26 luglio 2004 Consigliano – Rieti
5.30, eccomi per strada, il cielo è limpido ma l’alba è lontana, il paese è una massa opaca, solo a est l’azzurro si fa trasparente, mentre le nuvole nere, forse, si allontanano verso sud.
Non ho molta voglia di salire, ma così è. Dal paese sono discesa, risalita ed ora riscendo in una via molto buia nel bosco che ora costeggia un vigneto, il fronte delle nubi sembra avanzare verso di me.
Le indicazioni di Angela continuano ad essere approssimative, ma adesso mi aiuto anche coi cartelli del Cammino di Francesco. Presso una cascina tre cagnini mi hanno aggredito, bellicosi. Sembravano appena usciti da un film di Walt Disney, uno nero, uno bianco uno rosso. Li ho ignorati ed ho proseguito.
Al termine di una salita sfiancante ero già fradicia di sudore, benché fossero solo le sei. Ho tolto la maglietta più pesante ed ho ripreso, ma la sudata mi ha fatto bene, mi sentivo molto meno un relitto, sono persino riuscita a mandare giù una pasta frolla comprata ieri in gelateria.
Una pausa brevissima su una spianata affacciata su questi colli reatini, prevedibilmente più cupi, meno coltivati, coperti da un’impenetrabile coltre di alberi verde scuro. Alle mie spalle il sole ha sbriciolato il fronte nuvoloso ed ora sorge, libero e giocondo. Sono le sette meno venti, forse sulla nazionale troverò un bar. Quanto mi sembra lontana l’Umbria, a pensarci.
*
La salita fino al paesino di S. Elia è stata micidiale, forse ho esagerato l’andatura, fatto sta che mi sento assurdamente debole. La piazza di S. Elia è dominata da un enorme abside, addossato ad una stamberga cadente, sembra di essere dentro un quadro di rovine settecentesco. Al posto del pastorello, nella piazza si aggirava un grosso signore pelato che spazzava i residui della grande festa patronale che stanotte si è protratta sino all’alba. Ancora S. Giacomo.
I due bar del paese erano, naturalmente, chiusi. Del resto in paese tutti gli abitanti dovevano essere collassati a letto a riprendersi dall’orgia appena terminata.
Da S. Elia sono scesa fino a Fonte Colombo. Il convento di Fonte Colombo mi è piaciuto più di Greccio. Facile definire suggestivo un eremo francescano, ma qui le testimonianze materiali della vita del santo appaiono meno melodrammatiche del solito, l’atmosfera è più forte. Forse sono rimasta colpita dai ricordi dell’operazione agli occhi, forse perché la cappellina della Maddalena preesisteva e noi ci poniamo come lui, spettatori in quel luogo carico di intensità.
Dal retro dell’eremo si scende lungo gradini che portano ad una serie di cappellette. Un cartello spiegava come S. Francesco avesse fatto tacere gli uccellini che disturbavano la sua preghiera e come essi tacciano ancora oggi. Non un solo cinguettio infatti si levava dagli alberi.
Mi sono scalzata nella cappella di San Michele, una grotta riadattata con una finestrella da cui sembrava entrare l’intero bosco, tanto forte era il contrasto fra il verde vivo di quel riquadro ed il bianco delle rocce, appena passate con la calce. Ero lì, un po’ persa nei miei pensieri, quando sono entrati sette o otto giovani frati, alcuni ospiti ed altri del convento. Mi hanno guardato – orrore, una ragazza semisdraiata e a piedi nudi nella loro chiesa – ed hanno finto di ignorarmi. Gli ho sorriso, godendo crudelmente del loro imbarazzo. Nessuno mi ha chiesto chi fossi, se volessi un po’ d’acqua.
Dopo un po’ sono risalita all’eremo, ho terminato di guardarmi attorno, ho timbrato la piccola credenziale ed ho preso un sentiero in terra battuta che scendeva nuovamente per il bosco.
E’ difficile per me, soprattutto lungo un cammino, fermarmi in raccoglimento. L’impeto ad andare, l’adrenalina del cammino, la concentrazione sul percorso, mi sento come quel moscone che non a caso ronzava nella cappella della Maddalena e mi ha seguito nella chiesa dell’eremo.
Sono seduta all’ombra di un cespuglio, lungo la discesa da Fonte Colombo, circondata da arbusti di menta e rosmarino. Appena mi muovo, i profumi salgono in complesse miscele. Mi sono addormentata fra la menta, i sassi e l’erba secca, cullata dal canto delle cicale ed il rombo dei camion che sale dalla superstrada, con la testa appoggiata alle scarpe. Levarsi le scarpe è come entrare in casa, ogni spazio diventa un salotto, un letto. Ho dovuto costringermi ad una sosta ed appena si è interrotta la corrente, sono crollata. Ora devo riprendere il cammino, la piana di Rieti è proprio qui sotto. E’ una terra di miracoli questa, capace di trasformare un angolo della strada in un cantuccio accogliente, muscoso e profumato di erbe odorose.
