Prove

di pellegrinaggio

 

aremitti@alice.it

 

 

la quiete della notte
vicina allo spuntare dell’aurora,

la musica che tace,

la solitudine  sonora,
la cena che ricrea ed innamora.

(Juan de la Cruz; Cantico Spirituale, XV)

 

Giovedì 16 ottobre: Oloron

Ci riprovo.

Sono passati dieci anni dalla mia prima esperienza di pellegrino sul Cammino di Santiago, con MG, e cinque dal successivo tentativo terminato dopo appena cinque giorni con gli scarponi lasciati su un muretto, a Estella.

Sono un pensionato; vuol dire che ho un po’ di anni alle spalle e parecchi giorni davanti. Nessuno mi ha detto: «Torna presto», piuttosto mi hanno ricordato cento volte di avere giudizio.

Ho impiegato più di ventiquattro ore per arrivare fin qui. Ieri sera, sul treno, forse per farsi perdonare lo sgarbo di averci sequestrato biglietto e documenti (motivi di sicurezza!), hanno distribuito ai passeggeri una bottiglia d’acqua minerale e una scatoletta, che sembrava contenere caramelle morbide al gusto di fragola o di lampone. Assaggiandone una (avevo qualche dubbio e l’ho fatto di nascosto) ho capito immediatamente che quelle caramelle erano tappi per le orecchie, che poi non ho usato.

Il treno si è perso nella notte e ha accumulato un gran ritardo mentre io mi preoccupavo sempre di più: mi restituiranno i documenti prima di Perpignan? Mi accorgerò di arrivare in quella stazione? È andata bene e sono riuscito a prendere la coincidenza per Tolosa.

Ho rivisto con piacere il sole pallido sulle paludi presso Narbonne. E dopo Tolosa tante vacche sdraiate sull’erba fradicia. Il sole sorge tardi, non si potrà camminare prima delle nove. In compenso tramonta presto: circa dieci ore di luce al giorno; è una garanzia per non essere tentati da tappe troppo lunghe.

Il cielo è scuro, le nuvole sono basse e non si vedono le montagne che dovrò valicare: i Pirenei.

Della cattedrale di Oloron, Sainte–Marie, ho potuto apprezzare solo il portale; l’interno di quella chiesa, che pare una fortezza come l’altra chiesa di Sainte–Croix, è troppo buio; su un tavolino un registro che raccoglie le firme e le riflessioni dei pellegrini: sono alcuni giorni che non passa più nessuno. A Tolosa, nell’attesa di prendere il treno per Pau, ho visitato la basilica di Saint-Sernin: è molto grande e assomiglia a quella di Santiago, ma non mi commuove. Molto meglio il duomo di Modena, con i suoi Leoni, con l’esterno così chiaro e l’interno del colore dell’aceto balsamico.

La mia cena è come il pranzo: tarallini COOP, prugne secche, pane e parmigiano con acqua Monte Cimone.

In questo rifugio, con piccole camere singole (un lusso inatteso), sono solo o forse c’è soltanto un’altra persona: non disturberò nessuno.

Non sono ancora sul cammino; una volta il cammino cominciava uscendo dalla porta di casa, adesso ci sono dei prologhi interminabili.

Domani, se il tempo sarà brutto, come sembra probabile, prenderò l’autobus per il Colle di Somport.

 

Venerdì 17 ottobre: UrdosJaca

Stamattina la pioggia e il buio; non viene mai giorno, come se si abitasse in qualche paese nordico. Prendo l’autobus e decido di scendere ad Urdos, per fare a piedi la salita che porta al passo: è quello che resta di progetti più ambiziosi, comunque non ho rimpianti. La piana di Oloron è bella: molto verde e molto bagnata.

All’autista, un ragazzo gentile, spiego dove vorrei scendere e capisce che voglio fare le Chemin de Saint–Jacques; mi dice che mi farà scendere fuori dal paese, là dove il sentiero si inerpica nel bosco abbandonando la strada asfaltata. Alla fermata mi augura con calore buon viaggio e mi chiama pellegrino; gli dico che ci vorranno alcuni giorni di strada e di fatica per meritarmi quel titolo.

Quando parto non piove più e le nuvole si sono diradate. Il sentiero è bellissimo: è come tanti altri sentieri di montagna, ma è speciale perché segna l’inizio di una avventura tanto attesa. Forse l’emozione è simile a quella che provavo da bambino quando mi avvicinavo al tavolo pieno di regali portati dalla Befana.

Salgo attraversando un bosco misto di alberi sottili e fitti, poi ci sono soltanto i faggi, gli alberi che mi sono più familiari, mescolati, più in alto, con qualche larice quasi pronto per l’inverno. Non c’è il sole, ma i colori sono intensi. Dappertutto c’è del muschio che ricopre i muretti a fianco del sentiero e i piedi dei faggi. Nei prati prima del colle affiorano le rocce e scorre qualche rigagnolo, c’è ancora la parnassia fiorita; conosco questi paesaggi. Il sentiero non è sempre segnato, ma lo trovo con sicurezza: più che un pellegrino mi sento un montanaro che conosce il suo ambiente.

Arrivo al passo e trovo tutto chiuso. Faccio alcune telefonate a Checca, a MG e alle sorelle. Imparo che è morto Romeo. Gli sarò sempre riconoscente perché con il suo campo da bocce e il bar ha riempito le domeniche delle ultime estati di mio padre. Mi chiedo se, con sua moglie, Maria, riposerà nel cimitero accanto ai miei genitori; mi piacerebbe.

Mentre telefono, due pullman scaricano un centinaio di ragazzini, età scuola media, e i loro accompagnatori. Quasi tutti hanno al collo una conchiglia. Qualcuno mi indica col dito: per loro sono un pellegrino. Mi allontano e mi riparo dal vento freddo in un’edicola con la statua della Madonna; sul tetto la croce (o la spada?) di San Giacomo. Lì pranzo con cioccolata e uvetta.

Ho osservato a lungo, sul versante sud della montagna, un grosso gregge di pecore: all’inizio erano tutte ammucchiate ed immobili poi si sono dirette a valle. Prima si sono disposte a cuneo, poi in cinque o sei file più o meno parallele, che si avvicinavano, si allontanavano, si intersecavano, andando a velocità leggermente diverse. L’effetto è stato straordinario.

La discesa è precipitosa e benedico gli scarponi di Matteo, più in basso spiana un poco in un sentiero costeggiato da cespugli di bosso (è con il bosso che si fanno gli scacchi?). Quasi sempre il fondo del sentiero è sassoso e irregolare e benedico di nuovo gli scarponi con la suola consistente. Prima di Canfranc incontro una coppia: lui mi saluta bofonchiando qualcosa che non capisco (forse è la prima volta che mi augurano buen camino), lei mi fa un bel sorriso.

Poco dopo sento un gran vociare che si avvicina: ricompaiono i ragazzini che avevo lasciato al Somport. Vengo raggiunto, sorpassato e salutato cento volte. Qualcuno mi chiede quanti chilometri ho fatto e resta deluso della mia risposta: ne avrò fatti una ventina, solo il doppio di quello che hanno fatto loro. Mi salutano in spagnolo, inglese, francese e tedesco, e io rispondo e ringrazio in italiano fino a quando una ragazzina mi dice: «Italiano?» con la soddisfazione di chi scopre un segreto e sa di essere in gamba. Camminiamo insieme per un lungo tratto, i maschi tendono ad accelerare il passo, le ragazzine mi seguono. Maschi e femmine viaggiano separati, concludo che non hanno ancora quattordici anni.

Era proprio questo il periodo delle camminate con le mie classi terze lungo la via Vandelli o sul crinale.

Presto le nostalgie lasciano il posto a riflessioni più concrete: va a finire che tutti questi ragazzi riempiranno ogni albergo e chissà se resterà un posto per me dove passare la notte.

A Canfranc Estación entro in un bar, bevo un caffè buonissimo e sulla porta dimentico il bastone che avevo fatto appena iniziato il cammino verso Somport. Era di nocciolo, con la corteccia liscia dai riflessi dorati.

L’albergue Pepito Grillo è chiuso: farò ancora qualche chilometro. Mi fermo a Canfranc, al Rifugio Sargantana. Due ragazze davanti al computer mi accolgono dicendo che sì il rifugio è aperto, è aperto tutto l’anno, come sta scritto in Internet, ma stasera no: è chiuso.

Non mi preoccupo, capisco che quello è soltanto un albergue virtuale, sorrido e riparto verso Villanua dove ci sono ben due hostal. Li trovo chiusi e mi dicono che di solito aprono sul tardi, verso le sette. Imparo che sono dello stesso proprietario e che uno dei due deve essere sicuramente aperto: basta aspettare. Finalmente trovo l’albergo Tritón aperto: trabocca di ragazzini da ogni parte, come l’altro; per me non c’è posto. Do l’addio a quei ragazzi che sono stati i miei primi compagni di viaggio.

Più avanti, a Castiello de Jaca, dovrebbe esserci un altro hostal: abierto o cerrado? Nessuno me lo sa dire: per verificarlo bastano sei o sette chilometri. Questi chilometri improvvisamente mi sembrano più lunghi di tutti quelli che ho già percorso e alla fine scopro che quell’albergo è chiuso. Sono le sei e prevedo che non arriverò a Jaca prima delle otto, mi mancano ancora quasi nove chilometri. Raggiungo lo stradone e faccio l’autostop.

Passano poche macchine, la maggior parte sono dei grossi SUV con donna accanto al guidatore: non è il genere di auto che si degna di caricare dei poveri cristi a piedi, con lo zaino e, probabilmente, molto sudati. Cammino ancora bene e non perdo il ritmo per fare l’autostop, però sta facendo buio.

Finalmente si ferma un furgone, un po’ lontano, come se avesse avuto un ripensamento. E’ un elettricista francese, con genitori istriani. Abita a Pau e ha una casetta in Spagna dove passa tutti i fine settimana. Con chi?

Ha un cane bellissimo e tranquillo che si accuccia ai miei piedi, poi trova più comodo appoggiare il muso sulle mie ginocchia e farsi accarezzare. Il signore mi spiega che è un cane da pastore che non ha mai pascolato ed è per questo che è così mite. Chiacchieriamo piacevolmente e se ci capiamo il merito è suo che non ha problemi né con lo spagnolo, né con l’italiano, con il mio francese. Mi lascia vicino al centro di Jaca, da dove raggiungo facilmente la cattedrale e quindi, facendomi guidare dalle conchiglie infisse nella strada, il mio primo albergue. Siamo in sei: due spagnoli, un francese, io e una coppia non so di dove. Non ci si chiede il nome, solo il paese di origine.

Ho fame e ho voglia di mangiare seduto ad un tavolo, però i ristoranti non aprono prima delle nove.

Finalmente arriva l’ora di cena: un piattone di verdura e baccalà alla romana(!?) con patate fritte, una fetta di tarta che non è altro che una fetta di torta e una intera bottiglia di vino tinto, che mi guardo bene dal consumare per più di un terzo. Mentre finisco la cena, la sala è presa d’assalto da una comitiva di gitanti allegri e chiassosi: mi sembrano usciti da una delle gite turistico-parrocchiali che organizzava don Ignazio.

Quello che ha maggiormente sorpreso le persone a cui parlavo del mio progetto di cammino verso Santiago era che partissi da solo. Sono sicuro che non farò il cammino in solitudine: avrò buoni compagni di viaggio se saprò essere un buon compagno.

Fra le cose memorabili di questa prima giornata una scarpa sola, poco prima del Colle di Somport: una bella scarpa tecnica, destra, persa o abbandonata da qualche pellegrino forse per alleggerire lo zaino. Anche il mio zaino è pesante: oggi l’ho sperimentato. Mi sono preparato con serietà alla lunghezza delle tappe e alla fatica di saliscendi molto impegnativi, ma ho sempre portato con me uno zaino leggerissimo.

Ho letto, ho studiato e ho fantasticato a lungo su questo viaggio; ne ho programmato con cura alcuni aspetti, ma mi piace farmi sorprendere dalle novità e avere la possibilità di improvvisare. Chissà come reagiranno i miei piedi quando si accorgeranno che quello di oggi è stato solo un assaggio.

 

Sabato 18 ottobre: JacaArrés

Esco dall’albergue dopo le otto e ritorno alla cattedrale, buia come la sera precedente, poi cerco la direzione giusta. Dovrei entrare in un bar per fare colazione, ma non sono ancora pronto per affrontare un’impresa del genere e mi accontento di quello che ho. Mentre esco dal centro storico la pioggerella diventa pioggia e devo mettere la mantellina: una signora che aspetta l’autobus mi offre il suo aiuto, da solo non ci sarei mai riuscito. Nella città vecchia il cammino è indicato da conchiglie di bronzo sulla strada; in periferia ci sono le frecce gialle sui pali, sui marciapiedi o sui muri. Bisogna guardare dappertutto e per un po’ le perdo, senza preoccuparmi, perchè so che la direzione, su un interminabile stradone, è giusta.

Non vedo l’ora di abbandonare l’asfalto e la periferia; finisce l’asfalto e comincia una bella pista fangosa e ondulata. Per la prima volta vedo un pellegrino sul cammino. Lo raggiungo: è Gabriel, era a Jaca ieri sera. È grosso e pesante, in salita rallenta vistosamente e respira con affanno. Parla molto in fretta e spesso non lo capisco; gli spagnoli parlano davvero così o hanno qualche difetto di pronuncia che mi rende incomprensibile una lingua che sulla carta è abbastanza simile alla mia?

