27 luglio 2004 Rieti – Poggio Bustone

 

Stamattina il risveglio alle cinque è stato duro. Il letto era comodo, avevo dormito poco: quanta voglia di spegnere la luce e dormire fino alle otto.

Poi ho resistito, mi sono alzata, ho pagato l’albergo e, appena ho preso a camminare, è stato come se mi fossi tuffata in acqua e nuotassi via, come le anatre di ieri.

Sono arrivata al santuario della Foresta abbastanza rapidamente, la strada era asfaltata, la pendenza dolce ed io ci ho dato dentro. Purtroppo è presto ed il santuario è chiuso. Il luogo è molto bucolico, si apre su di una valletta coltivata ad orto, armoniosa come una stampa settecentesca, mentre dall’altra parte il santuario si affaccia sulla pianura e le colline circostanti. Ho terminato i biscotti di Sansepolcro, ho letto un po’ e adesso, di malavoglia e infreddolita, mi avvio. Come l’anno scorso, non so risolvere questo conflitto. Questa disciplina – alzarsi presto, camminare fino a sfinirmi – mi pesa, eppure non riesco a farne a meno. Il desiderio di oziare, riposarmi, attardarmi, è un desiderio fasullo, ma non per questo meno tormentoso.

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Una brutta discesa nel bosco, il sentiero era fradicio e fangoso, alla fine anche ostacolato da un albero caduto. Ho proseguito ed ho trovato i familiari cartelli marroni, poi sono sbucata su una carrareccia bianca, che mi ha portato dolcemente su e giù per queste colline. Ho chiamato il mio capo - non ci sentivamo da prima che partissi - ed Anne e le conversazioni mi hanno accompagnato lungo la bella e panoramica salita fino qui.

Mi trovo in una frazione idilliaca di Cantalice, sulla cresta di una collina a pascolo e vigneto, dall’altra parte affacciata sulla pianura. Le nuvole basse indugiano, ma il sole è già caldo. Sono seduta al tavolino di un bar sulla strada. Ho preso un cappuccio e letto il giornale, me la sto prendendo comoda ma è il solo modo di recuperare un po’ di entusiasmo, sono le nove e cinque.

Mi sto rilassando troppo, è il momento di rimettere le calze e andare. Poggio Bustone è lontano, schiacciato su una collina qui di fronte, ai piedi di montagne spaventosamente alte che non so come farò a superare. Ho stupito il barista ordinando un caffè dopo il cappuccio, ma avevo bisogno di tenermi su, oggi gira male.

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Cantalice è stata una sorpresa, schiacciata contro le rupi bianche, una piazza sovrastata dal castello e affacciata su una fuga di tetti. Scendere lungo il dedalo di scale ad angolo retto è ancora più bello, ad ogni gomito, un cortiletto, un portoncino, un arco. Passo sotto un festone natalizio ormai secco, rami di pino decorati di nastri bianchi.

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Il cielo è un po’ coperto e la strada non è male. Ad un bivio, io ed un cagnino nero desideroso di giocare abbiamo sbagliato direzione. Siamo ritornati, ma anche il sentiero parallelo, che correva sul ciglio a mezza costa, mi lasciava perplessa. Ho rimandato a casa il cagnino, ed ho proseguito. Il sentiero, stretto e impegnativo ma gradevole, era stato ripulito di recente, i cespugli tagliati, i rami potati, tutto per renderlo praticabile. Mi affascinava osservare l’opera di chi l’aveva riaperto, gettando pietre nei punti instabili, segnando i rami che ostacolavano il passaggio, spargendo paglia e foglie sul percorso. Alla fine sono sbucata sulla strada asfaltata che mi ha portato ad un minuscolo gruppo di case e poi si è rituffata nella macchia. Un’altra differenza col camminare all’aperto è che nel bosco il singolo passo ha una sua rilevanza, gli ostacoli si susseguono, la concentrazione è maggiore, non è possibile cogliere d’insieme la distanza.

Ho ripreso a salire, faticosamente, per un sentiero infestato da insetti particolarmente aggressivi. I segni del Cammino di Francesco agevolano moltissimo l’andare. Non sono numerosi ma nei punti critici è sempre possibile trovarne e risolvere le indecisioni, al punto che anche la loro assenza è eloquente.

