
Prove
di pellegrinaggio
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la
quiete della notte la musica che tace, la
solitudine sonora, (Juan de la Cruz; Cantico Spirituale,
XV) |
Giovedì
16 ottobre: Oloron
Ci
riprovo.
Sono
passati dieci anni dalla mia prima esperienza di pellegrino sul Cammino di
Santiago, con MG, e cinque dal successivo tentativo terminato dopo appena
cinque giorni con gli scarponi lasciati su un muretto, a Estella.
Sono
un pensionato; vuol dire che ho un po’ di anni alle spalle e parecchi giorni
davanti. Nessuno mi ha detto: «Torna presto», piuttosto mi hanno ricordato
cento volte di avere giudizio.
Ho
impiegato più di ventiquattro ore per arrivare fin qui. Ieri sera, sul treno,
forse per farsi perdonare lo sgarbo di averci sequestrato biglietto e documenti
(motivi di sicurezza!), hanno distribuito ai passeggeri una bottiglia d’acqua minerale
e una scatoletta, che sembrava contenere caramelle morbide al gusto di fragola
o di lampone. Assaggiandone una (avevo qualche dubbio e l’ho fatto di nascosto)
ho capito immediatamente che quelle caramelle erano tappi per le orecchie, che
poi non ho usato.
Il treno si è perso nella notte e ha accumulato un gran ritardo mentre io mi preoccupavo sempre di più: mi restituiranno i documenti prima di Perpignan? Mi accorgerò di arrivare in quella stazione? È andata bene e sono riuscito a prendere la coincidenza per Tolosa.
Ho
rivisto con piacere il sole pallido sulle paludi presso Narbonne.
E dopo Tolosa tante vacche sdraiate sull’erba fradicia. Il sole sorge tardi,
non si potrà camminare prima delle nove. In compenso tramonta presto: circa
dieci ore di luce al giorno; è una garanzia per non essere tentati da tappe
troppo lunghe.
Il cielo è scuro, le nuvole sono basse e non si vedono le montagne che dovrò valicare: i Pirenei.
Della
cattedrale di Oloron, Sainte–Marie, ho potuto apprezzare solo il portale; l’interno di quella
chiesa, che pare una fortezza come l’altra chiesa di Sainte–Croix,
è troppo buio; su un tavolino un registro che raccoglie le firme e le riflessioni
dei pellegrini: sono alcuni giorni che non passa più nessuno. A Tolosa,
nell’attesa di prendere il treno per Pau, ho visitato
la basilica di Saint-Sernin: è molto grande e
assomiglia a quella di Santiago, ma non mi commuove. Molto meglio il duomo di
Modena, con i suoi Leoni, con l’esterno così chiaro e l’interno del colore
dell’aceto balsamico.
La
mia cena è come il pranzo: tarallini COOP, prugne
secche, pane e parmigiano con acqua Monte Cimone.
In
questo rifugio, con piccole camere singole (un lusso inatteso), sono solo o
forse c’è soltanto un’altra persona: non disturberò nessuno.
Non
sono ancora sul cammino; una volta il cammino cominciava uscendo dalla porta di
casa, adesso ci sono dei prologhi interminabili.
Domani, se il tempo sarà brutto, come sembra probabile, prenderò l’autobus per il Colle di Somport.
Venerdì
17 ottobre: Urdos – Jaca
Stamattina la pioggia e il buio; non viene mai giorno, come se si abitasse in qualche paese nordico. Prendo l’autobus e decido di scendere ad Urdos, per fare a piedi la salita che porta al passo: è quello che resta di progetti più ambiziosi, comunque non ho rimpianti. La piana di Oloron è bella: molto verde e molto bagnata.
All’autista, un ragazzo gentile, spiego dove vorrei scendere e capisce che voglio fare le Chemin de Saint–Jacques; mi dice che mi farà scendere fuori dal paese, là dove il sentiero si inerpica nel bosco abbandonando la strada asfaltata. Alla fermata mi augura con calore buon viaggio e mi chiama pellegrino; gli dico che ci vorranno alcuni giorni di strada e di fatica per meritarmi quel titolo.
Quando
parto non piove più e le nuvole si sono diradate. Il sentiero è bellissimo: è
come tanti altri sentieri di montagna, ma è speciale perché segna l’inizio di
una avventura tanto attesa. Forse l’emozione è simile a quella che provavo da
bambino quando mi avvicinavo al tavolo pieno di regali portati dalla Befana.
Salgo
attraversando un bosco misto di alberi sottili e fitti, poi ci sono soltanto i
faggi, gli alberi che mi sono più familiari, mescolati, più in alto, con
qualche larice quasi pronto per l’inverno. Non c’è il sole, ma i colori sono
intensi. Dappertutto c’è del muschio che ricopre i muretti a fianco del
sentiero e i piedi dei faggi. Nei prati prima del colle affiorano le rocce e
scorre qualche rigagnolo, c’è ancora la parnassia fiorita; conosco questi
paesaggi. Il sentiero non è sempre segnato, ma lo trovo con sicurezza: più che
un pellegrino mi sento un montanaro che conosce il suo ambiente.
Arrivo
al passo e trovo tutto chiuso. Faccio alcune telefonate a Checca, a MG e alle
sorelle. Imparo che è morto Romeo. Gli sarò sempre riconoscente perché con il
suo campo da bocce e il bar ha riempito le domeniche delle ultime estati di mio
padre. Mi chiedo se, con sua moglie, Maria, riposerà nel cimitero accanto ai
miei genitori; mi piacerebbe.
Mentre
telefono, due pullman scaricano un centinaio di ragazzini, età scuola media, e
i loro accompagnatori. Quasi tutti hanno al collo una conchiglia. Qualcuno mi
indica col dito: per loro sono un pellegrino. Mi allontano e mi riparo dal
vento freddo in un’edicola con la statua della Madonna; sul tetto la croce (o
la spada?) di San Giacomo. Lì pranzo con cioccolata e uvetta.
Ho
osservato a lungo, sul versante sud della montagna, un grosso gregge di pecore:
all’inizio erano tutte ammucchiate ed immobili poi si sono dirette a valle.
Prima si sono disposte a cuneo, poi in cinque o sei file più o meno parallele,
che si avvicinavano, si allontanavano, si intersecavano, andando a velocità
leggermente diverse. L’effetto è stato straordinario.
La
discesa è precipitosa e benedico gli scarponi di Matteo, più in basso spiana un
poco in un sentiero costeggiato da cespugli di bosso (è con il bosso che si
fanno gli scacchi?). Quasi sempre il fondo del sentiero è sassoso e irregolare
e benedico di nuovo gli scarponi con la suola consistente. Prima di Canfranc incontro una coppia: lui mi saluta bofonchiando
qualcosa che non capisco (forse è la prima volta che mi augurano buen camino),
lei mi fa un bel sorriso.
Poco
dopo sento un gran vociare che si avvicina: ricompaiono i ragazzini che avevo
lasciato al Somport. Vengo raggiunto, sorpassato e
salutato cento volte. Qualcuno mi chiede quanti chilometri ho fatto e resta
deluso della mia risposta: ne avrò fatti una ventina, solo il doppio di quello
che hanno fatto loro. Mi salutano in spagnolo, inglese, francese e tedesco, e
io rispondo e ringrazio in italiano fino a quando una ragazzina mi dice:
«Italiano?» con la soddisfazione di chi scopre un segreto e sa di essere in
gamba. Camminiamo insieme per un lungo tratto, i maschi tendono ad accelerare
il passo, le ragazzine mi seguono. Maschi e femmine viaggiano separati,
concludo che non hanno ancora quattordici anni.
Era
proprio questo il periodo delle camminate con le mie classi terze lungo la via Vandelli o sul crinale.
Presto
le nostalgie lasciano il posto a riflessioni più concrete: va a finire che
tutti questi ragazzi riempiranno ogni albergo e chissà se resterà un posto per
me dove passare la notte.
A Canfranc Estación entro in un bar, bevo un caffè buonissimo e sulla porta dimentico il bastone che avevo fatto appena iniziato il cammino verso Somport. Era di nocciolo, con la corteccia liscia dai riflessi dorati.
L’albergue
Pepito Grillo è chiuso: farò ancora qualche
chilometro. Mi fermo a Canfranc, al Rifugio Sargantana. Due ragazze davanti al computer mi accolgono
dicendo che sì il rifugio è aperto, è aperto tutto l’anno, come sta scritto in
Internet, ma stasera no: è chiuso.
Non
mi preoccupo, capisco che quello è soltanto un albergue virtuale, sorrido e
riparto verso Villanua dove ci sono ben due hostal.
Li trovo chiusi e mi dicono che di solito aprono sul tardi, verso le sette.
Imparo che sono dello stesso proprietario e che uno dei due deve essere
sicuramente aperto: basta aspettare. Finalmente trovo l’albergo Tritón aperto: trabocca di ragazzini da ogni parte, come
l’altro; per me non c’è posto. Do l’addio a quei ragazzi che sono stati i miei
primi compagni di viaggio.
Più
avanti, a Castiello de Jaca,
dovrebbe esserci un altro hostal: abierto o cerrado? Nessuno me lo sa dire: per verificarlo
bastano sei o sette chilometri. Questi chilometri improvvisamente mi sembrano
più lunghi di tutti quelli che ho già percorso e alla fine scopro che
quell’albergo è chiuso. Sono le sei e prevedo che non arriverò a Jaca prima delle otto, mi mancano ancora quasi nove
chilometri. Raggiungo lo stradone e faccio l’autostop.
Passano
poche macchine, la maggior parte sono dei grossi SUV con donna accanto al
guidatore: non è il genere di auto che si degna di caricare dei poveri cristi a
piedi, con lo zaino e, probabilmente, molto sudati. Cammino ancora bene e non
perdo il ritmo per fare l’autostop, però sta facendo buio.
Finalmente
si ferma un furgone, un po’ lontano, come se avesse avuto un ripensamento. E’
un elettricista francese, con genitori istriani. Abita a Pau
e ha una casetta in Spagna dove passa tutti i fine settimana. Con chi?
Ha un cane bellissimo e tranquillo che si accuccia ai miei piedi, poi trova più comodo appoggiare il muso sulle mie ginocchia e farsi accarezzare. Il signore mi spiega che è un cane da pastore che non ha mai pascolato ed è per questo che è così mite. Chiacchieriamo piacevolmente e se ci capiamo il merito è suo che non ha problemi né con lo spagnolo, né con l’italiano, nè con il mio francese. Mi lascia vicino al centro di Jaca, da dove raggiungo facilmente la cattedrale e quindi, facendomi guidare dalle conchiglie infisse nella strada, il mio primo albergue. Siamo in sei: due spagnoli, un francese, io e una coppia non so di dove. Non ci si chiede il nome, solo il paese di origine.
Ho
fame e ho voglia di mangiare seduto ad un tavolo, però i ristoranti non aprono
prima delle nove.
Finalmente
arriva l’ora di cena: un piattone di verdura e baccalà alla romana(!?) con
patate fritte, una fetta di tarta che non è
altro che una fetta di torta e una intera bottiglia di vino tinto, che
mi guardo bene dal consumare per più di un terzo. Mentre finisco la cena, la
sala è presa d’assalto da una comitiva di gitanti allegri e chiassosi: mi sembrano
usciti da una delle gite turistico-parrocchiali che
organizzava don Ignazio.
Quello
che ha maggiormente sorpreso le persone a cui parlavo del mio progetto di
cammino verso Santiago era che partissi da solo. Sono sicuro che non farò il
cammino in solitudine: avrò buoni compagni di viaggio se saprò essere un buon
compagno.
Fra
le cose memorabili di questa prima giornata una scarpa sola, poco prima del
Colle di Somport: una bella scarpa tecnica, destra,
persa o abbandonata da qualche pellegrino forse per alleggerire lo zaino. Anche
il mio zaino è pesante: oggi l’ho sperimentato. Mi sono preparato con serietà
alla lunghezza delle tappe e alla fatica di saliscendi molto impegnativi, ma ho
sempre portato con me uno zaino leggerissimo.
Ho
letto, ho studiato e ho fantasticato a lungo su questo viaggio; ne ho
programmato con cura alcuni aspetti, ma mi piace farmi sorprendere dalle novità
e avere la possibilità di improvvisare. Chissà come reagiranno i miei piedi quando
si accorgeranno che quello di oggi è stato solo un assaggio.
Sabato
18 ottobre: Jaca – Arrés
Esco dall’albergue dopo le otto e ritorno alla cattedrale, buia come la sera precedente, poi cerco la direzione giusta. Dovrei entrare in un bar per fare colazione, ma non sono ancora pronto per affrontare un’impresa del genere e mi accontento di quello che ho. Mentre esco dal centro storico la pioggerella diventa pioggia e devo mettere la mantellina: una signora che aspetta l’autobus mi offre il suo aiuto, da solo non ci sarei mai riuscito. Nella città vecchia il cammino è indicato da conchiglie di bronzo sulla strada; in periferia ci sono le frecce gialle sui pali, sui marciapiedi o sui muri. Bisogna guardare dappertutto e per un po’ le perdo, senza preoccuparmi, perchè so che la direzione, su un interminabile stradone, è giusta.
Non vedo l’ora di abbandonare l’asfalto e la periferia; finisce l’asfalto e comincia una bella pista fangosa e ondulata. Per la prima volta vedo un pellegrino sul cammino. Lo raggiungo: è Gabriel, era a Jaca ieri sera. È grosso e pesante, in salita rallenta vistosamente e respira con affanno. Parla molto in fretta e spesso non lo capisco; gli spagnoli parlano davvero così o hanno qualche difetto di pronuncia che mi rende incomprensibile una lingua che sulla carta è abbastanza simile alla mia?
A Santa Cilia, dopo circa quindici chilometri (poco più di tre ore, vado forte), faccio sia colazione sia pranzo: caffellatte, un panino molto lungo e ben imbottito di prosciutto e formaggio, birra e, per finire, un altro caffè. È qui che imparo che leche, il latte in spagnolo, è sostantivo femminile e non maschile come davo per scontato. Sarà per questo che mi hanno dato del latte bollente dopo avere chiesto leche frio e non leche fria.
Mi
fermo sulla panchina di un giardinetto e controllo i piedi: buco le prime
vesciche. Cinque anni fa le vesciche erano comparse, e si erano rotte, fin dal
primo giorno, questa volta va meglio. Telefono a MG, che sta facendo spesa alla
COOP, senza accennare alle vesciche perché non voglio sentire il panegirico dei
compeed che non ho alcuna intenzione di usare;
piuttosto si saranno accorte le commesse che da alcuni giorni non vado più a
fare la spesa?
La
strada diventa più varia e gradevole. Ai margini del sentiero si vedono sempre
più spesso degli ometti di pietra costruiti con una certa cura. Sono belle
pietre di fiume, tonde e lisce. Gli ometti improvvisamente diventano una foresta,
invadono il sentiero e penetrano nel bosco. L’insieme è suggestivo, sembra che
qualcuno abbia ideato un grande progetto che è stato realizzato in piena
libertà da tante persone diverse. Evidentemente ci sono pellegrini che accettano
di spendere un po’ del loro tempo per un gesto assolutamente gratuito. Non sono
ancora così libero e disinteressato; non corro troppo e non ho l’ansia di
arrivare, ma l’idea di interrompere il cammino per qualcosa che non sia il
mangiare o il riposare non mi appartiene ancora: voglio arrivare alla fine
della tappa per fermarmi e per avere altro tempo dopo.
Per
raggiungere Arrés si abbandona la larga strada
ghiaiata che percorre, con lunghi tratti rettilinei, il fondovalle e si sale
sul fianco sud della valle. Il sentiero è stretto e sassoso e, all’inizio,
ripido. Piove e le nuvole sono basse, comunque si ha l’impressione di trovarsi
in un ambiente arido. Ci sono molti cespugli spinosi e tanto bosso, con le
foglie rossastre: sembra che le stia perdendo, ma non è un sempreverde?
Arrés
è situato su una sella della collina e si ha una bella vista, sia verso la
valle dell’Aragon a nord, sia su quella parallela a
sud.
Ci sono poche case ristrutturate, molte di più quelle in rovina. L’albergue è piccolo, disposto su quattro piani: è stato ricavato alcuni anni fa dall’abitazione del maestro del paese; sembra accogliente. Accanto alla porta una cagnetta che allatta un cucciolo e alcuni gatti che stanno ripulendo delle scodelle. Quando arrivo, la porta è aperta, non trovo nessuno; mi sistemo, faccio la doccia e il primo bucato. La cucina è ben attrezzata anche se in disordine e il frigorifero è pieno zeppo.
Arrivano,
dopo un’ora, Gabriel, Enrique e Sebastian, tutti spagnoli. Trovano insolita
l’assenza dell’hospitalero e sembrano preoccupati dopo avere parlato con
una vicina e con un signore giunto in macchina apposta per parlare con gli
ospiti dell’albergue. Quando imparo che l’hospitalero in mattinata è stato
ricoverato per una meningite, insieme a due pellegrini, che però non
manifestavano alcun sintomo, mi preoccupo anch’io. Gabriel, che chiacchiera
volentieri, mi dice che non c’è motivo di preoccuparsi, di stare tranquillo (parola
ripetuta come un ritornello) perché quella forma di meningite non è contagiosa.
Propongo
di preparare la cena usando un po’ di quel ben di Dio che è in frigorifero, ma
incontro poco entusiasmo. Meno male che fra le case restaurate c’è una
trattoria gestita da due donne grasse e trasandate: per me è garanzia di una
cena saporita. Buona e piacevole la cena in compagnia, anche se la mia
conversazione è faticosa. Gabriel è andaluso, mi sembra che si mangi le parole
e per lui la “s” non esiste; Sebastian è basco e parla, anche lui in fretta,
con una voce bassa e roca; Enrique è catalano e, se parla adagio, è il più
comprensibile: lo uso come interprete.
Faccio
una bella gaffe con Gabriel che non ama il vino e ha smesso di fumare. «E le
donne?» gli chiedo. «Sono divorziato da un anno, due mesi e cinque giorni…».
Enrique, per solidarietà, dice di essere avviato sulla stessa strada, visto che
è separato. Accenno alla mia situazione familiare molto normale (e avrei voluto
dire molto felice), mentre Sebastian resta zitto.
Si
parla di calcio e riesco a spiegare come so essere contento, da vecchio tifoso
del Milan che non ha nessuna simpatia per il suo presidente, sia quando il
Milan vince sia quando perde.
Ieri
sera Gabriel, nell’albergue di Jaca, ha dormito lontano
da tutti e lo si sentiva russare; stasera è in camera con me, mentre Enrique è
andato nella cameretta più lontana, con Sebastian: fra i pellegrini è molto
diffuso il mobbing nei confronti dei roncadores.
Domenica
19 ottobre: Arrés – Artieda
Per
la prima volta faccio una vera colazione, ma senza latte, che è scaduto e
imbevibile. Preparo il caffè, mangio pane e marmellata senza burro (c’è solo la
margarina, che tristezza…) e qualche dolce. Solo Gabriel mi tiene compagnia;
gli altri due sono ancora a letto e aspetteranno l’apertura del bar che,
stamattina, in via eccezionale e proprio per loro, aprirà alle nove e non alle
dieci.
Pioviggina
di nuovo.
Ho
toccato tante stoviglie e tanti cibi: davvero quella meningite non è
contagiosa? Magari al prossimo albergue, appena sanno da dove vengo (basta
guardare il sello sulla credenziale) mi allontanano come un appestato.
Oppure, uno dei prossimi giorni, verrò prelevato dalla polizia e messo in
quarantena.
Per tutta la tappa non ho attraversato alcun paese, non sono passato accanto a case abitate. Soltanto un ragazzo, dall’alto di un trattore, mi ha salutato agitando il braccio.
Dopo
una curva mi sono comparsi davanti due cacciatori, truccati da cacciatori con
la tuta mimetica, accompagnati da un cane scoglionato. Ho avuto subito
l’irrefrenabile impulso ad alzare le braccia, per arrendermi, balbettando: «¿Bandidos?» (proprio così, con l’interrogativo iniziale
capovolto, alla spagnola). Ancora una volta, e ne sono passanti di anni, mi
sono ricordato dell’antica raccomandazione dei nostri genitori: « Non ti fare
compatire! » (quella stessa che in famiglia continuiamo a ripeterci,
indipendentemente dai ruoli) e mi sono trattenuto: non ho corso il rischio di
essere scambiato per un pellegrino poco valiente.
Avrei
potuto essere protagonista della storiella che faceva tanto divertire il nonno
Domenico: «Sciû Turcu,
m’arendu…».
Cammino da solo in un ambiente deserto, ma non c’è silenzio: sento il mio respiro, i passi sul terreno, il fruscio dei pantaloni o della mantellina, i cigolii dello zaino; qualche volta, nelle salite, sento il battito del cuore; più spesso mi perdo nel rumore di tanti pensieri e sensazioni.
Le
strade, quasi sempre rettilinee e pianeggianti, fiancheggiano campi di grano
appena arati. La nebbiolina ristagna nel fondovalle, le nuvole basse tagliano
le colline.
Sono
stato il primo a partire e il primo ad arrivare, giusto in tempo per il pranzo
(ho imparato che si è puntuali anche se si arriva un po’ dopo le tre, però
prima delle cinque…). Dopo la doccia e il bucato (i calzini, le mutande e la maglietta
sono appesi sopra il calorifero; spero che asciughino, insieme alla roba lavata
ieri, che è ancora fradicia) sono a tavola: mangio una zuppa di lenticchie e,
come secondo, ci sono delle buonissime costine di maiale arrostite al punto
giusto.
Accanto
a me due cacciatori, i briganti di stamattina; meno male che sono rimasto
zitto.
Mentre
finivo il mio pranzo sono arrivati Sebastian, Gabriel e Enrique e mi sono
fermato a tavola con loro. Li ho stupiti indovinando quello che avrebbero
ordinato per pranzo e abbiamo riso per la nostra inettitudine nel compilare il
modulo di presenza nell’albergue.
Nel
pomeriggio finalmente compare il sole; ci sono delle panchine rivolte ad ovest,
fatte per godersi il tramonto. Alcuni vecchietti mi indicano la strada che farò
domani. L’aria adesso è asciutta e fredda.
Un
signore ha aperto la chiesa e la mostra con orgoglio ai pellegrini: è un bel
posto per pregare; le pareti, intonacate di fresco, hanno dei bei colori
pastello; le statue e i quadri sono ben valorizzati. Solo ora mi rendo conto
che è domenica. La messa c’è stata a mezzogiorno; dal messale aperto imparo
quali sono le letture di oggi, che leggerò appena terminata la scrittura
quotidiana di questo diario: il mio compito per casa (per casa?). Oltre alla
guida del cammino e al taccuino moleskine, ho portato
con me due libri: il Dante Minuscolo Hoepliano (la
Divina Commedia...) e il Nuovo Testamento con l’aggiunta dei Salmi. In tutto
sono meno di 230 grammi per un piacere irrinunciabile, quello della lettura.
L’altro piacere, irrinunciabile, della fotografia, pesa molto di più: la
vecchia Pentax ME Super con tre obiettivi e parecchie pellicole in bianco e
nero.
Compresa
la colazione di domattina, spenderò in tutto trentatré euro (pranzo, cena,
colazione e albergue). Non ho mai fatto vacanze così costose. E se tengo conto
del viaggio… Però si sta così bene!
Domattina
dovremo fare colazione prima delle otto, perché ci sono i bambini del paese da
portare a scuola: le due signore che gestiscono l’albergue (una grande e
grossa, l’altra lunga e secca e con un’espressione da zia severa) hanno molte
mansioni sociali in questo paesino; Enrique e Sebastian, i due poltroni del
gruppo, sono angosciati, non è bello per i pellegrini alzarsi così presto.
Stasera,
con orrore, mi sono accorto della fine che Enrique fa fare alla sua guida (è
uguale alla mia, solo più recente): strappa le pagine della tappa appena finita
per non portare con sé pesi inutili! È come fare a brandelli i propri ricordi o
distruggere quello che ti aiuta a ricordare (slogan di una pubblicità
azzeccata). I taccuini moleskine, grandi o piccoli,
sono patrimonio comune dei pellegrini; per i miei compagni di cammino servano
quasi solo per annotare ora di partenza e di arrivo, distanza percorsa,
situazione meteo e costo dell’albergue.
Anche
i leggerissimi asciugamani di microfibra sono patrimonio comune; solo io mi
asciugo con un normale asciugamano di cotone. Imparerò...
Lunedì
20 ottobre: Artieda – Undués
de Lerda
Ci
ritroviamo tutti a Undués; anche chi pensava, come
me, di proseguire fino a Sangüesa. Poco più di venti
chilometri, ma faticosi.
Per
i primi quattro o cinque chilometri, sull’asfalto, ho ondeggiato qua e là
cercando i bordi erbosi della strada per dare un po’ di sollievo alla pianta
dei piedi. Le strade rettilinee sembrano infinite: lo spazio, che mi sono
appena lasciato alle spalle, riappare immediatamente davanti a me.
All’improvviso
una deviazione a sinistra, per un sentiero sassoso che si inerpica sui fianchi
della valle dell’Aragon. Per fortuna la salita è
breve e il sentiero spiana in un fantastico bosco di lecci, con l’immancabile
sottobosco di bosso.
I
lecci, sebbene piccoli, hanno un’aria vecchissima, pieni, come sono, di barbe
di licheni. C’è la solita sensazione contraddittoria di umidità e di aridità
per il clima, per il terreno sassoso e per gli alberi ossuti e contorti. Il
sentiero si snoda tortuoso fra un albero e l’altro: per disegnarlo non ne è
stato sacrificato nessuno! Poi segue il confine fra campi coltivati e si resta
chiusi in una galleria di lecci e di bosso, cresciuti su una strada delimitata
da muretti che una volta doveva essere del tutto libera. E’ molto piacevole
fino a quando non si è obbligati a camminare sulle macerie dei muretti franati.
All’improvviso
appare il profilo di Ruesta, paese completamente
disabitato e in rovina. Però c’è l’albergue e adesso mi pento di non essere
entrato per fare merenda. Gli albergue che ho visto fin qui sono davvero belli
e l’accoglienza che offrono è ben di più di un semplice servizio; la
disponibilità di chi lavora si accompagna alla riconoscenza dei pellegrini.
Sotto
una grande robinia, con le foglie gialle e luminose, mangio l’ultima frutta
secca della COOP e mi curo i piedi.
I
muri delle case diroccate, che si affacciano sul cortile dove mi trovo, sono
coperti di murales di protesta e denuncia sociale, molto aggressivi e
anarchici. Mi auguro che fra gli autori ci sia stato qualche pellegrino: chi
l’ha detto che i pellegrini debbano essere sempre pazienti e pacifici e non
possano spargere qualche seme di ribellione?
Pellegrini con gli zaini pieni di bombolette spray? Improbabile.