A Santa Cilia, dopo circa quindici chilometri (poco più di tre ore, vado forte), faccio sia colazione sia pranzo: caffellatte, un panino molto lungo e ben imbottito di prosciutto e formaggio, birra e, per finire, un altro caffè. È qui che imparo che leche, il latte in spagnolo, è sostantivo femminile e non maschile come davo per scontato. Sarà per questo che mi hanno dato del latte bollente dopo avere chiesto leche frio e non leche fria.

Mi fermo sulla panchina di un giardinetto e controllo i piedi: buco le prime vesciche. Cinque anni fa le vesciche erano comparse, e si erano rotte, fin dal primo giorno, questa volta va meglio. Telefono a MG, che sta facendo spesa alla COOP, senza accennare alle vesciche perché non voglio sentire il panegirico dei compeed che non ho alcuna intenzione di usare; piuttosto si saranno accorte le commesse che da alcuni giorni non vado più a fare la spesa?

La strada diventa più varia e gradevole. Ai margini del sentiero si vedono sempre più spesso degli ometti di pietra costruiti con una certa cura. Sono belle pietre di fiume, tonde e lisce. Gli ometti improvvisamente diventano una foresta, invadono il sentiero e penetrano nel bosco. L’insieme è suggestivo, sembra che qualcuno abbia ideato un grande progetto che è stato realizzato in piena libertà da tante persone diverse. Evidentemente ci sono pellegrini che accettano di spendere un po’ del loro tempo per un gesto assolutamente gratuito. Non sono ancora così libero e disinteressato; non corro troppo e non ho l’ansia di arrivare, ma l’idea di interrompere il cammino per qualcosa che non sia il mangiare o il riposare non mi appartiene ancora: voglio arrivare alla fine della tappa per fermarmi e per avere altro tempo dopo.

Per raggiungere Arrés si abbandona la larga strada ghiaiata che percorre, con lunghi tratti rettilinei, il fondovalle e si sale sul fianco sud della valle. Il sentiero è stretto e sassoso e, all’inizio, ripido. Piove e le nuvole sono basse, comunque si ha l’impressione di trovarsi in un ambiente arido. Ci sono molti cespugli spinosi e tanto bosso, con le foglie rossastre: sembra che le stia perdendo, ma non è un sempreverde?

Arrés è situato su una sella della collina e si ha una bella vista, sia verso la valle dell’Aragon a nord, sia su quella parallela a sud.

Ci sono poche case ristrutturate, molte di più quelle in rovina. L’albergue è piccolo, disposto su quattro piani: è stato ricavato alcuni anni fa dall’abitazione del maestro del paese; sembra accogliente. Accanto alla porta una cagnetta che allatta un cucciolo e alcuni gatti che stanno ripulendo delle scodelle. Quando arrivo, la porta è aperta, non trovo nessuno; mi sistemo, faccio la doccia e il primo bucato. La cucina è ben attrezzata anche se in disordine e il frigorifero è pieno zeppo.

Arrivano, dopo un’ora, Gabriel, Enrique e Sebastian, tutti spagnoli. Trovano insolita l’assenza dell’hospitalero e sembrano preoccupati dopo avere parlato con una vicina e con un signore giunto in macchina apposta per parlare con gli ospiti dell’albergue. Quando imparo che l’hospitalero in mattinata è stato ricoverato per una meningite, insieme a due pellegrini, che però non manifestavano alcun sintomo, mi preoccupo anch’io. Gabriel, che chiacchiera volentieri, mi dice che non c’è motivo di preoccuparsi, di stare tranquillo (parola ripetuta come un ritornello) perché quella forma di meningite non è contagiosa.

Propongo di preparare la cena usando un po’ di quel ben di Dio che è in frigorifero, ma incontro poco entusiasmo. Meno male che fra le case restaurate c’è una trattoria gestita da due donne grasse e trasandate: per me è garanzia di una cena saporita. Buona e piacevole la cena in compagnia, anche se la mia conversazione è faticosa. Gabriel è andaluso, mi sembra che si mangi le parole e per lui la “s” non esiste; Sebastian è basco e parla, anche lui in fretta, con una voce bassa e roca; Enrique è catalano e, se parla adagio, è il più comprensibile: lo uso come interprete.

Faccio una bella gaffe con Gabriel che non ama il vino e ha smesso di fumare. «E le donne?» gli chiedo. «Sono divorziato da un anno, due mesi e cinque giorni…». Enrique, per solidarietà, dice di essere avviato sulla stessa strada, visto che è separato. Accenno alla mia situazione familiare molto normale (e avrei voluto dire molto felice), mentre Sebastian resta zitto.

Si parla di calcio e riesco a spiegare come so essere contento, da vecchio tifoso del Milan che non ha nessuna simpatia per il suo presidente, sia quando il Milan vince sia quando perde.

Ieri sera Gabriel, nell’albergue di Jaca, ha dormito lontano da tutti e lo si sentiva russare; stasera è in camera con me, mentre Enrique è andato nella cameretta più lontana, con Sebastian: fra i pellegrini è molto diffuso il mobbing nei confronti dei roncadores.

 

Domenica 19 ottobre: ArrésArtieda

Per la prima volta faccio una vera colazione, ma senza latte, che è scaduto e imbevibile. Preparo il caffè, mangio pane e marmellata senza burro (c’è solo la margarina, che tristezza…) e qualche dolce. Solo Gabriel mi tiene compagnia; gli altri due sono ancora a letto e aspetteranno l’apertura del bar che, stamattina, in via eccezionale e proprio per loro, aprirà alle nove e non alle dieci.

Pioviggina di nuovo.

Ho toccato tante stoviglie e tanti cibi: davvero quella meningite non è contagiosa? Magari al prossimo albergue, appena sanno da dove vengo (basta guardare il sello sulla credenziale) mi allontanano come un appestato. Oppure, uno dei prossimi giorni, verrò prelevato dalla polizia e messo in quarantena.

Per tutta la tappa non ho attraversato alcun paese, non sono passato accanto a case abitate. Soltanto un ragazzo, dall’alto di un trattore, mi ha salutato agitando il braccio.

Dopo una curva mi sono comparsi davanti due cacciatori, truccati da cacciatori con la tuta mimetica, accompagnati da un cane scoglionato. Ho avuto subito l’irrefrenabile impulso ad alzare le braccia, per arrendermi, balbettando: «¿Bandidos?» (proprio così, con l’interrogativo iniziale capovolto, alla spagnola). Ancora una volta, e ne sono passanti di anni, mi sono ricordato dell’antica raccomandazione dei nostri genitori: « Non ti fare compatire! » (quella stessa che in famiglia continuiamo a ripeterci, indipendentemente dai ruoli) e mi sono trattenuto: non ho corso il rischio di essere scambiato per un pellegrino poco valiente.

Avrei potuto essere protagonista della storiella che faceva tanto divertire il nonno Domenico: «Sciû Turcu, m’arendu…».

Cammino da solo in un ambiente deserto, ma non c’è silenzio: sento il mio respiro, i passi sul terreno, il fruscio dei pantaloni o della mantellina, i cigolii dello zaino; qualche volta, nelle salite, sento il battito del cuore; più spesso mi perdo nel rumore di tanti pensieri e sensazioni.

Le strade, quasi sempre rettilinee e pianeggianti, fiancheggiano campi di grano appena arati. La nebbiolina ristagna nel fondovalle, le nuvole basse tagliano le colline.

Sono stato il primo a partire e il primo ad arrivare, giusto in tempo per il pranzo (ho imparato che si è puntuali anche se si arriva un po’ dopo le tre, però prima delle cinque…). Dopo la doccia e il bucato (i calzini, le mutande e la maglietta sono appesi sopra il calorifero; spero che asciughino, insieme alla roba lavata ieri, che è ancora fradicia) sono a tavola: mangio una zuppa di lenticchie e, come secondo, ci sono delle buonissime costine di maiale arrostite al punto giusto.

Accanto a me due cacciatori, i briganti di stamattina; meno male che sono rimasto zitto.

Mentre finivo il mio pranzo sono arrivati Sebastian, Gabriel e Enrique e mi sono fermato a tavola con loro. Li ho stupiti indovinando quello che avrebbero ordinato per pranzo e abbiamo riso per la nostra inettitudine nel compilare il modulo di presenza nell’albergue.

Nel pomeriggio finalmente compare il sole; ci sono delle panchine rivolte ad ovest, fatte per godersi il tramonto. Alcuni vecchietti mi indicano la strada che farò domani. L’aria adesso è asciutta e fredda.

Un signore ha aperto la chiesa e la mostra con orgoglio ai pellegrini: è un bel posto per pregare; le pareti, intonacate di fresco, hanno dei bei colori pastello; le statue e i quadri sono ben valorizzati. Solo ora mi rendo conto che è domenica. La messa c’è stata a mezzogiorno; dal messale aperto imparo quali sono le letture di oggi, che leggerò appena terminata la scrittura quotidiana di questo diario: il mio compito per casa (per casa?). Oltre alla guida del cammino e al taccuino moleskine, ho portato con me due libri: il Dante Minuscolo Hoepliano (la Divina Commedia...) e il Nuovo Testamento con l’aggiunta dei Salmi. In tutto sono meno di 230 grammi per un piacere irrinunciabile, quello della lettura. L’altro piacere, irrinunciabile, della fotografia, pesa molto di più: la vecchia Pentax ME Super con tre obiettivi e parecchie pellicole in bianco e nero.

Compresa la colazione di domattina, spenderò in tutto trentatré euro (pranzo, cena, colazione e albergue). Non ho mai fatto vacanze così costose. E se tengo conto del viaggio… Però si sta così bene!

Domattina dovremo fare colazione prima delle otto, perché ci sono i bambini del paese da portare a scuola: le due signore che gestiscono l’albergue (una grande e grossa, l’altra lunga e secca e con un’espressione da zia severa) hanno molte mansioni sociali in questo paesino; Enrique e Sebastian, i due poltroni del gruppo, sono angosciati, non è bello per i pellegrini alzarsi così presto.

Stasera, con orrore, mi sono accorto della fine che Enrique fa fare alla sua guida (è uguale alla mia, solo più recente): strappa le pagine della tappa appena finita per non portare con sé pesi inutili! È come fare a brandelli i propri ricordi o distruggere quello che ti aiuta a ricordare (slogan di una pubblicità azzeccata). I taccuini moleskine, grandi o piccoli, sono patrimonio comune dei pellegrini; per i miei compagni di cammino servano quasi solo per annotare ora di partenza e di arrivo, distanza percorsa, situazione meteo e costo dell’albergue.

Anche i leggerissimi asciugamani di microfibra sono patrimonio comune; solo io mi asciugo con un normale asciugamano di cotone. Imparerò...

 

Lunedì 20 ottobre: ArtiedaUndués de Lerda

Ci ritroviamo tutti a Undués; anche chi pensava, come me, di proseguire fino a Sangüesa. Poco più di venti chilometri, ma faticosi.

Per i primi quattro o cinque chilometri, sull’asfalto, ho ondeggiato qua e là cercando i bordi erbosi della strada per dare un po’ di sollievo alla pianta dei piedi. Le strade rettilinee sembrano infinite: lo spazio, che mi sono appena lasciato alle spalle, riappare immediatamente davanti a me.

All’improvviso una deviazione a sinistra, per un sentiero sassoso che si inerpica sui fianchi della valle dell’Aragon. Per fortuna la salita è breve e il sentiero spiana in un fantastico bosco di lecci, con l’immancabile sottobosco di bosso.

I lecci, sebbene piccoli, hanno un’aria vecchissima, pieni, come sono, di barbe di licheni. C’è la solita sensazione contraddittoria di umidità e di aridità per il clima, per il terreno sassoso e per gli alberi ossuti e contorti. Il sentiero si snoda tortuoso fra un albero e l’altro: per disegnarlo non ne è stato sacrificato nessuno! Poi segue il confine fra campi coltivati e si resta chiusi in una galleria di lecci e di bosso, cresciuti su una strada delimitata da muretti che una volta doveva essere del tutto libera. E’ molto piacevole fino a quando non si è obbligati a camminare sulle macerie dei muretti franati.

All’improvviso appare il profilo di Ruesta, paese completamente disabitato e in rovina. Però c’è l’albergue e adesso mi pento di non essere entrato per fare merenda. Gli albergue che ho visto fin qui sono davvero belli e l’accoglienza che offrono è ben di più di un semplice servizio; la disponibilità di chi lavora si accompagna alla riconoscenza dei pellegrini.

Sotto una grande robinia, con le foglie gialle e luminose, mangio l’ultima frutta secca della COOP e mi curo i piedi.

I muri delle case diroccate, che si affacciano sul cortile dove mi trovo, sono coperti di murales di protesta e denuncia sociale, molto aggressivi e anarchici. Mi auguro che fra gli autori ci sia stato qualche pellegrino: chi l’ha detto che i pellegrini debbano essere sempre pazienti e pacifici e non possano spargere qualche seme di ribellione?

Pellegrini con gli zaini pieni di bombolette spray? Improbabile.

Riprendo il cammino mentre arrivano i miei tre compagni di viaggio, che giustamente vanno al bar dell’albergue a mangiarsi un bocadillo e a bere birra.

