24 luglio 2004 Spello – Stroncone
Anche se la sveglia era stata grandiosamente puntata sulle sette e mezza, alle sei e cinquanta eravamo entrambe già sveglie. Da parte mia ero già sveglia alle cinque e mezza e per ingannare il tempo ho finito il brutto giallo comprato alla stazione. Dalla finestra, una fuga di tetti e la sagoma scura di una collina, il cielo è limpido. Pioverà domani, dicono.
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Foligno alle 9.30 è già un forno. Sono sola. Ancora adesso non riesco a decifrare completamente questo mio atteggiamento, o modo di sentire che sia.
Io non sono come quelle persone che partono da sole perché si credono forti e determinate come davanti ad una prova ma, appena trovano compagnia, si sentono restituite alla propria dimensione naturale e ci si buttano a pesce. Alessandra è partita sola, ma è stata contenta di unirsi a me, per lei la vacanza era migliorata dal fatto di essere in compagnia. Per me invece essere da sola è la vacanza. Per me la solitudine è gioia, è una boccata di ossigeno in una vita soffocante. Non dover rendere conto a nessuno.
Ci pensavo durante il giorno e mi stupivo che certe persone riescano a passare da una schiavitù all’altra, senza alcuna interruzione e senza soffocare. Una rete continua di rapporti, senza un attimo di tregua, senza un istante di libertà. Dipendere, dipendere continuamente, dover scegliere, mediare, valutare, chiedere continuamente.
Io e Alessandra siamo state molto bene, abbiamo camminato ma anche parlato moltissimo, bevuto, mangiato, accumulato episodi minimi ma particolari, di quelli che colorano una vacanza, l’arrivo ad Assisi, il bagno sotto la pompa, l’avventura sul monte Subasio, la ricerca di Maddalena, le ore ed ore di chiacchiere, perse a scambiarsi aneddoti, idee ed avventure. Ed ora inizia qualcosa di nuovo.
Sul binario, un gruppo di suore francescane, minute. Davvero l’Umbria è il regno delle suore. Il treno mi porterà a Terni, interrompendo così il tragitto, cosa di cui non mi pento, questo non è il Camino ed io ho altri progetti.
Ieri ci siamo affacciate al belvedere, poco oltre il residence della signora Margherita e abbiamo visto il profilo dei campanili di Assisi e tutta la strada percorsa e, ancora una volta, ci siamo stupite della capacità di colmare distanze così enormi, semplicemente camminando.
Non so cosa farò, deciderò quando sarò a Stroncone. Ero anche stanca di questa pianura soffocante, di questo continuo sole, vorrei altezze e alberi freschi.
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Spostarsi in treno è talmente diverso che non mi sembra neppure di percorrere gli stessi luoghi. Forse non sono abbastanza pellegrina da aver assimilato il piacere totale del terreno, del paesaggio sentito palmo a palmo. Questa lentezza a volte mi è pesata, così come a volte mi è pesata la tortuosità di alcuni tragitti. Però già mi stanca la gente attorno, mi stancano le loro chiacchiere, che sembra mi rimbombino direttamente nelle orecchie.
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Ho attraversato Terni su un pullman urbano giallo, bello vedere così la città, lentamente, faticosamente, ma seduta. La patina di Terni mi ricorda Torino, non la città in sè, piuttosto una sorta di aura, un colore dei muri, un’impressione delle strade, un non so che di severo e sabaudo.
Sono a Stroncone, davanti all’ingresso del paese antico, seduta ad un tavolino della terrazza che dà sulla vallata. La padrona del bar mi ha servito una coppa enorme di the alla pesca gelato. Non ho sete ma il piacere è il medesimo, unito all’ombra dell’albero e ad una lieve brezza che sembra spirare dai boschi alle spalle del paese.
L’autista del pullman mi ha accompagnato fino al bivio, sono scesa alla minuscola frazione di Colmarino e una signora grossa e anziana si è alzata faticosamente dalla sedia per indicarmi la direzione per l’ostello, che purtroppo era chiuso. Ho telefonato, la titolare è a Terni e arriverà alle due, così sono risalita in paese per bere qualcosa e passare il tempo. Lo zucchero nel the disegna pigre volute prima dell’ultimo sorso.
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L’ostello è carino, deserto e tutto per me. La titolare è gentile, sul modello di altre già incontrate in questo viaggio, donne intraprendenti che hanno terra, case, attività e da ogni cespite traggono il suo profitto. Ho fatto una doccia e il bucato, ora mi stendo in questa bella camerata a quattro letti, e cerco di riposare finché fuori resta il caldo. Domani dovrebbe piovere. Ho dormito un po’, perché mi girava la testa. Del resto avevo mangiato solo un gelato in tutto il giorno. Alle cinque sono uscita nel sole del pomeriggio. La stradina sale verso il paese in mezzo agli alberi da frutto: fichi, prugni, albicocchi, meli, ulivi.