Riprendo
il cammino mentre arrivano i miei tre compagni di viaggio, che giustamente
vanno al bar dell’albergue a mangiarsi un bocadillo
e a bere birra.
Il
sentiero, molto stretto, scende ripidissimo e scivoloso e attraversa un fosso;
dopo inizia, assolutamente inattesa, una strada forestale larga e ghiaiata che
sale inesorabile sempre con la medesima pendenza e con poche curve: è una
strada che ti porta in alto senza farti scoprire orizzonti più vasti,
semplicemente ti fa morire di fatica.
Mi
sembra che ogni tappa abbia un suo sapore particolare e la fatica è uno degli
ingredienti, così come il tempo, bello o brutto che sia. C’è la fatica di cui
ti accorgi improvvisamente e con la quale devi fare i conti prima di arrivare.
E c’è la stanchezza, alla fine della tappa, a cui ti arrendi, felice di poterlo
fare. È molto piacevole, appena si è arrivati, stendersi sul letto ben coperti
(perché quando si è stanchi si sente freddo) rimandando a dopo tutto quello che
si dovrebbe fare subito (doccia, bucato, ...) e magari addormentarsi.
Finalmente
arrivo in cima e la pineta, con un aspetto decisamente artificiale, finisce per
lasciare il posto a prati sassosi buoni per le capre. La pioggia ha dilavato il
sentiero e cammino su un fondo pietroso e irregolare. Non è un sollievo nemmeno
camminare sulla calzada romana che conduce a Undués:
adesso i miei piedi hanno bisogno di sentieri sabbiosi o erbosi.
Sono
arrivato al bar del paese, dove tengono le chiavi dell’albergue che occupa il
sottotetto del bel palazzo che ospita il municipio, in tempo per pranzare, poco
prima delle tre. Il ragazzo che gestisce il bar ha gli orecchini da pirata, i capelli
lunghi e, soprattutto, sembra molto contento del suo mestiere. Non deve essere
sempre facile tenere a bada i pellegrini: un cartello avverte, in tedesco,
francese, inglese e spagnolo, che non è consentito togliersi le scarpe e curarsi
i piedi. Le traduzioni inglese e francese non sono ineccepibili.
Stamattina,
per la prima volta, ho visto la mia ombra, lunga lunga,
che indicava la direzione da seguire, sempre verso ovest. Non ho nemmeno
provato a calpestarla perchè ormai so che non ci si
riesce.
A
cena, nel bar, c’era la televisione accesa e qualcuno si è incantato a
guardarla. Io ho giocato con un bel gattino che alla fine mi è venuto in
braccio a fare le fusa. Un gatto che ronronea,
come si dice in spagnolo.
Abbiamo
visto le previsioni meteo, piuttosto preoccupanti, per domani e soprattutto per
dopodomani: pioggia, freddo e, forse, neve.
Dalla
mia branda nell’albergue avevo visto il sole al tramonto: il cielo era rosso e
speravo nel bel tempo!
Martedì 21 ottobre: Undués de Lerda –
Sangüesa
La
notte scorsa, nel camerone di Undués, c’era grande
silenzio. Non ho sentito nessuno russare, nemmeno Gabriel, che si era sistemato
nel posto più lontano: forse erano tutti svegli nell’attesa che io smettessi di
russare.
Durante
la notte la campana della torre, vicinissima, ha battuto tutte le ore e nessuno
si è lamentato. Alle otto mi alzo per primo; prendo lo zaino e vado a vestirmi
nell’androne del palazzo, seguito poco dopo da Gabriel.
Faccio
colazione con l’acqua della fontana e mi incammino per un sentiero in discesa,
pieno di sassi. I piedi, subito, si lamentano, per questo decido di fermarmi a Sangüesa dopo appena una decina di chilometri.
Gabriel,
invece, che arriva insieme a me, vuole proseguire. Mi sembra una persona
semplice, lavora in qualche ufficio pubblico, ma non ho ben capito in che cosa
consista il suo lavoro. Ogni tanto mi chiama Superangelo. Ieri sera, a cena,
l’ho meravigliato raccontandogli tutta la gerarchia dei cori angelici; non si è
preoccupato di essere comunque nelle parti basse della classifica, appena sopra
di me; mi ha guardato con aria di superiorità e mi ha detto: «Tu angelo; io arcangelo».
E stamattina, quando ci siamo salutati alla partenza, oltre ad augurarmi un
buon cammino, mi ha ricordato la stessa cosa. Quando l’ho raggiunto e stavo per
superarlo, ha fatto l’atto di non lasciarmi passare, facendomi notare che per
rispetto alle gerarchie avrei dovuto restare almeno un passo dietro di lui.
Sangüesa è la prima cittadina che incontro, dopo Jaca,
e l’entrata, attraverso un paesaggio disordinato, è stata poco piacevole. Dopo
averla attraversata tutta, per vedere il portale romanico di S. Maria la Real
(chiuso per restauro), sono ritornato all’albergue e l’ho trovato aperto, ben
prima di mezzogiorno, ma senza hospitalero. Sulla mia guida c’è scritto che è
gestito dalle Figlie della Carità e quindi mi aspettavo di essere accolto da
qualche monaca, invece è arrivato un omaccio ruvido
che, però, si è commosso parlando della morte dell’hospitalero di Arrés.
Si
fermano all’albergue Enrique e altri tre spagnoli che oggi concludono tre
giorni di cammino, fatto di tappe molto corte, e domani tornano a casa.
Adesso
non siamo più in Aragona, bensì in Navarra, terra basca. Ogni indicazione è scritta
in castigliano e in basco: l’albergue è Erromes
Aterpetxea (sicuramente, per essere preciso, dovrei scrivere quella roba
con un altro carattere tipografico). Mi vengono in mente le cose che si dicono
dei Navarresi nel Codex Calixtinus: gente diversa, selvatica e depravata, con
strane abitudini sessuali. Chissà se il viavai di pellegrini ha contribuito ad
attenuare quella diversità, normalizzando i costumi sessuali.
I
Baschi, soltanto quelli anziani, portano il basco; non è come quello che
portava mio padre (era il suo copricapo preferito e solo nelle più fredde
giornate d’inverno gli preferiva un colbacco arrivato da non so dove): questo è
più largo ed è poco calzato, pare appena appoggiato sulla testa. Anch’io ho
fatto uso del basco, fra gli undici e i quattordici anni, in seminario, quando
faceva parte della divisa, insieme alla mantellina nera.
Verso
di me cammina un vecchietto minuscolo, con il basco appunto; stringe due
stampelle sotto le ascelle, senza appoggiarle per terra; tiene la testa incassata
fra le spalle e se ne va a passettini corti e frettolosi: siccome le stampelle
non toccano terra, sembra appeso in aria.
Non
trovo ristoranti con menù economico e, alla ricerca di un supermercato per fare
spesa (ho finito tutto: le noccioline, le prugne secche, la cioccolata e l’uva
passa), seguo una signora col carrello. La seguo per qualche centinaio di metri
finché si ferma davanti a una vetrina decorata con la fotografia di una immensa
donna nuda sdraiata, riflessa in uno specchio d’acqua. La signora, abbastanza
anziana, guarda per un po' e non entra. Anch’io guardo, con un certo interesse,
ma nemmeno io entro.
Poco
dopo trovo il supermercato e lì faccio la mia prima spesa. Al ritorno vedo
molti bambini, appena usciti da scuola, che cercano di scappare dalle loro
mamme: un breve intervallo di libertà nel passaggio da una prigione all’altra.
Come è diverso il tempo di questi ragazzi da quello che mi è stato regalato
nella mia infanzia!
Ceno
da solo nella cucina dell’albergue, mentre inizia a piovere a dirotto. Arriva
un ragazzo in bicicletta: Jordi, catalano. Parla bene
l’italiano e ne approfitto; è simpatico e riesco a prenderlo in giro. Gli
chiedo se vuole condividere metà della mia cena, ma, dopo che ha preso le
misure, decide che è meglio cercare qualcosa di più consistente.
Rimasto
solo, mi leggo ad alta voce un canto della Divina Commedia: è il Canto X,
quello di Farinata. L’ho letto benissimo.
Mercoledì
22 ottobre: Sangüesa – Monreal
Mi
sono alzato stanco morto: è stata una brutta notte. Ieri sera, verso le undici,
sono stato svegliato da un ubriaco che Enrique e Jordi
avevano lasciato entrare nell’albergue e non voleva più andarsene. Verso le due
sono rientrati quelli che avevano festeggiato in un ristorante molto rinomato
la fine del loro cammino; chissà cosa c’era da festeggiare.
Piove
e, alla partenza, mi copro con la mantellina, come molti bambini che stanno
andando a scuola.
Solo
all’uscita di Sangüesa (presso una cartiera che fa
una puzza tremenda) mi rendo conto che piove davvero forte, mentre un vento
gelido che soffia da ovest mi gonfia la mantellina.
Mi
è sempre piaciuto camminare sotto la pioggia, questa volta però bastano pochi
minuti di strada per ricordarmi gli ammonimenti di mio padre e mia madre: «Se
vai in giro con un tempo così, vuol dire che ti puzza la salute».
Prima
della cartiera si imbocca un sentiero a sinistra e comincia la salita, dura.
Nei giorni passati la quota dell’arrivo era inferiore a quella della partenza,
eppure mi sembrava che i tratti in salita fossero ben più lunghi di quelli in discesa.
Oggi la salita c’è davvero e lo zaino pesa più del solito.
Cammino
in fretta, ma non riesco a scaldarmi. A Rocaforte mi
fermo sotto un portico, mi cambio maglia e pantaloni e metto la camicia
pesante. Farebbero comodo i guanti che Matteo voleva darmi e che non ho voluto:
le mani, a contatto con la mantellina, sono gelate, come la faccia del resto.
Cammino per tre ore senza fermarmi (non saprei dove). La terra è argillosa: in
salita ti incolla al terreno, in discesa ti fa scivolare. Quando sembra che la
salita sia finita, faccio merenda, seduto su un paracarro; poco dopo si
ricomincia a salire.
A
Izco (questo nome mi fa sentire lontanissimo, mi pare
di essere in Perù) ho la sensazione che il peggio sia passato e ritrovo Enrique
e Sebastian. Cerchiamo un posto per pranzare: non ci sono bar o ristoranti
aperti; questo è un paese piccolo e la stagione finisce alla metà di ottobre,
quando chiude l’albergue.
Enrique
e Sebastian partono subito, io mi fermo per mangiare un po’ di frutta secca. Ha
smesso di piovere e il vento è ancora più gelido e furioso: i calzini mi fanno
da guanti. Arrivo a Monreal, che è un paese
abbastanza grande e, a detta della guida, ben fornito di ogni genere di
servizi, mentre sta facendo buio (ma sembra che oggi non sia mai venuto
giorno). L’albergue è chiuso, è chiuso l’unico ristorante, il negozio di
alimentari è aperto solo al mattino. Incontro Enrique e Sebastian che vagano
per il paese alla ricerca dell’hospitalera, che non risponde al telefono; siamo
tutti stanchi, infreddoliti, affamati e depressi. Finalmente l’hospitalera
arriva e ci apre il rifugio e il bar del circolo parrocchiale dove possiamo
comperare formaggio, salame, birra e cioccolata. Per il pane ci indica una
panetteria. Su un campanello a fianco di un bel portone (ci sono portoni
bellissimi, con archi a tutto sesto fatti con conci di pietra molto grandi) c’è
scritto panaderia. Suoniamo e scende un
signore che ci fa entrare in un portone poco distante, l’ingresso della vera panetteria:
è uno stanzone enorme, ingombro di mobili vecchi e attrezzi da contadino e con
una sterminata quantità di scarpe e sandali sparpagliati per terra, su un bel
lastricato fatto di pietre scure, piccole, tonde e lucide. Alcuni filoni di
pane spuntano da una cesta di vimini posata per terra. Il pane comunque è
croccante e profumato.
Dopo una cena triste (potevamo fare di meglio, ad esempio preparando una cena comunitaria) sono andato a messa: è la prima volta da quando ho iniziato il cammino. Non è in chiesa, che, come sempre, è chiusa, ma in una cappella a fianco della canonica. C’è caldo e si sta benissimo. Oltre al parroco, poco più vecchio di me, ci sono cinque signore anzianotte (la compagnia della buona morte...). Non capisco molto quando il parroco, stando seduto, fa le sue riflessioni sulle letture. Alla fine intona un canto che parla di Emmaus: la melodia è gradevole e lo interpreto come un omaggio al pellegrino. Prima di iniziare la messa, il prete mi aveva chiesto da dove venivo e ha immediatamente associato Modena a Pavarotti. Alla fine ha letto, in italiano, una lingua bellissima secondo lui, la benedizione del pellegrino: non si chiede tempo buono, si prega piuttosto per riuscire a sopportare il brutto tempo.
Uscendo
dalla chiesa mi aspettavo di vedere qualche stella, non ne ho ancora viste. In
compenso c’è un buon odore di fumo e un’aria frizzante.
Giovedì
23 ottobre: Monreal – Puente la Reina
Ieri
sera ho scelto una branda con la rete molle, quasi sfondata, come quelle in cui
dormivo da ragazzo: ho dormito benissimo.
Appena
alzato (fa ancora buio) esco sulla piazzetta davanti all’albergue: l’aria è
fredda e limpida e finalmente vedo le stelle.
Mi
metto in cammino alle nove meno un quarto, mentre il sole sorge.
Adesso
il vento, sempre pungente, soffia da nord e il sentiero si snoda sul fianco
della collina ancora in ombra. Rimpiango di nuovo i guanti e non ho voglia di
tirare fuori i calzini dallo zaino.
Sebastian,
che tutti gli anni, proprio in questa stagione, fa qualche pezzo di cammino, è
attrezzatissimo. Ieri sera ci raccontava del suo primo cammino agli inizi degli
anni Ottanta quando bisognava davvero inventarselo giorno per giorno, senza
sapere al mattino dove e come si sarebbe passata la notte successiva. Dice di
scegliere questa stagione per i suoi pellegrinaggi perchè
dal freddo e dalla pioggia ci si può difendere, mentre contro la folla che si
incontra d’estate non c’è rimedio.
Cammino
bene per quel sentiero stretto che segue l’andamento del terreno, in qua e in
là, e con tanti su e giù.
Per
accompagnare i passi mi sono messo a canticchiare. Ho provato con canzoni
diverse e quella che si adattava meglio al mio ritmo era l’inno dell’Azione
Cattolica Qual falange di Cristo Redentore... E’ imbarazzante quel canto
che non riuscivo a cancellare. Allora l’ho cantato nella variante usata
inconsapevolmente nella mia parrocchia: Qual fa l’angel
di Cristo Redentore... Nella stessa canzone, si inneggiava al Bianco Padre
da Roma, e gli si garantiva che ...siamo tutti tuoi compar...
(..su noi tutti puoi contar...). Credo di non essere mai stato iscritto
all’Azione Cattolica, però sono stato Aspirante!
Dopo
un paio d’ore faccio mi riposo su una panchina a pochi metri da un cane alla
catena che all’inizio è rabbioso, poi si quieta, entra nella cuccia lasciando
sporgere solo la testa, e mi guarda con aria perplessa per tutto il tempo della
sosta.
Fino
a Tiebas, circa metà della tappa odierna, il
paesaggio è selvaggio e disabitato, dopo tutto cambia: in fondo alla valle il
cammino attraversa la ferrovia, l’autostrada e la statale che va verso
Saragozza e Madrid. E qui, per la prima volta, perdo le frecce gialle.
Inutilmente
chiedo a diverse persone se sanno indicarmi il cammino, che secondo me dovrebbe
trovarsi sulla destra della valle. Mi fermo ad un distributore, ma la ragazza
che lavora lì non ne sa niente. Un camionista, felice di essere utile, mi dice,
sicurissimo, che il cammino di Santiago è più avanti: dove la statale si
biforca ci sono indicazioni molto chiare. Ho qualche dubbio, comunque mi avvio
ugualmente lungo la carretera; c’è un marciapiede largo che mi difende
dal traffico. Scopro con piacere che l’asfalto non crea problemi ai miei piedi.
Passano soprattutto dei camion e qualcuno, nella direzione opposta, mi saluta
con un colpo di clacson. Al bivio l’indicazione del cammino non è una freccia
gialla: è un cartello per automobilisti e non per pellegrini. Ci sono tredici
chilometri per arrivare a Puente la Reina e mi avvio
sullo stradone. C’è il sole e il paesaggio, fatto di colline ben coltivate con
i colori dell’autunno, è bello. L’unica cosa fastidiosa è il rumore della
strada.
All’improvviso, sulla sinistra, in mezzo alle vigne e a campi coltivati a granturco, mi appare la cappella di Eunate; ho già mancato l’appuntamento con l’arte di Jaca e di Sangüesa e non vorrei perdere anche questo. L’ingresso principale è chiuso e un cartello avverte che la chiesa apre alle quattro e sono le tre: il bravo pellegrino è paziente e sa aspettare. Girando intorno alla chiesa scopro che si può entrare da una porta laterale.
L’interno
è suggestivo, pulito ed essenziale. Alle spalle dell’altare una Madonna col
bambino, come ne ho viste tante in Francia, sorridente e materna.
Mi
siedo e sto bene; quando viene aperta la porta principale entra qualche turista
frettoloso; non incontro nessun pellegrino.
Dopo
Eunate il cammino segue un percorso nuovo per entrare
a Puente, non come dieci anni fa che costeggiava la strada e gli orti sulla
destra del fiume; adesso passa sulla sinistra, più in alto.
Qui
ho visto delle splendide coltivazioni di peperoni: il sole, le foglie verde
scuro e lucide, i peperoni, soltanto peperoni rossi, molto allungati, le casse
gialle, le voci e le risate delle persone che li raccoglievano mi hanno fatto dimenticare
che forse questa deviazione allunga la tappa.
Poco
prima di entrare in paese incontro un ragazzo, cioè un uomo di circa
trent’anni, che mi chiede se siamo sul Camino di Santiago. Così conosco Peter,
suonatore di strada, non so bene se americano o inglese, e frequentatore abituale
della Spagna, tanto da farsi chiamare Pedro. Scendendo in auto da Roncisvalle
ha visto tanti pellegrini in cammino: gli piacerebbe fare altrettanto, almeno
per un giorno. Lo ritrovo nell’albergue, dove mi sono sistemato, mentre fa la
credenziale. Sono prodigo di consigli e mi ascolta volentieri.
Prima
di entrare al rifugio passo dalla chiesa del Crocifisso: due navate romaniche
affiancate. Nell’abside di destra la statua pacifica della Madonna con il
bambino, in quella a sinistra un grande crocifisso di legno. La croce è un vero
albero: dal tronco, molto corto, partono due rami quasi verticali a cui è
inchiodato Cristo. Per vedere il suo volto bisogna farsi sotto, perché è tutto
ripiegato sul petto. Il chiodo che fissa i piedi al legno ha prodotto una piaga
enorme: mi richiama alla mente il crocifisso di Grünewald,
forse in anticipo di un paio di secoli.
Nella
camera da sei posti ce ne sono già due occupati: in uno sta russando un ragazzo
enorme.
Vado a spasso per il paese e arrivo al ponte, mentre l’ultimo sole illumina di striscio il selciato. Telefono a Francesca. Non saprei spiegare a nessuno il perché di questo cammino, però so bene che l’obiettivo di ogni giorno è quello di telefonare a casa per dire: «Sono arrivato! Sto bene, state bene anche voi!».
Qui a Puente non vedo Sebastian e Enrique; ritrovo Gabriel, che ha fatto una quarantina di chilometri lo stesso giorno in cui io mi sono fermato a Sangüesa e poi ha spezzato in due la tappa che io ho fatto oggi; lo incontro dappertutto: al supermercato, a messa, sul ponte.
Qui,
dove tutti i cammini si riuniscono, pensavo di incontrare qualche italiano
(l’hospitalero mi dice che durante l’estate ce ne sono fin troppi...), invece
trovo parecchi orientali, coreani o giapponesi, che riempiono di ideogrammi ordinatissimi
le pagine del libro degli ospiti. Vado al ristorante da solo (Gabriel non vuole
venire perché non sopporta l’onnipresente televisione, Peter–Pedro
è molto spartano, cena con pane e formaggio, acqua e un’arancia). Mentre mangio
fegato con cipolle e patate fritte osservo un ragazzo alto e robusto, con
un’espressione dura, insieme a una bambina minuta e dal faccino vivacissimo.
Poco dopo arriva una donna, che si siede al loro tavolo. Mangiano qualcosa ed
entrambi trascurano la bambina, che prova invano a chiedere la loro attenzione.
Si vede che uno è di troppo e scoppia una litigata. La bambina è impaurita ma
non piange.
Ecco
come passa il tempo un pellegrino: guarda il paesaggio, se ha tempo visita i
monumenti e le chiese, osserva la gente e ogni tanto guarda dentro di sé.
Esco
ben dopo le nove, quasi un orario spagnolo. Nella piazza deserta e fredda,
seduto su una panchina, c’è un uomo che avevo visto gironzolare fuori e dentro
l’albergue: non è un pellegrino, lo si capisce dalle scarpe e dal borsone che
porta a tracolla. Chissà dove passerà la notte. Penso alle insicurezze dei
viandanti veri e alle certezze di noi turisti pellegrini.
Ritorno
all’albergue camminando per la Calle Mayor con le scarpe da ginnastica che non
fanno alcun rumore, non come i passi degli scarponi che risuonavano a Eunate o nella chiesa del Crocifisso.
In
camera ritrovo il pellegrino grosso e grasso, gli dico che io russo. «Yo tambien» mi
risponde ridendo, «e non mi svegliano nemeno le
cannonate». E’ una garanzia per dormire in pace, senza eccessivi sensi di
colpa. Si chiama Julian.
Appese
ad una brandina ci sono due stampelle e poco fa ho conosciuto il proprietario:
era seduto accanto a me che scriveva e consultava una guida. Mi ha chiesto
quale direzione si deve prendere per andare a Estella.
Debbo
andare in cortile per ritirare il bucato: sicuramente non sarà asciutto e
domattina appenderò calzini, mutande e maglietta allo zaino.
Venerdì
24 ottobre: Puente la Reina – Estella
Cinque
anni fa qui finì il mio pellegrinaggio verso Santiago.
La
tappa, non particolarmente lunga, mi ha stancato e il piede destro è malmesso;
il sinistro invece è perfetto.
Questa
tappa non mi piace: sembra di cercare la direzione giusta senza riuscirci,
incrociando o evitando autostrade e strade nazionali. Il fondo raramente è
riposante, prevalgono sassi e ghiaia grossa o interminabili tratti di cemento.
Ci sono altri pellegrini che si lamentano. Siamo in parecchi in questo albergue,
almeno una trentina, e c’è confusione: ci sono alcuni spagnoli, chiassosi e
invadenti, che fanno due o tre tappe per il fine settimana e poi spariranno. I
pellegrini a cui faccio riferimento sono ancora Sebastian e Gabriel: camminiamo
insieme da una settimana. Enrique invece è scomparso.
Lungo
il cammino ho fatto due chiacchiere, soltanto due (il suo inglese è perfino più
povero del mio), con Sofia, una coreana che viaggia con il marito. Quando li ho
raggiunti e li ho salutati, il marito, stanchissimo, mi ha risposto con un
tentativo di sorriso e un gemito, lei invece era tutta vispa e camminava
spedita con un paio di ciabatte verdi. Mi ha offerto dei fichi piccoli e
rinsecchiti che aveva raccolto lungo la strada da piante ormai senza foglie per
il freddo.
Stamattina c’è la brina e un bel cielo limpido; cammino con le mani gelate e la goccia al naso. Oltre ai guanti, che ho lasciato a casa volontariamente, ho dimenticato anche la cintura dei pantaloni. Per i primi giorni non c’è stato alcun problema, stavano su da soli. Adesso, che sono dimagrito, mi cadono e ho rimediato con una stringa che avevo preso di ricambio per gli scarponi: per alcune (poche) cose sono ben organizzato e previdente.
Sono
molto orgoglioso per la sistemazione che ho trovato alla macchina fotografica:
l’appoggio in cima allo zaino e tengo la cinghia lenta intorno al collo; è
comodissima da usare e non mi impaccia.
Sono
preoccupato per i piedi. In farmacia ho comperato ago e filo per suture per
curarmi le vesciche, ma mi pare che i normali aghi che ho usato fin qui siano
più efficaci (uno si è storto parecchio: ho la pelle dura!). Il piede destro è
decorato da tanti fili multicolori che spuntano dal tallone e fra le dita.
Faccio
un giro turistico per Estella e mi rendo conto che il Cammino passa quasi ai
margini della città, lasciandola sulla destra, al di là del fiume. Ho trovato
una piazza piena di bambini e ragazzi; alcune bambine giocavano alle mamme
portando in carrozzina i bambolotti. Un angolo della piazza pareva riservato
alle signore maghrebine e ai loro bambini, che, tra di loro, facevano gli
stessi giochi degli altri coetanei. In un negozietto mi sono rifornito di
frutta e verdura e ho fatto cadere due confezioni di non so cosa che si sono
rotte; la signora non ha assolutamente voluto che le risarcissi il danno: si sa
che i pellegrini sono stanchi e qualche volta maldestri.
Verso
le sette, ho potuto visitare la chiesa di S. Pedro de la Rua che ha un bel
chiostro romanico e poi ho ascoltato la messa. Ogni tanto, quando non era
coperta dal vocione del prete o dai fedeli, si sentiva una melodia lontana, come
di organo o di flauto; ho pensato alla tromba di Peter, che avevo superato
vicino a Cirauqui distrutto dalla fatica nel suo
primo giorno da pellegrino. Uscendo dalla chiesa l’ho visto nella piazza
sottostante: suonava, bene, per sé, visto che la piazza era deserta. L’ho
applaudito ed è rimasto sorpreso da quell’applauso caduto dall’alto,
inaspettato. Non sa ancora cosa farà domani, forse non è adatto a fare il
pellegrino a piedi pur avendo sempre fatto una vita randagia.
A
cena, mentre mangio una trippa alla madrilena in lattina e poi frutta e
verdura, conosco due ragazze svizzere, molto giovani: Sophie
(bel faccino da vietnamita) e Marthe, che hanno fatto
bollire mezzo chilo di spaghetti e li hanno conditi con salsa fredda di
pomodoro. Impiegano parecchio tempo per capire che non riusciranno mai a finire
la pasta e invano propongono l’avanzo freddo ad altri pellegrini troppo viziati
ed esigenti.
Sabato
25 ottobre: Estella – Torres del Rio
Che
giornata!