Il sentiero, molto stretto, scende ripidissimo e scivoloso e attraversa un fosso; dopo inizia, assolutamente inattesa, una strada forestale larga e ghiaiata che sale inesorabile sempre con la medesima pendenza e con poche curve: è una strada che ti porta in alto senza farti scoprire orizzonti più vasti, semplicemente ti fa morire di fatica.

Mi sembra che ogni tappa abbia un suo sapore particolare e la fatica è uno degli ingredienti, così come il tempo, bello o brutto che sia. C’è la fatica di cui ti accorgi improvvisamente e con la quale devi fare i conti prima di arrivare. E c’è la stanchezza, alla fine della tappa, a cui ti arrendi, felice di poterlo fare. È molto piacevole, appena si è arrivati, stendersi sul letto ben coperti (perché quando si è stanchi si sente freddo) rimandando a dopo tutto quello che si dovrebbe fare subito (doccia, bucato, ...) e magari addormentarsi.

Finalmente arrivo in cima e la pineta, con un aspetto decisamente artificiale, finisce per lasciare il posto a prati sassosi buoni per le capre. La pioggia ha dilavato il sentiero e cammino su un fondo pietroso e irregolare. Non è un sollievo nemmeno camminare sulla calzada romana che conduce a Undués: adesso i miei piedi hanno bisogno di sentieri sabbiosi o erbosi.

Sono arrivato al bar del paese, dove tengono le chiavi dell’albergue che occupa il sottotetto del bel palazzo che ospita il municipio, in tempo per pranzare, poco prima delle tre. Il ragazzo che gestisce il bar ha gli orecchini da pirata, i capelli lunghi e, soprattutto, sembra molto contento del suo mestiere. Non deve essere sempre facile tenere a bada i pellegrini: un cartello avverte, in tedesco, francese, inglese e spagnolo, che non è consentito togliersi le scarpe e curarsi i piedi. Le traduzioni inglese e francese non sono ineccepibili.

Stamattina, per la prima volta, ho visto la mia ombra, lunga lunga, che indicava la direzione da seguire, sempre verso ovest. Non ho nemmeno provato a calpestarla perchè ormai so che non ci si riesce.

A cena, nel bar, c’era la televisione accesa e qualcuno si è incantato a guardarla. Io ho giocato con un bel gattino che alla fine mi è venuto in braccio a fare le fusa. Un gatto che ronronea, come si dice in spagnolo.

Abbiamo visto le previsioni meteo, piuttosto preoccupanti, per domani e soprattutto per dopodomani: pioggia, freddo e, forse, neve.

Dalla mia branda nell’albergue avevo visto il sole al tramonto: il cielo era rosso e speravo nel bel tempo!

 

Martedì 21 ottobre: Undués de Lerda – Sangüesa

La notte scorsa, nel camerone di Undués, c’era grande silenzio. Non ho sentito nessuno russare, nemmeno Gabriel, che si era sistemato nel posto più lontano: forse erano tutti svegli nell’attesa che io smettessi di russare.

Durante la notte la campana della torre, vicinissima, ha battuto tutte le ore e nessuno si è lamentato. Alle otto mi alzo per primo; prendo lo zaino e vado a vestirmi nell’androne del palazzo, seguito poco dopo da Gabriel.

Faccio colazione con l’acqua della fontana e mi incammino per un sentiero in discesa, pieno di sassi. I piedi, subito, si lamentano, per questo decido di fermarmi a Sangüesa dopo appena una decina di chilometri.

Gabriel, invece, che arriva insieme a me, vuole proseguire. Mi sembra una persona semplice, lavora in qualche ufficio pubblico, ma non ho ben capito in che cosa consista il suo lavoro. Ogni tanto mi chiama Superangelo. Ieri sera, a cena, l’ho meravigliato raccontandogli tutta la gerarchia dei cori angelici; non si è preoccupato di essere comunque nelle parti basse della classifica, appena sopra di me; mi ha guardato con aria di superiorità e mi ha detto: «Tu angelo; io arcangelo». E stamattina, quando ci siamo salutati alla partenza, oltre ad augurarmi un buon cammino, mi ha ricordato la stessa cosa. Quando l’ho raggiunto e stavo per superarlo, ha fatto l’atto di non lasciarmi passare, facendomi notare che per rispetto alle gerarchie avrei dovuto restare almeno un passo dietro di lui.

Sangüesa è la prima cittadina che incontro, dopo Jaca, e l’entrata, attraverso un paesaggio disordinato, è stata poco piacevole. Dopo averla attraversata tutta, per vedere il portale romanico di S. Maria la Real (chiuso per restauro), sono ritornato all’albergue e l’ho trovato aperto, ben prima di mezzogiorno, ma senza hospitalero. Sulla mia guida c’è scritto che è gestito dalle Figlie della Carità e quindi mi aspettavo di essere accolto da qualche monaca, invece è arrivato un omaccio ruvido che, però, si è commosso parlando della morte dell’hospitalero di Arrés.

Si fermano all’albergue Enrique e altri tre spagnoli che oggi concludono tre giorni di cammino, fatto di tappe molto corte, e domani tornano a casa.

Adesso non siamo più in Aragona, bensì in Navarra, terra basca. Ogni indicazione è scritta in castigliano e in basco: l’albergue è Erromes Aterpetxea (sicuramente, per essere preciso, dovrei scrivere quella roba con un altro carattere tipografico). Mi vengono in mente le cose che si dicono dei Navarresi nel Codex Calixtinus: gente diversa, selvatica e depravata, con strane abitudini sessuali. Chissà se il viavai di pellegrini ha contribuito ad attenuare quella diversità, normalizzando i costumi sessuali.

I Baschi, soltanto quelli anziani, portano il basco; non è come quello che portava mio padre (era il suo copricapo preferito e solo nelle più fredde giornate d’inverno gli preferiva un colbacco arrivato da non so dove): questo è più largo ed è poco calzato, pare appena appoggiato sulla testa. Anch’io ho fatto uso del basco, fra gli undici e i quattordici anni, in seminario, quando faceva parte della divisa, insieme alla mantellina nera.

Verso di me cammina un vecchietto minuscolo, con il basco appunto; stringe due stampelle sotto le ascelle, senza appoggiarle per terra; tiene la testa incassata fra le spalle e se ne va a passettini corti e frettolosi: siccome le stampelle non toccano terra, sembra appeso in aria.

Non trovo ristoranti con menù economico e, alla ricerca di un supermercato per fare spesa (ho finito tutto: le noccioline, le prugne secche, la cioccolata e l’uva passa), seguo una signora col carrello. La seguo per qualche centinaio di metri finché si ferma davanti a una vetrina decorata con la fotografia di una immensa donna nuda sdraiata, riflessa in uno specchio d’acqua. La signora, abbastanza anziana, guarda per un po' e non entra. Anch’io guardo, con un certo interesse, ma nemmeno io entro.

Poco dopo trovo il supermercato e lì faccio la mia prima spesa. Al ritorno vedo molti bambini, appena usciti da scuola, che cercano di scappare dalle loro mamme: un breve intervallo di libertà nel passaggio da una prigione all’altra. Come è diverso il tempo di questi ragazzi da quello che mi è stato regalato nella mia infanzia!

Ceno da solo nella cucina dell’albergue, mentre inizia a piovere a dirotto. Arriva un ragazzo in bicicletta: Jordi, catalano. Parla bene l’italiano e ne approfitto; è simpatico e riesco a prenderlo in giro. Gli chiedo se vuole condividere metà della mia cena, ma, dopo che ha preso le misure, decide che è meglio cercare qualcosa di più consistente.

Rimasto solo, mi leggo ad alta voce un canto della Divina Commedia: è il Canto X, quello di Farinata. L’ho letto benissimo.

 

 

Mercoledì 22 ottobre: SangüesaMonreal

Mi sono alzato stanco morto: è stata una brutta notte. Ieri sera, verso le undici, sono stato svegliato da un ubriaco che Enrique e Jordi avevano lasciato entrare nell’albergue e non voleva più andarsene. Verso le due sono rientrati quelli che avevano festeggiato in un ristorante molto rinomato la fine del loro cammino; chissà cosa c’era da festeggiare.

Piove e, alla partenza, mi copro con la mantellina, come molti bambini che stanno andando a scuola.

Solo all’uscita di Sangüesa (presso una cartiera che fa una puzza tremenda) mi rendo conto che piove davvero forte, mentre un vento gelido che soffia da ovest mi gonfia la mantellina.

Mi è sempre piaciuto camminare sotto la pioggia, questa volta però bastano pochi minuti di strada per ricordarmi gli ammonimenti di mio padre e mia madre: «Se vai in giro con un tempo così, vuol dire che ti puzza la salute».

Prima della cartiera si imbocca un sentiero a sinistra e comincia la salita, dura. Nei giorni passati la quota dell’arrivo era inferiore a quella della partenza, eppure mi sembrava che i tratti in salita fossero ben più lunghi di quelli in discesa. Oggi la salita c’è davvero e lo zaino pesa più del solito.

Cammino in fretta, ma non riesco a scaldarmi. A Rocaforte mi fermo sotto un portico, mi cambio maglia e pantaloni e metto la camicia pesante. Farebbero comodo i guanti che Matteo voleva darmi e che non ho voluto: le mani, a contatto con la mantellina, sono gelate, come la faccia del resto. Cammino per tre ore senza fermarmi (non saprei dove). La terra è argillosa: in salita ti incolla al terreno, in discesa ti fa scivolare. Quando sembra che la salita sia finita, faccio merenda, seduto su un paracarro; poco dopo si ricomincia a salire.

A Izco (questo nome mi fa sentire lontanissimo, mi pare di essere in Perù) ho la sensazione che il peggio sia passato e ritrovo Enrique e Sebastian. Cerchiamo un posto per pranzare: non ci sono bar o ristoranti aperti; questo è un paese piccolo e la stagione finisce alla metà di ottobre, quando chiude l’albergue.

Enrique e Sebastian partono subito, io mi fermo per mangiare un po’ di frutta secca. Ha smesso di piovere e il vento è ancora più gelido e furioso: i calzini mi fanno da guanti. Arrivo a Monreal, che è un paese abbastanza grande e, a detta della guida, ben fornito di ogni genere di servizi, mentre sta facendo buio (ma sembra che oggi non sia mai venuto giorno). L’albergue è chiuso, è chiuso l’unico ristorante, il negozio di alimentari è aperto solo al mattino. Incontro Enrique e Sebastian che vagano per il paese alla ricerca dell’hospitalera, che non risponde al telefono; siamo tutti stanchi, infreddoliti, affamati e depressi. Finalmente l’hospitalera arriva e ci apre il rifugio e il bar del circolo parrocchiale dove possiamo comperare formaggio, salame, birra e cioccolata. Per il pane ci indica una panetteria. Su un campanello a fianco di un bel portone (ci sono portoni bellissimi, con archi a tutto sesto fatti con conci di pietra molto grandi) c’è scritto panaderia. Suoniamo e scende un signore che ci fa entrare in un portone poco distante, l’ingresso della vera panetteria: è uno stanzone enorme, ingombro di mobili vecchi e attrezzi da contadino e con una sterminata quantità di scarpe e sandali sparpagliati per terra, su un bel lastricato fatto di pietre scure, piccole, tonde e lucide. Alcuni filoni di pane spuntano da una cesta di vimini posata per terra. Il pane comunque è croccante e profumato.

Dopo una cena triste (potevamo fare di meglio, ad esempio preparando una cena comunitaria) sono andato a messa: è la prima volta da quando ho iniziato il cammino. Non è in chiesa, che, come sempre, è chiusa, ma in una cappella a fianco della canonica. C’è caldo e si sta benissimo. Oltre al parroco, poco più vecchio di me, ci sono cinque signore anzianotte (la compagnia della buona morte...). Non capisco molto quando il parroco, stando seduto, fa le sue riflessioni sulle letture. Alla fine intona un canto che parla di Emmaus: la melodia è gradevole e lo interpreto come un omaggio al pellegrino. Prima di iniziare la messa, il prete mi aveva chiesto da dove venivo e ha immediatamente associato Modena a Pavarotti. Alla fine ha letto, in italiano, una lingua bellissima secondo lui, la benedizione del pellegrino: non si chiede tempo buono, si prega piuttosto per riuscire a sopportare il brutto tempo.

Uscendo dalla chiesa mi aspettavo di vedere qualche stella, non ne ho ancora viste. In compenso c’è un buon odore di fumo e un’aria frizzante.

 

Giovedì 23 ottobre: Monreal – Puente la Reina

Ieri sera ho scelto una branda con la rete molle, quasi sfondata, come quelle in cui dormivo da ragazzo: ho dormito benissimo.

Appena alzato (fa ancora buio) esco sulla piazzetta davanti all’albergue: l’aria è fredda e limpida e finalmente vedo le stelle.

Mi metto in cammino alle nove meno un quarto, mentre il sole sorge.

Adesso il vento, sempre pungente, soffia da nord e il sentiero si snoda sul fianco della collina ancora in ombra. Rimpiango di nuovo i guanti e non ho voglia di tirare fuori i calzini dallo zaino.

Sebastian, che tutti gli anni, proprio in questa stagione, fa qualche pezzo di cammino, è attrezzatissimo. Ieri sera ci raccontava del suo primo cammino agli inizi degli anni Ottanta quando bisognava davvero inventarselo giorno per giorno, senza sapere al mattino dove e come si sarebbe passata la notte successiva. Dice di scegliere questa stagione per i suoi pellegrinaggi perchè dal freddo e dalla pioggia ci si può difendere, mentre contro la folla che si incontra d’estate non c’è rimedio.

