quando mi ha chiamato il mio amico. Gli ho raccontato di Alessandra e lui mi ha chiesto se riesco a prendermi i miei spazi. Questa è una domanda seria cui in quel momento non potevo rispondere.
Devo essere sincera, oggi la scarsa attrattiva del paesaggio avrebbe forse reso la tappa molto sgradevole, se percorsa da sola. Invece così è andata abbastanza bene e non mi sono affaticata. Del resto è inutile chiudersi in queste logiche assolute, bisogna anche fare tesoro di ciò che accade. Mi rendevo conto che il viaggio da sola stava diventando ripetitivo, adesso ho molti più episodi da raccontare e il tragitto pesa meno.
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Ore dopo. Mi sono rintanata in un barettino fetido in cima ad Assisi, via dalla pazza folla, via da tutto. Qui i turisti arrivano radi, alla spicciolata, mentre più ci si avvicina alla chiesa di S. Francesco, più l’assedio della robaccia si fa insostenibile. Girando per le strade è difficile apprezzare la bellezza della città, ancora viva comunque sotto la crosta di pattume. Vorrei rivedere gli affreschi di Giotto, ma soprattutto quelli di Simone Martini, quella santa Chiara così sinuosa, gotica, la spira avvolgente del collo, una Lauren Bacall del duecento. E il cavaliere, con quello sguardo chiaro, sereno, da templare nordico.
Mi piace questo bar, nella sua banalità che rasenta lo squallore, il barista dalla barba malfatta, il televisore acceso, il videopoker, il giornale di ieri tutto stropicciato, mi sento tranquilla e rilassata, posso scrivere.
Non so, nonostante i buoni propositi, i tentativi di razionalizzare, ancora la mia giornata finisce per risolversi in queste fughe, nella ricerca di un qualche pretesto per isolarmi. Perché non trovo un equilibrio?
Basta, inutile piangere sul latte versato. Farò così, arriverò a Spoleto e mi inventerò qualcosa. Ora però devo (devo, appunto) dirigermi verso S. Francesco, dove ho appuntamento con Alessandra per la cena.
La birra mi rende vaga e sonnolenta, però ha fatto il suo dovere, cancellando un po’ di infelicità e quella sensazione di fallimento.
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Abbiamo mangiato molto bene, nello stesso posto dove ero stata ad ottobre, con una spesa ragionevole.
Siamo tornate attraversando una città immersa in un buio arroventato, sentivamo il calore emanare dalle pietre. Abbiamo varcato le mura e imboccato il sentiero che scendeva verso l’ostello. La notte era completa, non oscurata dalle luci, eppure il cielo restava come opaco, grigiastro, non aveva quel nero giaietto di ieri sera a Biscina. Nell’uliveto abbiamo trovato una lucciola, che si è messa a zigzagare disperatamente per sottrarsi ai nostri maldestri tentativi di catturarla.
Nella stanza fa un caldo insopportabile, le pietre continuano a restituire la calura del giorno. Non ho visto nulla di Assisi, tranne lo struscio ed i lastricati, ma assurdamente è rimasto con me il pensiero dell’altra volta, quando sono venuta per la marcia.
La ragazza dell’ostello è cordiale ma stupida, la signora è solo stupida. Insieme, le due menti diaboliche hanno maturato la sconvolgente consapevolezza del fatto che, essendo io nata nel 1963, non potevo avere meno di 26 anni, come erroneamente avevano indicato nel tesserino rilasciatomi questo pomeriggio. Tale illuminazione le ha purtroppo folgorate a mezzanotte passata, ma loro non hanno esitato un istante a buttarmi giù dal letto, costringendomi a scendere da basso in camicia da notte per regolarizzare la mia dubbia posizione. E sganciare i sei euro di differenza.
Ora, volente o nolente, dormo. Ho spento tutto: dalla finestra vedo un riquadro di cielo opalescente, l’aria è ferma, pesante.