La
giornata è cominciata ieri sera, poco prima delle dieci, quando Peter, mentre
stavo per addormentarmi, mi ha chiesto di scendere nel salone perché c’era una
ragazza italiana in difficoltà. Sono rimasto a parlare con lei, Elisabetta, per
alcune ore: era impaurita, stanca e disperata. Sono stato un buon ascoltatore e
alla fine mi sembrava più tranquilla. Mi ha chiesto se per caso non fossi un
prete e ho riso ma mi sono sentito ferito nella mia laicità. Non so se è meglio
essere preso per un prete o essere immediatamente riconosciuto come un
professore. Piuttosto un padre di famiglia che sta dalla parte dei genitori e
non capisce del tutto una ragazza un pò sconsiderata
che si allontana da casa senza dire nulla ai suoi, e si mette sul cammino come
se lì potesse trovare tutte le soluzione ai suoi grandi problemi.
Stamattina
ero improvvisamente famoso: parecchi pellegrini mi hanno chiesto di Elisabetta
e mi hanno perfino ringraziato. Per cosa? Durante la colazione ho imparato che
Elisabetta, che era già partita, avrebbe continuato a camminare.
La
tappa di ieri l’avevo già percorsa altre due volte e mentre la facevo non
riuscivo a ritrovarla nella memoria; ricordavo solo che aveva fatto infuriare
MG per i giri viziosi che sembrava proporre.
Oggi,
dopo il tratto iniziale di cemento e asfalto, ho rivisto un paesaggio già
apprezzato e ho percorso una delle strade più belle della mia vita. E’ stata
una giornata in cui il sole tiepido e il vento leggero sono stati amici dei
pellegrini e il camminare ha coinciso con la felicità. Ricorderò a lungo questa
strada tra le vigne della Rioja.
Prima
dei vigneti, ad Azqueta, il calore del sole si
mescola con grida e risate di bambini che corrono e giocano: è l’ora
dell’intervallo in una piccola scuola elementare, il maestro è molto giovane e
sembra contento del suo lavoro, mi augura buon cammino; anche alcuni bambini lo
fanno, in modo frettoloso e distratto, perché hanno altro a cui pensare e sono
abituati alla processione dei pellegrini.
E’
stata una giornata piena di gente. Con Sebastian e Gabriel, abituati alle
partenze comode e ritardate del Camino Aragonés,
abbiamo sorriso di questi pellegrini frenetici, che si alzano alle cinque e
partono alle sei con ancora due ore di buio davanti. Dove vanno a quell’ora?
Non lo sanno che la miracolosa fuente del vino, fuori Estella, non butta
vino prima delle nove?
Lungo
il cammino quattro chiacchiere con Francis, contadino francese di quasi
settant’anni, alto, massiccio e burbero, che viene da molto lontano (si
interessa ai miei scarponi: «Sono troppo nuovi: gli scarponi sono delle brutte
bestie e ci vuole molto tempo e tanta strada per domarli»); con Jean Pierre,
canadese; con la coreana Sofia, che spesso cammina recitando il rosario, mentre
il marito, sbuffando, le arranca dietro a qualche metro di distanza; e con
Pedro, il suonatore di trombetta, che ritrovo a Los Arcos
mentre fa merenda e qui a Torres del Rio. Mi fa piacere che continui a camminare:
quando smetterà non si sentirà sconfitto e respinto dal cammino.
Raggiungo Elisabetta, che canta canzoni degli anni Sessanta e Settanta, e con lei faccio un paio d’ore di strada. Mi racconta tante cose della sua vita; stamattina è serena; mi chiedo se potrà durare: dicono che sul cammino qualche miracolo avviene. Spero che questa esperienza non aggiunga altre frustrazioni a chi si sente già fin troppo inadeguata. Mentre lei si fermava per una sosta insieme a Sofia e al marito, io me ne sono andato e, quando anche lei è ripartita, l’ho di nuovo salutata voltandomi indietro, da lontano.
Qui
a Torres del Rio c’è una meravigliosa chiesa ottagonale, che ricorda la
cappella di Eunate, con una purezza e leggerezza di
linee assolutamente straordinarie. La chiesa mi è apparsa, bellissima, insieme
alla voce di un violino solo che suonava una partita di Bach. Mi sono fermato,
molto emozionato, sulla porta. Seduti tutto intorno, sul gradino del basamento,
una trentina di persone che ascoltavano il violinista al centro della chiesa,
sotto quella meravigliosa stella formata dalle nervature della cupola. Un
pellegrino con lo zaino è ingombrante e non volevo disturbare; sono stato invitato
ad entrare da un signore accanto alla porta e il violinista mi ha sorriso. Mi
sono seduto nel primo posto disponibile, nell’absidiola dietro l’altare,
facendomi piccolo piccolo, ma credo di essere stato
scrutato quanto il violinista. Complice la stanchezza, ho provato momenti di
emozione grandissima.
Mi
piace la musica, ma non ne conosco la grammatica e ho poca memoria per temi e
motivi musicali, che qualche volta riconosco, ma che quasi mai so riprodurre.
Ascoltare una musica familiare è come camminare lungo un sentiero ben
conosciuto: sei immerso in un paesaggio che cambia e avverti il tempo che scorre,
senza sfuggirti. Si percepisce la bellezza di ciascun istante, legata al
passato e al futuro.
Più
tardi sono ritornato in quella chiesa e ho ringraziato la signora che la tiene
aperta alternandosi con una ragazzina.
L’albergue,
Casa Mari, è molto accogliente; è un albergue privato e ci si sta bene come a
casa di chi è contento di ospitarti. E’ quasi tutto pieno, una ventina di posti
suddivisi in cinque camere; con me ci sono Jean Pierre, Francis e Peter.
Sul
terrazzo dell’albergue che si affaccia sui prati verso il tramonto, ho
conosciuto due italiane. Che ci fossero due italiane sul cammino l’avevo
imparato da Elisabetta: si era rivolta a loro perché aveva bisogno di parlare,
ricevendo un chiaro invito a non rompere. Mi hanno dato l’impressione di essere
piene di paure e di diffidenze nei confronti della gente, però altrettanto
determinate a raggiungere Santiago nel più breve tempo possibile, perchè non hanno tempo da sciupare. C’è chi fa il cammino
con l’atteggiamento di chi ogni giorno riceve un regalo (se possibile, vorrei
arrivare a Santiago...) e chi è convinto che l’arrivo a Santiago gli sia
dovuto, nei modi e nei tempi che lui ha stabilito. Scopro così che il cammino
può essere un modo per dimostrare che si hanno le palle. E ancora: c’è chi
augura a qualcuno che conosce, ma evidentemenete non aprezza, di fare lui la fatica di portare per otto ore uno
zaino di dodici chili sulle spalle. Che strano, augurare ad un altro, come cosa
sgradevole da evitare, quello che tu hai desiderato e scelto.
Sebastian,
che ha cenato con noi, quasi scusandosi perché parlava di italiane, ha detto
che non gli erano per niente simpatiche. Ho dimenticato in fretta i loro nomi.
Però una delle due, quella più giovane e meno antipatica, mi ha lasciato un
paio di guanti di lana rossi.
Uscendo
dal ristorante abbiamo ritrovato Peter, che suonava nel deserto. Mentre parlavo
con lui, ha gridato «¡Mira!». Mi sono voltato appena in tempo per vedere
un globo luminescente attraversare il cielo in orizzontale; a poco a poco si è
consumato fino a scomparire. La luce era quella bianca e fredda del magnesio
che facevo vedere a scuola ai ragazzi. Così la stella che indica la tomba
dell’apostolo continua ad apparire ai pellegrini, sebbene siano passati più di
mille anni. Ripensandoci, la stella brillava verso nord-est, dalla parte
sbagliata.
Oggi,
durante il pranzo a Los Arcos (due volte al
ristorante nello stesso giorno!), mi sono reso conto che il cammino è proprio
un’esperienza da epicurei. E’ vero che si fa fatica e che si incontra qualche
disagio, comunque ti dà la possibilità di gustare quasi tutte le piacevolezze
della vita.
Al
ristorante, quando se ne presenta l’occasione, prendo quello che non conosco e
mi incuriosisce. Oggi c’era qualcosa di cordero
e potevano essere trippe, budelline o braciole
d’agnello (che il cordero sia l’agnello l’ho imparato
a messa: cordero de Dios!),
invece era uno stinco: buonissimo. A messa ho imparato anche che Dios è todopoderoso e l’ho
immaginato in posa da culturista.
Il
cameriere sembrava una riproduzione di Del Sol, inesauribile centrocampista
juventino degli anni Sessanta.
L’albergue
è bello, ma per andare ai servizi, a pianterreno, si esce in un cortile
interno. In mutande, maglietta e ciabatte (tutti i pellegrini hanno le
ciabatte, nessuno va più scalzo) e con qualche grado sottozero, può non essere
piacevole, però mi ha dato modo di vedere una stellata incredibile, con stelle
di dimensioni enormi perché viste senza occhiali. Ho riconosciuto il Grande
Carro e Orione e, con quelle stelle, senza essere sulla strada diretta a ovest,
ho saputo ritrovare il nord.
Domenica
26 ottobre: Torres del Rio – Logroño
In
questo momento la cosa più importante è il mal di piedi: qualche vescica di
troppo e, soprattutto, un forte dolore alla pianta del piede destro. Per
simpatia anche il sinistro fa qualche capriccio. Stamattina, pur camminando con
il solito passo, ho dovuto fermarmi a Viana, in
piazza, su una panchina al sole, per curarmi i piedi. Un cane mi ha leccato il
piede buono, anche quello scalzo, dopo averlo annusato a lungo.
Scendendo
da Viana ho visto le montagne coperte di neve: debbo
andare in quella direzione.
La
notte passata, nella nostra camera, c’è stata battaglia. Peter russa davvero in
modo impressionante e il vecchio Francis è andato fuori dai gangheri. Prima
l’ha sloggiato dalla brandina sopra la sua, e Peter ha traslocato in quella sopra
di me, poi si è alzato furibondo, ha scrollato con forza l’intero castello (ma
io che c’entravo?) urlando: «Ronfleur de
merde!». Credo che Peter non capisca bene il francese, infatti non ha
smesso di russare, l’ha solo fatto con più garbo. Nessuno ha avuto in coraggio
di ricordare a Francis che anche lui è un discreto ronfleur.
Oggi,
a parte i piedi, avevo una preoccupazione in più: il cambio dell’ora legale.
Matteo, che mi ha fornito gran parte dell’equipaggiamento, mi ha dato un
bell’orologio Casio da bimbo. Naturalmente è digitale, con un sacco di funzioni,
e ha la cassa e il cinturino giallo canarino, ma non capivo come cambiare
l’ora. Sebastian e Gabriel, con cui avevo condiviso il problema, non mi hanno
preso sul serio. Sono arrivato a Logroño alle 12:15 e
siccome l’albergue apre alle 14:30 ho fatto del mio meglio per trovare una
soluzione. Ho trafficato con l’orologio per un’oretta buona in una piazza
accanto al rifugio, cambiando continuamente panchina per restare al sole,
contrariamente ad alcuni vecchietti e a due mamme con bambini che restavano
imperterriti all’ombra. Sono riuscito nell’impresa poco prima che arrivassero
Sebastian e Gabriel e tutti insieme abbiamo esultato.
Gabriel
si è curato i piedi e Sebastian gli ha fornito tutta l’attrezzatura di pronto
soccorso in perfetto ordine. Gabriel, che non è così sprovveduto come può
sembrare, ha commentato che Sebastian è il simbolo della buona organizzazione,
io dell’anarchia. Con Gabriel in ciabatte, ho fatto il gesto di chiedere la
carità per comperare un paio di scarpe al pellegrino scalzo: Sebastian si è
allontanato con discrezione, Gabriel ha detto che sono un artista.
Adesso
Gabriel sta cucendosi un paio di pantaloni, che hanno due sette incredibili sul
culo: non sembra il lavoro di una brava rammendatrice. Mi spiega che non ha
nessuna intenzione di buttare via dei calzoni poco tecnici che sono costati
quindici euro. Domani prende il bus per Burgos e da lì camminerà fino a León;
saranno tappe di pianura e i pantaloni dovrebbero reggere, comunque sotto porta
dei mutandoni lunghi. Sebastian andrà fino a Najera;
io penso di arrivare solo a Navarrete, per fare
riposare i piedi: c’è aria di saluti definitivi.
Per
la prima volta dormo sulla branda in alto; non riuscirò a salirvi con un balzo
prodigioso come quello cha ha fatto Peter, che sembrava un ginnasta alle
parallele. Per me quella scalata è una fatica e di notte ogni tanto debbo scendere.
Al rientro di una di queste uscite c’era un gran russare (forse era Julian) e Peter stava seduto sul letto come per sincerarsi
se il russatore fosse lui o qualcun altro; sono stato
lì lì per dirgli che Francis non è più con noi: può
dormire tranquillo.
Peter
chiude qui il suo pezzetto di cammino, tornerà con un autobus a Puente la Reina per riprendere la sua macchina scassata da giramondo;
questa sera ha suonato in una delle vie principali e l’astuccio della trombetta
era pieno di monete e monetine.
In
una piazza di Logroño, attraversata dal cammino, c’è
un grande gioco dell’oca disegnato sul pavimento: la casella finale è quella di
Santiago, ma poche caselle prima si può incontrare la Morte.
A
pranzo, con Sebastian, ho speso una fortuna, quindici euro, però a servire
c’erano due ragazze molto belle con visi sorridenti e occhi neri e allungati:
un piacere. A cena (la cena dell’addio!) con Sebastian e Gabriel il menù è più economico,
solo nove euro, mangio baccalà per la seconda volta in un giorno.
Sebastian
ci fa riflettere su una possibile versione alternativa della storia dei
pellegrinaggi: se i Mori non fossero stati cacciati dalla Spagna, forse adesso
ci toccherebbe andare in pellegrinaggio alla Mecca.
Lunedì
27 ottobre: Logroño – Navarrete
Stamattina
l’augurio di buon cammino, scambiato con Gabriel, è stato seguito da un ¡Adiós!. Siamo stati buoni compagni di viaggio.
Alle
undici sono seduto in piazza a Navarrete: mi fermo
qui, dopo una decina di chilometri. Sono prudente, attento alle raccomandazioni
che mi hanno fatto moglie e figli alla partenza: mi hanno detto di avere
giudizio con l’espressione di chi sa che mi sta chiedendo troppo, insomma mi
hanno chiesto di avere almeno un pò di giudizio. Mi
sono curato i piedi e per le ultime vesciche ho usato del filo rosa che è
diventato arancione con il Betadine.
Sto
sotto un pergolato fatto di platani ancora giovani. Li potano per fare crescere
i rami in orizzontale e così rami di alberi diversi si saldano fra loro: non mi
piace. Osservo una signora, ancora in vestaglia, che si affaccia da una finestra
al terzo piano per conversare con il barista al piano terra. Un cestino, appeso
a una carrucola, sale e scende parecchie volte.
Il
cielo ha tante nubi a pecorelle e il sole filtra a malapena. Stasera dovrebbe
piovere, secondo quello che ha detto Wim, australiano, l’unico che cammina con
le braghe corte e che usa lo zaino per appenderci, all’esterno, tutto quello
che normalmente potrebbe stare all’interno. Stamattina ha camminato a lungo
davanti a me, guadagnava terreno e, come si dice, mi ha seminato.
L’albergue
apre alle due e sono solo le undici.
Passa
Sebastian e ci salutiamo: potrebbe essere il nostro ultimo incontro. Vedo
passare altri pellegrini, che non hanno facce conosciute. All’una e mezza
scopro che il portone della chiesa molto grande che si affaccia sulla piazza è aperto.
Entro e trovo il solito buio, solo il retablo
dell’altare maggiore brilla per tanto oro. Mi siedo in un banco in fondo alla
chiesa. Entra una signora che si piazza a metà della navata centrale; rivolta
verso l’altare dice una preghiera (?) ad alta voce e resta lì immobile. Dopo un
po’ la scena si ripete, mentre io mi sono alzato e sto girando per la chiesa a
guardare le cappelle laterali. Una terza preghiera, detta con un tono
decisamente perentorio, mi fa capire che sarebbe ora che me ne andassi perché
lei deve chiudere la chiesa.
Adesso
sono al rifugio: è bello stare in questi albergue che non sono al termine di
importanti tappe istituzionali. L’hospitalera, Marie Christine, è una francese
alta, elegante e sorridente; adesso sta preparando qualcosa da mangiare sulla
piastra elettrica. Piove, in anticipo su quanto annunciato. Mi sento un
privilegiato, posso scegliere quando e dove fermarmi, non ho fretta. Ho visto
passare Julian con un passo dondolante e affaticato:
vuole arrivare a Najera; non so se arriverà prima del
buio e piove. E poi Andrée, una signora svizzera dai
capelli bianchi e lunghi, che porta vestiti molto colorati; spesso cammina
insieme a Wolfgang, un ragazzo tedesco. L’avevo vista nei giorni passati, fra
Estella e Los Arcos, curarsi i piedi piagati e
bendati alla meno peggio. So che qualche volta fa l’autostop o prende
l’autobus, ma non appartiene sicuramente alla categoria dei pellegrini abusivi;
con pazienza e ostinazione insieme, si accontenta di raccogliere le briciole di
questo benedetto cammino.
Sono
uscito per fare la spesa e mi sono bagnato. Al rientro Marie Christine mi ha
detto, tutta soddisfatta, di avere acceso il riscaldamento: ho finto di essermi
scottato toccando un calorifero. Lei, meravigliata, è venuta a sincerarsi: il calorifero
era gelato. Poco dopo è entrata nella sala comune; appena l’ho vista mi sono
tolta la felpa e mi sono lamentato del caldo.
«Ah, les italiens!...». Marie Christine si è espressa come De Gaulle.
C’è un bel gruppo di gente giovane: tre ragazze canadesi (Monique, Nadine e Sabine), una ragazza belga (Marianne, che diresti fiamminga, invece è di lingua francese e ci tiene a sottolinearlo), due svizzeri (Philippe e Gilles). Stanno preparando una cena molto elaborata.
Io
condivido un po’ della mia con Chantal, una
francesina di Parigi, piccola piccola e con un viso
strano e asimmetrico; zoppica e oggi deve avere fatto parecchi chilometri.
Mette da parte la frutta, il pane e il formaggio che le ho dato e mangia il
riso preparato nel pomeriggio dall’hospitalera: è una pellegrina speciale,
sicuramente più povera e più autentica di noi.
Dopo
cena ci ritroviamo tutti intorno al tavolo grande a chiacchierare e sono
l’unico a non avere troppa confidenza con il francese. Mangiamo torrone e
mandarini: sono i primi della stagione ed esprimo qualche desiderio. Tutti quei
ragazzi giovani inteneriscono Marie Christine che non ha avuto figli e che dice
di sentirsi, qualche volta, mamma dei pellegrini; poi, incontrando il mio
sguardo un po’ incredulo, aggiunge sorridendo che di qualche pellegrino può sentirsi
soltanto sorella minore.
E’
arrivato un altro pellegrino italiano, Domenico, un sessantaquattrenne che
prevede di fare il tratto da Pamplona a Burgos. L’anno passato aveva fatto le
tappe da Saint–Jean–Pied–de–Port a Pamplona.
Il
paesaggio umano in questi giorni cambia rapidamente.
Oggi
ho imparato ad usare la piastra della cucina con i comandi a sfioramento. E’
stata Marianne ad istruirmi, molto orgogliosa di insegnare il mestiere a uno
che sicuramente non è pratico di cucina. Le ho spiegato che sono un ottimo
casalingo, so cucinare e sono disponibile a lavare i piatti, non stasera che ce
ne sono troppi.
Martedì
28 ottobre: Navarrete – Azofra
Non
faccio tappa a Najera (mi piace il suo nome, che, per
me, assolutamente ignorante in materia, sa di arabo e di ebraico) e arrivo fino
ad Azofra per recuperare qualche chilometro. A Najera ho visto molti nidi di cicogne: sono tutti vuoti, le
cicogne se ne sono andate. I pellegrini invece ci sono ancora; non immaginavo
che fossero così numerosi.
Sono
passato accanto a una scuola molto grande: si vedevano gli alunni seduti e ogni
tanto si sentiva qualche voce, una cosa assolutamente ordinata, ben diversa da
quando attraversavo il cortile della mia scuola.
A
colazione rivedo Chantal che si prepara una grande
tazza di tè e mangia quello che aveva messo da parte ieri sera e i biscotti che
le do: accetta con molta semplicità tutto quello che le viene offerto. La vedo
partire e il suo abbigliamento è singolare. La giacca a vento e gli scarponi
sono adatti per chi cammina; ha dei vecchi pantaloni stinti e macchiati, rimboccati
dentro le calze; lo zaino è piccolissimo; a tracolla porta una borsa di tela
nera, piuttosto rigonfia; nella mano sinistra tiene una borsetta a righe
multicolori con il manico corto; nella destra un bastone che è un semplice
listello di legno. Mi racconta che ieri il vento le ha rovesciato l’ombrello e
ha dovuto buttarlo via.
Io
parto poco dopo, alle otto; non sono mai partito così tardi, tenendo conto del
nuovo orario. Piove per tutta la giornata, comunque non c’è vento e la
mantellina basta per tenermi caldo.
Cammino
con una buona andatura; mi sono reso conto che le soste mi fanno bene e che
l’eccessiva lunghezza di una tappa si fa sentire il giorno dopo. Il paesaggio,
vigneti e qualche uliveto, è molto bello: a volte l’uomo sa perfezionare quello
che Dio ha creato. Raccolgo qualche grappolo d’uva rimasto sui tralci, è uva da
vino, abbastanza buona. Per il pellegrino l’unico problema è l’argilla rossa
che appesantisce gli scarponi e fa scivolare. Dalle impronte, piene d’acqua,
sembra che due pellegrini camminino davanti a me.
Mi
siedo sopra un mucchio di pietre per fare la prima sosta e per scattare qualche
foto dopo due ore di cammino. Quando si è fermi gli altri pellegrini sembrano
volare: arrivano immediatamente anche se parevano lontani; ti sorpassano e si
allontanano per sempre se ti fermi solo pochi minuti.
Vedo
arrivare Chantal, che ha allungato il percorso
prendendo una deviazione che io ho evitato. Fra le cose che le offro sceglie la
cioccolata; ripartiamo insieme e lascio che sia lei a dettare il ritmo. Mentre
cammina dondola un po’, mi ricorda la camminata buffa di Charlot. Scambiamo
qualche parola, dice che questa giornata le piace molto: è agréable!
Mi colpisce la parola che usa, sa di regalo e di regalo gradito. Parla con una
voce bassa, molto sicura, e ride di gusto. Sono sicuro che avrebbe riso anche
di me se le avessi detto (perchè l’ho pensato) che
potrebbe assomigliare a Giovanna d’Arco. Le piace camminare, quando è libera
dal lavoro percorre Parigi in lungo e in largo. Il suo cammino è cominciato là
e vuole arrivare a Santiago, ma per motivi economici non può farlo tutto di
seguito, ora sta facendo il pezzo da Saint–Jean fino
a León. E’ determinata ma senza arroganza, è sola e libera. Ci siamo persi di
vista a Najera e non è qui ad Azofra,
probabilmente è arrivata a Santo Domingo de la Calzada.
Ogni
pellegrino ha tempi e ritmi propri. Le mie soste sono brevi e poco frequenti;
parto presto e, visto che non faccio tappe lunghissime, arrivo presto. Così
oggi sono arrivato ad Azofra all’una, mentre la
maggior parte di quelli che erano a Navarrete è
arrivata intorno alle cinque.
Sono
andato a cena con il lunghissimo hospitalero che pare figlio del re di Spagna,
con Anton (austriaco, la faccia come quella di Klaus Kinski
e i capelli bianchissimi e lunghi), Domenico, Ines e Santiago (proprio così, è
il mio compagno di stanza: in questo albergue ci sono camerette da due posti).
Santiago, un muratore, è di Puente la Reina ed è partito
da Saint–Jean per solidarietà con gli altri
pellegrini e per non avere vantaggi. A un altro tavolo ci sono Andrée e Wolfgang. Stiamo a tavola per quasi due ore: c’è
da finire il vino. Oltre a quello della cena ci hanno offerto gratis, come
assaggio, una bottiglia più pregiata di vino della Rioja di cui vanno molto
fieri.
A
mio parere, in un ambiente come questo, qualsiasi vino è buono.
Ascolto
Domenico che ha molti rimpianti e rimorsi; chiacchiero, lui in castigliano e io
in italiano, con l’hospitalero, che è appena andato in pensione e mi parla
della bellezza del cammino e delle inchieste sulla camorra napoletana (lavorava
per la TV spagnola); e perfino con Anton in inglese.
Mercoledì
29 ottobre: Azofra – Grañon
Ancora
una giornata di freddo e di pioggia, si sente che la neve è vicina.
E’
bello camminare e se i piedi non fanno male è ancora più bello.
I
primi rettilinei che ho incontrato sul Camino Aragonés
mi parevano interminabili; questi, che si adattano a un paesaggio leggermente
ondulato, mi portano lontano. Davanti a me cammina Santiago, dietro Anton; manteniamo
le distanze, ma nelle salite mi avvicino a Santiago, mentre Anton si allontana.
Mi fermo alcune volte per mettere o togliere la mantellina, adesso lo faccio
con la disinvoltura di un moschettiere, solo perché non c’è vento. Poco prima
di entrare in Santo Domingo de la Calzada il diluvio. All’ingresso del paese,
dall’altra parte della strada, davanti a un’edicola, una signora si agita per
attirare la mia attenzione, poi attraversa di corsa la strada e mi porge dei
depliant: la pianta della cittadina e l’elenco aggiornato degli albergue di
Castilla e León. E’ sorridente e bagnata, come i fogli che mi dà, e io ho
qualche difficoltà a prenderli con le mani intirizzite e a infilarli in una
tasca. Per le statistiche sono un pellegrino italiano. Ridiamo; il tempaccio
non ostacola né il suo lavoro né il mio pellegrinaggio: è bello fare le cose
con passione! Lei mi saluta: «¡Adios caballero!». Mi sento onorato.
Con
Santiago e Anton ci sediamo sotto il portico dell’Hotel Parador, a fianco
dell’ingresso. Appendiamo le mantelline alle inferriate delle finestre per
farle sgocciolare e mangiamo i panini comperati in un bar vicino. Ci sentiamo a
nostro agio, a casa nostra, forse perché quello che adesso è un albergo di
lusso un tempo era l’hospital dei pellegrini. I clienti che entrano e
escono hanno un abbigliamento diverso, non sono bagnati e hanno uno sguardo
meno felice. Ci fermiamo poco; Anton vorrebbe arrivare a Belorado;
Santiago vuole andare oltre Grañon perché quel posto
un po’ misterioso non lo ispira. Anch’io potrei andare più avanti, mi sento
bene, ma penso che sia inutile fare una tappa troppo lunga, non cambierebbe
nulla. Ho osservato il passo dei pellegrini e non è sempre bello. Santiago e Anton
non riescono a tenere il mio ritmo in salita; Anton mi chiede se faccio
alpinismo ed è stupito dalla lunghezza del mio passo e dalla cadenza molto
regolare. Lui fa passi corti e ha una camminata rigida. Non faccio assolutamente
alpinismo e non sono quello che si definisce uno sportivo, la mia è la
camminata di un montanaro; gradisco quei complimenti e per ricambiare gli
ricordo che il suo inglese è incomparabilmente migliore del mio.