Cammino bene per quel sentiero stretto che segue l’andamento del terreno, in qua e in là, e con tanti su e giù.

Per accompagnare i passi mi sono messo a canticchiare. Ho provato con canzoni diverse e quella che si adattava meglio al mio ritmo era l’inno dell’Azione Cattolica Qual falange di Cristo Redentore... E’ imbarazzante quel canto che non riuscivo a cancellare. Allora l’ho cantato nella variante usata inconsapevolmente nella mia parrocchia: Qual fa l’angel di Cristo Redentore... Nella stessa canzone, si inneggiava al Bianco Padre da Roma, e gli si garantiva che ...siamo tutti tuoi compar... (..su noi tutti puoi contar...). Credo di non essere mai stato iscritto all’Azione Cattolica, però sono stato Aspirante!

Dopo un paio d’ore faccio mi riposo su una panchina a pochi metri da un cane alla catena che all’inizio è rabbioso, poi si quieta, entra nella cuccia lasciando sporgere solo la testa, e mi guarda con aria perplessa per tutto il tempo della sosta.

Fino a Tiebas, circa metà della tappa odierna, il paesaggio è selvaggio e disabitato, dopo tutto cambia: in fondo alla valle il cammino attraversa la ferrovia, l’autostrada e la statale che va verso Saragozza e Madrid. E qui, per la prima volta, perdo le frecce gialle.

Inutilmente chiedo a diverse persone se sanno indicarmi il cammino, che secondo me dovrebbe trovarsi sulla destra della valle. Mi fermo ad un distributore, ma la ragazza che lavora lì non ne sa niente. Un camionista, felice di essere utile, mi dice, sicurissimo, che il cammino di Santiago è più avanti: dove la statale si biforca ci sono indicazioni molto chiare. Ho qualche dubbio, comunque mi avvio ugualmente lungo la carretera; c’è un marciapiede largo che mi difende dal traffico. Scopro con piacere che l’asfalto non crea problemi ai miei piedi. Passano soprattutto dei camion e qualcuno, nella direzione opposta, mi saluta con un colpo di clacson. Al bivio l’indicazione del cammino non è una freccia gialla: è un cartello per automobilisti e non per pellegrini. Ci sono tredici chilometri per arrivare a Puente la Reina e mi avvio sullo stradone. C’è il sole e il paesaggio, fatto di colline ben coltivate con i colori dell’autunno, è bello. L’unica cosa fastidiosa è il rumore della strada.

All’improvviso, sulla sinistra, in mezzo alle vigne e a campi coltivati a granturco, mi appare la cappella di Eunate; ho già mancato l’appuntamento con l’arte di Jaca e di Sangüesa e non vorrei perdere anche questo. L’ingresso principale è chiuso e un cartello avverte che la chiesa apre alle quattro e sono le tre: il bravo pellegrino è paziente e sa aspettare. Girando intorno alla chiesa scopro che si può entrare da una porta laterale.

L’interno è suggestivo, pulito ed essenziale. Alle spalle dell’altare una Madonna col bambino, come ne ho viste tante in Francia, sorridente e materna.

Mi siedo e sto bene; quando viene aperta la porta principale entra qualche turista frettoloso; non incontro nessun pellegrino.

Dopo Eunate il cammino segue un percorso nuovo per entrare a Puente, non come dieci anni fa che costeggiava la strada e gli orti sulla destra del fiume; adesso passa sulla sinistra, più in alto.

Qui ho visto delle splendide coltivazioni di peperoni: il sole, le foglie verde scuro e lucide, i peperoni, soltanto peperoni rossi, molto allungati, le casse gialle, le voci e le risate delle persone che li raccoglievano mi hanno fatto dimenticare che forse questa deviazione allunga la tappa.

Poco prima di entrare in paese incontro un ragazzo, cioè un uomo di circa trent’anni, che mi chiede se siamo sul Camino di Santiago. Così conosco Peter, suonatore di strada, non so bene se americano o inglese, e frequentatore abituale della Spagna, tanto da farsi chiamare Pedro. Scendendo in auto da Roncisvalle ha visto tanti pellegrini in cammino: gli piacerebbe fare altrettanto, almeno per un giorno. Lo ritrovo nell’albergue, dove mi sono sistemato, mentre fa la credenziale. Sono prodigo di consigli e mi ascolta volentieri.

Prima di entrare al rifugio passo dalla chiesa del Crocifisso: due navate romaniche affiancate. Nell’abside di destra la statua pacifica della Madonna con il bambino, in quella a sinistra un grande crocifisso di legno. La croce è un vero albero: dal tronco, molto corto, partono due rami quasi verticali a cui è inchiodato Cristo. Per vedere il suo volto bisogna farsi sotto, perché è tutto ripiegato sul petto. Il chiodo che fissa i piedi al legno ha prodotto una piaga enorme: mi richiama alla mente il crocifisso di Grünewald, forse in anticipo di un paio di secoli.

Nella camera da sei posti ce ne sono già due occupati: in uno sta russando un ragazzo enorme.

Vado a spasso per il paese e arrivo al ponte, mentre l’ultimo sole illumina di striscio il selciato. Telefono a Francesca. Non saprei spiegare a nessuno il perché di questo cammino, però so bene che l’obiettivo di ogni giorno è quello di telefonare a casa per dire: «Sono arrivato! Sto bene, state bene anche voi!».

Qui a Puente non vedo Sebastian e Enrique; ritrovo Gabriel, che ha fatto una quarantina di chilometri lo stesso giorno in cui io mi sono fermato a Sangüesa e poi ha spezzato in due la tappa che io ho fatto oggi; lo incontro dappertutto: al supermercato, a messa, sul ponte.

Qui, dove tutti i cammini si riuniscono, pensavo di incontrare qualche italiano (l’hospitalero mi dice che durante l’estate ce ne sono fin troppi...), invece trovo parecchi orientali, coreani o giapponesi, che riempiono di ideogrammi ordinatissimi le pagine del libro degli ospiti. Vado al ristorante da solo (Gabriel non vuole venire perché non sopporta l’onnipresente televisione, Peter–Pedro è molto spartano, cena con pane e formaggio, acqua e un’arancia). Mentre mangio fegato con cipolle e patate fritte osservo un ragazzo alto e robusto, con un’espressione dura, insieme a una bambina minuta e dal faccino vivacissimo. Poco dopo arriva una donna, che si siede al loro tavolo. Mangiano qualcosa ed entrambi trascurano la bambina, che prova invano a chiedere la loro attenzione. Si vede che uno è di troppo e scoppia una litigata. La bambina è impaurita ma non piange.

Ecco come passa il tempo un pellegrino: guarda il paesaggio, se ha tempo visita i monumenti e le chiese, osserva la gente e ogni tanto guarda dentro di sé.

Esco ben dopo le nove, quasi un orario spagnolo. Nella piazza deserta e fredda, seduto su una panchina, c’è un uomo che avevo visto gironzolare fuori e dentro l’albergue: non è un pellegrino, lo si capisce dalle scarpe e dal borsone che porta a tracolla. Chissà dove passerà la notte. Penso alle insicurezze dei viandanti veri e alle certezze di noi turisti pellegrini.

Ritorno all’albergue camminando per la Calle Mayor con le scarpe da ginnastica che non fanno alcun rumore, non come i passi degli scarponi che risuonavano a Eunate o nella chiesa del Crocifisso.

In camera ritrovo il pellegrino grosso e grasso, gli dico che io russo. «Yo tambien» mi risponde ridendo, «e non mi svegliano nemeno le cannonate». E’ una garanzia per dormire in pace, senza eccessivi sensi di colpa. Si chiama Julian.

Appese ad una brandina ci sono due stampelle e poco fa ho conosciuto il proprietario: era seduto accanto a me che scriveva e consultava una guida. Mi ha chiesto quale direzione si deve prendere per andare a Estella.

Debbo andare in cortile per ritirare il bucato: sicuramente non sarà asciutto e domattina appenderò calzini, mutande e maglietta allo zaino.

 

Venerdì 24 ottobre: Puente la Reina – Estella

Cinque anni fa qui finì il mio pellegrinaggio verso Santiago.

La tappa, non particolarmente lunga, mi ha stancato e il piede destro è malmesso; il sinistro invece è perfetto.

Questa tappa non mi piace: sembra di cercare la direzione giusta senza riuscirci, incrociando o evitando autostrade e strade nazionali. Il fondo raramente è riposante, prevalgono sassi e ghiaia grossa o interminabili tratti di cemento. Ci sono altri pellegrini che si lamentano. Siamo in parecchi in questo albergue, almeno una trentina, e c’è confusione: ci sono alcuni spagnoli, chiassosi e invadenti, che fanno due o tre tappe per il fine settimana e poi spariranno. I pellegrini a cui faccio riferimento sono ancora Sebastian e Gabriel: camminiamo insieme da una settimana. Enrique invece è scomparso.

Lungo il cammino ho fatto due chiacchiere, soltanto due (il suo inglese è perfino più povero del mio), con Sofia, una coreana che viaggia con il marito. Quando li ho raggiunti e li ho salutati, il marito, stanchissimo, mi ha risposto con un tentativo di sorriso e un gemito, lei invece era tutta vispa e camminava spedita con un paio di ciabatte verdi. Mi ha offerto dei fichi piccoli e rinsecchiti che aveva raccolto lungo la strada da piante ormai senza foglie per il freddo.

Stamattina c’è la brina e un bel cielo limpido; cammino con le mani gelate e la goccia al naso. Oltre ai guanti, che ho lasciato a casa volontariamente, ho dimenticato anche la cintura dei pantaloni. Per i primi giorni non c’è stato alcun problema, stavano su da soli. Adesso, che sono dimagrito, mi cadono e ho rimediato con una stringa che avevo preso di ricambio per gli scarponi: per alcune (poche) cose sono ben organizzato e previdente.

Sono molto orgoglioso per la sistemazione che ho trovato alla macchina fotografica: l’appoggio in cima allo zaino e tengo la cinghia lenta intorno al collo; è comodissima da usare e non mi impaccia.

Sono preoccupato per i piedi. In farmacia ho comperato ago e filo per suture per curarmi le vesciche, ma mi pare che i normali aghi che ho usato fin qui siano più efficaci (uno si è storto parecchio: ho la pelle dura!). Il piede destro è decorato da tanti fili multicolori che spuntano dal tallone e fra le dita.

Faccio un giro turistico per Estella e mi rendo conto che il Cammino passa quasi ai margini della città, lasciandola sulla destra, al di là del fiume. Ho trovato una piazza piena di bambini e ragazzi; alcune bambine giocavano alle mamme portando in carrozzina i bambolotti. Un angolo della piazza pareva riservato alle signore maghrebine e ai loro bambini, che, tra di loro, facevano gli stessi giochi degli altri coetanei. In un negozietto mi sono rifornito di frutta e verdura e ho fatto cadere due confezioni di non so cosa che si sono rotte; la signora non ha assolutamente voluto che le risarcissi il danno: si sa che i pellegrini sono stanchi e qualche volta maldestri.

Verso le sette, ho potuto visitare la chiesa di S. Pedro de la Rua che ha un bel chiostro romanico e poi ho ascoltato la messa. Ogni tanto, quando non era coperta dal vocione del prete o dai fedeli, si sentiva una melodia lontana, come di organo o di flauto; ho pensato alla tromba di Peter, che avevo superato vicino a Cirauqui distrutto dalla fatica nel suo primo giorno da pellegrino. Uscendo dalla chiesa l’ho visto nella piazza sottostante: suonava, bene, per sé, visto che la piazza era deserta. L’ho applaudito ed è rimasto sorpreso da quell’applauso caduto dall’alto, inaspettato. Non sa ancora cosa farà domani, forse non è adatto a fare il pellegrino a piedi pur avendo sempre fatto una vita randagia.

A cena, mentre mangio una trippa alla madrilena in lattina e poi frutta e verdura, conosco due ragazze svizzere, molto giovani: Sophie (bel faccino da vietnamita) e Marthe, che hanno fatto bollire mezzo chilo di spaghetti e li hanno conditi con salsa fredda di pomodoro. Impiegano parecchio tempo per capire che non riusciranno mai a finire la pasta e invano propongono l’avanzo freddo ad altri pellegrini troppo viziati ed esigenti.

 

 

Sabato 25 ottobre: Estella – Torres del Rio

Che giornata!

La giornata è cominciata ieri sera, poco prima delle dieci, quando Peter, mentre stavo per addormentarmi, mi ha chiesto di scendere nel salone perché c’era una ragazza italiana in difficoltà. Sono rimasto a parlare con lei, Elisabetta, per alcune ore: era impaurita, stanca e disperata. Sono stato un buon ascoltatore e alla fine mi sembrava più tranquilla. Mi ha chiesto se per caso non fossi un prete e ho riso ma mi sono sentito ferito nella mia laicità. Non so se è meglio essere preso per un prete o essere immediatamente riconosciuto come un professore. Piuttosto un padre di famiglia che sta dalla parte dei genitori e non capisce del tutto una ragazza un sconsiderata che si allontana da casa senza dire nulla ai suoi, e si mette sul cammino come se lì potesse trovare tutte le soluzione ai suoi grandi problemi.