Il vento soffia, forse foriero dei temporali che imperversano al nord. Dalle colline alla mia sinistra si affacciano nubi gonfie, un lungo fronte, bianco e schiumoso.
Domani dovrò scollinare nella valle reatina e farlo sotto la pioggia potrà essere un problema. Forse è davvero cambiata la pressione, la biro non mi scrive più.
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Bello il centro di Stroncone, antico, ma senza quell’alone posticcio che hanno Gubbio, Assisi o anche Spello, benché questa sia più fine, così coperta di fiori.
Qui, dalle pietre non è stata rimossa la patina di sudiciume, i muri restano scrostati e sbrecciati, i gradini sono dissestati, modellati da secoli di passi ineguali.
Strani vicoli come corridoi, salite e discese, mura sconnesse dietro cui spuntano alberi da frutto, orti ai piedi degli spalti. E nelle vie risuonano voci in albanese. Gli albanesi hanno ripopolato un borgo che altrimenti sarebbe morto, mi spiegava prima la signora del bar. La trovo una cosa bellissima.
Non c’è nulla dell’Umbria iconografica, questa è Italia che vira già verso il sud. Un pezzo di Italia di cinquant’anni fa. Affacciata su queste basse mura, guardo verso la collina, dove in parte il bosco è stato raschiato via per far posto agli ulivi, macchie argentate circondate da mille sfumature di verde. Chissà da dove salirà la strada di domani. Una signora ha trascinato lentamente la propria seggiola nel vicolo ed ora stende le gambe.
Ho percorso un altro vicolo strettissimo, pieno di fiori, affollato come un salotto di gente seduta che conversava; dopo qualche rampa e molte curve sono arrivata in cima al paese. Vedo una valle ondulata, confusa in una foschia verdolina, sull’orizzonte la riga nera di colli dall’aria inaccessibile e in mezzo una chiazza sottile e lucente, forse un lago. Secondo la cartina dovrebbe essere il lago di Ripasottile ma le colline che lo dividono da qui mi paiono troppo basse. Quante case, anche giù nella vallata.
Nel cuore della parte “nobile” del paese, dove le volte sono più ampie ed i gradini meglio tenuti, una signora gentile mi ha indirizzato all’ascensore interno al paese, rassicurandomi che “non era pericoloso”. Una catena di ascensori consente di salire dai piedi alla cima del paese, pur lasciandone intatta la struttura. Questa provincia profonda riserva strane sorprese.
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Sono nella chiesa di S. Francesco, che stupidamente all’arrivo avevo scambiato per la chiesa del cimitero. E’ bruttina, piena di cose, ma ugualmente la presenza del Signore prescinde da queste considerazioni.
Sto cercando di riflettere su questi giorni. Penso che anche l’incontro con Alessandra abbia avuto un senso. Quando ero svogliata mi ha consentito di affrontare la strada senza fatica e di fortificare il corpo, le gambe. E poi, cercando di studiare lei, ho capito meglio me stessa nel confronto. Il mio essere più forte, la sincerità della mia esigenza di solitudine, il mio sapermi organizzare più rapidamente. La mia autonomia sostanziale e non necessitata.
Riprendo il cammino forse con una maggiore consapevolezza. Ho scoperto la gioia di chiedere. Di condividere la gentilezza altrui. Devo fare tesoro di questa essenzialità nel rapporto con la terra, col cibo, la frutta che mi ha dissetato, l’acqua delle fonti, l’ombra degli alberi. Non posso illudermi di subire (scelta lessicale già eloquente) una conversione improvvisa, ma in questa parodia inconsapevole della vita francescana posso trovare piccoli segni di ciò che è importante e ciò che non lo è.
Marta, Marta, diceva il Vangelo di domenica ed ora che per un attimo tiro le fila, tutto torna. Devo stare attenta a mantenermi nell’ambito dell’esperienza concreta, i voli emotivi possono gratificare qui, nel silenzio di questo santuario rotto solo dal cinguettio degli uccellini, ma sono semi gettati fra le pietre. Per ora basta. Ho tre giorni per capire che forse non è entrato dal cuore o dalla mente, ma che dai piedi, dalla gola, dalle membra, forse mi è entrato il messaggio di Francesco. E spero che queste parole, scritte qui dentro, non siano arroganti, blasfeme o profane.
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Sono ritornata nel bar di oggi pomeriggio, seduta ad un tavolo che guarda sulle colline basse, ricciute, irregolari come maretta nervosa. In fondo, come incastrata, giace Terni. Soffia il vento, la bassa pressione sta risucchiando l’aria di temporale dal nord. Ho trovato un ristorante, sembra un posto carino, nel ventre di una porta medievale, due falò accesi, l’antro di Mangiafuoco o qualche segreta romana.