Che
accoglienza all’albergue di Grañon!
L’hospitalero
di Azofra me l’aveva decantato come il più emblematico
di tutto il cammino. Si salgono le scale del campanile e si entra in una sala
riscaldata da un grande camino, che affumica, con moderazione, tutto
l’ambiente. Faccio la doccia e sono subito invitato a tavola con Luis,
l’hospitalero, basco di Vitoria (la stessa città da
cui viene Sebastian), con Tina, una ragazza lituana che conosce e parla tutte
le lingue del mondo, con Johannes (faccia da lanzichenecco buono, di Münster), con Nico (olandese, baffi e capelli biondi, aria
mite e stupita) e con due ragazzi che stanno lavorando al restauro radicale
della chiesa. Finito il pranzo, lavo i piatti e con Johannes metto a posto la
legna per il camino. Johannes, che ha iniziato il suo cammino in maggio, è
sulla via del ritorno, ma dovrà fermarsi qui qualche giorno per curare i piedi
malmessi (io pensavo che dopo qualche centinaio di chilometri i piedi si abituassero...).
Adesso il cammino è a senso unico e si incontrano solo i pellegrini diretti a
Santiago e non quelli che tornano indietro e che avrebbero meraviglie da
raccontare. Prima di partire sappiamo già quasi tutto e l’abbondanza di
informazioni, se ci dà qualche certezza, riduce però la nostra capacità di
stupirsi. La ricchezza e la novità del cammino dipendono soprattutto dai
pellegrini che si incontreranno.
Con
Johannes passo gran parte del pomeriggio a tagliare patate, pomodori, cipolle,
peperoni e zucchini. Lui di mestiere faceva e farà il cuoco e si è preso
l’incarico di preparare una gran cena comunitaria, esautorando Luis. La cena è
strepitosa, l’atmosfera è da Salmo 133. Siamo una decina di pellegrini: tranne
Nico e Johannes eravamo già insieme a Navarrete.
Più
tardi c’è un breve momento di preghiera in una cappella semplice e raccolta,
rischiarata da tanti lumini quanti sono i partecipanti. Nella preghiera si
mescolano le lingue diverse. Tutto si conclude con tanti abbracci e l’augurio
reciproco di buon cammino. Qualcuno si commuove.
Grañon
è un hospital, non è un semplice albergue: Luis ci tiene a
distinguere. A Grañon non timbrano la credenziale e
io, sulla mia, ho lasciato uno spazio vuoto.
Giovedì
30 ottobre: Grañon – Villafranca Montes de Oca
Dopo
la preghiera tutti a letto, cioè sui materassini sottili per cui l’hospital di Grañon è famoso, posati direttamente sul pavimento. A
pregare eravamo in nove e tutti ci siamo abbracciati per augurarci buon
cammino; quanti abbracci ci siamo scambiati? Sulle prime la mia domanda suscita
qualche perplessità poi c’è una gran confusione: tutti si impegnano a risolvere
quel problema con scarsi risultati. Dal piano di sotto, da Tina, arriva la
risposta giusta: trentasei abbracci. Philippe ha qualcosa da ridire sui
professori e su quelli di matematica in particolare, comunque si fa spiegare
come si trova la soluzione.
Durante
la notte si è alzato un ventaccio terribile. Le finestre del sottotetto
sbattono in continuazione, spalancandosi e chiudendosi con tanto fracasso. È un
miracolo che nessuna sia andata in frantumi.
Nessuno
si è accorto dei russatori.
Al
mattino colazione comunitaria preparata da Tina. Piove a dirotto e c’è ancora molto
vento; Luis e Tina ci sconsigliano di partire. Marianne è entusiasta dell’idea
di fermarci; lei è partita dal Belgio più di due mesi fa, si è sentita sola e
triste, adesso sta bene, questa compagnia è bellissima. Non capisce perché le
dico che se io parto il livello della compagnia migliora ancora. Finalmente
ride e mi dice che simili stupidaggini possono venire in mente solo a chi fa i giochini matematici.
Parto
e si rinnovano i saluti: Tina mi abbraccia e mi bacia, così fanno le brave e
giovani hospitalere; mi sento obbligato a ricambiare.
Luis dice che il pellegrino italiano è muy valiente, ma mi sa di presa in giro. Sono piuttosto
come il corvo che Noè fa uscire dall’arca per capire se il diluvio è finito: un
corvo con le penne grigie, quasi bianche.
Quando
esco pioviggina e il vento, ancora fortissimo e ostinatamente in senso
contrario, fa qualche strappo nella mantellina. Indosso i guanti di lana rossa
che mi ha lasciato la compagna di viaggio di quell’italiana antipaticissima:
sono piccoli e hanno qualche buco sulla punta delle dita, però sono più comodi
dei calzini. E’ stata una giornata faticosa, ma lungo la strada sono stato
accompagnato quasi sempre dall’arcobaleno. Mentre uscivo da Grañon
era un arcobaleno ancora in costruzione (si vedeva solo l’arco di sinistra,
appoggiato a terra) poi si è completato. Alla mia sinistra qualche raggio di
sole filtrato dalla nuvolaglia bassa e a destra un arcobaleno nitidissimo.
Sotto i piedi e intorno ai piedi il solito terreno fangoso. Per tutto il cammino
non ho visto nessun pellegrino. Prima di arrivare a Villafranca la strada ha
ripreso a salire; mi sono voltato per cercare qualche compagno dietro di me e
ho rivisto inaspettato l’arcobaleno: ovviamente se il sole è al tramonto
l’arcobaleno può essere solo a est, alle mie spalle. Il vento, che è calato,
prima di andare a letto, va a pisciare – come mi ha insegnato lo zio Mario, che
conosceva tutti i proverbi – e infatti la pioggia è diventata di nuovo
insistente.
Attraversando
Belorado (mi sono fermato nel ristorante a fianco del
nuovo rifugio ed è stato un pranzo triste: il pollo arrosto era vecchio di
secoli e nessun miracolo avrebbe potuto farlo svolazzare sulla mensa), ho visto
venire verso di me una ragazza con un cane al guinzaglio, che si è fermato
rigido e sospettoso. Ho allargato le braccia sotto la mantellina e il cane,
terrorizzato, ha avvolto il guinzaglio due o tre volte intorno alle gambe della
padrona.
L’ho
fatto apposta, ma la ragazza non si è offesa.
In
questo albergue l’hospitalera piuttosto anziana si preoccupa della roba che ho
messo ad asciugare vicino al calorifero; dice che così bagnata non asciugherà
mai e, dopo averla centrifugata, con una macchinetta a mano, me la riconsegna
tutta soddisfatta.
Le
diciotto brandine del rifugio si stanno riempiendo. Conosco già Wolfgang, Nico,
Sophie e Marthe; qui
conosco Jacques, francesce con una faccia da
moschettiere grasso, che viene da Tolosa e che ha fatto il Somport
qualche giorno prima di me, e con Jonas, che di
cognome fa Rosolin, olandese discendente da nonni
friulani.
Venerdì 31 ottobre: Villafranca – Atapuerca
Ieri
sera ho cenato con altri sette compagni; tutti, dopo lo sopa,
una minestrina da ospedale, hanno preso per secondo lo spezzatino di vitello.
Nessuno ha condiviso la mia scelta: mSophies
de cerdo, che sarebbero zampini di maiale. Mi
sono ciucciato con gusto tutti quegli ossicini e mi sono leccato le dita un po’
collose per le cartilagini. La scelta del mio primo invece non era stata
felicissima, potevo immaginare che coliWolfr
fosse un banale cavolfiore. Ieri sera si parlava soprattutto tedesco e mi sono
reso conto che le poche parole che ricordo delle passioni e delle cantate di
Bach non bastano per reggere una conversazione.
Stamattina il tempo è cambiato: non piove, non c’è vento e non fa nemmeno tanto freddo, c’è un nebbione fitto. Inizia la salita poco ripida e per niente faticosa sui Montes de Oca e finalmente il fondo non è più fangoso. Non vedo l’erica che dieci anni fa, in una splendida giornata di sole, aveva entusiasmato me e MG: non è più in fiore; in compenso ci sono alcune ginestre con qualche fiore fuori stagione. A San Juan de Ortega volevo passare dal cimitero (ci sarà un cimitero in un posto così piccolo?) per rendere omaggio alla tomba di don Juan, il parroco che preparava ai pellegrini la sopa de ajo, ma, dopo avere visitato la bella chiesa, me ne sono completamente scordato perché la voglia di scaldarmi e di fare colazione mi ha spinto nel bar. Dopo San Juan il sentiero è molto bello, non ci sono più le pinete fredde e ordinate e ricompaiono le querce con le lunghe barbe di licheni simili a quelle che mi hanno affascinato nel Camino Aragonés. Poi, fuori dal bosco, grandi spazi aperti punteggiati da enormi querce o da cespugli ripuliti in basso dalle pecore. E’ un paesaggio da savana africana (basta sostituire le querce con le acacie), intonato all’ambiente, che è uno dei siti archeologici più significativi della storia dell’umanità. Il cartellone che segnala l’arrivo ad Atapuerca ha il volto stupefatto di un ominide; mi piacerebbe restare ancora a lungo capace di curiosità, di meraviglia e di commozione. Non è possibile visitare il sito archeologico e mi accontento di una visita al museo; capisco i testi scritti e lo spagnolo dei filmati, e allora perché faccio tanta fatica a capire gli spagnoli e gli altri forestieri quando mi parlano? C’è una doppia spiegazione: ho poca familiarità con le lingue straniere parlate e sono sordo. In questi giorni mi sono quasi completamente dimenticato del secondo motivo, che invece avevo ben presente quando ero a scuola.
L’albergue
è pieno come un uovo: ci sono alcuni pellegrini di lungo corso e sono arrivati,
in macchina, gli spagnoli del fine settimana, che domani faranno l’ingresso
trionfale in Burgos.
C’è
caldo, il riscaldamento è al massimo, e, per l’umidità, sembra di essere in una
sauna. Ho declinato l’invito a cena di Sophie e Marthe. Con Wolfgang preparano spaghetti al pomodoro,
sempre mezzo chilo di pasta, come a Estella: però stasera sono in tre e
Wolfgang è grande e grosso!
Davanti
all’albergue c’è un ristorante (Comosapiens!) che
dovrebbe aprire alle sette. A quell’ora è chiuso e alcuni pellegrini affamati
si dirigono verso il bar del paese per rimediare qualcosa. Alle sette e mezza
ripasso e mi dicono di tornare alle otto, alle otto mi dicono che apriranno
alle nove. Ho l’impressione che in quel posto, che ha pretese di eleganza,
sebbene sia pubblicizzato anche un menù economico, non abbiano molta simpatia
per i pellegrini e vado al bar. Lungo la strada incontro i miei compagni
pellegrini: sono soddisfatti, il vino e la birra erano buoni. Il bar è pieno di
gente del posto che gioca a carte e fuma, con il bicchiere accanto, come una
volta. Mi siedo in un angolo e mangio l’ultimo boccadillo
rimasto e stavolta invece della birra bevo un bicchiere di vino.
Quando
rientro all’albergue, Sophie, Marthe
e Wolf mi offrono quello che resta della loro
bottiglia di vino. Li incuriosisco e mi fanno molte domande. Parlo dei figli e
di MG, che è piccola, grassa e sorridente, che dieci anni fa era con me sul
cammino e al mattino faceva quattro chilometri all’ora, ma nel pomeriggio
impiegava quattro ore per fare appena un chilometro. Si parla perfino di panna
cotta e di aceto balsamico. Wolf prende appunti sul
suo taccuino: in una pagina riconosco il disegno del portale della chiesa di
San Juan de Ortega. Studia architettura, spesso si
ferma e disegna, ecco perché arriva sempre tardi. Oggi eravamo gli unici
visitatori nel museo di Atapuerca.
Mi
chiedono dove mi sono fermato nei giorni passati, che non mi hanno visto.
Racconto le mie tappe e parlo di Grañon, ricordo i
pellegrini che ho incontrato in quell’albergue, anzi in quell’hospital. Scopro
che anche i pellegrini, anche i pellegrini giovani, anche le ragazze, possono
essere un po’ stronzi.
«E così a Grañon hai abbracciato Nico, quello con i baffetti e i capelli tinti? Quello con l’aria dolce dolce?» Poi tacciono, ma ci scappa ancora qualche sorrisetto di intesa, mentre sto facendo la faccia da prof severo. Sophie mi chiede quale mestiere faccio. Marthe risponde al posto mio, chissà come fa a saperlo.
Sorridendo
ci auguriamo la buonanotte.
Sabato
1 novembre: Atapuerca – Tardajos
Tre
magi da lontano
son
venuti piano piano
per
veder Gesù bambino:
come
piange, poverino!
Non
ha fuoco, non ha fiamma,
ma
lo culla la sua mamma.
Sul
cammino imparo una filastrocca che potrò recitare a Natale. Me la declama,
proprio in italiano, l’hospitalera madrilena (alta, magra, capelli lunghi,
grigi e crespi, naso aquilino da strega), mentre suo marito la guarda con
l’aria innamorata di chi riesce ancora a stupirsi.
Finalmente
mi sono liberato di Burgos, sono quasi scappato e, per la prima volta, ho le
gambe indolenzite. All’inizio la tappa, sulla serra di Atapuerca,
è stata molto bella, sotto la poca luce di un’alba che non arriva mai. Si ha la
sensazione di essere in cima al mondo e il mondo sembra davvero tondo.
Poi
la discesa e l’interminabile avvicinamento a Burgos, per strade che girano alla
larga, per evitare svincoli, raccordi autostradali e aeroporti, e dopo
l’infinita serie di capannoni industriali, magazzini, distributori di
carburanti. Lungo lo stradone che costeggia l’aeroporto finisco per terra
mentre cerco di allontanare con un calcio un sacchetto di lattine e bottiglie
che può intralciare il traffico. Un’automobile che viene in senso contrario si
ferma (a bordo non so se sghignazzano o si preoccupano) e io mi sento cretino;
è stupida anche la mia gamba sinistra che non mi ha retto.
Esco
da un bar mentre entra Jacques, che ho superato qualche chilometro prima. La
sua camminata è rumorosa perché usa dei pantaloni impermeabili che fanno molto
fruscio; ansima, sbuffa e spesso borbotta fra sé e sé. Quando l’ho affiancato
mi ha detto, scoraggiato: «Tu oggi vai forte, per me è dura!».
Ieri,
parlando con Jonas, ripeteva: «Vorrei tanto arrivare
a Santiago, ma non so se ce la farò». Per oggi aveva previsto, come altri
pellegrini, di prendere l’autobus a Villafria per
evitare dieci chilometri di periferia: per la festa di Ognissanti quella linea
oggi è soppressa.
Appena
entrato in Burgos mi sono fermato in una chiesa in cui stava iniziando la
messa: è stata bella, molto partecipata dai parrocchiani. Allo scambio della
pace ho dato la mano a Jonas, entrato proprio in quel
momento. E poi ognuno per la sua strada. Mi perdo per la città e le indicazioni
non sono sempre chiare o, più probabilmente, non sono capace di vederle. La
cattedrale non mi attira, anzi, appena entrato esco; l’albergue, nuovissimo e
tanto pubblicizzato, è ancora chiuso e non c’è nessuna informazione sull’orario
di apertura. Decido di andarmene, seguendo il consiglio di Gabriel: l’albergue
immediatamente successivo a quello di una città importante è mille volte più
accogliente.
In
una panetteria compro qualcosa che assomiglia a una focaccia e sei buñuelos (frittelle ripiene di panna o crema).
Mangio camminando. Veramente ho pagato anche per una birra che nel sacchetto
non c’è più.
Un vecchietto mi ferma, mi stringe la mano dichiarandosi amico di tutti i pellegrini che vanno a Santiago; mi chiede di dove sono e conclude che spagnoli e italiani sono quasi uguali, loro però hanno ancora il re.
Noi
italiani, invece, abbiamo ancora Berlusconi!
Quando
arrivo all’albergue di Tardajos sono stanco (ho fatto
troppo asfalto e cemento) e resto interdetto dal baccano che esce da un rifugio
così piccolo; penso a una scampagnata organizzata da qualche associazione e
vorrei scappare. Dalla folla emergono l’hospitalera e suo marito, altissimo,
magro e con l’aspetto da hidalgo; mi spiegano che questo è un incontro
fra gli hospitaleros volontari: con la fine di
ottobre molti albergue chiudono e questa è la festa di addio. Mi invitano a
tavola, mangio paella fredda, bevo vino e alla fine c’è anche il caffè e
il dolce, quello che è rimasto; sono a mio agio in quella confusione. Insieme a
me ci sono Olga, polacca, e Lewis, irlandese.
Quando
è già buio arrivano Luc e Luca, svizzeri di Costanza, padre e figlio che fanno
trenta, quaranta chilometri al giorno. Luca, il figlio (i figli hanno sempre
qualcosa in più dei padri...), si premura di dirmi che fa il cammino solo per
il piacere di camminare e per nessun altro motivo. Però non è antipatico e
nemmeno arrogante e parla bene l’italiano. Suo padre è stato un buon sportivo e
ha praticato lo sci di fondo a livello agonistico. Provo ammirazione e un po’
di invidia per questo padre, quasi settantenne, che cammina con il figlio: può
essere l’inizio di un altro sogno.
Adesso
la festa è finita, sul tavolo è rimasta una bottiglia di liquore. Ne bevo un
bicchiere: sembra Martheschino. Arriva un hospitalero
per prendere la bottiglia e gli confesso di non avere resistito alla tentazione
di assaggiarla. Se l’avessi finita avrei liberato me stesso e tutti gli altri
dalle possibili tentazioni future e così si siede e finiamo la bottiglia, già
quasi vuota. Dopo ho chiacchierato con l’hospitalera che mi ha recitato la
filastrocca natalizia accompagnandola con tutte le mosse giuste, come le
farebbe una bambina dell’asilo. Mi ha preso in giro perché sulla credenziale ho
messo il sello, decisamente brutto, a rovescio. Il sello riproduce i piedi dei
pellegrini di Emmaus di un bassorilievo di Santo
Domingo de Silos. «I piedi per i pellegrini sono importanti» mi ha detto
«ricordati però che stanno in basso, è la testa che sta in alto».
Stasera
il cielo è sereno; accanto a una sottile falce di luna c’è Venere.
Oggi
e domani sono due giorni di festa: cerco di celebrarli leggendo il Discorso
della Montagna dal Vangelo di Matteo.
Comincerà
finalmente l’estate di San Martino?
Domenica
2 novembre: Tardajos – Castrojeriz
No,
l’estate di San Martino non è ancora cominciata.
Ancora
un giorno di pioggia e adesso, in questo albergue con i caloriferi gelati, un
gran freddo. Ieri sera avevo sperato in una mattinata serena, magari con la
brina, invece il cielo non promette nulla di buono.
La
colazione ce la offre l’hospitalera (perché non le ho chiesto il nome?), anzi
lei parla con noi pellegrini, mentre suo marito prepara il caffè, il latte e
soprattutto delle grandi fette di pane tostato.
Non
capisco come si versa il latte dal bricco e lei mi dice che evidentemente
questa nuova tecnologia iberica è troppo complessa per me. Ribatto che apprezzo
quella tecnologia, comunque noi italiani avremmo saputo proporla con un design
infinitamente più elegante e funzionale. E lei mi ricorda che in questi ultimi
tempi prendiamo in prestito, sempre più spesso, gli architetti spagnoli, come Calatrava. Terribile quella donna!
Adesso
penso che potrebbe essere tifosa del Real Madrid e avrei potuto ricordarle
quella partita di Coppa Campioni in cui il Real perse 5 a 0 contro il Milan di
Sacchi. Sicuramente si sarebbe difesa dicendo di essere tifosa dell’Atletico.
Partono
Luc e Luca insieme a uno spagnolo ex torero (ieri sera ci ha fatto vedere le
cicatrici sulle gambe); io aspetto un po’ per non farmi condizionare dal loro
ritmo.
Oggi
mi sono fatto una mia idea della meseta: si sale (tutte le tappe
cominciano con una salita, soprattutto se il tempo è brutto) e si raggiunge un
immenso pianoro dove la strada è rettilinea e fangosa, poi si scende e si trova
un villaggio, si sale di nuovo e si attraversa un altro pianoro, poi un’altra
discesa e un altro villaggio e così via. C’è chi trova questo paesaggio
monotono, io l’ho trovato bellissimo, nonostante la pioggia e il vento, che
soffia, ovviamente in senso contrario, sui pianori e scompare nelle valli.
La
maggior parte dei campi è già stata arata e la terra è rossa o nera o grigia,
altri campi sono ancora pieni di stoppie. Pochi alberi e qua e là mucchi di
pietre e grandi parallelepipedi di balle di paglia che spesso danno segni di cedimento.
Ho
incontrato paesi, paesi lunghi, come Hornillos e Hontanas, fatti di una sola strada (per quante Calle Real o
Calle Mayor ho già camminato?) su cui si affaccia una fila quasi ininterrotta
di case, diseguali per altezza, per materiale da costruzione, per finiture, che
formano un insieme molto gradevole. A Los Arcos, otto
giorni fa, la stessa bella processione di case; là c’era il sole, qui ci sono i
camini che fumano e si sentono gli odori dei pranzi da giorno di festa.
In
molti paesi ho incrociato, ma non l’ho mai percorsa, la Calle del Mediodia, segno di un cammino che, senza alcun
ripensamento, va dritto da est a ovest.
Dopo
quattro ore, praticamente senza soste, arrivo a Hontanas,
che è una tappa importante del Cammino e dove pensavo di fermarmi, come due
pellegrini, che non hanno fatto molta strada e stanno aspettando l’apertura
dell’albergue. Entro in chiesa e prendo gli ultimi minuti della messa con il
prete che augura buen provecho, buon appetito.
In effetti sono affamato.
Esco
con gli altri fedeli e chiedo a chi si attarda sotto il portico, perché sta
ancora piovendo, se c’è un posto dove mangiare. No, bar e ristoranti sono tutti
chiusi, bisogna andare fino a Castrojeriz.
Esce
il prete e mi chiede se sono un pellegrino. Mi sembra una domanda stupida, con
una risposta ovvia.
«Di
dove?» «Italiano»; meraviglia: «Il pellegrino è dello stesso paese del papa!».
A
me pare che il papa sia tedesco. Antipatico quel prete.
Io,
a un pellegrino affamato, bagnato, stanco, in cerca di un posto dove mangiare,
non avrei fatto quei discorsi; giuro che l’avrei invitato a pranzo.
Resto
solo sotto il portico, mangio qualcosa e bevo da una bellissima fontana (chissà
se anche d’estate è così generosa d’acqua).
Altre
due ore e mezza per arrivare a Castrojeriz, che vedo
da lontano, velata dalla pioggia sempre più fitta, addossata a una collina con
sopra un grande castello in rovina.
Entro
in un ristorante per sfamarmi e per scaldarmi. Tolgo la mantellina e lo zaino,
che esibisce calzini e mutande invano stesi ad asciugare. Che profumo la sopa de ajo bollente! Ottimo il
baccalà e il formaggio fresco di pecora con una fetta di marmellata. E per
finire un buon caffè.
Al
tavolo accanto siedono due che non sono pellegrini, ma ci somigliano. E’ una
storia triste: sono venuti da Malaga per mettere una lapide sul cammino, là
dove è morto, nella primavera scorsa, un loro amico.
Uno
dei due trova il modo di raccontarmi che ha già fatto il cammino non so quante
volte e l’ultima è partito esattamente da casa sua, dalla cattedrale. «Sei il
vescovo di Malaga?» gli chiedo. Non se la prende.
Esco
dal ristorante che sono le quattro: tempi lunghi da pellegrino epicureo.
L’albergue
è in una costruzione recente e sembra una palestra, lo spazio troppo vasto
aumenta la sensazione di freddo. Mi accoglie una ragazza che non ha l’aria da
hospitalera e non lo è. Dietro alla sua testa pende dal soffitto una carta
moschicida sulla quale nessun’altra mosca potrà più restare incollata: deve
essere roba vecchia, dell’estate scorsa, adesso le mosche muoiono dal freddo.
Nell’albergue
trovo un pellegrino italiano, Franco, che è partito da Saint–Jean
lo stesso giorno in cui io sono partito da Somport.
Entrambi abbiamo voglia di parlare, ma lui di più. È inarrestabile, ogni tanto
si commuove («E’ la sindrome di Santiago» mi dice, scusandosi); io ascolto il
suo racconto e le sue confidenze. Possibile che tutti i pellegrini italiani che
incontro siano così problematici? Mi rendo conto che quasi nessun pellegrino
(nemmeno io) è immune dalla sindrome di Santiago.
Chi
è assolutamente imperturbabile è invece Sebastian che non vedevo da una
settimana, da Logroño. Pensavo di ritrovarlo perché
conoscevo come aveva programmato le tappe; io ho alternato tappe lunghe e tappe
corte, lui invece è molto regolare, le sue tappe sono di venti, venticinque chilometri.
Si è informato dei miei piedi e del mio orologio giallo; anche lui ha dei
problemi con la tecnologia: le cerniere delle due paia di calzoni che porta
sono rotte, bloccate nel punto più basso.
Ho
cenato con lui e con Franco; alla fine, in privato, mi ha detto che quel
signore non sta mai zitto, charla mucho. Però parla lo spagnolo e qualsiasi altra lingua
molto meglio di me. Domattina Franco prende una corriera per León; mi dice che
questo paesaggio lo intristisce e soprattutto vorrebbe ritrovare un pellegrino
(o pellegrina?) con cui ha già fatto un bel pezzo di cammino.
Lunedì
3 novembre: Castrojeriz – Frómista
Giornataccia.
Sempre pioggia, sempre salite e discese e strade fangose.
«Il
male che si vuole non è mai troppo» diceva mio padre, e se sei vecchio e il
tempo è così freddo e umido non puoi pretendere di essere in perfetta forma. La
gamba sinistra, fino a poco fa quella più giudiziosa, mi fa molto male per una
sciatica. Non ho dato retta a Sebastian che voleva accompagnarmi dal medico, ma
sono andato in farmacia e ho fatto solo un brevissimo giro turistico per
visitare la chiesa di San Martín (bella, anche se un
po’ troppo rifatta), dove Sebastian mi ha raccontato le storie incise sui
capitelli. Ha fatto il maestro elementare fino a una decina di anni fa (non
siamo solo noi italiani ad andare in pensione presto), è curioso e gli piace il
romanico. Stasera non andrò al ristorante con lui e la mia sarà una cena
solitaria e probabilmente triste.