Stamattina ero improvvisamente famoso: parecchi pellegrini mi hanno chiesto di Elisabetta e mi hanno perfino ringraziato. Per cosa? Durante la colazione ho imparato che Elisabetta, che era già partita, avrebbe continuato a camminare.

La tappa di ieri l’avevo già percorsa altre due volte e mentre la facevo non riuscivo a ritrovarla nella memoria; ricordavo solo che aveva fatto infuriare MG per i giri viziosi che sembrava proporre.

Oggi, dopo il tratto iniziale di cemento e asfalto, ho rivisto un paesaggio già apprezzato e ho percorso una delle strade più belle della mia vita. E’ stata una giornata in cui il sole tiepido e il vento leggero sono stati amici dei pellegrini e il camminare ha coinciso con la felicità. Ricorderò a lungo questa strada tra le vigne della Rioja.

Prima dei vigneti, ad Azqueta, il calore del sole si mescola con grida e risate di bambini che corrono e giocano: è l’ora dell’intervallo in una piccola scuola elementare, il maestro è molto giovane e sembra contento del suo lavoro, mi augura buon cammino; anche alcuni bambini lo fanno, in modo frettoloso e distratto, perché hanno altro a cui pensare e sono abituati alla processione dei pellegrini.

E’ stata una giornata piena di gente. Con Sebastian e Gabriel, abituati alle partenze comode e ritardate del Camino Aragonés, abbiamo sorriso di questi pellegrini frenetici, che si alzano alle cinque e partono alle sei con ancora due ore di buio davanti. Dove vanno a quell’ora? Non lo sanno che la miracolosa fuente del vino, fuori Estella, non butta vino prima delle nove?

Lungo il cammino quattro chiacchiere con Francis, contadino francese di quasi settant’anni, alto, massiccio e burbero, che viene da molto lontano (si interessa ai miei scarponi: «Sono troppo nuovi: gli scarponi sono delle brutte bestie e ci vuole molto tempo e tanta strada per domarli»); con Jean Pierre, canadese; con la coreana Sofia, che spesso cammina recitando il rosario, mentre il marito, sbuffando, le arranca dietro a qualche metro di distanza; e con Pedro, il suonatore di trombetta, che ritrovo a Los Arcos mentre fa merenda e qui a Torres del Rio. Mi fa piacere che continui a camminare: quando smetterà non si sentirà sconfitto e respinto dal cammino.

Raggiungo Elisabetta, che canta canzoni degli anni Sessanta e Settanta, e con lei faccio un paio d’ore di strada. Mi racconta tante cose della sua vita; stamattina è serena; mi chiedo se potrà durare: dicono che sul cammino qualche miracolo avviene. Spero che questa esperienza non aggiunga altre frustrazioni a chi si sente già fin troppo inadeguata. Mentre lei si fermava per una sosta insieme a Sofia e al marito, io me ne sono andato e, quando anche lei è ripartita, l’ho di nuovo salutata voltandomi indietro, da lontano.

Qui a Torres del Rio c’è una meravigliosa chiesa ottagonale, che ricorda la cappella di Eunate, con una purezza e leggerezza di linee assolutamente straordinarie. La chiesa mi è apparsa, bellissima, insieme alla voce di un violino solo che suonava una partita di Bach. Mi sono fermato, molto emozionato, sulla porta. Seduti tutto intorno, sul gradino del basamento, una trentina di persone che ascoltavano il violinista al centro della chiesa, sotto quella meravigliosa stella formata dalle nervature della cupola. Un pellegrino con lo zaino è ingombrante e non volevo disturbare; sono stato invitato ad entrare da un signore accanto alla porta e il violinista mi ha sorriso. Mi sono seduto nel primo posto disponibile, nell’absidiola dietro l’altare, facendomi piccolo piccolo, ma credo di essere stato scrutato quanto il violinista. Complice la stanchezza, ho provato momenti di emozione grandissima.

Mi piace la musica, ma non ne conosco la grammatica e ho poca memoria per temi e motivi musicali, che qualche volta riconosco, ma che quasi mai so riprodurre. Ascoltare una musica familiare è come camminare lungo un sentiero ben conosciuto: sei immerso in un paesaggio che cambia e avverti il tempo che scorre, senza sfuggirti. Si percepisce la bellezza di ciascun istante, legata al passato e al futuro.

Più tardi sono ritornato in quella chiesa e ho ringraziato la signora che la tiene aperta alternandosi con una ragazzina.

L’albergue, Casa Mari, è molto accogliente; è un albergue privato e ci si sta bene come a casa di chi è contento di ospitarti. E’ quasi tutto pieno, una ventina di posti suddivisi in cinque camere; con me ci sono Jean Pierre, Francis e Peter.

Sul terrazzo dell’albergue che si affaccia sui prati verso il tramonto, ho conosciuto due italiane. Che ci fossero due italiane sul cammino l’avevo imparato da Elisabetta: si era rivolta a loro perché aveva bisogno di parlare, ricevendo un chiaro invito a non rompere. Mi hanno dato l’impressione di essere piene di paure e di diffidenze nei confronti della gente, però altrettanto determinate a raggiungere Santiago nel più breve tempo possibile, perchè non hanno tempo da sciupare. C’è chi fa il cammino con l’atteggiamento di chi ogni giorno riceve un regalo (se possibile, vorrei arrivare a Santiago...) e chi è convinto che l’arrivo a Santiago gli sia dovuto, nei modi e nei tempi che lui ha stabilito. Scopro così che il cammino può essere un modo per dimostrare che si hanno le palle. E ancora: c’è chi augura a qualcuno che conosce, ma evidentemenete non aprezza, di fare lui la fatica di portare per otto ore uno zaino di dodici chili sulle spalle. Che strano, augurare ad un altro, come cosa sgradevole da evitare, quello che tu hai desiderato e scelto.

Sebastian, che ha cenato con noi, quasi scusandosi perché parlava di italiane, ha detto che non gli erano per niente simpatiche. Ho dimenticato in fretta i loro nomi. Però una delle due, quella più giovane e meno antipatica, mi ha lasciato un paio di guanti di lana rossi.

Uscendo dal ristorante abbiamo ritrovato Peter, che suonava nel deserto. Mentre parlavo con lui, ha gridato «¡Mira!». Mi sono voltato appena in tempo per vedere un globo luminescente attraversare il cielo in orizzontale; a poco a poco si è consumato fino a scomparire. La luce era quella bianca e fredda del magnesio che facevo vedere a scuola ai ragazzi. Così la stella che indica la tomba dell’apostolo continua ad apparire ai pellegrini, sebbene siano passati più di mille anni. Ripensandoci, la stella brillava verso nord-est, dalla parte sbagliata.

Oggi, durante il pranzo a Los Arcos (due volte al ristorante nello stesso giorno!), mi sono reso conto che il cammino è proprio un’esperienza da epicurei. E’ vero che si fa fatica e che si incontra qualche disagio, comunque ti dà la possibilità di gustare quasi tutte le piacevolezze della vita.

Al ristorante, quando se ne presenta l’occasione, prendo quello che non conosco e mi incuriosisce. Oggi c’era qualcosa di cordero e potevano essere trippe, budelline o braciole d’agnello (che il cordero sia l’agnello l’ho imparato a messa: cordero de Dios!), invece era uno stinco: buonissimo. A messa ho imparato anche che Dios è todopoderoso e l’ho immaginato in posa da culturista.

Il cameriere sembrava una riproduzione di Del Sol, inesauribile centrocampista juventino degli anni Sessanta.

L’albergue è bello, ma per andare ai servizi, a pianterreno, si esce in un cortile interno. In mutande, maglietta e ciabatte (tutti i pellegrini hanno le ciabatte, nessuno va più scalzo) e con qualche grado sottozero, può non essere piacevole, però mi ha dato modo di vedere una stellata incredibile, con stelle di dimensioni enormi perché viste senza occhiali. Ho riconosciuto il Grande Carro e Orione e, con quelle stelle, senza essere sulla strada diretta a ovest, ho saputo ritrovare il nord.

 

Domenica 26 ottobre: Torres del Rio – Logroño

In questo momento la cosa più importante è il mal di piedi: qualche vescica di troppo e, soprattutto, un forte dolore alla pianta del piede destro. Per simpatia anche il sinistro fa qualche capriccio. Stamattina, pur camminando con il solito passo, ho dovuto fermarmi a Viana, in piazza, su una panchina al sole, per curarmi i piedi. Un cane mi ha leccato il piede buono, anche quello scalzo, dopo averlo annusato a lungo.

Scendendo da Viana ho visto le montagne coperte di neve: debbo andare in quella direzione.

La notte passata, nella nostra camera, c’è stata battaglia. Peter russa davvero in modo impressionante e il vecchio Francis è andato fuori dai gangheri. Prima l’ha sloggiato dalla brandina sopra la sua, e Peter ha traslocato in quella sopra di me, poi si è alzato furibondo, ha scrollato con forza l’intero castello (ma io che c’entravo?) urlando: «Ronfleur de merde!». Credo che Peter non capisca bene il francese, infatti non ha smesso di russare, l’ha solo fatto con più garbo. Nessuno ha avuto in coraggio di ricordare a Francis che anche lui è un discreto ronfleur.

Oggi, a parte i piedi, avevo una preoccupazione in più: il cambio dell’ora legale. Matteo, che mi ha fornito gran parte dell’equipaggiamento, mi ha dato un bell’orologio Casio da bimbo. Naturalmente è digitale, con un sacco di funzioni, e ha la cassa e il cinturino giallo canarino, ma non capivo come cambiare l’ora. Sebastian e Gabriel, con cui avevo condiviso il problema, non mi hanno preso sul serio. Sono arrivato a Logroño alle 12:15 e siccome l’albergue apre alle 14:30 ho fatto del mio meglio per trovare una soluzione. Ho trafficato con l’orologio per un’oretta buona in una piazza accanto al rifugio, cambiando continuamente panchina per restare al sole, contrariamente ad alcuni vecchietti e a due mamme con bambini che restavano imperterriti all’ombra. Sono riuscito nell’impresa poco prima che arrivassero Sebastian e Gabriel e tutti insieme abbiamo esultato.

Gabriel si è curato i piedi e Sebastian gli ha fornito tutta l’attrezzatura di pronto soccorso in perfetto ordine. Gabriel, che non è così sprovveduto come può sembrare, ha commentato che Sebastian è il simbolo della buona organizzazione, io dell’anarchia. Con Gabriel in ciabatte, ho fatto il gesto di chiedere la carità per comperare un paio di scarpe al pellegrino scalzo: Sebastian si è allontanato con discrezione, Gabriel ha detto che sono un artista.

Adesso Gabriel sta cucendosi un paio di pantaloni, che hanno due sette incredibili sul culo: non sembra il lavoro di una brava rammendatrice. Mi spiega che non ha nessuna intenzione di buttare via dei calzoni poco tecnici che sono costati quindici euro. Domani prende il bus per Burgos e da lì camminerà fino a León; saranno tappe di pianura e i pantaloni dovrebbero reggere, comunque sotto porta dei mutandoni lunghi. Sebastian andrà fino a Najera; io penso di arrivare solo a Navarrete, per fare riposare i piedi: c’è aria di saluti definitivi.

Per la prima volta dormo sulla branda in alto; non riuscirò a salirvi con un balzo prodigioso come quello cha ha fatto Peter, che sembrava un ginnasta alle parallele. Per me quella scalata è una fatica e di notte ogni tanto debbo scendere. Al rientro di una di queste uscite c’era un gran russare (forse era Julian) e Peter stava seduto sul letto come per sincerarsi se il russatore fosse lui o qualcun altro; sono stato lì per dirgli che Francis non è più con noi: può dormire tranquillo.

Peter chiude qui il suo pezzetto di cammino, tornerà con un autobus a Puente la Reina per riprendere la sua macchina scassata da giramondo; questa sera ha suonato in una delle vie principali e l’astuccio della trombetta era pieno di monete e monetine.

In una piazza di Logroño, attraversata dal cammino, c’è un grande gioco dell’oca disegnato sul pavimento: la casella finale è quella di Santiago, ma poche caselle prima si può incontrare la Morte.

A pranzo, con Sebastian, ho speso una fortuna, quindici euro, però a servire c’erano due ragazze molto belle con visi sorridenti e occhi neri e allungati: un piacere. A cena (la cena dell’addio!) con Sebastian e Gabriel il menù è più economico, solo nove euro, mangio baccalà per la seconda volta in un giorno.

Sebastian ci fa riflettere su una possibile versione alternativa della storia dei pellegrinaggi: se i Mori non fossero stati cacciati dalla Spagna, forse adesso ci toccherebbe andare in pellegrinaggio alla Mecca.

 

Lunedì 27 ottobre: LogroñoNavarrete

Stamattina l’augurio di buon cammino, scambiato con Gabriel, è stato seguito da un ¡Adiós!. Siamo stati buoni compagni di viaggio.

Alle undici sono seduto in piazza a Navarrete: mi fermo qui, dopo una decina di chilometri. Sono prudente, attento alle raccomandazioni che mi hanno fatto moglie e figli alla partenza: mi hanno detto di avere giudizio con l’espressione di chi sa che mi sta chiedendo troppo, insomma mi hanno chiesto di avere almeno un di giudizio. Mi sono curato i piedi e per le ultime vesciche ho usato del filo rosa che è diventato arancione con il Betadine.

