25 luglio 2004 Stroncone - Consigliano

 

Dopo una notte tormentata, sono stata blindata dalla signora che ha ripreso a lamentarsi per i suoi guai col vicinato, incurante del fatto che fossero solo le 5,25. Io le ho dato retta ed ho promesso che le avrei segnalato il nome di un avvocato di Terni. Sono fuggita molto volentieri.

Da Stroncone a Greccio sale un sentiero attrezzato, di cui ho preso ieri in edicola la cartina. All’inizio ho faticato un po’ nonostante il caffè della signora e le due frolle comprate ieri. Sono arrivata ad una chiesina, poco più di un altare riparato da una tettoia, ho fotografato una cornice strapiena di piccole foto tessera, lasciate a mo’ di ex voto.

La sagoma di una fontanella mi ha illuso, ma ho scoperto che non è collegata: questo percorso è stato sistemato da poco e i lavori non sono terminati. Superata la chiesa infatti, il bel sentiero lastricato si è trasformato in una brutta salita sassosa dove pezzi di asfalto mescolati alle rocce mi hanno indotto a pensare che quella pista sconnessa un tempo fosse una vera strada poi abbandonata e sgranocchiata dalla montagna.

Il cielo era coperto, l’aria pesante. Mi sono incamminata per una stretta vallata, immersa in un’umidità terribile, dalla forra alla mia sinistra provenivano strani fruscii. Infine il bosco si è aperto in una galleria di carpini, ed ho visto distintamente Stroncone lontano, all’altra estremità della valle.

Il mio stomaco era ancora sottosopra. Contrariamente all’anno scorso non ho la bella fame selvaggia di allora, mi nutro senza piacere, ingozzandomi meccanicamente di pane e quasi non ricordo ciò che ho mangiato.

Dopo un’altra sgradevole arrampicata su un ghiaione, ho incontrato un bivio. Ero molto indecisa ma, voltandomi, ho trovato la lapide del “letto di San Bernardino”, una delle attrazioni del sentiero, grazie alla quale ho potuto orientarmi. Al bivio successivo non sono stata così fortunata, le strade erano identiche ed ho imboccato quella di sinistra, che sembrava seguisse la costa della montagna, perdendo così dieci minuti. Ritornata nella direzione giusta, ho ripreso a salire e raggiunto la strada asfaltata. Penso di poter ringraziare l’allenamento con Alessandra, che non si fermava mai, preferendo camminare lentamente ma con un passo costante, mentre io tendo a macinare la distanza fino a stramazzare come i cavalli dei film western. Sono le 7.25 ed ho già percorso 9 km: niente male, 4.5 km all’ora in salita nel bosco…

Ho raggiunto i Prati di Stroncone poco prima delle otto, la strada è stata abbastanza piacevole, in lieve salita o in piano. Mi sono seduta in un bar ad un tavolino all’aperto. per un caffè ed un bicchiere di minerale. Accanto a me una famiglia romana sovrappeso, con tanto di nonna in stile Aldo Fabrizi, aggredisce enormi maritozzi traboccanti di panna montata, affondando con evidente piacere il viso e impiastricciandosi bocca e mani, come in un film di Ferreri.

Fra pochi km entrerò nella provincia di Rieti. Ieri notavo che da queste parti la gente è più cupa, meno solare che nella parte alta dell’Umbria e l’accento ha già un che di laziale. La galoppata in salita mi ha spompato, mi sento già stanca come se camminassi da ore. Anche se il baracchino della porchetta e le altre attrazioni sono chiuse, il posto si sta affollando, fra poco inizia la festa patronale – S. Giacomo! - e oggi sarà un giorno di pandemonio, meglio andare, si sta anche alzando il vento ed io sono sudata fradicia.

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Sto percorrendo i Piani di Ruscio, un altipiano chiuso fra le colline, affollato da mucche che brucano pigre i bassi cespugli.

La strada non ha terrapieno, è solo una pista nell’erba. Questo sì è pellegrinaggio medievale allo stato puro, potrei essere in una scena di Brancaleone, o Lady Hawke, o il Viaggio della sposa. Ora il piano si restringe, le colline si fanno più vicine, mi hanno superato due ciclisti. Sull’erba rasa spuntano folte ginestre, felci, alle mucche si sono sostituiti i cavalli. Qui me li vedo i frati procedere cantando e pregando, come in Francesco giullare di Dio.