L’albergue, abbastanza affollato, è poco accogliente ed è scoraggiato l’uso degli spazi comuni; non si avverte la presenza di un hospitalero vero. Sono andato in cortile per lavare calzini e mutande con l’acqua gelida (però l’acqua che bevo in questo cammino è molto migliore di quella, calda e puzzolente, che bevevo dieci anni fa) e il gatto dell’albergue è salito sul bordo del lavatoio e mi si è strusciato contro. Ho un buon rapporto con i gatti degli albergue; sarà per l’odore da pellegrino?
Oggi,
sulla collina di Mostelares, ho avuto la chiara
percezione di quanto sarà ancora lungo e faticoso questo cammino. Avevo appena
terminato la lunga salita che inizia a Castrojeriz e
ho visto la strada che mi attendeva allungarsi nella meseta a perdita d’occhio,
all’inizio leggermente in discesa e poi pianeggiante con curve poco accentuate,
le pozzanghere la rendevano più brillante rispetto ai campi circostanti. Verso
ovest tutto è indistinto e la meta deve essere lontanissima, sotto un altro
cielo: all’orizzonte si vede una sottile linea azzurra. Quell’immagine resterà
nella mia memoria anche se non ho potuto fare fotografie per la pioggia. Sulla
sinistra, alcuni mulini a vento, che prima apparivano disposti in modo casuale,
adesso sono schierati in belle file ordinate e di tanto in tanto mandano lampi
di luce. Ne ho visti molti, soprattutto lungo il Camino Aragonés,
ma non ho mai udito il loro respiro pesante.
Prima
di Boadilla il fondo della strada diventa meno
fangoso e la pioggia meno insistente. Sono abituato a non incontrare nessuno e
non mi aspetto una macchina che arriva sobbalzando sul fondo irregolare e si
ferma davanti a me: un omino sorridente mi allunga un foglietto fotocopiato per
ricordarmi che a Boadilla si mangia benissimo.
È l’ora di pranzo, la signora che mi accoglie è premurosa come chi ospita un pellegrino e non lo fa solo per mestiere. Più tardi arrivano altri pellegrini tedeschi e io in qualche modo faccio da interprete; alla fine, mentre esco, entra Sebastian: è stato convincente quel signore in macchina!
Spesso,
camminando, anche quando le nuvole sono impenetrabili, mentre guardo poco più
avanti dei piedi, ho l’impressione di vedere la mia ombra sulla destra. Forse è
il ricordo di quando c’era il sole o è la speranza che ritorni.
E
mi capita, come a tutti i pellegrini, specialmente se sono stanchi, di sentire
delle voci; poi mi rendo conto che è lo zaino che cigola, un pellegrino
ciclista che chiede strada o delle papere che sguazzano in un fosso.
Sto
costeggiando un canale molto largo e cerco le papere che fanno tanta
confusione; non le trovo, mentre il baccano cresce sempre di più. Finalmente
vedo uno stormo di anatre, assolutamente disordinato, passare sopra di me.
Stanno discutendo animatamente, o meglio, stanno battibeccando. Le voci, prima
così astiose, si quietano e si fanno più ragionevoli; lo stormo prende la forma
di fiamme che guizzano, poi di una fiamma sola, molto allungata, per assestarsi
infine nella formazione di volo; due anatre, che evidentemente hanno ancora
qualcosa da dirsi, restano indietro e poi con fatica si accodano alle altre: è
bellissimo e mi incanto a guardare finchè lo stormo
sparisce troppo lontano. Mi ritorna in mente il gregge di pecore che sfilava
sui fianchi della montagna di Somport. I nostri
percorsi sono perpendicolari, loro vanno a sud, io a ovest. Il loro volo è ben
più rapido del mio passo!
In
fondo non è stata una brutta giornata; chissà come andrà la notte.
Martedì 4 novembre: Frómista – Carrión de
los Condes
La
notte è stata brutta però la sciatica è scomparsa e faccio tranquillamente i
venti chilometri che affiancano la strada asfaltata, poco frequentata.
Il
cielo è grigio, non c’è l’ombra accanto ai miei piedi, ma non prendo pioggia.
Mi riposo sotto il portico della chiesa di Villalcazar
de Sirga, enorme e severa (era una chiesa dei
Templari). Dentro non si entra, sarei stato curioso.
Per
qualche chilometro ho camminato con Klaus, tedesco di Rostock,
che parla inglese peggio di me. «A scuola, quegli stupidi, ci obbligavano a
studiare il russo!»; l’avevo conosciuto ieri nella trattoria di Boadilla (che problema sfamare un pellegrino che vuole
essere vegetariano!). La conversazione è faticosa, eppure ci impegnamo, soprattutto lui che mima ogni sua parola.
Io
ascolto e faccio domande per deformazione professionale.
Fino
a poco fa, per lui, come per la sua famiglia, i soldi erano tutto, adesso, che
ha scoperto Cristo e Buddha, non più. Però non è importante credere in Cristo o
in Buddha: è importante credere in se stessi. Nel suo passato ci sono stati
alcol, droga, analisi e psicofarmaci, ora dice di stare bene. L’estate scorsa
ha interrotto una vacanza insulsa che stava facendo con un amico molto ricco e
ha deciso di provare questa esperienza. Mi piacerebbe tanto conoscere bene le
lingue per scambiare qualche idea e non solo informazioni e sensazioni; lui
dice che per capirsi basta guardarsi negli occhi. Gli chiedo se debbo togliermi
gli occhiali, così vede meglio i miei... Non mi prende sul serio e continua a
parlare, agitandosi. Klaus si soffia spesso il naso come fanno gli atleti in
gara, senza fazzoletto e senza togliersi i calzini di pura lana vergine (che
non puzza, diversamente dal cotone) in cui ha infilato le mani.
All’ingresso di Carrión, per un pò seguo una mamma che tiene al collo una bimba con dei vistosi codini ribelli e asimmetrici; la bimba si divincola e vorrebbe scendere, poi trova più interessante farmi una serie incredibilmente fantasiosa di boccacce, del tutto indifferente ai miei ciao con la mano e ai sorrisi.
L’albergue
della parrocchia è chiuso e cerco un’alternativa chiedendo alla gente, che è
molto cortese e disponibile. Alla ricerca dell’albergue Espíritu
Santo, gestito dalle Figlie della Carità, perdo completamente l’orientamento e
mi preoccupo davvero.
Finalmente
arrivo a destinazione e mi accoglie una suora autentica, piccola e grassa, che
cammina battendo i tacchi come un soldato. Entrare in un ambiente caldo è una
bellissima sensazione, dopo gli ultimi giorni passati al freddo, alla caccia di
altre coperte da aggiungere al sacco a pelo.
Lavo
la roba puzzolente che porto da tre giorni e prendo una sgridata da una suorona perché sto facendo il bucato nel posto sbagliato;
sospirando dice che con i pellegrini ci vuole tanta pazienza e mi guarda con
gratitudine quando le rispondo che sopportandoli si guadagnerà un pezzo di
paradiso, ma senza fretta.
Noto
una quantità impressionante di gabinetti, come se venti, trenta persone fossero
obbligate a fare pipì contemporaneamente e in completa riservatezza.
Il
rifugio si riempie in fretta, rivedo Marianne e compagni, che avevo visto
l’ultima volta a Grañon: tutta la gente del cammino
si è data appuntamento qui. Manca Sebastian, che vedo a spasso per il paese:
piuttosto che dormire in un convento di monache fa venti chilometri in più,
stasera dorme in un hostal. Cosa gli avranno fatto le suore in qualche cammino
precedente? Sebastian è uno dei pochi pellegrini che vedo abitualmente in
chiesa, anche a messa.
Bella
la chiesa di Santa Maria e bello il museo parrocchiale nella chiesa sconsacrata
di Santiago, distrutta durante le guerre napoleoniche. Sono l’unico visitatore
e mi guida una signora gentile, molto informata e con la bellezza giusta per la
mia età. Faccio un figurone con la musica di sottofondo: è un CD con brani polifonici del Codex
Calixtinus interpretati dall‘Anonymous
4. Va a controllare ed è vero: che orecchio! Questo è proprio un complimento
che non merito.
La
suora che mi ha accolto e mi ha accompagnato all’albergue (ero entrato nel
monastero), con aria di complicità, mi aveva mostrato una stanzetta con un PC
con la connessione a internet (si può fare un’offerta, s’intende). Cedo alla
tentazione: adesso so come è finito il campionato di Formula 1, so che il Milan
è primo in classifica e posso dormire sonni tranquilli. A proposito, tranquilo è una delle parole più abusate nel
cammino: a me sembra un invito all’immobilità e all’apatia, più che alla quiete
e alla pace. Sono stato davanti al computer pochissimi minuti e si era già
formata una fila di pellegrini impazienti: giuro che non toccherò più un PC
fino al mio ritorno a casa.
Oggi
ho fatto compere in un negozio di articoli sportivi ben fornito: pantaloni
pesanti, una felpa e un paio di guanti. Lo zaino peserà un chilo in più. Quel
negozio deve essere stato saccheggiato dai pellegrini. C’è stata Marthe, insieme all’inseparabile Sophie,
per acquistare uno zaino nuovo e io mi sono guadagnato un bacio dandole
l’indicazione. C’è passato Klaus per comperare un paio di guanti; lo rivedo nel
pomeriggio e quasi non lo riconosco, è andato dal barbiere e ha un aspetto
curatissimo e sprizza allegria.
Ceno
con Sebastian e Miguel, mi sento elegante con la nuova felpa e i nuovi
pantaloni. Sebastian ci accompagna fino all’albergue e ci fa sbagliare strada:
si vede che vuole tenerci lontano dalle monache.
Mercoledì 5 novembre: Carrión de los Condes –
Terradillos de Templarios
Stamattina
c’era il sole!
Tutti,
comprese le suore, si sono affrettati a dirlo a tutti. A proposito, che ci
fanno tante suore in giro per i cameroni, in un momento così delicato come quello
della vestizione dei pellegrini?
Poco
dopo i bar di Carrión sono stati invasi da una folla
di pellegrini contenti; chi se ne intende dice che sono ancora tanti, più del
solito. Anch’io ho fatto colazione al bar, mi hanno obbligato Marianne e
Philippe facendomi perfino sedere ad un tavolo: «Noi da qui partiremo fra circa
mezz’ora perché siamo saggi, tu non ti muovi prima di un quarto d’ora». Abbiamo
brindato con il caffellatte alla vittoria di Obama.
Scaduto il tempo, mi hanno lasciato andare augurandomi buon cammino.
Ormai
non ci speravo più: sul tetto del convento delle clarisse ho visto alcune
cicogne indecise, non capita solo ai pellegrini di perdere l’orientamento.
Oggi
ho percorso il lunghissimo rettilineo che porta a Calzadilla
de la Cueza; fra i pellegrini è famoso quasi come la
salita a O Cebreiro. Ho capito dove finisce ma non mi sono accorto dell’inizio,
comunque il fondo della strada è buono e si cammina bene. Sulla sinistra ci
sono bei filari di pioppi; lontano, sulla destra, si vedono montagne innevate e
mi piacerebbe dare loro un nome, lo chiederò a Sebastian. Il paesaggio mi
piace, il cielo è pulito e le nuvole, finalmente bianche, lo movimentano un
po’.
Provo
il piacere di togliermi prima la giacca a vento e poi la camicia e di restare in
maglietta, come se fosse primavera.
Guardo
la mia ombra e ho la conferma sperimentale di quello che insegnavo a scuola:
con il passare del tempo si accorcia sempre più e ruota verso nord perché siamo
prima di mezzogiorno; nel pomeriggio si sarebbe allungata ruotando verso est.
Batto
le mani e pochi istanti dopo gli uccelli appollaiati su un albero volano via: è
un modo per calcolare la distanza di quell’albero. E per scoprire se gli
uccelli ci sentono.
C’è
una quantità incredibile di millepiedi che attraversano la strada, quasi tutti
si spostano verso sud; hanno un aspetto corazzato con il loro rivestimento
color argento metallizzato: saranno OGM selezionati per resistere agli scarponi
dei pellegrini?
Cammino
bene, ma non sono io che scelgo il ritmo dei passi; la strada scorre sotto i
miei piedi e il Cammino mi porta con sé.
Dietro
di me, lontano, c’è Klaus, insieme a un compagno tedesco; da come agita le mani
e ondeggia a destra e a sinistra per il sentiero, si vede che sta parlando con
passione.
Mi
sorpassa un pellegrino polacco (lo capisco dalla bandierina che sventola) in
bicicletta; mentre ci auguriamo buon cammino sbanda e deve mettere i piedi per
terra, eppure il mio augurio era sincero. E’ carico di borse e borsoni, non ha
l’abbigliamento tipico dei ciclisti e ha con sé la chitarra.
Nelle
tappe successive a Burgos ho incontrato diversi pellegrini che venivano in
senso contrario e non ho capito se tornavano a casa o tornavano semplicemente a
Burgos per prendere un treno o un autobus, disgustati dal tempo.
Però
un pellegrino che ritorna lo incontro davvero. Ci scambiamo poche parole: è
partito da Siviglia e ha raggiunto Santiago percorrendo la Via de la Plata
(meravigliosa...), adesso è in cammino verso Roma. Dunque non sta ritornando a
casa; quando tornerà? Non gli ho chiesto il nome, non so di dove è; forse non
pensa di tornare a casa, semplicemente è incapace di fermarsi.
Mi
torna in mente Johannes, a Grañon, che si commoveva
al pensiero di ritornare a casa.
Sono
arrivate Sophie e Marthe,
con lo zaino nuovo; mi dicono subito che non potranno cucinare gli spaghetti
visto che in questo albergue privato non c’è la cucina. Così, stasera, le
rassicuro, mangeranno bene.
Come
direbbe Sebastian, i gestori di questo rifugio sono fra i pochi spagnoli che si
sono accorti di essere entrati nell’Unione Europea e si adattano ad un orario
europeo: si cena alle sette, è incredibile.
Al
mio tavolo ci sono Sophie, Marthe,
Heinrich e Maurice, della Svizzera tedesca, tutti
ragazzi sui vent’anni. Mangiamo sopa de ajo o zuppa di ceci e polpette (come ho potuto intuire che albondigas significa polpette?). Le due ragazze
contrattano sfacciatamente: qualche polpetta in cambio del dolce, che
assomiglia alla panna cotta di cui sono golose; Maurice e io accettiamo.
Nessuno
si ferma davanti alle mie difficoltà linguistiche e riusciamo a parlarci. Marthe e Sophie sono ancora entusiaste
di Burgos e della sua cattedrale. Avremmo bisogno di Wolfgang, che,
all’università, studia da architetto, per un giudizio artistico, però quella
chiesa non mi piace affatto. C’è un coro immenso, riservato a quelli che
contano, che occupa quasi tutta la navata centrale e che esclude gran parte dei
fedeli, spinti ai margini nelle navate laterali. Sarebbe l’ambiente perfetto
per la preghiera del fariseo e del pubblicano di cui parla il Vangelo.
L’immagine più viva che conservo della cattedrale di Burgos risale a dieci anni
fa, quando con MG la vidi per la prima volta: un pellegrino si avvia verso
l’uscita sconsolato, respinto da quello spazio poco accogliente; quando
incrocia il mio sguardo, quasi per avere una conferma, dice: «Ma questa non è
una chiesa!». L’esterno di una chiesa può sorprendermi e affascinarmi, ma solo
l’interno può commuovermi.
Parliamo
anche di altre cose leggere, Maurice imita benissimo Ratzinger.
Ci
sono due bambini, maschio e femmina, che giocano e ridono vicino al nostro
tavolo. Dico alla bimba: «Ti chiami Ana e sei una
regina; è vero?». Lei resta perplessa, mentre il fratellino, un po’ più grande,
dice che è proprio così e le mette in testa una corona di carta, con su scritto
Ana, che era appoggiata su un mobile. Dopo, Sophie mi chiede di spiegarle come ho potuto indovinare
quei due piccoli segreti.
Anche
i pellegrini seduti agli altri tavoli stanno bene: è una di quelle serate in
cui, con calma, si beve vino per festeggiare e non ci si ubriaca per fare finta
di essere felici.
Quando
pago gli otto euro della cena alla mamma dei bambini, le dico che questo è uno
dei posti più belli del cammino. «Il merito va suddiviso con i pellegrini che
ospitiamo», dice lei.
E
così sia.
Giovedì
6 novembre: Terradillos – Calzadilla de los Hermanillos
Sono
finito in un posto dal nome improbabile, che potrebbe avere a che fare con Hänsel e Gretel o con i fratellini di Pollicino.
Fino a stamattina ne ignoravo l’esistenza e davo per scontato di arrivare a El
Burgo Ranero, come suggerisce la mia guida.
Ho
chiesto a Marianne, che non si era ancora svegliata del tutto, quali fossero i
suoi programmi per la tappa di oggi e lei: «Non so nemmeno come si chiama il
posto dove siamo adesso, non so dove ero ieri o l’altro ieri, non so dove sarò
stasera o domani, non capisco se i giorni passano troppo in fretta o troppo
adagio...». I primi tempi del suo cammino, iniziato quasi tre mesi fa, era
angosciata dall’organizzazione della giornata e non aveva tempo per le persone,
adesso si affida completamente al gruppetto di amici con cui viaggia.
Ho
rivolto la stessa domanda ad Sophie che invece ha le
idee molto chiare: «Andiamo a Calzadilla, seguiamo il
cammino vero, non quello che costeggia l’autostrada; ci sono boschi dove si
possono incontrare i lupi; a Calzadilla c’è un buon
albergue e un ristorante, anche se è un paese piccolo». Non le sembro convinto
e mi chiede dove ci rivedremo. «Ci vediamo a Calzadilla,
o al El Burgo Ranero, oppure a Mansilla
de las Mulas, a León, a Reliegos,
oppure a Santiago, oppure... in paradiso o all’inferno!». Qualcuno, nella
stanza vicina, ha applaudito a questo ventaglio di possibilità.
Prima
di partire debbo fare i conti con Marthe che stanotte
mi ha tenuto sveglio fino alle due perché chiacchierava e rideva al piano di
sotto con Maurice e Heinrich; non ha seguito
l’esempio della sua compagna che alle dieci era già addormentata. Mi promette
che, avvicinandosi a Santiago, diventerà più giudiziosa e mi chiede di non fare
la spia ai suoi genitori.
Alla
partenza sole, brina e buonumore!
Sulla
strada trovo un depliant che pubblicizza un albergue con ristorante a Calzadilla, simile a quello che ho appena lasciato, inoltre
non posso permettere che quelle due ragazze affrontino da sole una tappa così
misteriosa. Abbandono la pista accanto all’autostrada per camminare su una
strada di campagna larghissima che non si distingue molto dai campi che
costeggia e con un fondo ghiaiato che risveglia il mal di piedi.
Attraverso
un bosco in miniatura e non incontro lupi.
Ho
fatto un’unica sosta, a Sahagún; mi sono fermato in
un bar che esibiva paste invitanti. Ho preso un caffè solo accompagnandolo
con una pasta ripiena di panna, che mi ha impiastricciato la barba. Ho fatto il
bis con un’altra pasta più complicata, che ho mangiato in onore di MG. Nel bar
c’era un signore anziano e molto distinto: ha infilato una mano nella tasca
della giacca e mi ha offerto una manciata di mondine, da mangiare lungo il
cammino, non subito, perché le castagne danno forza.
Però
quelle caldarroste non erano ben cotte, anche se le ho mangiate tutte.
Arrivo
in un paese fatto di case basse e mi accolgono con molta cortesia sulla porta
di quello che dovrebbe essere l’albergue con il ristorante, ma che dall’inizio
di novembre è chiuso (la parola cerrado è una
delle più temute dai pellegrini, in particolare da quelli che hanno poca
dimestichezza con lo spagnolo, perché rinvia a un’ulteriore serie di domande e
risposte). Mi danno tutte le indicazioni per andare all’albergue municipale,
poco più avanti, che sicuramente è aperto.
L’albergue
è una scuola riadattata ed è chiuso. Non ho il tempo di preoccuparmi che vengo
investito alle spalle da una vecchietta che ce l’ha con quei pellegrini che
vanno ancora in giro con una stagione come questa e la costringono a fare
avanti e indietro da casa sua perché, si sa, bisogna tenerli d’occhio.
Le
chiedo se il rifugio è aperto e lei, con aria risentita, mi replica che certo
che è aperto; lei il suo lavoro lo fa bene, ma io questa notte morirò dal
freddo, perché non c’è riscaldamento e sarò solo: in questa stagione lì non ci
passa nessuno. Finalmente mi fa entrare, mi ordina di chiudere le finestre, che
sono tutte spalancate, compila con qualche difficoltà il registro e si
preoccupa di mettere il sello perfettamente centrato nella casella della mia
credenziale. A poco a poco si ammorbidisce e mi dà perfino un buffetto sulla
guancia. Le chiedo dove posso trovare qualcosa da mangiare e lei prima mi
spiega dove trovare la bottega, poi mi ci accompagna.
E’ come la bottega della Bruna, cinquant’anni fa; l’unica differenza è il registratore di cassa, modernissimo. Il bottegaio è piccolo e tondo, deve essere in piedi su uno sgabello, e la sua testa grossa emerge appena dal registratore; domina, con assoluta sicurezza, quel piccolo universo caotico in cui si mescolano alimentari, detersivi, articoli da merceria e ferramenta. E’ sorridente, paziente e implacabile. Poteva assomigliare al papà di Manolito, se Quino l’avesse disegnato.
Mi
preparo un piatto di pastasciutta, per mangiare qualcosa di caldo; è una
porzione abbondante, che però condivido con un pellegrino che arriva mentre la
scolo e così diventano due porzioni piccole. C’è del formaggio, del pane e un
po’ di frutta; lui, Gilles, contribuisce con due o tre centimetri di chorizo. Accogliamo i pellegrini che arrivano e li
indirizziamo dal bottegaio: quando ritornano raccontano meraviglie di lui. Ci
sono ritornato anch’io nel pomeriggio: volevo comperare olio e sale grosso e
fino da lasciare nella cucina. E’ scomparso ed è tornato tenendo in mano una
saliera, un pacchetto di sale grosso già aperto e una bottiglia di olio, quasi
vuota. Ha versato un po’ di olio e un po’ di sale in tre distinti sacchetti di
plastica, li ha chiusi con un nodo, li ha pesati e mi ha chiesto se poteva
bastare, sempre sorridendo. Non ho saputo replicare; ho pagato in tutto un euro
e venti e adesso mi chiedo quanto mi è costato ogni grammo di sale e di olio.
In cucina ho scoperto un altro sacchettino di plastica con del liquido verde e
non l’ho aggiunto all’olio che stavo usando perché Marianne mi ha fatto notare
che quell’olio era detersivo.
Dalla
bottega sono andato verso la chiesa, ho fatto qualche giro e mi sono perso di
nuovo, peggio che a Carrión. La luna, alta in cielo,
è quasi al primo quarto e quindi mi segna il sud, allora debbo voltare a
sinistra, verso est, perché l’albergue è all’inizio del paese. Ci debbono
essere dei sistemi più semplici per ritrovare la strada!
L’hospitalera
è sbalordita per l’affollamento dell’albergue, ha chiamato rinforzi e con una
coetanea si spartisce la timbratura delle credenziali, la registrazione degli
ospiti e la raccolta delle quote per il pernottamento. Tutte e due sono molto
soddisfatte e dicono che abbiamo fatto bene a prendere questa strada, che è
sull’unico e vero Cammino di Santiago. Mi guadagno un altro buffetto
affettuoso, come se fossi stato io a richiamare tutti quei pellegrini. Siamo in
quattordici, ecco l’ordine di arrivo: io, Gilles, Luis (è l’unico spagnolo e
credo che stia ancora bestemmiando per avermi seguito), Olga e Lewis, Monique con Nadine e Sophie Anne, Heinrich e Maurice, Sophie e Marthe, Marianne e Philippe.
Stasera c’è baldoria nell’albergue, bisogna fare i turni per usare gli unici due fornelli elettrici della cucina e ogni tanto salta la corrente. Ceno con Philippe e Marianne, io preparo il sugo per i maccheroni con olio, cipolla, pomodori, aglio e peperoni, lei una quantità sterminata di macedonia. Con questi stranieri è impossibile fare bollire meno di mezzo chilo di pasta! Marianne dice che, come pellegrino, io posso praticare la virtù della temperanza, ma non debbo dimenticare la carità e allora fa lei le parti: cento grammi per Angelo, centocinquanta per Philippe e duecentocinquanta per lei, che è magra, che adesso balla dentro i pantaloni perchè ha perso due taglie. Alla fine quella pastasciutta è stata apprezzata perfino da chi aveva già mangiato il dolce e Marianne si è persuasa che duecentocinquanta grammi di pasta sono troppi anche per lei.
Prima
di quei discorsi sull’importanza delle virtù cardinali e teologali nella
cucina, mostrandomi la fede al dito, mi aveva raccontato di suo marito morto un
anno fa. Con lui aveva già fatto il cammino da León a Santiago. Sono rimasto
zitto e lei si è preoccupata di dirmi che adesso va abbastanza bene; tutti e
due avevamo gli occhi lucidi. Ha la stessa età di Matteo.
Ho
conosciuto Marianne a Navarrete, insieme a Chantal, e mi aveva colpito la loro diversità: la prima
alta, bionda, bella, circondata da amici e, apparentemente, esuberante; l’altra
piccola, bruttina, sola, riservata e ignorata. Allora mi ero sentito più vicino
a Chantal, adesso mi dispiace di avere pensato a
Marianne come a una persona privilegiata.
Dopo
la cena si chiacchiera a ruota libera, con tutti; soltanto Luis se ne sta in
disparte. Una delle ragazze, Sophie Anne, che si
ostina a chiamarmi Angélo, mi trova una piuma sulla schiena: è un segno della
mia vecchiaia e tutti mi prendono in giro. Marthe
parla di qualcosa che potrebbe essere un angelo spennato; le ricordo che come
il lupo perde e il pelo ma non il vizio, così un vero angelo può perdere
qualche piuma senza perdere la virtù. E per finire, secondo Lewis, l’irlandese,
assomiglio a Spielberg, il regista, solo che lui sembra più vecchio. Gli dico
che i suoi occhi sono confusi dalle bellezze del cammino e lo faccio arrossire
indicando Olga.
Quando
parliamo si vedono le nuvolette del nostro fiato.
Per
ripararmi dal freddo cerco e non trovo la felpa comperata a Carrión;
l’ho portata una sola volta e probabilmente l’ho dimenticata nell’albergue
delle monache. Di solito la roba smarrita va a finire in un cesto a
disposizione dei pellegrini che ne hanno bisogno.
Venerdì 7 novembre: Calzadilla – Mansilla de
las Mulas
Stamattina,
e nessuno se l’aspettava, nebbia e pioggerellina. Maurice e Heinrich
stanno fuori a bagnarsi seduti su una panchina e fumano le loro prime
sigarette. Gli altri, coordinati dalle canadesi, preparano colazioni pantagrueliche
e si preoccupano di lasciare in ordine la cucina e la saletta. Le due
vecchiette brontoleranno per i sacchi pieni di spazzatura da svuotare e faranno
man bassa di tutto quello che è rimasto nel frigorifero e magari porteranno via
perfino gli avanzi di sale e di olio nei sacchettini di plastica. Chissà per
quanto tempo quell’albergue non sarà affollato come nella notte scorsa.