Sto sotto un pergolato fatto di platani ancora giovani. Li potano per fare crescere i rami in orizzontale e così rami di alberi diversi si saldano fra loro: non mi piace. Osservo una signora, ancora in vestaglia, che si affaccia da una finestra al terzo piano per conversare con il barista al piano terra. Un cestino, appeso a una carrucola, sale e scende parecchie volte.

Il cielo ha tante nubi a pecorelle e il sole filtra a malapena. Stasera dovrebbe piovere, secondo quello che ha detto Wim, australiano, l’unico che cammina con le braghe corte e che usa lo zaino per appenderci, all’esterno, tutto quello che normalmente potrebbe stare all’interno. Stamattina ha camminato a lungo davanti a me, guadagnava terreno e, come si dice, mi ha seminato.

L’albergue apre alle due e sono solo le undici.

Passa Sebastian e ci salutiamo: potrebbe essere il nostro ultimo incontro. Vedo passare altri pellegrini, che non hanno facce conosciute. All’una e mezza scopro che il portone della chiesa molto grande che si affaccia sulla piazza è aperto. Entro e trovo il solito buio, solo il retablo dell’altare maggiore brilla per tanto oro. Mi siedo in un banco in fondo alla chiesa. Entra una signora che si piazza a metà della navata centrale; rivolta verso l’altare dice una preghiera (?) ad alta voce e resta lì immobile. Dopo un po’ la scena si ripete, mentre io mi sono alzato e sto girando per la chiesa a guardare le cappelle laterali. Una terza preghiera, detta con un tono decisamente perentorio, mi fa capire che sarebbe ora che me ne andassi perché lei deve chiudere la chiesa.

Adesso sono al rifugio: è bello stare in questi albergue che non sono al termine di importanti tappe istituzionali. L’hospitalera, Marie Christine, è una francese alta, elegante e sorridente; adesso sta preparando qualcosa da mangiare sulla piastra elettrica. Piove, in anticipo su quanto annunciato. Mi sento un privilegiato, posso scegliere quando e dove fermarmi, non ho fretta. Ho visto passare Julian con un passo dondolante e affaticato: vuole arrivare a Najera; non so se arriverà prima del buio e piove. E poi Andrée, una signora svizzera dai capelli bianchi e lunghi, che porta vestiti molto colorati; spesso cammina insieme a Wolfgang, un ragazzo tedesco. L’avevo vista nei giorni passati, fra Estella e Los Arcos, curarsi i piedi piagati e bendati alla meno peggio. So che qualche volta fa l’autostop o prende l’autobus, ma non appartiene sicuramente alla categoria dei pellegrini abusivi; con pazienza e ostinazione insieme, si accontenta di raccogliere le briciole di questo benedetto cammino.

Sono uscito per fare la spesa e mi sono bagnato. Al rientro Marie Christine mi ha detto, tutta soddisfatta, di avere acceso il riscaldamento: ho finto di essermi scottato toccando un calorifero. Lei, meravigliata, è venuta a sincerarsi: il calorifero era gelato. Poco dopo è entrata nella sala comune; appena l’ho vista mi sono tolta la felpa e mi sono lamentato del caldo.

«Ah, les italiens!...». Marie Christine si è espressa come De Gaulle.

C’è un bel gruppo di gente giovane: tre ragazze canadesi (Monique, Nadine e Sabine), una ragazza belga (Marianne, che diresti fiamminga, invece è di lingua francese e ci tiene a sottolinearlo), due svizzeri (Philippe e Gilles). Stanno preparando una cena molto elaborata.

Io condivido un po’ della mia con Chantal, una francesina di Parigi, piccola piccola e con un viso strano e asimmetrico; zoppica e oggi deve avere fatto parecchi chilometri. Mette da parte la frutta, il pane e il formaggio che le ho dato e mangia il riso preparato nel pomeriggio dall’hospitalera: è una pellegrina speciale, sicuramente più povera e più autentica di noi.

Dopo cena ci ritroviamo tutti intorno al tavolo grande a chiacchierare e sono l’unico a non avere troppa confidenza con il francese. Mangiamo torrone e mandarini: sono i primi della stagione ed esprimo qualche desiderio. Tutti quei ragazzi giovani inteneriscono Marie Christine che non ha avuto figli e che dice di sentirsi, qualche volta, mamma dei pellegrini; poi, incontrando il mio sguardo un po’ incredulo, aggiunge sorridendo che di qualche pellegrino può sentirsi soltanto sorella minore.

E’ arrivato un altro pellegrino italiano, Domenico, un sessantaquattrenne che prevede di fare il tratto da Pamplona a Burgos. L’anno passato aveva fatto le tappe da Saint–Jean–Pied–de–Port a Pamplona.

Il paesaggio umano in questi giorni cambia rapidamente.

Oggi ho imparato ad usare la piastra della cucina con i comandi a sfioramento. E’ stata Marianne ad istruirmi, molto orgogliosa di insegnare il mestiere a uno che sicuramente non è pratico di cucina. Le ho spiegato che sono un ottimo casalingo, so cucinare e sono disponibile a lavare i piatti, non stasera che ce ne sono troppi.

 

Martedì 28 ottobre: NavarreteAzofra

Non faccio tappa a Najera (mi piace il suo nome, che, per me, assolutamente ignorante in materia, sa di arabo e di ebraico) e arrivo fino ad Azofra per recuperare qualche chilometro. A Najera ho visto molti nidi di cicogne: sono tutti vuoti, le cicogne se ne sono andate. I pellegrini invece ci sono ancora; non immaginavo che fossero così numerosi.

Sono passato accanto a una scuola molto grande: si vedevano gli alunni seduti e ogni tanto si sentiva qualche voce, una cosa assolutamente ordinata, ben diversa da quando attraversavo il cortile della mia scuola.

A colazione rivedo Chantal che si prepara una grande tazza di tè e mangia quello che aveva messo da parte ieri sera e i biscotti che le do: accetta con molta semplicità tutto quello che le viene offerto. La vedo partire e il suo abbigliamento è singolare. La giacca a vento e gli scarponi sono adatti per chi cammina; ha dei vecchi pantaloni stinti e macchiati, rimboccati dentro le calze; lo zaino è piccolissimo; a tracolla porta una borsa di tela nera, piuttosto rigonfia; nella mano sinistra tiene una borsetta a righe multicolori con il manico corto; nella destra un bastone che è un semplice listello di legno. Mi racconta che ieri il vento le ha rovesciato l’ombrello e ha dovuto buttarlo via.

Io parto poco dopo, alle otto; non sono mai partito così tardi, tenendo conto del nuovo orario. Piove per tutta la giornata, comunque non c’è vento e la mantellina basta per tenermi caldo.

Cammino con una buona andatura; mi sono reso conto che le soste mi fanno bene e che l’eccessiva lunghezza di una tappa si fa sentire il giorno dopo. Il paesaggio, vigneti e qualche uliveto, è molto bello: a volte l’uomo sa perfezionare quello che Dio ha creato. Raccolgo qualche grappolo d’uva rimasto sui tralci, è uva da vino, abbastanza buona. Per il pellegrino l’unico problema è l’argilla rossa che appesantisce gli scarponi e fa scivolare. Dalle impronte, piene d’acqua, sembra che due pellegrini camminino davanti a me.

Mi siedo sopra un mucchio di pietre per fare la prima sosta e per scattare qualche foto dopo due ore di cammino. Quando si è fermi gli altri pellegrini sembrano volare: arrivano immediatamente anche se parevano lontani; ti sorpassano e si allontanano per sempre se ti fermi solo pochi minuti.

Vedo arrivare Chantal, che ha allungato il percorso prendendo una deviazione che io ho evitato. Fra le cose che le offro sceglie la cioccolata; ripartiamo insieme e lascio che sia lei a dettare il ritmo. Mentre cammina dondola un po’, mi ricorda la camminata buffa di Charlot. Scambiamo qualche parola, dice che questa giornata le piace molto: è agréable! Mi colpisce la parola che usa, sa di regalo e di regalo gradito. Parla con una voce bassa, molto sicura, e ride di gusto. Sono sicuro che avrebbe riso anche di me se le avessi detto (perchè l’ho pensato) che potrebbe assomigliare a Giovanna d’Arco. Le piace camminare, quando è libera dal lavoro percorre Parigi in lungo e in largo. Il suo cammino è cominciato là e vuole arrivare a Santiago, ma per motivi economici non può farlo tutto di seguito, ora sta facendo il pezzo da Saint–Jean fino a León. E’ determinata ma senza arroganza, è sola e libera. Ci siamo persi di vista a Najera e non è qui ad Azofra, probabilmente è arrivata a Santo Domingo de la Calzada.

Ogni pellegrino ha tempi e ritmi propri. Le mie soste sono brevi e poco frequenti; parto presto e, visto che non faccio tappe lunghissime, arrivo presto. Così oggi sono arrivato ad Azofra all’una, mentre la maggior parte di quelli che erano a Navarrete è arrivata intorno alle cinque.

Sono andato a cena con il lunghissimo hospitalero che pare figlio del re di Spagna, con Anton (austriaco, la faccia come quella di Klaus Kinski e i capelli bianchissimi e lunghi), Domenico, Ines e Santiago (proprio così, è il mio compagno di stanza: in questo albergue ci sono camerette da due posti). Santiago, un muratore, è di Puente la Reina ed è partito da Saint–Jean per solidarietà con gli altri pellegrini e per non avere vantaggi. A un altro tavolo ci sono Andrée e Wolfgang. Stiamo a tavola per quasi due ore: c’è da finire il vino. Oltre a quello della cena ci hanno offerto gratis, come assaggio, una bottiglia più pregiata di vino della Rioja di cui vanno molto fieri.

A mio parere, in un ambiente come questo, qualsiasi vino è buono.

Ascolto Domenico che ha molti rimpianti e rimorsi; chiacchiero, lui in castigliano e io in italiano, con l’hospitalero, che è appena andato in pensione e mi parla della bellezza del cammino e delle inchieste sulla camorra napoletana (lavorava per la TV spagnola); e perfino con Anton in inglese.

 

Mercoledì 29 ottobre: AzofraGrañon

Ancora una giornata di freddo e di pioggia, si sente che la neve è vicina.

E’ bello camminare e se i piedi non fanno male è ancora più bello.

I primi rettilinei che ho incontrato sul Camino Aragonés mi parevano interminabili; questi, che si adattano a un paesaggio leggermente ondulato, mi portano lontano. Davanti a me cammina Santiago, dietro Anton; manteniamo le distanze, ma nelle salite mi avvicino a Santiago, mentre Anton si allontana. Mi fermo alcune volte per mettere o togliere la mantellina, adesso lo faccio con la disinvoltura di un moschettiere, solo perché non c’è vento. Poco prima di entrare in Santo Domingo de la Calzada il diluvio. All’ingresso del paese, dall’altra parte della strada, davanti a un’edicola, una signora si agita per attirare la mia attenzione, poi attraversa di corsa la strada e mi porge dei depliant: la pianta della cittadina e l’elenco aggiornato degli albergue di Castilla e León. E’ sorridente e bagnata, come i fogli che mi dà, e io ho qualche difficoltà a prenderli con le mani intirizzite e a infilarli in una tasca. Per le statistiche sono un pellegrino italiano. Ridiamo; il tempaccio non ostacola né il suo lavoro né il mio pellegrinaggio: è bello fare le cose con passione! Lei mi saluta: «¡Adios caballero!». Mi sento onorato.

Con Santiago e Anton ci sediamo sotto il portico dell’Hotel Parador, a fianco dell’ingresso. Appendiamo le mantelline alle inferriate delle finestre per farle sgocciolare e mangiamo i panini comperati in un bar vicino. Ci sentiamo a nostro agio, a casa nostra, forse perché quello che adesso è un albergo di lusso un tempo era l’hospital dei pellegrini. I clienti che entrano e escono hanno un abbigliamento diverso, non sono bagnati e hanno uno sguardo meno felice. Ci fermiamo poco; Anton vorrebbe arrivare a Belorado; Santiago vuole andare oltre Grañon perché quel posto un po’ misterioso non lo ispira. Anch’io potrei andare più avanti, mi sento bene, ma penso che sia inutile fare una tappa troppo lunga, non cambierebbe nulla. Ho osservato il passo dei pellegrini e non è sempre bello. Santiago e Anton non riescono a tenere il mio ritmo in salita; Anton mi chiede se faccio alpinismo ed è stupito dalla lunghezza del mio passo e dalla cadenza molto regolare. Lui fa passi corti e ha una camminata rigida. Non faccio assolutamente alpinismo e non sono quello che si definisce uno sportivo, la mia è la camminata di un montanaro; gradisco quei complimenti e per ricambiare gli ricordo che il suo inglese è incomparabilmente migliore del mio.

Che accoglienza all’albergue di Grañon!