L’aria è satura di umidità e di mosche, la strada serpeggia piana all’ombra di querce grandi e spaziate, come in un bosco delle fiabe, accogliente ma riposto e ombroso. Forse è l’erbetta bassa e così verde ad ispirare tanta familiarità.

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Ho raggiunto il valico, nella foschia intravedevo la valle. Sono arrivata al convento di Greccio alle 9.30, vale a dire in quattro ore. Ora riposo un pochino.

Visitare il convento non mi ha dato alcuna emozione. Ho avuto l’impressione di esplorare gusci vuoti. Mi disturba l’alone di sensazionalismo con cui vengono mostrate le grotte, il refettorio, il dormitorio, la mensa, di Francesco. Tutti luoghi angusti, freddi, quasi inumani. Quasi a voler strappare a forza il grido di orrore. Penso che sia un’enfasi volutamente anacronistica, le condizioni di vita nel duecento erano molto diverse dalle nostre, ciò che a noi ora appare insostenibile era normale per i poveri di allora. E soprattutto mi sembra un voler ridurre Francesco ad una sorta di fenomeno.

Ho trovato invece emozionante un ritratto, forse originale, di Francesco che si tiene la mano sull’occhio malato, molto diverso dal giovane sereno con gli occhi chiari che ho visto a Subiaco.

La campana chiama alla Messa, ma non andrò, devo riprendere il cammino, appena mi fermo mi sento colta da questa opprimente spossatezza, vorrei solo stendermi e dormire.

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All’APT ho trovato una ragazza entusiasta e gentilissima che mi ha coinvolto nel discorso del Cammino di Francesco, questa iniziativa dedicata ai santuari del reatino, io le ho parlato di Santiago. Mi ha dato la piccola credencial che hanno creato apposta per questo cammino. Le ho fornito l’indirizzo del sito di Luciano, le ho raccontato del diario e di Angela e del suo libro e del Camino. Ci siamo scambiate indirizzi e promesse. Adesso vado verso Greccio Paese, poi si vedrà.

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Sono a Greccio, sui gradini sbrecciati a fianco di una chiesa affacciata alta sulla piazza. Poco fa, ho preso il cappuccio meno caro d’Italia con una ciambella all’anice buonissima, friabile e di un bel giallo oro, probabilmente fatta dalla stessa barista.

Qui sta salendo un corteo nuziale, tra un po’ arriverà la sposa. Chissà perché ai matrimoni gli uomini si abbigliano come comparse ad un film di mafiosi e le donne come protagoniste di un’opera lirica.

La gente sale fra gli alberelli di limone ornati di tulle e mi guarda perplessa. Io, esibizionista come sempre, ricambio i loro sguardi con aria di sfida. In basso, sulla piazza raccolta nel grembo di queste colline, una fontanella da cui sgorga acqua buonissima.

La sposa non arriva e quasi mi sento contagiata dalla frenesia dell’attesa. Ma ho ancora due o tre ore di cammino e sono le dodici meno un quarto, anche a costo di farmi linciare dalla folla per avere incrociato la strada della sposa, andrò.

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L’ostello di Consigliano è accogliente, pulito e deserto, una villa dai soffitti affrescati immersa in un parco. Il percorso non è stato né brutto, né faticoso, anche se ho faticato a ritrovarmi con le indicazioni ed ho dovuto chiedere più volte.

Scesa da Greccio, ho costeggiato la sinistra abbazia romanica di S. Pastore. Una costruzione piuttosto grande, deserta e recintata. Le finestre sembravano cieche, anche se alcune avevano già i vetri, il recinto pullulava di cani aggressivi, non mi sarei stupita se il posto fosse il rifugio di qualche setta nazista che progetta di conquistare il mondo.

Ho sbagliato un bivio ma l’ho ripreso subito e mi sono trovata in un cunicolo soffocante, chiuso fra le mura dell’abbazia e una parete di alberi, dove per la prima ed unica volta in questo viaggio ero un po’ inquieta. Mi sentivo come avvolta in un’atmosfera maligna. Mi aspettavo da un momento all’altro di imbattermi in  un pazzo armato di sega elettrica.

Poco dopo sono entrata in un boschetto, ancora qualche errore – in questa tappa le indicazioni di Angela si sono rivelate troppo approssimative – e in un paio d’ore eccomi qui. Il paese antico è lontano, in alto.