Alle 11.20, terminata una salita ho imboccato un cammino a mezza costa ed ero già in vista del paese. Era presto così mi sono fermata a sgranocchiare un po’ di Biancorì.

Dopo una curva, sono arrivata ai piedi di Poggio Bustone, sparso a ventaglio sulla vallata, miscuglio di pietra, intonaco e cemento armato.

Finestre, finestre, finestre, tutte dirette verso il meraviglioso panorama di fronte. L’ultimo tratto è stato faticosissimo, basta la minima pausa a spezzare le gambe, anche se a posteriori non sembrava questa gran salita. Sono salita ancora e ancora, stupendomi per quanto fosse alto questo paese… Ad ogni rampa ne susseguiva un’altra, ancor più ripida.

Mi sono seduta un istante sulla panchina di fronte al monumento ai caduti delle due guerre. E’ straziante vedere quanta gente sia morta in paesi così piccoli, vedere i medesimi cognomi ripetersi due, tre, quattro volte e più. Trentatre caduti solo nella prima guerra mondiale, più dieci per cause di servizio, mentre nella seconda, diciassette soldati, undici partigiani e sei civili Fra marzo e aprile 1944 devono esserci state rappresaglie, perché i partigiani sono morti tutti in quei giorni.

Al termine dell’ultima salita ho raggiunto infine il santuario. Il posto è carino, incastonato nella collina al limitare del bosco, il frate mi ha dato una bella stanza dove ho steso il sacco a pelo. E’ l’una, ora dormo, poi mi riprenderò, andrò in esplorazione, visiterò il paese e cercherò di capire se la cosa di domani è fattibile.

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La terrazza del bar è gremita di uomini che chiacchierano e giocano a carte. Anche  questo è un bel paese, vivo, pieno di gente che sale, scende, si saluta, risale e riscende per queste vie che sono anche cortile, gallerie, ballatoio, simili ad un disegno di Escher. Prevalgono gli anziani, ma non mancano giovani, bambini, uomini. Resto tuttora indecisa sulla strada da percorrere domani. A furia di chiedere qua e là mi sono fatta un’idea.

Dalle cartine ho realizzato che Leonessa giace in linea d’aria a pochi chilometri nella valle parallela a questa, ma non esiste una strada diretta, è necessario ripercorrere tutta la vallata sino all’imbocco e risalire la valle di Leonessa, il tutto per circa una trentina di chilometri di nazionale. E’ tutto il pomeriggio che cerco di scoprire se esistano invece sentieri che scavalchino il crinale e raggiungano la provinciale che dal Terminillo scende a Leonessa. Nella cartina questi sentieri risultano, ma volevo capire che tipo di percorsi fossero, se fossero tracciati bene, se fossero segnati, se vi fosse rischio di smarrirsi o addirittura cadere. Purtroppo non c’è una pro-loco, ed ogni persona cui chiedo mi rimanda a qualcun altro. Vedremo.

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Appena alzata sono salita allo speco di S. Francesco. La strada si dipartiva dal santuario, lunga e durissima, una successione di gradini alti e stretti per un dislivello di oltre cinquecento metri. Lo speco era una chiesina scavata nella roccia, un posto straordinario, protetto da una rete entro cui erano incastrate centinaia di croci fatte con rametti legati fra loro. Sono rimasta un po’ all’interno, sbrecciato, pieno di muffa e umidità, da fuori arrivava il mormorio della conversazione di due ragazzi francesi ospiti del monastero.

Nel corso dei giorni la persona di Francesco ha assunto spessore, come se tutti questi cimeli, in sé vuoti, accumulandosi restituissero un’ombra della persona di questo santo eccezionale.

Il libro di Angela riporta anche molti brani significativi della sua vita e delle sue parole e alla fine, non già, come credevo inizialmente, nei paesaggi, bensì nei luoghi, negli episodi, ho iniziato a percepire qualcosa. Salendo a questo speco, così lontano, così impervio, pensavo a quanto più impervio doveva essere ottocento anni fa, ed alla futilità della ricerca di solitudine in un tempo in cui ogni angolo garantiva la quiete.

E come, riunendo i punti di un disegno che ripercorro ormai da dieci giorni, ho realizzato nel cuore la grandezza di Francesco. La sua totale consapevolezza di essere una creatura di Dio e la coscienza della sua vita condotta con tale consapevolezza. In Francesco forse si compie l’unione fra uomo e Dio.