L’hospitalero di Azofra me l’aveva decantato come il più emblematico di tutto il cammino. Si salgono le scale del campanile e si entra in una sala riscaldata da un grande camino, che affumica, con moderazione, tutto l’ambiente. Faccio la doccia e sono subito invitato a tavola con Luis, l’hospitalero, basco di Vitoria (la stessa città da cui viene Sebastian), con Tina, una ragazza lituana che conosce e parla tutte le lingue del mondo, con Johannes (faccia da lanzichenecco buono, di Münster), con Nico (olandese, baffi e capelli biondi, aria mite e stupita) e con due ragazzi che stanno lavorando al restauro radicale della chiesa. Finito il pranzo, lavo i piatti e con Johannes metto a posto la legna per il camino. Johannes, che ha iniziato il suo cammino in maggio, è sulla via del ritorno, ma dovrà fermarsi qui qualche giorno per curare i piedi malmessi (io pensavo che dopo qualche centinaio di chilometri i piedi si abituassero...). Adesso il cammino è a senso unico e si incontrano solo i pellegrini diretti a Santiago e non quelli che tornano indietro e che avrebbero meraviglie da raccontare. Prima di partire sappiamo già quasi tutto e l’abbondanza di informazioni, se ci dà qualche certezza, riduce però la nostra capacità di stupirsi. La ricchezza e la novità del cammino dipendono soprattutto dai pellegrini che si incontreranno.

Con Johannes passo gran parte del pomeriggio a tagliare patate, pomodori, cipolle, peperoni e zucchini. Lui di mestiere faceva e farà il cuoco e si è preso l’incarico di preparare una gran cena comunitaria, esautorando Luis. La cena è strepitosa, l’atmosfera è da Salmo 133. Siamo una decina di pellegrini: tranne Nico e Johannes eravamo già insieme a Navarrete.

Più tardi c’è un breve momento di preghiera in una cappella semplice e raccolta, rischiarata da tanti lumini quanti sono i partecipanti. Nella preghiera si mescolano le lingue diverse. Tutto si conclude con tanti abbracci e l’augurio reciproco di buon cammino. Qualcuno si commuove.

Grañon è un hospital, non è un semplice albergue: Luis ci tiene a distinguere. A Grañon non timbrano la credenziale e io, sulla mia, ho lasciato uno spazio vuoto.

 

Giovedì 30 ottobre: Grañon – Villafranca Montes de Oca

Dopo la preghiera tutti a letto, cioè sui materassini sottili per cui l’hospital di Grañon è famoso, posati direttamente sul pavimento. A pregare eravamo in nove e tutti ci siamo abbracciati per augurarci buon cammino; quanti abbracci ci siamo scambiati? Sulle prime la mia domanda suscita qualche perplessità poi c’è una gran confusione: tutti si impegnano a risolvere quel problema con scarsi risultati. Dal piano di sotto, da Tina, arriva la risposta giusta: trentasei abbracci. Philippe ha qualcosa da ridire sui professori e su quelli di matematica in particolare, comunque si fa spiegare come si trova la soluzione.

Durante la notte si è alzato un ventaccio terribile. Le finestre del sottotetto sbattono in continuazione, spalancandosi e chiudendosi con tanto fracasso. È un miracolo che nessuna sia andata in frantumi.

Nessuno si è accorto dei russatori.

Al mattino colazione comunitaria preparata da Tina. Piove a dirotto e c’è ancora molto vento; Luis e Tina ci sconsigliano di partire. Marianne è entusiasta dell’idea di fermarci; lei è partita dal Belgio più di due mesi fa, si è sentita sola e triste, adesso sta bene, questa compagnia è bellissima. Non capisce perché le dico che se io parto il livello della compagnia migliora ancora. Finalmente ride e mi dice che simili stupidaggini possono venire in mente solo a chi fa i giochini matematici.

Parto e si rinnovano i saluti: Tina mi abbraccia e mi bacia, così fanno le brave e giovani hospitalere; mi sento obbligato a ricambiare. Luis dice che il pellegrino italiano è muy valiente, ma mi sa di presa in giro. Sono piuttosto come il corvo che Noè fa uscire dall’arca per capire se il diluvio è finito: un corvo con le penne grigie, quasi bianche.

Quando esco pioviggina e il vento, ancora fortissimo e ostinatamente in senso contrario, fa qualche strappo nella mantellina. Indosso i guanti di lana rossa che mi ha lasciato la compagna di viaggio di quell’italiana antipaticissima: sono piccoli e hanno qualche buco sulla punta delle dita, però sono più comodi dei calzini. E’ stata una giornata faticosa, ma lungo la strada sono stato accompagnato quasi sempre dall’arcobaleno. Mentre uscivo da Grañon era un arcobaleno ancora in costruzione (si vedeva solo l’arco di sinistra, appoggiato a terra) poi si è completato. Alla mia sinistra qualche raggio di sole filtrato dalla nuvolaglia bassa e a destra un arcobaleno nitidissimo. Sotto i piedi e intorno ai piedi il solito terreno fangoso. Per tutto il cammino non ho visto nessun pellegrino. Prima di arrivare a Villafranca la strada ha ripreso a salire; mi sono voltato per cercare qualche compagno dietro di me e ho rivisto inaspettato l’arcobaleno: ovviamente se il sole è al tramonto l’arcobaleno può essere solo a est, alle mie spalle. Il vento, che è calato, prima di andare a letto, va a pisciare – come mi ha insegnato lo zio Mario, che conosceva tutti i proverbi – e infatti la pioggia è diventata di nuovo insistente.

Attraversando Belorado (mi sono fermato nel ristorante a fianco del nuovo rifugio ed è stato un pranzo triste: il pollo arrosto era vecchio di secoli e nessun miracolo avrebbe potuto farlo svolazzare sulla mensa), ho visto venire verso di me una ragazza con un cane al guinzaglio, che si è fermato rigido e sospettoso. Ho allargato le braccia sotto la mantellina e il cane, terrorizzato, ha avvolto il guinzaglio due o tre volte intorno alle gambe della padrona.

L’ho fatto apposta, ma la ragazza non si è offesa.

In questo albergue l’hospitalera piuttosto anziana si preoccupa della roba che ho messo ad asciugare vicino al calorifero; dice che così bagnata non asciugherà mai e, dopo averla centrifugata, con una macchinetta a mano, me la riconsegna tutta soddisfatta.

Le diciotto brandine del rifugio si stanno riempiendo. Conosco già Wolfgang, Nico, Sophie e Marthe; qui conosco Jacques, francesce con una faccia da moschettiere grasso, che viene da Tolosa e che ha fatto il Somport qualche giorno prima di me, e con Jonas, che di cognome fa Rosolin, olandese discendente da nonni friulani.

 

Venerdì 31 ottobre: Villafranca – Atapuerca

Ieri sera ho cenato con altri sette compagni; tutti, dopo lo sopa, una minestrina da ospedale, hanno preso per secondo lo spezzatino di vitello. Nessuno ha condiviso la mia scelta: mSophies de cerdo, che sarebbero zampini di maiale. Mi sono ciucciato con gusto tutti quegli ossicini e mi sono leccato le dita un po’ collose per le cartilagini. La scelta del mio primo invece non era stata felicissima, potevo immaginare che coliWolfr fosse un banale cavolfiore. Ieri sera si parlava soprattutto tedesco e mi sono reso conto che le poche parole che ricordo delle passioni e delle cantate di Bach non bastano per reggere una conversazione.

Stamattina il tempo è cambiato: non piove, non c’è vento e non fa nemmeno tanto freddo, c’è un nebbione fitto. Inizia la salita poco ripida e per niente faticosa sui Montes de Oca e finalmente il fondo non è più fangoso. Non vedo l’erica che dieci anni fa, in una splendida giornata di sole, aveva entusiasmato me e MG: non è più in fiore; in compenso ci sono alcune ginestre con qualche fiore fuori stagione. A San Juan de Ortega volevo passare dal cimitero (ci sarà un cimitero in un posto così piccolo?) per rendere omaggio alla tomba di don Juan, il parroco che preparava ai pellegrini la sopa de ajo, ma, dopo avere visitato la bella chiesa, me ne sono completamente scordato perché la voglia di scaldarmi e di fare colazione mi ha spinto nel bar. Dopo San Juan il sentiero è molto bello, non ci sono più le pinete fredde e ordinate e ricompaiono le querce con le lunghe barbe di licheni simili a quelle che mi hanno affascinato nel Camino Aragonés. Poi, fuori dal bosco, grandi spazi aperti punteggiati da enormi querce o da cespugli ripuliti in basso dalle pecore. E’ un paesaggio da savana africana (basta sostituire le querce con le acacie), intonato all’ambiente, che è uno dei siti archeologici più significativi della storia dell’umanità. Il cartellone che segnala l’arrivo ad Atapuerca ha il volto stupefatto di un ominide; mi piacerebbe restare ancora a lungo capace di curiosità, di meraviglia e di commozione. Non è possibile visitare il sito archeologico e mi accontento di una visita al museo; capisco i testi scritti e lo spagnolo dei filmati, e allora perché faccio tanta fatica a capire gli spagnoli e gli altri forestieri quando mi parlano? C’è una doppia spiegazione: ho poca familiarità con le lingue straniere parlate e sono sordo. In questi giorni mi sono quasi completamente dimenticato del secondo motivo, che invece avevo ben presente quando ero a scuola.

L’albergue è pieno come un uovo: ci sono alcuni pellegrini di lungo corso e sono arrivati, in macchina, gli spagnoli del fine settimana, che domani faranno l’ingresso trionfale in Burgos.

C’è caldo, il riscaldamento è al massimo, e, per l’umidità, sembra di essere in una sauna. Ho declinato l’invito a cena di Sophie e Marthe. Con Wolfgang preparano spaghetti al pomodoro, sempre mezzo chilo di pasta, come a Estella: però stasera sono in tre e Wolfgang è grande e grosso!

Davanti all’albergue c’è un ristorante (Comosapiens!) che dovrebbe aprire alle sette. A quell’ora è chiuso e alcuni pellegrini affamati si dirigono verso il bar del paese per rimediare qualcosa. Alle sette e mezza ripasso e mi dicono di tornare alle otto, alle otto mi dicono che apriranno alle nove. Ho l’impressione che in quel posto, che ha pretese di eleganza, sebbene sia pubblicizzato anche un menù economico, non abbiano molta simpatia per i pellegrini e vado al bar. Lungo la strada incontro i miei compagni pellegrini: sono soddisfatti, il vino e la birra erano buoni. Il bar è pieno di gente del posto che gioca a carte e fuma, con il bicchiere accanto, come una volta. Mi siedo in un angolo e mangio l’ultimo boccadillo rimasto e stavolta invece della birra bevo un bicchiere di vino.

Quando rientro all’albergue, Sophie, Marthe e Wolf mi offrono quello che resta della loro bottiglia di vino. Li incuriosisco e mi fanno molte domande. Parlo dei figli e di MG, che è piccola, grassa e sorridente, che dieci anni fa era con me sul cammino e al mattino faceva quattro chilometri all’ora, ma nel pomeriggio impiegava quattro ore per fare appena un chilometro. Si parla perfino di panna cotta e di aceto balsamico. Wolf prende appunti sul suo taccuino: in una pagina riconosco il disegno del portale della chiesa di San Juan de Ortega. Studia architettura, spesso si ferma e disegna, ecco perché arriva sempre tardi. Oggi eravamo gli unici visitatori nel museo di Atapuerca.

Mi chiedono dove mi sono fermato nei giorni passati, che non mi hanno visto. Racconto le mie tappe e parlo di Grañon, ricordo i pellegrini che ho incontrato in quell’albergue, anzi in quell’hospital. Scopro che anche i pellegrini, anche i pellegrini giovani, anche le ragazze, possono essere un po’ stronzi.

«E così a Grañon hai abbracciato Nico, quello con i baffetti e i capelli tinti? Quello con l’aria dolce dolce?» Poi tacciono, ma ci scappa ancora qualche sorrisetto di intesa, mentre sto facendo la faccia da prof severo. Sophie mi chiede quale mestiere faccio. Marthe risponde al posto mio, chissà come fa a saperlo.

Sorridendo ci auguriamo la buonanotte.

 

Sabato 1 novembre: AtapuercaTardajos

Tre magi da lontano

son venuti piano piano

per veder Gesù bambino:

come piange, poverino!

Non ha fuoco, non ha fiamma,

ma lo culla la sua mamma.

 

Sul cammino imparo una filastrocca che potrò recitare a Natale. Me la declama, proprio in italiano, l’hospitalera madrilena (alta, magra, capelli lunghi, grigi e crespi, naso aquilino da strega), mentre suo marito la guarda con l’aria innamorata di chi riesce ancora a stupirsi.

Finalmente mi sono liberato di Burgos, sono quasi scappato e, per la prima volta, ho le gambe indolenzite. All’inizio la tappa, sulla serra di Atapuerca, è stata molto bella, sotto la poca luce di un’alba che non arriva mai. Si ha la sensazione di essere in cima al mondo e il mondo sembra davvero tondo.

Poi la discesa e l’interminabile avvicinamento a Burgos, per strade che girano alla larga, per evitare svincoli, raccordi autostradali e aeroporti, e dopo l’infinita serie di capannoni industriali, magazzini, distributori di carburanti. Lungo lo stradone che costeggia l’aeroporto finisco per terra mentre cerco di allontanare con un calcio un sacchetto di lattine e bottiglie che può intralciare il traffico. Un’automobile che viene in senso contrario si ferma (a bordo non so se sghignazzano o si preoccupano) e io mi sento cretino; è stupida anche la mia gamba sinistra che non mi ha retto.

Esco da un bar mentre entra Jacques, che ho superato qualche chilometro prima. La sua camminata è rumorosa perché usa dei pantaloni impermeabili che fanno molto fruscio; ansima, sbuffa e spesso borbotta fra sé e sé. Quando l’ho affiancato mi ha detto, scoraggiato: «Tu oggi vai forte, per me è dura!».