Mi piacerebbe un temporale, che attribuisse un senso a questo cielo coperto. Ho fatto una doccia ma continuo a sentirmi lo stomaco chiuso come un pugno. Ho sonno, del resto è domenica e sono in piedi da undici ore. Mi ha chiamato la Michela e abbiamo chiacchierato e riso dieci minuti.

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Ho dormito fino alle cinque poi ho fatto un po’ di bucato, mi sono aggirata fra le sale dell’ostello, enormi e silenziose, mandandomi messaggi cretini con la Michela e sentendomi molto felice. Poi sono salita alla parte alta del paese e ho vagato per le stradine fiorite, osservandone archi, case, porte, gradini.

Come a Stroncone, nessuna leziosità, nessuna belluria. All’ingresso del paese, una chiesa enorme, sproporzionata, barocca. Ho preso un pezzo di pizza bianca e temo che questa sarà la mia cena, perché non ho trovato ristoranti.

Mi piace questo paese, i quartieri formano agglomerati distinti, ciascuno raggruppato attorno ad una chiesa, non ci sono bar perché la strada è un unico salotto, con le persone sedute a gruppi sui gradini o sulle sedie a chiacchierare.

La pianura davanti a me è una bassa scodella verde scuro, grandi pascoli si estendono fino al limitare del bosco, punteggiati da cascine sparse qua e là. La chiesa è costruita su di un bastione poderoso: il paese era una fortezza, oggetto di un assedio di cui ancor oggi si celebra la ricorrenza, dovunque vi sono fiori.

Il colore è un alternarsi di giallastro, grigio e rossiccio, attorno i muri hanno tutte le pietre a vista, mescolate con calce, senza intonaco. A volte sulla pietra domina il mattone, mattoni sottili e lunghi, rosso cupo.

Sono ridiscesa ed ho trovato un ristorante lungo la statale. Poiché era presto, mi sono consolata con una birra media dalle dimensioni di una piccola, assaporata in un bar affollato di ragazzi, in una terrazza coperta che lasciava intravedere il cielo striato grigio e azzurro.

La gente qui non ha nulla della bonomia degli umbri. Mi sembrano scostanti, certe donne scrutano con sguardi obliqui, diffidenti. Anche le persone più gentili mantengono una durezza di fondo, una strana scabrosità. La lingua è ormai apertamente laziale.

Domani andrò a Rieti, almeno spero. Ecco, l’ennesima differenza col Camino: questo percorso rimane un susseguirsi di tappe, non ti possiede, come fa invece il Camino.

Forse il fatto di essere in Italia, forse la costante possibilità di prendere un treno o un bus. O semplicemente perché il Camino è unico. Ho progettato cosa fare dopo Poggio Bustone, se ci riuscissi sarebbe bellissimo. Voglio arrivare a Leonessa e poi da lì risalire fino a Cascia.

Oggi pensavo a quanto è differente il camminare nei boschi e in piano, in salita e in discesa. In piano ciò che conta è la distanza, lo spazio è esteso, visibile, mentre nel bosco appena si vede il passo successivo, lo spazio è tortuoso, mutevole.

Al ristorante ho preso un piatto di maltagliati di sola acqua e farina, scivolosi, compatti, con un sugo a base di carciofi, funghi e olive, una meraviglia. E poi una porzione enorme, davvero laziale. Dalla televisione sopra il mio tavolo hanno trasmesso i festeggiamenti a Santiago, c’era anche il re Juan Carlos, che è salito alla statua dell’apostolo, ho visto il botafumeiro, i fuochi che oscuravano le torri della cattedrale, che commozione. Ed io qui, così lontana.

Insieme all’agnello scottadito mi hanno portato una splendida focaccia calda. Ma ora devo andare, anche se vorrei finire di vedere la terribile Elisa di Rivombrosa, dialoghi grotteschi e recitazione legnosa. Eppure, in questo salone da trecento coperti, affollato da non più di otto persone, me compresa, il romanzone mi ha fatto compagnia e mi dispiace abbandonarlo. Però sono le nove, si sta facendo buio e devo ancora pagare l’ostello.

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La perturbazione che ieri ha devastato il nord sta per rovesciarsi sul centro, spero di non bagnarmi troppo domani. Dal cortile si sente il chioccolio dell’acqua che scende nella fontana. Tornando dal ristorante mi sono resa conto che in questo paese il suono più intenso e ricorrente era quello delle voci che uscivano dalle finestre, dai giardini, dalle strade, non quello delle auto. Quanto è antimoderno tutto ciò.