Oggi in treno una signora parlava di un posto dove c’erano rovine, antiche – diceva - romane, o almeno dell’ottocento.
Mi ci voleva questa giornata di ozio. Domani è San Giacomo e per i pellegrini di tutto il mondo è un giorno di gioia, il culmine dell’anno santo. Che nostalgia.
Questa è vacanza, questa pace, questa sensazione di armonia, il sole velato, il riverbero sulla collina, le sensazioni insieme acuite e distorte dalla birra. L’attimo bello. Il sentirmi in comunione con le pietre, gli uccelli che si insinuano nelle feritoie, l’insetto che mi si posa sul ginocchio. Il qui ed ora, non condivisibile, non comunicabile.
Forse sono una privilegiata, chi vive in una foresta di rapporti non prova mai nulla del genere.
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Senza saperlo – il fiuto raramente mi inganna - sono capitata in un locale segnalato dalle osterie d’Italia. Un ambiente carino, profumo di vecchi muri e legna, soffitto annerito e incurvato, antro è proprio la definizione azzeccata. Un numero di osterie d’Italia a mia disposizione, e pane toscano umido, compatto. Mi sono concessa l’antipasto, uovo con tartufo di Norcia e focaccia fatta in casa.
Un capriccio, il tartufo si sentiva poco, del resto lo scorzone estivo è poco più di un vago profumo, però la focaccia era buona e Brillat-Savarin diceva che l’uovo al tegamino è il piatto più difficile da preparare. La pasta ai fiori di zucca era passabile, sebbene troppo condita e arricchita da quegli inutili pomodorini che hanno sostituito la rucola degli anni novanta. L’agnello era molto buono, cicciotto e arrostito. I dolci niente di che, le solite cose a base di cioccolato e pere e i sufflè, ho passato la mano.
Un altro di questi locali di nuova concezione, insomma, ibridi fra le trattorie e i ristoranti, dove il senso dell’osteria è mantenuto solamente nell’uso di certi ingredienti o nella rivisitazione di piatti tipici. Ma non basta, secondo me, e rimango con una sottile delusione, nonostante la spesa contenuta, trenta euro, rispetto al tono del locale ed al livello dei piatti.
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Lontano, Terni è un alveare di luci, il cielo è rosa e la tempesta non è arrivata. Dagli ulivi sale l’odore della notte. Le nove, devo tornare a Colmarino. Ho preso un gelato, comprato due paste per domani mattina, chiacchierando coi ragazzi del bar e pendendomi poi di aver divulgato i miei programmi, sarebbe meglio non spiegare che c’è una ragazza che gira da sola per il sentiero, questo non è il Camino. Ma la calma, la compostezza dell’ambiente è tale che questi timori metropolitani giungono solo dopo.
Percorro la strada per Colmarino, è quasi buio, la luce è solo un chiarore, il cielo è di un grigio perla e quel grigio perla è l’unico chiarore ancora percettibile, il resto sono ombre e foschia.
Un cane abbaia, anche i grilli tacciono. Strane piste fra le colline, luci bianche indicano forse le strade lontano, un pugno di punti gialli, forse è Rieti.
Qui di fronte, tre lumini rossi rischiarano una cappelletta, sono arrivata al frutteto. Solo gli ulivi trattengono qualche riflesso argenteo, gli altri alberi sono frange nere contro il cielo sbiadito, la notte scende rapida, sembra portata dal vento.
Stroncone, giallo, luminoso lontano alle mie spalle, la strada scende fra le colline nere come in una grande buca scura e gli alberi sembrano chiudersi su di me. Nell’uliveto il frinire dei grilli è metallico, più acuto di quello delle cicale.
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Ho fraternizzato per un po’ coi proprietari di questo ostello. Mi hanno mostrato e spiegato il panorama, le luci arancione erano quelle di Narni, il lago era quello di Narni. Hanno ereditato il casale di famiglia ed hanno pensato di adibirlo ad ostello, soluzione meno costosa che impiantare una pensione o un agriturismo. In pratica hanno riempito di letti a castello le stanze e rifatto i bagni, niente altro. Mi hanno raccontato le difficoltà coi vicini per far accettare loro l’idea dell’ostello e la raffica di controversie e denunce che ne sono lo strascico.
Tra poco dormirò, mi fa male un orecchio, speriamo che regga ancora qualche giorno. Sono sola in questo posto deserto che risuona dei miei passi, tra un attimo andrò a guardare la vallata, anche se la luna sbianchisce lo splendore della notte. Sono rimasta un po’ a osservare le stelle che trapuntavano il cielo nero, ma avevo sonno e stava salendo il vento. Temo per domani, spero di non rimanere bloccata qui dalla tempesta. E’ quasi mezzanotte, ora di dormire.