*
A volte, quando riprendo, riposata, nel pieno del cammino, e vedo la mia ombra, bella, massiccia, con lo zaino e la bandana, e sento la strada sotto i miei piedi, e la prospettiva che ce ne sia ancora tanta da percorrere, mi sento completamente soddisfatta, realizzata, felice.
Poche curve sassose ed eccomi in pianura, di fronte ad una stranissima piantagione di alberi da frutto, collegati fra loro da neri tubi di irrigazione a formare un gigantesco reticolo. Intravedo la nazionale, e non ci sono alternative: arrivare a Rieti sarà lunga e rigida, il sole picchia.
Mentre camminavo lungo la nazionale mi sono imbattuta in un vagabondo slavo, abiti laceri e scarpe rotte, con cui ho diviso l’ultima acqua. Mi ha ringraziato ed augurato buon viaggio.
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Solo un istante. Sono a Rieti, su una panchina accanto ad una fontana di acqua freschissima, a momenti esploderà il temporale. Non ho trovato posto nel convento – e per scoprirlo ho scalato invano la collina di S. Antonio – ma scendendo, ho trovato un baracchino che vende la porchetta di Poggio Bustone. Adesso assaporo questa meravigliosa porchetta, grassa, morbida e speziata, in una pioggia di foglie, fra i vortici e i tuoni, sentendomi molto, molto pellegrina. All’inizio del viaggio sapevo che sarebbe arrivato un momento come questo, in cui il qui ed ora avrebbe contato mille volte più della preoccupazione per il futuro. Non ho un posto dove dormire, sta per piovere, e invece di affrettarmi da qualche parte, indugio sulla panchina a scrivere ed assaporare la porchetta. E mi sento così bene.
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Dopo ore e ore di ricerca infruttuosa e frustrante, ho ripiegato sull’albergo che avevo notato al mio ingresso in città. Al monastero cui ho telefonato per primo non c’era posto, da lì le suore mi hanno fatto rimbalzare da un convento all’altro. Suore, suore, suore, suore, suore! come nella canzone di Ricky Gianco. La più gentile, una clarissa baffuta che mi parlava da dietro una grata e – l’unica - mi ha chiesto se avessi pranzato. Dacia Maraini dice che “hai mangiato?” è la più grande delle frasi d’amore.
Certo, ho sfiorato un mondo, colto rivalità e ascoltato i commenti salaci di un ordine nei confronti dell’altro. Sono persino riuscita a fare una gaffe con la superiora delle Clarisse di San Francesco, che mi consigliava di rivolgermi al convento di S. Lucia. Ingannata dal fatto di averla trovata in chiesa e non dietro una grata, le ho chiesto se mi indicava la strada e lei mi ha risposto, non sono di Rieti e non sono mai uscita da qui. Mi sono sentita gelare. Mai. Uscita. Da qui. Ho varcato la porta della chiesa – io che potevo - quasi di corsa. Quando finalmente l’ho rintracciato, ho scoperto che il convento di S. Lucia era adibito a museo da dieci anni…
Alla fine, estenuata, dopo essere stata respinta dal Divino Amore, dal Bambin Gesù, dalle Clarisse di San Fabiano, da quelle di S. Francesco, dalle benedettine, dalle Clarisse Apostoliche di S. Lucia, ho guccinianamente detto “al culo tutto il resto” ed ho telefonato all’albergo. Mi sentivo sottilmente a disagio, come per una sconfitta. Ma i piedi mi facevano male e non sapevo più a che santo – o suora - votarmi. Per compensare, salterò la cena, mi farò casomai un altro panino con una birra.
Sono seduta nell’erba, sulla riva del fiume Velino. Poco fa, quattro anatre si sono avvicinate facendo schioccare minacciosamente i becchi, poi qualcos’altro ha attirato la loro attenzione e sono fuggite. Ho girato Rieti, cercando le solite cose, una birreria, un posto dove comprare cibo, qualche angolo da fotografare. Ho preso un pezzo di pizza ed un gelato, ho comprato pane e pecorino, ho esplorato tutte le strade del centro da un estremo all’altro, studiando l’ennesimo volto della provincia italiana. Qui sono più aperti che nei paesi, le persone sembrano più simpatiche.
Tanti giovani, una bella libreria, tanti bei vestiti, però i negozi di vestiti e scarpe sono dovunque, quelli di cibo sono prevalentemente più vecchi e radi. E questo è un segno di morte. Le case sono strette e alte, tutte intonacate, anche se qui attorno nessuna supera i canonici tre piani. Ma queste descrizioni supponenti e superficiali mi hanno stufato, basta.
Scende la sera, dal fiume arriva odore di acqua e alghe, sembra di essere al lago, all’improvviso non c’è più nessuno.
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Sto mangiando una grossa fetta di anguria, servita col limone, sotto una tenda in piazza della Repubblica. Peccato che non ci sia nessuno, ma l’anguria è buona e la situazione – così popolare, così normale - troppo libidinosa. La televisione a palla del signore che vende le angurie rende ancora più piacevole il tutto. Ma come tutte le più belle cose, anche la mia fetta è terminata, sono un po’ stanca, andrò. La notte è fresca, per i temporali e l’umidità di queste colline selvagge. Da lontano,oltre il fiume, arriva la musica di un concerto.