23 luglio 2004 Assisi – Spello

 

Siamo a Spello, in una bella stanza, rimediata dopo varie peripezie. Ci siamo alzate alle 4.50. La piana di Assisi buttava ancora calore come una pietra ollare e la salita all’eremo delle carceri è stata rapida ma faticosa.

All’eremo era già aperto un baracchino ed abbiamo preso l’agognato caffè e due bottigliette di acqua, ottenendo in sovrappiù un sacco di consigli non richiesti dal gestore malato di gallismo.

Siamo salite nel bosco per un sentiero stretto e sassoso, fino alla cima, o quasi, del monte Subasio. Dall’alto la piana appariva sconfinata, allettante, ispirava il desiderio di spalancare le braccia e buttarsi in volo. Non so se fosse l’enormità dello spazio, l’inclinazione della montagna appena illuminata dall’alba o l’ipnotica geometria delle forme e dei colori, così lontani, velati, inconsistenti.

La poesia è presto terminata. Dal Subasio il sentiero era segnato malissimo fino a scomparire dietro ad un recinto di recente costruzione, che Angela non menzionava affatto. Un po’ scavalcando, un po’ arrampicandoci, grazie anche all’esperienza scout di Alessandra, abbiamo mantenuto la costa, seguendo il recinto fra piccoli crepacci, l’erba alta, i cardi e le spine, graffiandoci e riempiendoci di pappi e lappole. Alla fine, nella più grande esultanza, abbiamo ritrovato il sentiero e siamo rientrate nel bosco, iniziando la discesa verso Spello.

In due o tre ore abbiamo raggiunto le porte di Spello, dove ci siamo tuffate in una fonte gelata che arrivava dalla montagna, condividendo la gioia con un grosso motociclista assai più accaldato di noi.

Siamo entrate in paese e, in un giardino, abbiamo mangiato il pane al formaggio comperato ieri ad Assisi, ed abbiamo iniziato la cerca.

Le suore segnalate da Angela ci hanno detto che accolgono solo gruppi e ci hanno indirizzato da una certa Maddalena, senza altro aggiungere. Fortunatamente, alcuni operai anziani e molto gentili che si riposavano in una panchina accanto alla nostra, ci hanno fornito molte e complesse istruzioni per arrivare da questa Maddalena, istruzioni che vedevano come elemento fondamentale una fantomatica “strada di gomma”.

Dopo svariati giri e la sosta in una bar gestito da una ragazza simpatica, la mitica strada di gomma si è materializzata sotto i nostri occhi, niente altro che un vicolo con un tratto ricoperto da un tappeto di gomma, come quello della metropolitana.

Una volta rintracciata l’abitazione della misteriosa Maddalena, una voce al citofono ci ha detto che loro non accoglievano proprio nessuno, né sapeva a chi indirizzarci.

Demoralizzate e perplesse, siamo risalite in paese e abbiamo suonato il campanello dalle monache agostiniane di Maria Maddalena, dove abbiamo avuto un colloquio surreale attraverso la grata con un gruppo di suore di clausura, gentilissime, che ridacchiavano fra loro come bambine nel sentire il resoconto delle nostre traversie. Purtroppo la foresteria del convento era inutilizzabile per i lavori in corso, così siamo tornate dalla nostra amica barista che ci ha dato un elenco di affittacamere.

Finalmente, in cima ad un susseguirsi di archi, viuzze, stradette, finestre infiorate, abbiamo trovato questa bella casa e la sua proprietaria, la gentile signora Margherita, che ci ha aggiornato su tutti i pettegolezzi di Spello, illuminandoci in particolare sulla misteriosa Maddalena, una specie di suora laica che ha creato una comunità di donne perdute e dickensianamente si arricchisce mandando le sue adepte a lavorare gratis come domestiche o badanti. Un personaggio piuttosto losco, stando alla signora…

Qui è bello e siamo molto felici, ora dopo la doccia cercherò di dormire un po’.

*

Scrivo nel corridoio, abbiamo spento tutte le luci e spalancato le finestre per lottare contro il caldo. Spello è un gioiellino pieno di fiori. Ci siamo bevute una birra sulla terrazza del bar della nostra amica, poi la cena – ottima e abbondante - in un posto spartano infine un giro per quei meravigliosi saliscendi, dove non so se sia più piacevole guardare in alto o in basso, le geometrie dei gradini, riquadri incastonati gli uni negli altri a formare linee sinuose, serpentine o rettilinei. E le torri di Properzio, due cilindri cavi, orbite vuote che svettano nella notte come torri di guardia affacciate sulla piana brulicante di luci.

Oltre la porta a vetri, l’intraprendente signora annaffia di nascosto – l’acqua sarebbe razionata - il suo lussureggiante giardino. Dormo, la stanchezza mi è crollata addosso come un macigno persino il ginocchio mi duole. Domani ci alzeremo tardi, il treno è alle nove, spero di farcela anche se adesso è più difficile, sono più stanca, forse meno motivata. Eppure è come se ora cominciasse la terza parte della vacanza.