Da
un po’ di giorni mi rendo conto che arrivo alla fine della tappa stanco e la
stanchezza è sempre nuova e inaspettata. Poi passa.
Lungo
il cammino ho visto diverse croci e lapidi in memoria di pellegrini morti;
quella che incontro oggi, per Gisèle, pellegrina
francese, mi colpisce particolarmente, forse per il profondo senso di
solitudine che si respira in questo paesaggio grigio e piatto. E così insieme
al lungo pellegrinaggio collettivo che termina a Santiago si svolgono tanti
altri pellegrinaggi personali e privati per ricordare e ritrovare l’amico
pellegrino che non è più tornato.
Senza
il riferimento del sole provo il consueto senso di disorientamento.
Il
fondo della strada sembra quello di Piazza Grande a Modena: sento ogni ciottolo
e l’appoggio sul piede destro a volte è doloroso. Se cerco il bordo della strada,
per evitare le pietre, mi incollo all’argilla. Raggiungo Luis, che dopo un paio
d’ore di cammino non ce la fa più. Il confronto con gli altri pellegrini che
vanno come il vento lo deprime e ha bisogno di solidarietà. Ci fermiamo vicino
alla ferrovia, presso un casello diroccato, a raccontarci i nostri malanni e a
mangiare frutta secca; beviamo un bicchiere del suo vino e ci sentiamo quasi
fratelli, ma fino a quel momento ci eravamo ignorati. Arriva Gilles, pellegrino
giovane e elegantissimo, senza uno schizzo di fango sugli scarponi e sui pantaloni,
che sparisce lontano in un attimo, inseguito dalla nostra ammirazione condita
con un po’ di invidia.
In
questo albergue di Mansilla c’è una giovane e
vulcanica hospitalera, Laura. Le consegno tutto il mio bucato per la lavadora e la secadora
(macchine che hanno cambiato la qualità della vita dei pellegrini!); mi fa
pagare solo mezza tariffa e alla fine scopro il piacere di abbracciare la roba
pulita, calda e asciutta: è una soddisfazione che si prova solo se si fa il
cammino con questo tempo.
A
Laura affido il mio piede destro, davanti a un pubblico molto attento. Lo cura
con perizia e con poca tenerezza, come dovrebbe fare un bravo medico. Mi dice
che i miei non sono piedi da pellegrino, ma da asino. Anche mio padre ogni
tanto mi dava dell’asino. Anzi: «Maladat
d’un asan, té e chi t’ha fat stüdia...». Il pubblico si interessa al mio piede e
Philippe, facendo una smorfia, esclama: «Quel horreur!»
cioè: «Che schifo!» e si merita l’approvazione di Laura. Solo Sebastian si
mostra comprensivo, scuote la testa e capisce perché ogni tanto mi lamento dei
piedi. Però il mio piede sinistro, il piede del diavolo secondo Sebastian, è
perfetto e non lo faccio vedere a nessuno.
Sebastian nei prossimi giorni forse abbandonerà il Cammino Francese per immettersi sull’ultimo tratto della Via de La Plata; dimostra di essere un ottimo stratega: con questa deviazione potrà sorprendere Santiago alle spalle.
Sebastian
è piccolo, come Napoleone del resto, porta gli occhiali da miope e ha una
grande cura per i pochi capelli lunghi, grigi e ondulati che gli restano. In
assetto di marcia ha sempre un berretto di lana bianco e rosso che finisce con
un vistoso pompon. Si fa la barba con un vero rasoio tutte le mattine e mi ha
confessato di farlo per migliorare la sua velocità: per lo stesso motivo non si
depilano ciclisti e nuotatori?
Qui
ho incontrato un ragazzo italiano, Salvatore, di Napoli. Gli dico di avere
sentito parlare di lui a Grañon; si preoccupa di
quelle voci ma non crede di avere fatto stupidaggini. In realtà mi avevano
raccontato di lui, come di un ragazzo simpatico ed entusiasta, l’hospitalero e
la ragazza che l’aiutava.
«Quella
ragazza che si chiama Tina?» «Si, proprio lei.»
Anche
Salvatore si ricordava di Tina.
È
fermo da due giorni per problemi al ginocchio, non arriverà a Santiago: domani
va a León e torna a casa.
Sabato
8 novembre: Mansilla – León
Finalmente
ho attraversato il deserto! È così che i pellegrini chiamano il cammino fra
Burgos e León. Adesso mi sento più vicino alla meta, anche se mi preoccupano le
salite e le discese che mi aspettano.
Stanotte
c’era una bellissima stellata. È una regola: se l’albergue ha i servizi
all’esterno e per raggiungerli bisogna attraversare un cortile, allora
sicuramente si vedranno le stelle. Ad un’ora impossibile, sotto la tettoia,
c’erano ancora Maurice e Heinrich che chiacchieravano
e fumavano; Marthe stavolta non c’era: è stata di
parola.
Al
momento della partenza il cielo era chiaro, poi fuori dal paese ho incontrato
una nebbia sempre più fitta.
Sulla
destra della strada c’è un distributore Agip: il paesaggio, se si esclude il
pellegrino che cammina, è quello della Pianura Padana, della Via Emilia.
Finisce
il sentiero riservato ai pellegrini e si cammina sulla carretera, il traffico
non è intenso, comunque vanno forte questi spagnoli.
Solo
quattro ore per fare una ventina di chilometri; l’entrata in León è meno
faticosa di quella in Burgos e trovo questa città molto più gradevole.
L’albergue,
nel centro storico, è ospitato presso un monastero di monache benedettine e
quindi Sebastian troverà un’altra sistemazione. Con l’hospitalero ci guardiamo
come se ci conoscessimo, infatti ci siamo incontrati a Tardajos:
una settimana fa, avevamo finito insieme una bottiglia di Martheschino.
Faccio
la doccia, lavo calzini, mutande e maglietta e mi impadronisco di un calorifero
su cui farli asciugare e poi in trattoria, con la bella sensazione di stare
facendo la vita di michelaccio: mangiare, bere, dormire e andare a spasso.
In
trattoria trovo buono tutto, i ceci con le trippe e una trota marinata. Pago il
mio conto a una ragazza che sa valorizzare la camicetta che porta.
Anche
la telefonata a Matteo è piacevole.
Dopo
faccio il turista: sono ancora in tempo per vedere il mercato nella Plaza
Mayor. Per fotografare un palazzo di Gaudì mi sdraio
per terra sulla schiena e mi pare d’essere il Gregor Samsa
di Kafka.
C’è
un ragazzone che suona una melodia bellissima alla fisarmonica. Mi torna in
mente un giorno di luglio, a Lecce, quando MG e io nel primo pomeriggio siamo
rimasti incantati ad ascoltare e a guardare un ragazzo che suonava, e bene, la
ciaccona per violino di Bach. Oggi quella musica con la fisarmonica era bella quanto
la ciaccona di Bach e chi suonava era felice almeno quanto me.
Tre
donne davanti alla cattedrale cantano:
...la cucaracha, la cucaracha
ya no quiere caminar...
Cantano,
ballano e ridono. La più eccitata delle tre è in una carozzina.
Sorrido a tutte e tre e loro ricambiano.
Visito,
insieme a Sebastian, pellegrino e turista coscienzioso, la Collegiata di S.
Isidoro. La cappella del Pantheon Reale è bellissima e nessuno ci fa fretta. Mi
piace ricordare che è stato don Rodolfo, pellegrino a Santiago parecchi anni
fa, a parlarmi di questa cripta, bella per l’architettura e per gli affreschi
che la ricoprono. C’è un’intera volta che racconta la strage degli innocenti,
con bambini che sembrano conigli spellati e soldati dai visi inespressivi: mi
tornano in mente le immagini di Pasolini nella sua versione cinematografica del
Vangelo di Matteo.
Per
apprezzare l’interno della cattedrale, con le sue vetrate, manca la luce
giusta: il cielo è coperto.
Torno
a casa, cioè all’albergue, stanco morto e con la schiena a pezzi.
C’è
un’atmosfera non troppo allegra: qualcuno ha fatto il giro dei bar di León e
ora non ne è soddisfatto.
Per
cena mi offrono del cuscus e imparo che è un tipico piatto canadese.
Oggi
all’albergue si è rivista Renèe: ogni giorno parte a
piedi e fa un pezzo di strada; quando non ce la fa più arriva alla fine della
tappa con mezzi di fortuna. In ogni caso la Compostela se la merita davvero.
Ho
trovato, nel cesto della roba che è a disposizione dei pellegrini, una felpa
rossa, che tiene caldo. Sebastian mi ha detto che quel rosso è un po’ troppo da
femmina, però ha approvato la qualità. Non si è accorto che anche lo zaino che
uso è da donna: è quello di MG! Il marchio, Karrimor,
è sufficientemente virile, come il colore verde scuro, ma il nome del modello, Panther, è effettivamente frivolo.
Domenica
9 novembre: León – Hospital de Orbigo
Stasera
non ho voglia di fare il compito, d’altra parte credo che la pigrizia sia uno
dei vizi più praticati dai pellegrini.
Ieri
sera parecchi pellegrini, c’ero anch’io, hanno recitato compieta insieme alle
monache. Anche se pochi sapevano di cosa si trattasse, c’era concentrazione e
le suore cantavano bene. Marthe e Sophie
mi hanno chiesto se quella era una messa e così ho fatto un po’ di catechismo.
Poco dopo le dieci nel camerone c’era un grande silenzio: le orazioni conciliano
un sonno profondo.
Il
gruppo era assolutamente internazionale, cosa che ha reso molto felice la
superiora; io ero l’unico italiano, ma un’australiana si è affrettata a dirmi
che i suoi nonni erano italiani, carrarini per la
precisione.
Giovane
e carina quella ragazza, Karin, che fa il cammino da sola. Stamattina mi ha
raggiunto e superato uscendo da León, dopo mi ha aspettato perché le dessi una
mano per bucare una vescica (ci ho messo del tempo per capire che cosa mi
chiedeva). Belli quei piedi, nonostante la piccola vescica: i piedi delle
pellegrine giovani non puzzano, almeno al mattino.
Per
tutta la giornata ho camminato nella nebbia. E nella nebbia, all’uscita di
León, ho visto frotte di pellegrini salire sugli autobus diretti in periferia.
Sono i pellegrini della domenica, non quelli che camminano con me da due o tre
settimane e che sono molto rigorosi.
Solo
in alcuni punti la nebbia riesce a nascondere il paesaggio deprimente della
periferia: le strade che entrano e escono dalle città hanno questa singolare
capacità di attrarre le cose più brutte.
Mi
fermo a Villadangos per pranzare, c’è un bar
ristorante pretenzioso che non mi attira, ma è l’unico aperto. E’ troppo presto
per il pranzo e chiedo se posso aspettare, stando al caldo. Un signore, che mi
ha sentito parlare, mi chiede se sono italiano e se sto facendo il cammino.
Rispondo di sì e lui mi sorprende dicendomi, in italiano, «Dio sia con te!».
E
così, per tre quarti d’ora, chiacchiero, un po’ in italiano e un po’ in
spagnolo, con Khalid, marocchino che ha passato una
quindicina di anni a Vicenza. Dopo sette anni di matrimonio ha divorziato dalla
moglie italiana e qui si è risposato con una connazionale e ha due figli,
Joseph e Jasmine: mi mostra le loro fotografie. Mi
parla del suo lavoro, fa il fornaio e non gli pesa alzarsi alle tre di notte.
L’odore del pane è buono e il pane fa felice la gente. Gli racconto del bel
gesto che facevano i miei allievi arabi quando cadeva un pezzo di pane: dopo
averlo raccolto, lo baciavano e lo mettevano da parte. Mi dice che è una
prescrizione del Corano. Si infervora e parla del Corano, di Gesù, dell’angelo
Gabriele e del Profeta. Mi racconta miracoli improbabili che sembrano quelli
descritti nelle Cantigas de Santa Maria,
ma poi finisce per esprimere intolleranza e aggressività verso gli ebrei: per
loro non ci può essere salvezza, sono stati maledetti dal Profeta. Gli dico che
quelle parole mi dispiacciono e allora si ferma, scaricando su Allah ogni
responsabilità. Ce n’è anche per Berlusconi (e qui la sua analisi non è per
niente banale), però degli italiani ha un buon ricordo, pur avendo vissuto in
una regione monopolizzata dalla Lega. Insiste per pagarmi il caffè mentre lui
sorseggia un bicchierino (l’alcol è solo sconsigliato dal Profeta, non è
proibito da Allah, mi spiega). Alla fine, quando ci salutiamo per trasferirmi
nella sala da pranzo, ci abbracciamo e deve essere uno spettacolo insolito per
i frequentatori di quel bar, dove ho l’impressione che extracomunitari e
pellegrini non siano sempre i benvenuti.
Mangio
bene ma la signora che mi serve ha una faccia tristissima. Alla fine anch’io
non sono tanto allegro.
La
giornata è ancora lunga e posso fare un’altra decina di chilometri: ho fretta
di avvicinarmi ai monti dopo tanta pianura. Arrivo al ponte romano di Órbigo e, per raggiungere l’albergue municipale, l’unico
aperto in questa stagione, mi dirottano fuori dal paese, sulla destra. Ancora
un chilometro, molto lungo, e trovo l’albergue nascosto dai pioppi, alla fine
di un viale fiancheggiato da platani che hanno potuto svilupparsi come platani
normali.
I
pellegrini, come i lebbrosi e i commedianti, relegati ai margini.
Come
capita spesso sono il primo, il rifugio è aperto, basta spingere la porta;
l’hospitalero arriverà più tardi, solo per la formalità delle registrazioni.
C’è l’acqua calda ma non il riscaldamento. Apprezzo la luce di cortesia che c’è
in ogni cuccetta, è comodissima per leggere.
Nella
stanza comune c’è un camino, che sicuramente non scalderà, però potrebbe fare
allegria. Frugo nella cenere e scopro le braci. Fuori, sotto il portico, c’è
della bella legna di quercia, molto secca. Accendo il fuoco e faccio il pigro.
Non ho voglia di farmi la doccia, non ho voglia di curarmi i piedi e di fare
ginnastica per la schiena che mi fa male, non voglio andare in paese per
comprare qualcosa con cui cenare. Accolgo però i pellegrini che gradiscono il
bel fuoco dimenticando tutto il gelo che sta intorno. Alla fine siamo in sette:
due svedesi (Joanna e Greta), due finlandesi (una si
chiama Anna; hanno una bicicletta in due, che di solito tengono per mano,
carica di borse, e vanno a piedi) e due spagnoli (non mi interesso del loro
nome; non sanno cosa sia la cortesia: stanno appiccicati al camino e rubano il
poco caldo a tutti gli altri).
Non
sono interessato a fare nuove conoscenze, probabilmente domani nessuno di
questi pellegrini sarà più con me.
In
cucina c’è dello spezzatino con verdure avanzato da ieri sera (un biglietto
invita ad approfittarne: non è roba scaduta!), c’è del pane e un sorso di vino
che finisco subito prima che ci pensi qualcun altro. I miei compagni sono diffidenti
e così, dopo il pranzo, anche la cena in solitudine.
Lunedì 10 novembre: Hospital de Órbigo –
Astorga
Non
ho mai scritto al mattino, ma ora è troppo presto per partire.
Mi
sono svegliato prima delle sette e ho sentito una gran puzza di fumo: la sala
ne è invasa e Anna sta litigando con il fuoco. Si lamenta perché c’è soltanto
legna grossa e lo sanno tutti che per accendere il fuoco ci vogliono degli
stecchi, in Finlandia almeno si fa così. Per rimediare alla mancanza di
stecchi, ha riempito il focolare di foglie di platano, ancora verdi e umide. E’
arrabbiata e indispettita; le chiedo scusa e tolgo tutte le foglie, scopro le
braci, aggiungo un po’ di legna e soffiando con santa pazienza riesco a
ravvivare le fiamme. Esclama: «You are a genius!», sposta una sedia davanti al camino e resta in
adorazione del fuoco. In questi casi mi viene sempre in mente quello che diceva
lo zio Renato: «Chi non è buono d’accendere il fuoco, non è buono di fare
l’amore!». Questo non significa che chi sa accendere il fuoco sia altrettanto
bravo a fare il resto.
Oggi
prevedevo di arrivare a Rabanal per fare in due
giorni quello che normalmente si fa in tre e ho peccato di presunzione.
Ho
invece dovuto attraversare tutta Astorga per andare
dal medico per farmi curare i piedi. Esattamente come cinque anni fa a Puente
la Reina: se devi andare dal medico, l’ambulatorio è
nel posto più lontano dall’albergue. La dottoressa mi ha fatto medicare il
piede da un’infermiera, mi ha dato garze e disinfettanti e mi ha detto di stare
fermo per quattro giorni. Ho contrattato ed è scesa a due; dopodomani camminerò
di nuovo.
Stamattina
ho percorso un bel sentiero in mezzo alla campagna, lontano da carretere e autostrade. Paesi piccoli e addormentati (alle
nove, alle dieci, alle undici), che non si svegliano nonostante i ripetuti
richiami dei galli; odore di stalla; vitellini fuori al freddo; un cane che
abbaia furioso quando mi vede da lontano e si accuccia indifferente mentre gli
passo accanto.
Cammino
in mezzo alla nebbia attraversando piccoli appezzamenti di terreno coltivato e
pascoli più ampi, il paesaggio ha un aspetto familiare. Spesso vedo qualcuno
che raccoglie funghi: ci sono molti prataioli.
I
miei piedi però non gradiscono il fondo duro e sassoso del sentiero e stanno
meglio quando posso camminare di nuovo sull’asfalto.
Arrivo in un albergue molto grande, accolto e festeggiato da Mario, un giovane hospitalero portoghese, prestato gratuitamente alla Spagna, come un calciatore di mezza tacca, mi dice.
Sono
il primo e ne approfitto per farmi lavare e asciugare i panni. Mi aspettavo di
incontrare i compagni che avevo lasciato a León, invece c’è soltanto Sebastian,
che ha cambiato idea e continuerà a camminare sul Camino Francés. Mario mi
spiega che qui ad Astorga c’è un altro albergue
privato, vicino alla cattedrale. È stato ricavato ristrutturando un antico
palazzo ed è molto bello, molto più bello di questo, non c’è niente da fare, ma
qui i pellegrini si trovano meglio ed è più economico!
Conosco
un ragazzo un po’ svizzero e un po’ italiano, Michele (ci sono tanti arcangeli
sul cammino), che mi riconosce subito come insegnante. Mi auguro che non tutti
i miei difetti siano così evidenti, comunque sottolineo che ormai sono un ex
insegnante. Lui fa l’educatore in una comunità di recupero, è al secondo giorno
di cammino e ha già qualche problema ai tendini. Gli passo le mie medicine e
rispondo alle sue domande sulla mia esperienza di pellegrino. Ceniamo insieme
nella stessa trattoria in cui ho già pranzato, cominciando con un vassoio di
riso al nero di seppia con tanto aglio. Saranno quattro porzioni e ci chiediamo
se sia più educato finirlo tutto o lasciarne lì un po’. Non ne resta nemmeno un
chicco, soprattutto per merito di Michele; poi siamo più morigerati con il
secondo.
La
conversazione è piacevole, mi chiede di spiegargli perché la matematica a
scuola può essere bella; si parla di poesia e gli racconto di San Juan de la
Cruz.
Martedì
11 novembre: Astorga
Tutti
partono e io resto qui, abbastanza sereno perché so che anche questa è una
giornata che mi avvicina a Santiago.
Sebastian
mi ha suggerito di dormire tutto il giorno e magari di assaggiare il cocito Marthegato;
le ragazze mi invidiano perché potrò trascorrere un’intera giornata passando da
una pasticceria all’altra e c’è il museo della cioccolata da visitare. Insomma
mi sento comunque un privilegiato, con qualche fastidio ai piedi.
Mentre
facevano le pulizie (le fanno sul serio, sono rimasto sorpreso) sono uscito
dall’albergue con Sebastian, gli ho offerto la colazione e mi ha assicurato che
a Santiago, al più tardi, mi restituirà il favore. Siccome piove, parte riparandosi
con l’ombrello. Gli manca la bombetta, ma con l’ombrello ha un’aria da lord
inglese. «Da piccolo lord» precisa.
Gironzolo
piano piano e davanti alla cattedrale vedo Marianne e
Philippe. Philippe ha una maglietta verde, come i suoi occhi. Marianne ha occhi
celesti e maglietta celeste. Glielo faccio notare e per Philippe è normale:
loro due hanno classe ed eleganza!. Cerca in me qualcosa che faccia pensare
alla classe, non c’è nulla: «Pas de classe!».
É la stessa cosa che diceva mia madre, con quella sua espressione intraducibile
e così efficace: «Povar ragaz,
an’t ga gnanc
un po’ da stoc!».
In
cattedrale le tre canadesi pregano e cantano. Anche qui il coro enorme nel bel
mezzo della navata centrale: la mia chiesa ideale... E rivedo altri pellegrini,
la maggior parte era nel nuovo albergue, mi dispiace per Mario.
Ora
mi spiego perché arrivo così in anticipo sugli altri: non è perché cammino più
in fretta, semplicemente parto molto prima (e non mi fermo nei bar, al massimo
in un solo bar). Sono già passate le dieci e Astorga
è piena di pellegrini che passeggiano tranquillamente, che fanno spesa o si
fotografano davanti al palazzo di Gaudì. In questo periodo
si può partire tardi, non c’è il rischio di soffrire il caldo del mezzogiorno.
A
pranzo, accanto a me nella solita trattoria, un signore piccolo, con il
cappotto e il basco, appollaiato sulla seggiola e tutto curvo sul piatto. Si
toglie il cappotto solo alla fine, per mangiare il dolce. Quel signore avrebbe
potuto vedere un pellegrino che ha cominciato a versarsi il vino sul bicchiere
capovolto.
Nel
pomeriggio vedo qualche faccia conosciuta, Olga con Lewis, Wolfgang, e conosco
Emanuele, pellegrino italiano, che alterna momenti di entusiasmo a chiusure
improvvise.
Con
Wolf e Emanuele vado a visitare il palazzo
arcivescovile di Gaudí (che vescovo era quello lì?):
mi piace. Di Gaudí non so quasi nulla, ma
quell’interno, così articolato e sorprendente, mi fa pensare alla ricchezza di
un’anima semplice. Wolfgang mi parla di lui con entusiasmo mescolando spagnolo
e inglese e mi fa vedere i disegni sul suo moleskine;
aggiunge che nel suo diario sono un personaggio importante. Nel Museo de los Caminos ci sono belle statue di legno di madonne e di
santi.
E’
arrivata una giovane coppia di italiani: lui è un tipo pacifico, lei, che ha
intravisto Emanuele, si lascia andare ad apprezzamenti acidi e mi mette in
guardia. Mi dispiace e così invento una scusa per non cenare con loro, che comunque
sono ben affiatati con altri pellegrini.
Nei giorni passati, camminando spesso a fianco della carretera, mi sono reso conto di quante tracce lasciano i pellegrini: anche il cammino inquina. Oltre ai rifiuti abbandonati dappertutto, ho notato molti graffiti inutili e banali e spesso sgradevoli, ben diversi dai murales di Ruesta. Ci sono davvero dei pellegrini che nello zaino tengono le bombolette spray e parecchi sono italiani. L’hospitalero di León mi diceva che, nella sua personale graduatoria dell’antipatia, i pellegrini italiani (solo quando sono in gruppo!) recentemente avevano superato i francesi. Io gli ho detto che, per me, i più antipatici sono i pellegrini spagnoli della domenica e mi ha risposto che quelli non contano. Mi sono poco simpatici anche i ciclisti, di qualunque razza; il problema è che sono ingombranti e invadenti, non lungo le strade, negli albergue.
Niente
da dire con gli spagnoli che ci ospitano e ci accolgono, ma perché nei bar c’è
tutto quello sporco per terra?
A
messa mi rendo conto che oggi è san Martino.
In
cielo c’è la luna piena: durerà il sereno?
Mercoledì
12 novembre: Astorga – Foncebadón
Sono
solo in questo albergue e, visto il tempo, pioggia mista a neve, credo che non
arriverà più nessuno. L’alloggio per i pellegrini è nel seminterrato di una casa
rural ben ristrutturata: il cammino sta risvegliando paesi abbandonati.
I
piedi sono stati giudiziosi e non mi hanno creato problemi; ho deciso di
prolungare la tappa oltre Rabanal per abbreviare
quella di domani.
Ero
preoccupato per la salita, sulla carta il dislivello è notevole, invece si
tratta di una salita dolce, la guida dice suave,
che solo dopo Rabanal ti fa battere il cuore un pò più in fretta.
Il paesaggio, fatto di pascoli e di chiazze di macchia, mi piace e, per la seconda volta, mi accompagna l’arcobaleno, che sta alla mia destra, mentre da sinistra mi arrivano gocce di pioggia. Quasi sempre le nuvole mi nascondono la montagna su cui dovrò salire.
All’ingresso
di Santa Catalina (bello lo scorcio del campanile a
vela in fondo alla stradina fiancheggiata da muri a secco) c’è un signore
appoggiato al muro che sta aspettando i pellegrini al varco mentre intaglia un
bastone. Mi saluta togliendosi il berretto e mi ricorda che è l’ora del caffè e
se voglio quello più buono non debbo fermarmi nel primo bar, ma nel secondo,
quello della sua famiglia. Per verificare dovrei fermarmi in entrambi i bar e
invece mi siedo sotto il portico di una chiesetta per mangiare cioccolata e
fichi secchi tenendo d’occhio una ragazzona che fa footing avanti e indietro
sulla strada.
Sto
finendo il mio pranzo a Rabanal mentre entrano tre
pellegrini: uno sembra un bambino e non dimostra ancora i suoi quattordici
anni. Così faccio conoscenza con Martin, ragazzino tedesco con qualche problema
di carattere, affidato a Hans, suo educatore e accompagnatore: stanno andando
verso Santiago e sono partiti da Le Puy; hanno già
fatto più di 1200 chilometri. Con loro una ragazza australiana, Mary, con i
pantaloncini corti sopra la calzamaglia bianca. Porta una maglietta senza
maniche e non sembra avere freddo; è sempre sorridente e ha i capelli biondi e
ricci. É molto bella; ho sentito qualche pellegrino maligno e invidioso
chiedersi cosa c’entra con il progetto di recupero di Martin.
Martin
mi sorpassa prima di arrivare a Foncebadón; provo a
stargli dietro e fingo di volerlo sorpassare: ride e scuote la testa e se ne
va. Cammina bene, è rapido e leggero. Dal suo zaino spunta una canna da pesca.