Il suo rinnovamento del messaggio cristiano è così evidente, e la modernità della sua opera. Non c’è nulla di medievale nel suo modo di concepire la fede: è come se il Vangelo fosse ripulito, attualizzato, o meglio: in Francesco, l’attualità del Vangelo risalta come un cristallo nella polvere.

Ha ragione Angela, solo alla fine si capisce il disegno. Vorrei forse ricominciare. Però se arrivo, se ce la faccio domani a raggiungere Leonessa, ho ancora tempo. Vorrei tornare ad Assisi. Domani sarà la giornata decisiva, per questo è essenziale non sbagliare itinerario.

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Sono ridiscesa in paese. Di fronte a me la pianura, così apparentemente vicina, l’aria sta rinfrescando ed io ancora una volta non so cosa fare, se andare a fare la spesa, comprare allo spaccio quella ricotta dall’aspetto tanto accattivante e ingozzarmi di schifezze oppure tenere duro e andare al ristorante qui accanto. Quanto sono brevi le illuminazioni e quanto è facile lasciar rifluire la mente fra queste rassicuranti banalità. Eppure è così e non so impedirmelo.

La quiete induce come sempre alla beatitudine, le voci sono un mormorio, la luce si addolcisce, dal bar esce la musica di un juke box, in questi momenti nulla mi importa, se non – vagamente – l’idea di riempirmi lo stomaco.

Tutto è come rallentato, ondeggia al ritmo del vento, gli alberi, le voci, la musica, i movimenti delle persone. Le cadenze qui sono più umbre che a Contigliano e, del resto, dalla cartina si vede che l’Umbria è più vicina. Mi sento decisamente infreddolita, e non ho nulla con me oltre alla maglietta che indosso.

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Sono passata dall’eremo per indossare qualcosa di pesante ed ho chiesto informazioni al frate pelato, accento toscano, pantaloni coi tasconi e solo un tau per indicare l’abito. Non mi ha saputo aiutare e mi ha suggerito di chiedere al ristorante.

Ogni titubanza vinta, mi sono quindi diretta al ristorante. L’antipasto di salumi è sontuoso, il pane ha la crosta durissima e la mollica compatta e umida, il primo salume, forse una mortadella di Campotosto è aromatizzata al finocchio ed ora assaggio il resto. Il salame è un ciabuscolo stagionato, sa di pepe e di qualcosa a metà strada fra il tartufo e il sapone, buonissimo. Anche la coppa ha un lieve sentore di finocchio, mentre la schiacchiata sa più di selvatico. Insomma mi sto godendo ogni cosa, anche il prosciutto, salato e saporito.

Le tagliatelle erano molto buone, con la consistenza elastica della pasta fatta a mano, poi ho preso la salsiccia alla griglia e la cicoria ripassata col peperoncino.

Il padrone del ristorante è stato molto gentile, ma non mi ha saputo dare molte informazioni. Secondo lui è possibile salire lungo la strada fino a Fonte Petrignana e da lì dovrebbe essere possibile trovare le tracce dei sentieri che portano giù alla strada per Leonessa. In ogni caso non era sicuro nemmeno lui e mi ha dato il numero del soccorso alpino, non si sa mai…

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Sono alla finestra, la luna è alta nel cielo e diffonde una luce livida, che sbianchisce ciò che è bianco e non illumina ciò che è nero. Sotto, i cespugli dondolano come alghe alla corrente, cantano i galli e un cane abbaia, lontano.

Alla mia sinistra subito la montagna, nera, irta di crepacci; dal corpo del convento sale il suono di acqua e di passi, le luci si spengono. Lontano, scorgo Rieti, le stelle sono pallide, alcuni alberi sono fili d’argento intessuti nell’ordito più oscuro. Il vento mormora e il fruscio delle foglie si mescola col gocciolio dell’acqua. Il vento sale a folate, le foglie sembrano dibattersi. Sono le dieci passate, chiuderò la finestra.

Lo zaino è pronto, posso stendermi nel mio magnifico sacco a pelo, al riparo del vento che monta sempre più rabbioso. Dormirò.

Al resto, ci penserò domani.