Non
si fermano qui, buon cammino a tutti!
Sono
solo e lontano dal mondo: non riesco a telefonare a casa. In ciabatte, senza
calze, ho vagabondato alla ricerca della rete e mi sono gelati i piedi. Spero
che nessuno si preoccupi del mio silenzio.
A
cena c’è una sopa de ajo
caldissima e delle polpette con le patate fritte; il vino ha più personalità
del solito. La mia cena dura cinque esecuzioni del Bel Danubio blu
diffuse dall’impianto dell’albergue. Al mio arrivo sono stato accolto dal terzo
movimento della Pastorale di Beethoven.
Non
ho fatto molta conversazione con la ragazza che lavora qui e che alle 19:30 mi
ha augurato la buona notte, garantendomi che nessuno mi avrebbe disturbato.
Anch’io dalla cantina non disturberò nessuno.
Giovedì
13 novembre: Foncebadón – Ponferrada
Mi
sono impegnato, ma, chiuso nel seminterrato, non sono riuscito a dormire.
Da
alcuni giorni, al mattino, quando mi alzo, mi sento tutto rotto, ho le solite
fitte alla schiena e la preparazione dello zaino, che gli altri pellegrini
svolgono con disinvoltura, mi risulta difficile. Sono impacciato, non mi piego
bene e spesso sto inginocchiato, così qualche compagno si offre per aiutarmi a
cercare quello che mi deve essere caduto per terra.
Quando
finalmente emergo dal sottosuolo posso gridare che oggi ci sarà il sole, mentre
la signora che mi prepara la colazione si frega le mani lamentandosi del
freddo.
Il
ritmo con cui si srotolano i giorni del cammino è misterioso e affascinante,
sembra fatto per sorprenderti. Quando credi di perdere qualcosa o qualcuno,
subito ti viene offerta un’opportunità diversa. Oggi è bellissimo: un giorno di
ritardo mi ha regalato una giornata fantastica.
Dopo
dieci giorni mi lascio alle spalle la pianura che ieri pomeriggio ho visto per
un attimo illuminata dal sole del tramonto mentre qui la montagna era tutta
avvolta nelle nubi.
C’è
la brina, le pozze d’acqua sono ghiacciate e il fango indurito conserva le
impronte dei pellegrini passati il giorno prima.
Arrivo
alla Croce di Ferro che il sole è appena sorto, l’aria è frizzante e tersa.
Riesco
a telefonare a casa ma le notizie che mi arrivano rendono inopportuna la mia
allegria; le telefonate dei prossimi giorni serviranno più per ascoltare che
per raccontare.
Riparto
e cammino bene, nessun problema ai piedi.
A
Manjarín, dove vive e ospita pellegrini coraggiosi,
abita Tomás, di cui tutti parlano come se fosse un
amico comune. Dal suo rifugio vedo uscire Martin, che mi chiama con grandi
gesti e mi prende per mano per mostrami tutti i segreti di quel posto. Ci sono
gatti e cani con i loro cuccioli, Martin ha contato una ventina di animali, di
qualcuno mi dice il nome. Passa da un cucciolo all’altro, si fa leccare la
faccia e le mani e ride. Questa notte ha dormito in mezzo ai gatti e mi
assicura che i gatti sono più caldi dei cani.
Ormai è abituato alle partenze quotidiane e anche ora non fa storie; si volta indietro spesso per controllare un gattone fulvo che ci accompagna per qualche centinaio di metri: non vuole che si allontani troppo da casa sua.
Chissà
come sarà il tuo ritorno a casa, Martin.
Per
qualche chilometro cammino con Martin, Hans e Mary. Martin e Hans parlano a
lungo, sento spesso Martin che chiede «Warum?»
«Perché?». Hans risponde con una voce bassa e calma e le risposte sembrano
rassicurare il ragazzo.
Dopo
quasi un mese di cammino ritrova un paesaggio simile a quello delle mie
montagne in una bella giornata d’autunno: quello che lo rende unico e speciale
sono quei tre pellegrini che camminano con me.
La
valle di Ponferrada è immersa nella nebbia; da quel
mare, perfettamente livellato, si innalzano tre colonne di vapore (e Martin,
ridendo: «E se lì sotto ci fosse l’Etna?»).
Non
c’è nemmeno un filo di vento. Quando inizia la discesa mi fermo per una prima
sosta e loro se ne vanno.
Adesso
la discesa è ripida e faticosa e riesco a cadere, senza troppi danni.
Da
Molinaseca a Ponferrada si
cammina accanto alla carretera, spesso su un marciapiede lastricato. Sto
appunto camminando sul marciapiede e, dall’altra parte della strada, due
pellegrine spagnole, nuove, camminano sul loro marciapiede parlando ad alta
voce. Solo che usano dei bastoncini che fanno un rumore fastidioso,
assolutamente non sincronizzato con le loro voci, con i miei pensieri e con il
ritmo dei nostri passi. Dopo un po’ sono stanco di quello sferragliare e, in
silenzio, esprimo un desiderio o lancio una maledizione: quelle due si fermano,
accorciano i bastoncini e li appendono agli zaini.
Il
rifugio è distante dal centro della città e passo il tempo scrivendo e leggendo
(ci sono molti libri sul Cammino a disposizione).
Hans
mi invita a cena e provo a dire di no; Martin, che lo conosce, mi fa capire che
con Hans non si discute, bisogna obbedirgli.
Hans
ha preparato un brodo di pollo, lessando un pollo intero, con tante verdure e
dei buonissimi gamberoni in padella; Mary ha preparato la macedonia e Martin ha
arrostito le castagne raccolte lungo il cammino. Li ringrazio per questa serata
decisamente più bella di quella passata ieri sera a Foncebadón,
da solo. Hans mi fa capire che è proprio per questo motivo che mi ha invitato a
cena: non bisogna dare troppo spazio alle tristezze. Sono così trasparenti le
mie preoccupazioni?
La
cucina è affollata: ci sono Giovanni, Sara, Tommaso, tutti e tre italiani, e
due loro compagni spagnoli, uno si chiama Pablo, è un catalano alto e pelato,
simpatico. A un altro tavolo c’è Michele che ha risolto i suoi problemi di tendinite
e adesso viaggia con un finlandese e un tedesco. La loro cena è straordinaria
per varietà e quantità delle vivande; non scommetterei sulla qualità.
É
comparso un personaggio singolare: è un tedesco alto, allampanato, con la testa
accuratamente rasata; si professa buddhista e si fa chiamare Stardust (non sono stato l’unico a farmi ripetere due o tre
volte quel nome). Era a tavola con noi e ha rifiutato il brodo e i gamberoni
mangiando solo alcune castagne di Martin: dice di essere assolutamente
vegetariano. Di suo non aveva niente. È partito da Santiago e fa il cammino al
contrario, vuole andare in pellegrinaggio in India e in Tibet; si lamenta
dell’umidità della Galizia che gli ha procurato una brutta tosse. Abita nella
cuccetta sopra la mia e stasera si è messo a meditare o a pregare facendo ooommm. Mah! ... però ha dei bei sandali.
Venerdì
14 novembre: Ponferrada – Trabadelo
Sono
soddisfatto della lunga camminata di oggi.
Siamo
in quattro in un rifugio poco frequentato. Il grande camino della sala funziona
perfettamente ed è un piacere stare a guardarlo; la nostra camera è riscaldata
da una stufetta elettrica, in sostituzione dei caloriferi spenti.
Con
me ci sono Emanuele, Adriano e un pellegrino saggio, Etienne: è stato lui,
stamattina, a suggerirmi di allungare la tappa oltre Villafranca per accorciare
quella di domani. Etienne è un trentacinquenne belga, ricercatore
all’università di Lovanio, a cui non hanno rinnovato
il contratto. C’è voluta tutta la Francia per fargli smaltire la rabbia e la
frustrazione, dopo, attraversando la Spagna, si è accorto di guardare al futuro
con più fiducia. Adesso ci sono nuove possibilità di lavoro e ha fretta di
finire: fa tappe molto lunghe e non lo rivedrò più. Oggi, sebbene sia partito
da Ponferrada con me, ha fatto un percorso più
faticoso, affrontando, dopo Villafranca, una salita che io ho evitato,
inseguito dalle urla di una vecchia che lo scongiurava di non farlo: quella mala
salita ha già ucciso degli altri pellegrini.
L’albergue,
all’inizio di Ponferrada, verso est, era al sole;
uscendo dalla città, dalla parte opposta, ho di nuovo incontrato la nebbia. Ho
visto molti studenti, di ogni età, dalle elementari all’università, e la
maggior parte manifestava la fatica di alzarsi per andare a scuola; soltanto
alcuni bambini, accompagnati dalle mamme, avevano l’aria vispa e parlottavano
fitto fitto. Anche qui tanti ragazzi e ragazze, delle
medie e delle superiori che trasudano conformismo; o è una mia visione
deformata?
Sono
passato accanto all’enorme castello dei Templari a cui ho dato un’occhiata
frettolosa: qui a Ponferrada sono stato un pessimo
turista.
Dopo
Cacabelos (che nome!) è sparita la nebbia e sono
cominciate le colline. Credevo che il Bierzo fosse
terra di salumi, di formaggi e magari di miniere e fonderie, e invece ho visto
una splendida terra di vigneti, bella quanto la Rioja e più mossa e irregolare.
Ho visto colline d’oro, altre verde scuro, altre rosse, altre ormai solo del
colore della terra. E per la prima volta mi sono accorto delle foglie gialle e
rosse dei ciliegi.
A
Villafranca ammiro il portale della chiesa di Santiago (un tempo, per i pellegrini
ammalati, bastava arrivare fin qui, alle porte della Galizia, per sciogliere il
voto del pellegrinaggio) e, dopo avere visto l’esterno dell’albergue, che Sebastian
aveva definito spelonca, decido di continuare. Villafranca si trova alla
confluenza di diverse valli e non ho idea di quale dovrò imboccare per
continuare il mio viaggio.
Mi
ha sempre affascinato l’abilità dell’uomo nel tracciare le strade, la capacità
di armonizzare un progetto su vasta scala con le condizioni particolari di ogni
località interessata. E poi le strade si costruiscono, crescono e si modificano
sull’esperienza di tante persone e di tante generazioni, di cui conservano la
memoria.
Magari,
dopo la morte, mi piacerebbe rifare questo percorso a volo d’uccello (no,
Google Earth non è la stessa cosa): mi sembra un
premio adatto ad un pellegrino.
A
proposito, ieri mattina, mentre camminavo, un uccellino è venuto a becchettare
qualcosa fra i miei piedi. Mi piacerebbe anche sapere il nome degli uccelli e
riconoscerli dalla voce.
Guidato
dalle frecce sono entrato in una valle stretta, all’ombra, e improvvisamente
fredda. Il cammino è ritagliato ai margini della vecchia statale ed è protetto
da un parapetto abbastanza alto. Sulla strada non c’è quasi più traffico, dirottato
sulla vicina superstrada.
Il
mio passo non è particolarmente rapido, ma sento che è elegante. Qualcuno
potrebbe raccontare di avere visto un vecchio pellegrino dalla barba bianca che
camminava, avvolto nel suo mantello, con passo lento e solenne. Non avevo il mantello
ma la giacca a vento.
Non
sono mai arrivato tanto tardi a un rifugio, in tempo però per raccogliere
l’ultimo sole in un bellissimo castagneto, dagli alberi giganteschi.
Grazie
al buon cuore di un’hospitalera premurosa riusciamo a mettere insieme qualcosa
per la cena: Emanuele prepara la pastasciutta.
Dopo
la cena, per colpa del troppo vino, la conversazione assume i toni del
pettegolezzo. Adriano, pellegrino brasiliano che esibisce una quantità
incredibile di gadget elettronici, esibisce anche la sua personale lista di
povero dongiovanni: ne ho baciate due svizzere, cinque spagnole,
un’australiana, una francese... C’è chi lo incoraggia e chiede i dettagli.
Non
conosce i nomi di quelle ragazze e ora è all’inseguimento di qualcuna che
finora gli è sfuggita, ma prima di Santiago...
Io
non riesco a ridere, anzi, lo guardo male e mi chiede perfino scusa. Adriano si
è fatto un nome fra i pellegrini e qualcuno lo invidia: il tasso di stupidità,
in tutti gli ambiti umani, si mantiene costante.
Però
ho fatto altri discorsi più seri con Etienne e soprattutto con Emanuele, che
oggi ha bisogno e voglia di parlare. Mi racconta cose che ha sempre tenuto solo
per sé, mi parla di suo padre morto troppo presto, del suo lavoro che ora non
va bene, di un grave incidente che ha avuto e che l’ha spinto a fare questo
cammino. Si commuove dicendomi che è stato suo padre a salvarlo in
quell’occasione, non San Giacomo. Mi racconta un sogno ricorrente in cui, da
bambino, sente la presenza di suo padre, che lo rende contento, ma non riesce a
vederlo.
Se
i nostri vestiti sono asciugati perfettamente lo dobbiamo a lui. Dopo avere
lavato in lavatrice tutto quello che abbiamo, ci accorgiamo che l’asciugatrice
non può funzionare perché lo sportello non sta chiuso. Da buon artigiano Emanuele
trova una soluzione efficace e possiamo stringerci ai nostri indumenti caldi e
asciutti. I calzoni di Etienne hanno due grossi buchi all’altezza delle
caviglie, nella parte interna; i jeans di Emanuele, che è uno dei pochi pellegrini
a non avere abbigliamento tecnico, hanno invece i buchi sul sedere. Etienne ha
camminato moltissimo, lo sappiamo, e così ha frustato i pantaloni, ma vorremmo
capire da Emanuele in che modo cammina.
Sabato
15 novembre: Trabadelo – O Cebreiro
E’
una splendida giornata, ma per trovare il sole bisogna salire in alto.
Stamattina
una lunga camminata, a fianco della carretera, in fondo alla valle stretta,
umida e fredda sotto un cielo perfettamente limpido. Ogni tanto il sole basso
filtra fra qualche gola dei monti e colpisce di striscio gli alberi più alti, facendo
risaltare, sul fondo scuro degli alberi in ombra, i rami incrostati di licheni
grigi: è bello, anche se un pò spettrale.
Comincia
la salita tanto attesa che si arrampica su per un castagneto. Prima, nel
fondovalle, mi leccavo i baffi inumiditi dal fiato (ed era piacevole), adesso,
ed è la prima volta in tutto il cammino, grondo per il sudore. Mi accorgo del
cuore che batte più in fretta e del respiro più profondo e ben cadenzato: sto
bene e sono contento.
Dopo
la Faba, dove il bosco finisce e ci sono grandi spazi
aperti, mi fermo al sole; con Etienne, che arriva poco dopo, condivido acqua,
uvetta, noccioline e, soprattutto, felicità e entusiasmo. Lui oggi andrà
lontano e quasi sicuramente non lo rivedrò più. Poco più avanti ci sono le due
pellegrine svedesi che avevo incontrato alcuni giorni fa nell’albergue di
Puente de Órbigo: sono sdraiate sull’erba e si
scaldano al sole come le mucche che pascolano lì vicino.
A
O Cebreiro la chiesa, davvero accogliente, resta aperta tutto il giorno. É
stata ristrutturata, è uno spazio bello e raccolto. Ieri a Cacabelos
sono entrato in una chiesa altrettanto bella e ripulita, che metteva in mostra
tutti i suoi tesori grandi e piccoli accumulati negli anni fra cui un Cristo di
legno con lunghi capelli veri: era appena passato dal parrucchiere, prima di
caricarsi la croce sulle spalle.
Davanti
alla chiesa, sulla destra, c’è il monumento a don Elias, il parroco che ha
vissuto per il Cammino e che è morto troppo presto per vedere i frutti del suo
lavoro.
Faccio
due passi nel cimitero, ci sono molti fiori ancora freschi, e raddrizzo i vasi
che il vento ha ribaltato.
In
trattoria assaggio per la prima volta il caldo gallego, la zuppa di
cavoli che da queste parti crescono rigogliosi. Con me c’è solo un signore del
posto. Il tempo così bello gli fa venire voglia di mettersi in cammino verso
Santiago; lui fa il suo pellegrinaggio ogni due anni: certe volte è come farsi
portare dalla corrente di un fiume. Vicino al caminetto acceso c’è una signora
seduta bella dritta, con le mani sulle ginocchia come le madonne che ho visto
in tante chiese; sta guardando la televisione alle mie spalle restando
assolutamente immobile; anche il suo viso è immobile. Dietro di lei c’è
l’ingrandimento fotografico, di parecchi anni fa, di una donna vecchia che ha
lo stesso viso e la stessa espressione di quella che ho davanti.
Ci
sono molti turisti e qualcuno di loro, magari con zaino e bastone, percorre
qualche centinaio di metri di cammino e si fa fotografare accanto alle pietre
miliari che segnano la distanza da Santiago. I pellegrini veri arrivano piuttosto
tardi: vedo Emanuele, Sara e Giovanni e Adriano.
Oggi
ho attraversato tanti paesini, molte case diroccate accanto a case appena
restaurate per essere hostal o case rurali. Diversamente dai paesi, grandi e
piccoli, nella pianura fra Burgos e León, dove non si vedeva anima viva, qui mi
capita di incontrare molta gente, che lavora nell’orto o si occupa degli
animali, che torna a casa con il pane e la spesa, che fa lavori di muratura.
Tutti mi salutano e, quasi sempre, il buongiorno è accompagnato dall’augurio di
buon cammino. Verso le undici ho visto una coppia di anziani che, ad occhi
chiusi e tenendosi per mano, si scaldavano al sole, seduti davanti alla loro casa,
insieme al gatto e al cane.
Ceno,
con altri otto compagni, in una trattoria affollata da pellegrini veri e da
pellegrini della domenica. Non è quella in cui ho pranzato, molto più rustica,
ed è stata scelta da chi aveva passato il pomeriggio nei vari bar e quindi era
in grado di fare una valutazione comparata. Mi viene riservato il posto di
capotavola, con grande disappunto di Juan, avvocato catalano, che l’aveva
chiesto per il pellegrino più anziano. In realtà lui, che ha proprio l’aspetto
del vecchietto, è più giovane di me, e ho dovuto fargli vedere la carta
d’identità per persuaderlo. Lo capisco Juan: anch’io ci sono rimasto male
quando ho scoperto che Sebastian ha tre anni più di me. La mia carta d’identità
è finita in mano a Pablo, che l’ha fotografata, per testimoniare di aver fatto
un pezzo di cammino insieme a un pellegrino di Marthenello.
Poi si è reso conto che la carta d’identità non è sufficiente a certificare lo
status di pellegrino e mi ha chiesto la credenziale. Sogna un pellegrinaggio a Santiago
su una Ferrari, magari insieme a una pellegrina come Monica Bellucci. E’ una grazia,
anzi una grazia doppia, che chiederà a Santiago: ormai è fatta, siamo arrivati.
Finita
la cena, compaiono altre bottiglie di vino e i liquori; c’è troppa confusione e
sono il primo a scappare, seguito poco dopo da Juan. I giovani arriveranno
all’albergue più tardi, c’è tempo fino alle undici.
La
luna sorge tardi e non fa impallidire le stelle che sono bellissime, si vede la
Via Lattea; verso nord c’è un panorama immenso.
Domenica
16 novembre: O Cebreiro – Calvor
Dopo
l’affollamento di O Cebreiro, mi rifugio di nuovo in un albergue sconosciuto,
lontano da bar, ristoranti e negozi. Stasera digiuno; l’avevo messo in conto e
a pranzo ho svuotato tutto il cestino del pane. A Triacastela
ho mangiato bene spendendo poco, però si sono sbagliati: avevo chiesto una
trippa gallega e invece mi hanno portato una semplice zuppa di ceci, senza
tracce di trippa.
Qui
con me ci sono soltanto le due signore svedesi che ieri prendevano il sole
insieme alle mucche. Oggi, a parte l’hospitalero (in questi rifugi della Xunta de Galicia ci sono dei bidelli, magari un po’
svogliati, più che degli hospitaleri), ho incontrato solo delle donne. Le due signore
svedesi sono molto riservate; le metto comunque nella mia lista personale,
insieme a Elise (Danimarca) e a Sally, che ho conosciuto stamattina (le
americane sono rarissime!).
Quando
parto l’aria è limpida e non fa nemmeno molto freddo, anche se cammino restando
in ombra, sul fianco nord della montagna. Oltre le ultime montagne (a quanti
giorni di cammino?) si vede un mare di nebbia. Il paesaggio è amazing, come dice Sally quando la raggiungo e
facciamo conoscenza.
Potrebbe
avere dieci anni meno di me e, in un film western, sarebbe in grado di tirare
avanti, da sola, una fattoria. È la prima volta che viene in Europa e sta
conoscendo un campione molto particolare della sua popolazione. Non ha avuto
molte occasioni di farsi degli amici: parte presto ma arriva sempre tardi e
guai se non dorme almeno dieci o dodici ore (ieri l’ho vista arrivare con
Emanuele verso le cinque e alle sette stava già dormendo). Mi chiede di questo
strano mondo di pellegrini e pellegrinaggi, di Lourdes e di Fatima. Le racconto
qualcosa dei pellegrini che andavano a Roma o a Gerusalemme o dei musulmani che
vanno a La Mecca e le ricordo che anche la sua nazione deve qualcosa a dei pellegrini:
i Pilgrim Fathers.
Cammina
tenendo nella mano sinistra una borsa di tessuto, da cui ogni tanto estrae la
guida o della frutta secca, e mi ricorda Chantal.
Passiamo
accanto a un gruppetto di case ed è affascinata dalla musica che sente.
Ci affacciamo sulla porta di una stalla e le indico i campanacci al collo delle
vacche. Mi guarda stupita quando le dico che questo mondo contadino di montagna
è stato anche il mio mondo, qualche decennio fa. Il suo passato invece non è
tanto diverso dal presente, a parte internet. Abita all’estremo sud della Wolfrida, a Key West, città cresciuta in mezzo al mare a
due passi da Cuba: un altro mondo!
Il
sentiero, un continuo saliscendi fra boschi e pascoli, resta in quota per un
lungo tratto e Sally, che stenta a tenere il mio passo in salita, mi lascia
andare. Mi fermo in un bar, là dove inizia la discesa. Alla signora che sta al
banco chiedo il solito caffellatte e pane tostato; nella stanza accanto c’è una
donna anziana, la signora Remedios, che sta abbrustolendo
le fette di pane sulla piastra di una cucina economica. Mentre la signora al
banco, immagino la figlia, mi serve il caffellatte, arriva la madre con il
pane, il burro e la marmellata. Nello stesso momento entra Sally che, senza
perdere un attimo, chiede café con leche
e tostadas. Faccio il bel gesto di rinunciare
alla mia colazione e la offro a Sally. Sento Remedios
che esclama: «¡Qué hombre!»
e spiega che da molto tempo non vedeva tanta gentilezza, che uomini come me non
ci sono più, che è proprio così che bisognerebbe trattare le donne (o le mogli?
...). Non so lo spagnolo, ma capisco che posso giocare sul doppio significato
della parola mujer e chiarisco che sono stato
così cortese con Sally solo perché non è la mia moglie. Remedios
mi guarda con severità, come se avessi voluto prenderla in giro, e mi dice in
modo definitivo che solo chi tratta bene la propria moglie sa essere gentile
verso tutte le altre donne. Quando riparto il suo «¡Buen camino, hombre!» sa davvero di stima.
La
discesa verso Triacastela non è così terribile come
immaginavo: è molto più agevole della discesa che ho fatto dopo la Cruz de Hierro e il fondo della strada è buono. Passo per tanti
piccoli paesi che odorano di stalla, di fumo e di cibo: è il pranzo buono della
festa. Le strade che li attraversano sono fangose e sporche di letame, per me è
un ritorno all’infanzia. È domenica e il lavoro in campagna forse è più intenso
che negli altri giorni visto il viavai di trattori; non c’è la quiete dei
giorni di festa, in questo qualcosa è cambiato.
Incontro
un branco di vacche e mi arrampico su un muretto per non farmi travolgere. Mi sento
ridicolo tanto sono impacciato e rischio di cadere in mezzo ai rovi. Che lingua
strana quella del contadino che mandava avanti le mucche!
Oggi
ho incontrato tanti cani, spesso con l’aspetto poco rassicurante da cane lupo:
pochissimi erano legati alla catena e mi hanno sempre ignorato.
Chi
mi ha spaventato a morte è stato un gallo che, dalla finestra di un fienile, ha
gridato il suo chicchirichì (che in spagnolo naturalmente suona diverso) a
pochi decimetri dal mio orecchio sinistro e poi mi ha guardato con la testa
storta e l’occhio interrogativo.
Dopo
Triacastela c’è un’altra salita di alcuni chilometri
e il dislivello è apprezzabile, però oggi cammino bene. La strada è in ombra e
attraversa un castagneto. Ogni tanto si alza una folata di vento, quando il
vento tace si sente il fruscio delle foglie che sfarfallano in aria e tra i
rami.
Mi
immergo nella nebbia poco prima di arrivare a Calvor
e immediatamente sento freddo: è la stanchezza che comincia a farsi sentire, la
tappa di oggi è stata molto lunga.
Qui
nell’albergue si sta al caldo, ma sono solo, d’altra parte in questi ultimi
giorni non ho fatto molto per stare in compagnia. Le pellegrine svedesi si sono
fatte accompagnare dall’hospitalero in qualche posto per cenare e comunque è
difficile parlare con loro, che sembrano bastare a se stesse.
Siccome
è domenica leggo una parte della Lettera ai Romani e dopo mi dedico alla Divina
Commedia; adesso, nel Purgatorio, si cammina davvero: passi tranquilli sulla
spiaggia o salite faticose lungo i fianchi della montagna.
Questi
ultimi giorni stanno trascorrendo rapidamente e anch’io ho fretta di tornare a
casa. Ho deciso che il mio cammino finirà a Santiago, non andrò a Finisterre.
Sally mi diceva che tutti i pellegrini vogliono andare a Finisterre; lei,
appena arrivata a Santiago, una volta sistemata in un albergo vero, si
immergerà nella vasca da bagno e solo dopo vedrà se vale la pena di
ricominciare un’altra volta la vita del pellegrino.
Lunedì
17 novembre: Calvor – Portomarín
Partiamo
presto, Greta, Joanna e io; c’è molta nebbia ma non
si rischia di sbagliare strada visto che si cammina ai bordi della carretera
fino a Sarria.
La
mia colazione, nell’albergue, alla partenza, è stata simile alla cena
precedente: qualche chicco di uva passa e acqua, oltre a un pezzo di pane,
avanzato dal pranzo di ieri, che avevo perso nello zaino.
Però
ho quasi imparato a fare colazione al bar, anche se cerco i più anonimi e meno
affollati. In quello di stamattina, a Sarria, ci sono
quattro giovani pellegrine che scrivono e scrivono sui loro taccuini, senza mai
scambiarsi una parola. Hanno l’aria assorta o forse addormentata; potrebbero
essere al loro primo giorno di cammino: per avere la Compostela basta fare gli
ultimi cento chilometri prima di Santiago.
Dopo
tanto sole non mi è dispiaciuto camminare nella nebbia, attraversando prati,
bei boschi di castagni o di querce e i frequenti villaggi dove il cammino si
sporca di stalla.
Poco
prima di mezzogiorno, durante una sosta, mentre la nebbia si era trasformata in
pioggerella, ho visto arrivare di buon passo un omino con la giacca rossa, un
berretto col pompon e l’ombrello aperto. Ho riconosciuto Sebastian ancora prima
di vederlo bene e ho gridato il suo nome. Forse è un po’ sordo e ha fatto un
giro completo intorno a sé prima di capire da dove veniva la mia voce. Ci siamo
abbracciati. C’eravamo lasciati ad Astorga e dava per
scontato che l’avrei raggiunto solo a Santiago, non prima; io invece ero quasi
sicuro che l’avrei raggiunto in questa tappa.
È
la prima volta che cammino insieme a Sebastian, sebbene sia passato un mese da
quando siamo partiti da Somport; lui cammina in
scioltezza e mi vede zoppicare: oltre alle vesciche che mi tormentano il piede
destro c’è un dolore sempre più insistente alla gamba sinistra, un dolore
profondo, dentro la tibia.
Ci
fermiamo in un bar per festeggiare i cento chilometri di distanza da Santiago;
ci sono altri pellegrini, fra cui Tommaso e Pablo.
I miei compagni sono concordi: ormai è fatta, siamo
a un passo da Santiago. Propongo una riflessione: cento chilometri sembrano
pochi, ma cento chilometri sono centomila metri e siccome quei metri vanno
fatti passo dopo passo, dovremo fare ancora centoventi, centocinquantamila
passi. «Allora per me saranno duecentomila... ¡Hostias!»
dice Sebastian, facendoci ridere.
Penso
a qualcuno che, ascoltando questo dialogo, forse si chiederebbe perché mai
Sebastian deve fare più strada degli altri che sono lì insieme a lui.
Oltre
a Sebastian ho raggiunto il gruppetto delle canadesi che erano con me ad Astorga; non ci sono invece Marianne e Philippe.
Sabine
non mi perdona di averla chiamata Nadine e io
continuo a correggerla quando mi chiama Angélo. Ha voglia di chiacchierare e mi
mostra una borraccia stile vecchio west che ha trovato sul cammino, dei pezzi
di ceramica raccolti tra i rifiuti, da portare in regalo alla mamma, e
un’armonica che ha comprato per sé, che per ora non sa suonare. Le suggerisco
di lasciare un po’ di spazio nella mochila per
metterci eventualmente un giovane pellegrino da portarsi a casa.
Come
sempre le canadesi si preparano la cena nella cucina dell’albergue. Sono
ammirevoli, soprattutto perchè farlo in questi
alberghi della Galizia è un’impresa: le cucine sono grandi e belle e con molti
fornelli, però mancano posate, piatti, pentole e tegami; non c’è sale, olio,
non c’è niente. Loro si arrangiano e stasera, insieme ad altri due ragazzi
nuovi, stanno preparando una pasta con sugo di funghi raccolti lungo la strada
e arrostiscono una quaglia (una quaglia da dividere in cinque parti ...).
Quella quaglia l’hanno trovata mezza morta ai margini della carretera, forse
investita da un’automobile; l’hanno ammazzata per non farla soffrire e adesso
se la mangiano. «Ma come l’avete ammazzata? Le avete tirato il collo?» «No,
l’abbiamo ammazzata con il bastone». Tutte e tre camminano con il bastone,
bastoni autentici, non bastoncini di alluminio o carbonio; il bastone di Monique è lunghissimo, quello di Sabine è corto e ricurvo,
molto robusto, in pratica un randello: potrebbe essere l’arma del delitto.
L’uccello è stato spennato, non so se l’hanno anche sventrato. Mi sorprendono
quelle tre ragazze che recitano il rosario lungo il cammino, che sanno la Salve
Regina e che cantano, bene, inni religiosi in francese, in inglese e in
spagnolo.
Martedì 18 novembre: Portomarín – Palas de Rei
La
nebbia del mattino diventa ben presto pioggia e debbo mettere di nuovo la
mantellina. Le strade, continui saliscendi non troppo lunghi, sono sempre
belle. Ai bordi grandi querce e qualche betulla, i castagni sono più rari perché
si continua a scendere di quota. I boschi, umidissimi, sono punteggiati di
funghi, ci sono delle mazze da tamburo e delle belle amanite, quelle rosse
macchiate di bianco; intravedo anche un porcino buono, che non raccolgo.Verso la fine della giornata vedo i primi
eucalipti, alberi strani che crescono con una velocità prodigiosa.
Sul ciglio di una strada asfaltata c’è un tasso morto, sembra da poco tempo, magari stasera Sabine & C. lo cucinano. Non ho visto animali selvatici lungo il cammino, soltanto uno scoiattolo, pochi giorni fa, e quel bellissimo stormo di anatre prima di Frómista. I cani sono di nuovo cattivissimi, quasi sempre legati alla catena, eppure sembrano uguali a quelli incontrati lungo la discesa dal Cebreiro.
Oggi
ho faticato per tutta la tappa. I primi chilometri, che di solito facevo
abbastanza rapidamente, stamattina non passavano mai, forse anche per colpa
delle pietre miliari che indicano la distanza ancora da percorrere ogni cinquecento
metri. A Gonzar ho fatto la prima sosta su una
panchina riparata da una tettoia presso una fermata dello scuolabus. Insieme a
me un nonno con due nipotini indemoniati. Ho chiesto ai bambini con lo
zainetto: «Anche voi pellegrini?». Il più piccolo mi ha guardato con
quell’espressione e facendo quel gesto che significano: «Non siamo mica scemi»
e tutti e due hanno continuato a fare disperare il nonno che ha allungato un
calcio nel culo a uno dei due senza centrarlo.
Lo
scuolabus ha raccolto quei bambini che erano le dieci passate; dai finestrini
hanno salutato il nonno facendogli le beffe.
È
arrivato un signore per chiedermi quanti erano ieri sera i pellegrini a Portomarín. Solo nel nostro albergue credo che fossero una
quarantina. Mi ha ringraziato aggiungendo che forse valeva la pena di aprire il
bar. E il primo pellegrino che ho dirottato verso il bar è stato Sebastian,
sempre vestito da piccolo lord, con bastoncino, ombrello e berretto di lana al
posto della bombetta.
Nel
pomeriggio, dopo la sosta al ristorante (mi portano un pane con la crosta dura
e bruciacchiata e ancora caldo: sono arrivato insieme al fornaio) e la
telefonata a casa, mi sento un po’ rinfrancato e decido di allungare la tappa
per visitare la chiesa romanica di Vilar de Donas. Quel
posto mi ispira canzoni di trovatori e mi metto a cantare, senza fare uscire un
suono, s’intende, Mia yrmana fremosa di Martin Codax,
bellissimo canto d’amore che descrive l’incanto della donna e delle onde del
mare di Galizia, onde dell’oceano. Mi accorgo di camminare quasi con furore;
quando rallento il passo apprezzo il rumore quieto della pioggia. Non mi
aspettavo di trovare la chiesa aperta e mi accontento del portale e
dell’abside. Sbirciando dalle fessure del vecchio portone, tenuto insieme da una
bella trama di ferro battuto, ho potuto intravedare
alcuni affreschi. Sebastian, che è arrivato mentre io ripartivo, li ha
fotografati dal buco della serratura (la sua macchina digitale ha un programma
adatto per queste evenienze!).
Gli
ultimi chilometri mi ricordano che non posso arrivare alla fine della tappa
senza soffrire almeno un po’; Tommaso, quando mi raggiunge, mi fa notare che ho
una brutta camminata.
Tommaso
è l’italiano più simpatico che ho incontrato sul cammino, ha l’età dei miei
figli, è pieno di saggezza e di curiosità e tiene lo zaino, un vecchio Invicta,
molto basso sul sedere, contro tutte le prescrizioni ergonomiche.
Mi
racconta di avere imparato, da due pellegrine francesi nell’hospital di Arroyo San Bol (altro posto
mitico), il testo di una bellissima canzone italiana che fino ad allora aveva
sempre ascoltato distrattamente: la canzone è Bella Ciao! E allora gli
parlo di Addio Lugano bella, di O Gorizia, e di Giovanna Marini,
della Daffini e dei Dischi del Sole, di quando si
cantava Contessa e Compagni dai campi e dalle officine... Mi
chiede delle canzoni d’amore e gli parlo di Sergio Endrigo.
L’albergue
di Palas de Rei è in un edificio che conserva ancora
un’aria antica con finestre molto grandi a sbalzo sulla strada e, a pianterreno,
stanze che entrano nella roccia. Ci sono facce conosciute: Maurice e Heinrich, Giovanni, Sara, Pablo, Tommaso, Sebastian, le
ragazze canadesi e i loro due nuovi accompagnatori.
Sono
andato a messa: la chiesa sta in alto e ho faticato sia a salire sia a scendere.
Mi è tornato in mente il sonetto Movesi il vecchierel di Petrarca, che declamavo ad uso e consumo
della mia famiglia che non era troppo sbigottita dalla mia partenza; mi sono
ricordato del verso che fa: rotto dagli anni e dal cammino stanco.
A
cena Sebastian mi ha chiesto dei progetti per i prossimi giorni e del cammino a
Finisterre. Gli ho raccontato quello che ora mi preoccupa e mi ha fatto bene
parlargliene.
Mercoledì
19 novembre: Palas de Rei – Ribadiso
Da
lunedì la maggior parte dei pellegrini ha fatto la sua scelta fissando per
dopodomani l’arrivo a Santiago (sono sicuro, però, che domani qualcuno non
resisterà alla tentazione e farà il gran volo di quaranta chilometri per essere
a Santiago prima del tramonto; certamente non sarò fra quelli).
Comunque
l’obiettivo di oggi è un altro ed è comune a tutti i pellegrini: a Melide bisogna assolutamente passare da Ezequiel
per assaggiare il pulpo a la gallega.
Ci
sono tanti torrenti da attraversare. I ponti in muratura sono pochi, il più
delle volte si deve saltellare su grandi pietre ben levigate e scivolose;
l’acqua, limpidissima, scorre tranquilla trascinando le ultime foglie cadute.
Il fondovalle è sempre boscoso, le colline sono prati verdissimi in cui spesso
pascolano le mucche. Le strade, strade di campagna, sono belle. In certi punti
il sentiero è scavato, nell’arenaria friabile, dall’acqua, dai passi degli
uomini, dagli zoccoli di vacche, pecore, muli e cavalli.
Gli
alberi, cercando la luce, si sono incurvati verso il centro del sentiero creando
una lunga galleria; mi fermo per fare fotografie. In poco tempo arrivano altri
pellegrini. Ci si saluta, si scambiano alcune impressioni e si cerca il posto
adatto per fare pipì: i maschi si accontentano mentre le pellegrine sono più
esigenti.
Infine
arriva Juan, il vecchietto appena un po’ più giovane di me: cammina con un
passo rapidissimo, ci saluta senza fermarsi e sparisce in un attimo seguito
dall’ammirazione di tutti. «Si deve essere sparsa la voce che a Melide oggi ci sono pochissime razioni di polpo
disponibili». Lo dico in italiano per gli italiani che sono nel gruppo; la
prima a ridere di gusto è una pellegrina tedesca: avrà capito davvero?
Ho
ritrovato Juan più avanti, che stava ripartendo dopo una sosta. Mi ha dato un
po’ della sua merenda e mi ha chiesto di fotografarlo con la sua Leica digitale (è la prima volta che tocco una Leica, però con una macchina digitale non vale). Cammina da
Saint–Jean e non ha ancora una fotografia sua (io,
almeno, ho un paio di foto con la mia ombra...). Si è messo in posa da
pellegrino sostituendo i suoi bastoncini in fibra con una pertica trovata lì
vicino; ha guardato con soddisfazione il risultato ed è ripartito come una
furia: domani sarà a Santiago.
Ho
visto delle persone che tornavano dal cimitero, penso per un funerale; alcuni
anziani mi hanno salutato togliendosi il cappello: apparivano tranquilli e
soddisfatti come chi anche stavolta l’ha scampata. Quel gioco dell’oca sulla
piazza di Logroño: poche caselle prima di Santiago si
incontrava la Morte!
A
Melide siamo in otto a mangiare il polpo servito su
un unico tagliere di legno e accompagnato da una tazza di vino bianco; è buono
e il bis è ancora più buono. È l’una e quello per me è il pranzo; Sebastian mi
spiega che non ho ancora capito bene i costumi spagnoli: quello è soltanto un
antipasto, il pranzo sarà verso le tre.
Non
ce la faccio a raggiungere Arzúa e mi fermo a Ribadiso pur sapendo che qui non c’è la possibilità di
cenare (stanno chiudendo proprio oggi l’unico bar ristorante), un po’ di
digiuno non mi costa nulla. Arriva una coppia di ciclisti inglesi e lui si
offre di andare a fare acquisti per tutti i pellegrini. Non solo va a
comperare, prepara anche la cena: tagliatelle condite con tante verdure e
passata di pomodoro. Ci sono stati problemi con i tegami, i piatti e le posate
(le tagliatelle, scolate, sono state messe in un sacchetto di plastica), ma il
bravo pellegrino sa adattarsi, come dice Tommaso, che ha mangiato con le mani.
Avevo
incontrato Henry e la moglie nel primo pomeriggio mentre pranzavano. Avevano
apparecchiato su una grande pietra con tovaglia, piatti, bicchieri e bottiglia
di vino, e stavano preparando qualcosa su un fornellino a gas; sembravano il
ritratto della coppia perfetta. Li ho incontrati una seconda volta, erano scesi
dalle biciclette e stavano discutendo, lei piangeva. Stasera, a cena, ho
avvertito un po’ di asprezza nel loro rapporto, lui ha un piglio autoritario,
lei è senz’altro molto stanca.
Dopo,
la cucina è stata occupata dalle canadesi: funghi di tutti i tipi (riconosco
delle trombette da morti), latte e uova comprate dai contadini e mele ammaccate
e gelate raccolte nel prato dell’albergue.
Ho
fatto l’ultimo bucato per essere in ordine quando arriverò a Santiago. Il
rifugio è molto bello, peccato che i servizi siano tanto distanti dal
dormitorio: c’è un prato da attraversare. La notte si preannuncia gelida e per
andare in bagno dovrò coprirmi bene; non andrò tanto lontano, c’è un fosso più
vicino.
Nel
sacco a pelo si sta bene, ma ho nostalgia di un altro calore. Per telefono ho
detto a MG che ho trovato una ragione per arrivare fino a Santiago.
Giovedì
20 novembre: Ribadiso – Arca
Non
tengo mai conto del tempo che impiego per camminare, però oggi mi sembra di
averci messo un’eternità per fare poco più di venti chilometri.
Altri
pellegrini dicono di essere stanchi, ma io di più. Cioè sono stanco soprattutto
di sentire male alla gamba sinistra. Mi piacerebbe dare un nome a questo
dolore, che non mi pare né una tendinite né un problema muscolare e, quando
qualcuno mi chiede perché zoppico così vistosamente, non so dare nessuna
spiegazione: il mio corpo, specialmente quando ha qualche problema, mi è sempre
un po’ sconosciuto.
Non
vedo più castagni, ci sono querce isolate e boschi di eucalipti. Ci sono delle
palme, delle agavi e nei giardini delle case ci sono spesso dei fiori; la quota
è più bassa e il mare più vicino.
Ho
incontrato, in momenti diversi, tre signore anziane: tutte e tre piuttosto
robuste e con il fazzoletto annodato sulla nuca, tutte trascinavano dei fasci
di legna. Spesso ho questo ricordo di mia madre: aveva le guance rosse e era accaldata,
dagli occhi che ridevano si poteva capire che oltre alla legna aveva con sé
qualche fungo.
Ho
visto un altro porcino bello e grosso, che ho lasciato dov’era.
Ho
mangiucchiato delle mele raccolte sulla strada. È bello pulirle dalla terra
sfregandole sulle maniche della camicia o sui pantaloni e mangiarle fino al
torsolo. Sono piccole, hanno la buccia dura, sono asprigne e molto sugose.
Il
sole sta tramontando e il cielo è sereno, chissà come sarà domani.
È
la vigilia, da passare in silenzio e da solo.
Domani
mi piacerebbe arrivare in tempo per la messa di mezzogiorno.
Venerdì
21 novembre: Arca – Santiago de Compostela
In
tanti siamo partiti ben prima dell’alba.
Per
quasi due ore si cammina nel buio più fitto. È una piccola processione di
lucine che si muovono in sincronia e che si avvicinano e si mescolano quando si
giunge a un bivio: le pile rischiarano il cammino davanti ai piedi ma non fanno
risaltare le frecce gialle sui tronchi degli alberi e, agli incroci, bisogna
fare attenzione. Solo in quei momenti ci scambiamo poche parole, per il resto
si cammina in silenzio; sembra che a nessuno interessi sapere con quali compagni
arriverà a Santiago.
Prima
di vederla in viso, dalla borsa di stoffa che tiene nella mano sinistra,
riconosco Sally, la pellegrina americana con cui ho camminato sui monti di O
Cebreiro. Dice di avermi salutato ieri sera all’albergue, mentre stavo scrivendo;
le avevo dato l’impressione di essere perso in altri pensieri e non le avevo
risposto. Mi sorprende chiedendomi se mi sono ricordato di fare gli auguri a
Francesca per il suo compleanno. Certamente, ma che memoria ha Sally! L’altro
giorno, prima che lei si bevesse il caffé con leche
che avevano appena preparato per me, mi aveva detto che sperava di arrivare a
Santiago qualche giorno prima del 25 novembre, per festeggiare lì il suo
compleanno, avendo il tempo necessario per riadattarsi a uno stile di vita meno
selvatico. Le avevo detto che io speravo di arrivare il 20, il giorno del compleanno
di mia figlia. Lei dovrà ripartire immediatamente da Santiago, per raggiungere
sua madre, rimasta vedova per la seconda volta. Queste famiglie lontane che
creano problemi a noi pellegrini, che invece non creeremmo mai problemi alle
nostre famiglie...
Camminiamo
insieme per qualche chilometro, finchè lei cede al
richiamo del caffé.
Nel
buio faccio abbastanza bene quasi metà della tappa, poi è una grande fatica ed
è come se arrivassi trascinandomi sulle ginocchia alla tomba dell’apostolo. Non
mi rallegra vedere Adriano che si fa fotografare abbracciato al monumento di
Giovanni Paolo II sul Monte Gozo e rispondo a malapena al suo saluto quando,
nella discesa, mi sorpassa ondeggiando, quasi stesse ballando la samba al
carnevale di Rio.
Quando
inizia la salita che porta in città, mi raggiungono e mi abbandonano (dopo
avermi incoraggiato...) tanti compagni che conosco. Solo Tommaso si adegua al
mio ritmo zoppo e mi chiede se conosco delle canzoni da pellegrini. Qualcuna:
ad esempio c’è la bella Cantiga Santa Maria strela do dia; c’è l’inno Dum Pater familias, dedicato appunto a san Giacomo, con un ritmo
adatto al passo frettoloso dei pellegrini ormai vicini alla meta e in cui
compare la parola ultreia, che significa
qualcosa solo per loro; l’unica di cui riesco a fargli sentire la melodia è Pellegrin che vien da Roma. Non conosce
quella canzone, che però gli fa venire in mente la storia di uno spazzacamino
che vagava di qua e di là per le campagne. Siamo un pò
irriverenti in questi ultimi passi del cammino. Un vecchio pellegrino che dà il
cattivo esempio a un giovane. Mio padre diceva: «Il giudizio lo usa solo chi ce
l’ha!». Gli dico di andare, perché altrimenti non arriverà in tempo per la
messa.
Da
alcuni giorni l’orologio giallo di Matteo si è fermato e all’inizio continuavo
a chiedere l’ora in giro, poi ho capito che potevo controllarla sul cellulare.
Sono le 11:40, penso di avere ancora parecchia strada davanti e cammino malamente,
forse arriverò alla cattedrale in tempo per incontrare i pellegrini che escono
dalla messa.
La
piazza delle Platerías è deserta e non provo
l’emozione di dieci anni fa, quando vi arrivai insieme a MG. Poi la commozione
mi travolge all’improvviso mentre entro in chiesa e sento la campana grande che
batte il mezzogiorno.
I
miei compagni, schierati nei primi banchi, mi accolgono con un applauso affettuoso
che sento solo io. Mi sistemo in un posto più defilato, da pubblicano, e vedo Marthe e Sophie che saltellano
per richiamare la mia attenzione; mi mandano perfino dei baci.
La
messa del pellegrino è impreziosita dalla bellissima voce di una suora. Nel
vangelo si legge di Gesù che scaccia i mercanti dal tempio.
Alla
fine, anche se è un giorno feriale, fanno volare il botafumeiro:
per molti è il cuore della liturgia e c’è molta animazione.
E poi c’è il rito degli abbracci, quello immediato a San Giacomo e quelli che si protraggono per tutto il pomeriggio. Immagino che domattina ci sarà ancora qualche altra opportunità. Abbracciando i miei compagni pellegrini so di ringraziarli e di lasciarli per sempre: non porterò con me nessun indirizzo e nessun numero di telefono.
Abbraccio
Sebastian e Juan, che sono arrivati ieri sera (Sebastian si scusa dicendo che
proprio non voleva fare una tappa unica da Arzúa: non
si era accorto dell’albergue di Arca, l’aveva oltrepassato e non aveva senso
tornare indietro; gli dico: «Bugiardo!» e lui: «¿Yo
mentiroso?» e, come sempre, ride. Si è reso
presentabile per il santo facendosi riparare le cerniere dei pantaloni), poi
gli italiani Sara, Giovanni e Tommaso. Corrono ad abbracciarmi Sophie e Marthe e mi dicono che è
da tanto che non ci vediamo. Poi Heinrich e Maurice,
Pablo e Sally, Monique, Nadine,
Sabine, Michele con l’amico finlandese e altri pellegrini di cui non so il
nome.
Sebastian
ci propone di visitare il Portico della Gloria e lo gelo dicendogli che è tutto
impacchettato per un restauro. Per la seconda volta lo sento esclamare «¡Hostias!» con la stessa convinzione con cui da noi si
dice cazzo!
Andiamo
a mangiare a Casa Manolo, là dove tutti i pellegrini del mondo si incontrano e
dove qualcuno fa mettere l’ultimo e definitivo timbro sulla credenziale. Alla
fine del pranzo Tommaso propone di eleggermi bravo pellegrino del giorno.
Secondo Tommaso, che l’ha letto da qualche parte, il bravo pellegrino è quello
che non si lamenta mai e che non lascia nulla nel piatto. Per molti la seconda
condizione è quella più difficile e non si può realizzare a Casa Manolo.
Ripassiamo
dalla cattedrale e Sebastian, che mi vede fare le scale in scioltezza, dopo
avermi visto penare poco prima, si mette a gridare al miracolo; due turisti
chiedono se si possono fotografare i pellegrini che fanno gli stupidi, ma li indirizzo
verso altri pellegrini più rappresentativi, con la conchiglia sullo zaino e il
bastone.
Mi
sistemo in una pensione che mi sembra lussuosissima e dopo la doccia mi asciugo
con un asciugamano enorme. Vado alla stazione per comperare i biglietti del
viaggio di ritorno e zoppico di nuovo. Cammino in mezzo a tanta gente: le
ragazze sono molto belle. Perchè nei paesi poveri
dell’entroterra non ho mai visto gente così bella?
Trovo
il tempo per visitare una mostra sulla cultura dei Tayno,
popolazione precolombiana dei Caraibi: è un altro esempio dell’infinita
ricchezza e varietà dell’espressione umana; anche lì ritrovo Sebastian,
pellegrino solitario quanto me.
Nei
pressi della cattedrale abbraccio Emanuele, che partirà fra poco in pullman. Si
commuove e mi ringrazia perché sono stato ad ascoltarlo e non l’ho nemmeno
preso in giro per il frequente ricorso all’autostop o agli autobus. Terrà, come
ricordo del suo cammino, il lunghissimo e pesante bordone, abbandonato da
qualche pellegrino alcuni giorni fa, che lui ha raccolto e portato con sé per
fargli vedere Santiago.
In
una strada stretta e buia sento di nuovo le voci che mi chiamano con
insistenza, il problema è che non capisco da dove vengono. Come sempre le voci
scendono dall’alto: Marthe e Sophie
si sbracciano da una finestra della loro pensione all’ultimo piano e mi
augurano ogni bene. Poco dopo, in piazza e sotto la pioggia, mi ripetono il
loro augurio abbracciandomi ancora e io preciso che accetto questi nuovi
abbracci a condizione che siano davvero gli ultimi. Hanno passato il pomeriggio
a fare shopping, sono ben truccate e sembrano appena uscite dal parrucchiere;
non vengono a cena da Manolo perché stasera andranno a ballare e sui loro
vestiti nuovi resterebbe la puzza di frittura e di pellegrino.
In
un bar vedo una lunga tavolata di pellegrini: a capotavola c’è Marianne con la
camicetta celeste. Abbraccio lei e Philippe, vogliono che mi fermi con loro, ma
non mi siedo e Marianne mi giustifica davanti a tutti: «Angelo è un pellegrino
molto speciale». Mi fa piacere che usi lo stesso aggettivo che io avevo pensato
per Chantal.
Mi
sono accorto che nelle strade stanno montando gli addobbi di Natale.
Sono
a La Coruña in attesa del treno che mi porterà a Barcellona attraversando nella
notte paesi e città del Cammino.
Stamattina
nella Plaza de las Platerias ho visto tre pellegrini in arrivo: mi è corso
incontro Martin, mi ha salutato stringendomi la mano e mi ha accarezzato la
barba: da grande vuole tenerla anche lui. Ho abbracciato Hans e Mary, in pantaloncini
corti e senza calzamaglia, con la maglietta senza maniche, sempre sorridente e
con i capelli ricci coperti da goccioline di umidità. Per loro ancora una
settimana di cammino: andranno e torneranno da Finisterre e Martin potrà usare
la sua canna per pescare nell’oceano.
Ho pranzato con Sebastian, che mi ha accompagnato alla pensione per riprendere lo zaino.
Ci siamo stretti la mano e ci siamo abbracciati senza più guardarci. Abbiamo preso due strade diverse e credo che nemmeno lui si sia voltato indietro.
Alle
12:55 del 24 novembre sono uscito dalla stazione di Modena con MG.
Mi
sono seduto al volante della Clio e alle 13:00 ho
preso la multa per guida senza patente.
E
così, dopo avere raccolto Francesca, siamo arrivati in ritardo al pranzo che
Matteo aveva preparato.