Ieri, parlando con Jonas, ripeteva: «Vorrei tanto arrivare a Santiago, ma non so se ce la farò». Per oggi aveva previsto, come altri pellegrini, di prendere l’autobus a Villafria per evitare dieci chilometri di periferia: per la festa di Ognissanti quella linea oggi è soppressa.

Appena entrato in Burgos mi sono fermato in una chiesa in cui stava iniziando la messa: è stata bella, molto partecipata dai parrocchiani. Allo scambio della pace ho dato la mano a Jonas, entrato proprio in quel momento. E poi ognuno per la sua strada. Mi perdo per la città e le indicazioni non sono sempre chiare o, più probabilmente, non sono capace di vederle. La cattedrale non mi attira, anzi, appena entrato esco; l’albergue, nuovissimo e tanto pubblicizzato, è ancora chiuso e non c’è nessuna informazione sull’orario di apertura. Decido di andarmene, seguendo il consiglio di Gabriel: l’albergue immediatamente successivo a quello di una città importante è mille volte più accogliente.

In una panetteria compro qualcosa che assomiglia a una focaccia e sei buñuelos (frittelle ripiene di panna o crema). Mangio camminando. Veramente ho pagato anche per una birra che nel sacchetto non c’è più.

Un vecchietto mi ferma, mi stringe la mano dichiarandosi amico di tutti i pellegrini che vanno a Santiago; mi chiede di dove sono e conclude che spagnoli e italiani sono quasi uguali, loro però hanno ancora il re.

Noi italiani, invece, abbiamo ancora Berlusconi!

Quando arrivo all’albergue di Tardajos sono stanco (ho fatto troppo asfalto e cemento) e resto interdetto dal baccano che esce da un rifugio così piccolo; penso a una scampagnata organizzata da qualche associazione e vorrei scappare. Dalla folla emergono l’hospitalera e suo marito, altissimo, magro e con l’aspetto da hidalgo; mi spiegano che questo è un incontro fra gli hospitaleros volontari: con la fine di ottobre molti albergue chiudono e questa è la festa di addio. Mi invitano a tavola, mangio paella fredda, bevo vino e alla fine c’è anche il caffè e il dolce, quello che è rimasto; sono a mio agio in quella confusione. Insieme a me ci sono Olga, polacca, e Lewis, irlandese.

Quando è già buio arrivano Luc e Luca, svizzeri di Costanza, padre e figlio che fanno trenta, quaranta chilometri al giorno. Luca, il figlio (i figli hanno sempre qualcosa in più dei padri...), si premura di dirmi che fa il cammino solo per il piacere di camminare e per nessun altro motivo. Però non è antipatico e nemmeno arrogante e parla bene l’italiano. Suo padre è stato un buon sportivo e ha praticato lo sci di fondo a livello agonistico. Provo ammirazione e un po’ di invidia per questo padre, quasi settantenne, che cammina con il figlio: può essere l’inizio di un altro sogno.

Adesso la festa è finita, sul tavolo è rimasta una bottiglia di liquore. Ne bevo un bicchiere: sembra Martheschino. Arriva un hospitalero per prendere la bottiglia e gli confesso di non avere resistito alla tentazione di assaggiarla. Se l’avessi finita avrei liberato me stesso e tutti gli altri dalle possibili tentazioni future e così si siede e finiamo la bottiglia, già quasi vuota. Dopo ho chiacchierato con l’hospitalera che mi ha recitato la filastrocca natalizia accompagnandola con tutte le mosse giuste, come le farebbe una bambina dell’asilo. Mi ha preso in giro perché sulla credenziale ho messo il sello, decisamente brutto, a rovescio. Il sello riproduce i piedi dei pellegrini di Emmaus di un bassorilievo di Santo Domingo de Silos. «I piedi per i pellegrini sono importanti» mi ha detto «ricordati però che stanno in basso, è la testa che sta in alto».

Stasera il cielo è sereno; accanto a una sottile falce di luna c’è Venere.

Oggi e domani sono due giorni di festa: cerco di celebrarli leggendo il Discorso della Montagna dal Vangelo di Matteo.

Comincerà finalmente l’estate di San Martino?

 

Domenica 2 novembre: TardajosCastrojeriz

No, l’estate di San Martino non è ancora cominciata.

Ancora un giorno di pioggia e adesso, in questo albergue con i caloriferi gelati, un gran freddo. Ieri sera avevo sperato in una mattinata serena, magari con la brina, invece il cielo non promette nulla di buono.

La colazione ce la offre l’hospitalera (perché non le ho chiesto il nome?), anzi lei parla con noi pellegrini, mentre suo marito prepara il caffè, il latte e soprattutto delle grandi fette di pane tostato.

Non capisco come si versa il latte dal bricco e lei mi dice che evidentemente questa nuova tecnologia iberica è troppo complessa per me. Ribatto che apprezzo quella tecnologia, comunque noi italiani avremmo saputo proporla con un design infinitamente più elegante e funzionale. E lei mi ricorda che in questi ultimi tempi prendiamo in prestito, sempre più spesso, gli architetti spagnoli, come Calatrava. Terribile quella donna!

Adesso penso che potrebbe essere tifosa del Real Madrid e avrei potuto ricordarle quella partita di Coppa Campioni in cui il Real perse 5 a 0 contro il Milan di Sacchi. Sicuramente si sarebbe difesa dicendo di essere tifosa dell’Atletico.

Partono Luc e Luca insieme a uno spagnolo ex torero (ieri sera ci ha fatto vedere le cicatrici sulle gambe); io aspetto un po’ per non farmi condizionare dal loro ritmo.

Oggi mi sono fatto una mia idea della meseta: si sale (tutte le tappe cominciano con una salita, soprattutto se il tempo è brutto) e si raggiunge un immenso pianoro dove la strada è rettilinea e fangosa, poi si scende e si trova un villaggio, si sale di nuovo e si attraversa un altro pianoro, poi un’altra discesa e un altro villaggio e così via. C’è chi trova questo paesaggio monotono, io l’ho trovato bellissimo, nonostante la pioggia e il vento, che soffia, ovviamente in senso contrario, sui pianori e scompare nelle valli.

La maggior parte dei campi è già stata arata e la terra è rossa o nera o grigia, altri campi sono ancora pieni di stoppie. Pochi alberi e qua e là mucchi di pietre e grandi parallelepipedi di balle di paglia che spesso danno segni di cedimento.

Ho incontrato paesi, paesi lunghi, come Hornillos e Hontanas, fatti di una sola strada (per quante Calle Real o Calle Mayor ho già camminato?) su cui si affaccia una fila quasi ininterrotta di case, diseguali per altezza, per materiale da costruzione, per finiture, che formano un insieme molto gradevole. A Los Arcos, otto giorni fa, la stessa bella processione di case; là c’era il sole, qui ci sono i camini che fumano e si sentono gli odori dei pranzi da giorno di festa.

In molti paesi ho incrociato, ma non l’ho mai percorsa, la Calle del Mediodia, segno di un cammino che, senza alcun ripensamento, va dritto da est a ovest.

Dopo quattro ore, praticamente senza soste, arrivo a Hontanas, che è una tappa importante del Cammino e dove pensavo di fermarmi, come due pellegrini, che non hanno fatto molta strada e stanno aspettando l’apertura dell’albergue. Entro in chiesa e prendo gli ultimi minuti della messa con il prete che augura buen provecho, buon appetito. In effetti sono affamato.

Esco con gli altri fedeli e chiedo a chi si attarda sotto il portico, perché sta ancora piovendo, se c’è un posto dove mangiare. No, bar e ristoranti sono tutti chiusi, bisogna andare fino a Castrojeriz.

Esce il prete e mi chiede se sono un pellegrino. Mi sembra una domanda stupida, con una risposta ovvia.

«Di dove?» «Italiano»; meraviglia: «Il pellegrino è dello stesso paese del papa!».

A me pare che il papa sia tedesco. Antipatico quel prete.

Io, a un pellegrino affamato, bagnato, stanco, in cerca di un posto dove mangiare, non avrei fatto quei discorsi; giuro che l’avrei invitato a pranzo.

Resto solo sotto il portico, mangio qualcosa e bevo da una bellissima fontana (chissà se anche d’estate è così generosa d’acqua).

Altre due ore e mezza per arrivare a Castrojeriz, che vedo da lontano, velata dalla pioggia sempre più fitta, addossata a una collina con sopra un grande castello in rovina.

Entro in un ristorante per sfamarmi e per scaldarmi. Tolgo la mantellina e lo zaino, che esibisce calzini e mutande invano stesi ad asciugare. Che profumo la sopa de ajo bollente! Ottimo il baccalà e il formaggio fresco di pecora con una fetta di marmellata. E per finire un buon caffè.

Al tavolo accanto siedono due che non sono pellegrini, ma ci somigliano. E’ una storia triste: sono venuti da Malaga per mettere una lapide sul cammino, là dove è morto, nella primavera scorsa, un loro amico.

Uno dei due trova il modo di raccontarmi che ha già fatto il cammino non so quante volte e l’ultima è partito esattamente da casa sua, dalla cattedrale. «Sei il vescovo di Malaga?» gli chiedo. Non se la prende.

Esco dal ristorante che sono le quattro: tempi lunghi da pellegrino epicureo.

L’albergue è in una costruzione recente e sembra una palestra, lo spazio troppo vasto aumenta la sensazione di freddo. Mi accoglie una ragazza che non ha l’aria da hospitalera e non lo è. Dietro alla sua testa pende dal soffitto una carta moschicida sulla quale nessun’altra mosca potrà più restare incollata: deve essere roba vecchia, dell’estate scorsa, adesso le mosche muoiono dal freddo.

Nell’albergue trovo un pellegrino italiano, Franco, che è partito da Saint–Jean lo stesso giorno in cui io sono partito da Somport. Entrambi abbiamo voglia di parlare, ma lui di più. È inarrestabile, ogni tanto si commuove («E’ la sindrome di Santiago» mi dice, scusandosi); io ascolto il suo racconto e le sue confidenze. Possibile che tutti i pellegrini italiani che incontro siano così problematici? Mi rendo conto che quasi nessun pellegrino (nemmeno io) è immune dalla sindrome di Santiago.

Chi è assolutamente imperturbabile è invece Sebastian che non vedevo da una settimana, da Logroño. Pensavo di ritrovarlo perché conoscevo come aveva programmato le tappe; io ho alternato tappe lunghe e tappe corte, lui invece è molto regolare, le sue tappe sono di venti, venticinque chilometri. Si è informato dei miei piedi e del mio orologio giallo; anche lui ha dei problemi con la tecnologia: le cerniere delle due paia di calzoni che porta sono rotte, bloccate nel punto più basso.

Ho cenato con lui e con Franco; alla fine, in privato, mi ha detto che quel signore non sta mai zitto, charla mucho. Però parla lo spagnolo e qualsiasi altra lingua molto meglio di me. Domattina Franco prende una corriera per León; mi dice che questo paesaggio lo intristisce e soprattutto vorrebbe ritrovare un pellegrino (o pellegrina?) con cui ha già fatto un bel pezzo di cammino.

 

Lunedì 3 novembre: CastrojerizFrómista

Giornataccia. Sempre pioggia, sempre salite e discese e strade fangose.

«Il male che si vuole non è mai troppo» diceva mio padre, e se sei vecchio e il tempo è così freddo e umido non puoi pretendere di essere in perfetta forma. La gamba sinistra, fino a poco fa quella più giudiziosa, mi fa molto male per una sciatica. Non ho dato retta a Sebastian che voleva accompagnarmi dal medico, ma sono andato in farmacia e ho fatto solo un brevissimo giro turistico per visitare la chiesa di San Martín (bella, anche se un po’ troppo rifatta), dove Sebastian mi ha raccontato le storie incise sui capitelli. Ha fatto il maestro elementare fino a una decina di anni fa (non siamo solo noi italiani ad andare in pensione presto), è curioso e gli piace il romanico. Stasera non andrò al ristorante con lui e la mia sarà una cena solitaria e probabilmente triste.

L’albergue, abbastanza affollato, è poco accogliente ed è scoraggiato l’uso degli spazi comuni; non si avverte la presenza di un hospitalero vero. Sono andato in cortile per lavare calzini e mutande con l’acqua gelida (però l’acqua che bevo in questo cammino è molto migliore di quella, calda e puzzolente, che bevevo dieci anni fa) e il gatto dell’albergue è salito sul bordo del lavatoio e mi si è strusciato contro. Ho un buon rapporto con i gatti degli albergue; sarà per l’odore da pellegrino?

Oggi, sulla collina di Mostelares, ho avuto la chiara percezione di quanto sarà ancora lungo e faticoso questo cammino. Avevo appena terminato la lunga salita che inizia a Castrojeriz e ho visto la strada che mi attendeva allungarsi nella meseta a perdita d’occhio, all’inizio leggermente in discesa e poi pianeggiante con curve poco accentuate, le pozzanghere la rendevano più brillante rispetto ai campi circostanti. Verso ovest tutto è indistinto e la meta deve essere lontanissima, sotto un altro cielo: all’orizzonte si vede una sottile linea azzurra. Quell’immagine resterà nella mia memoria anche se non ho potuto fare fotografie per la pioggia. Sulla sinistra, alcuni mulini a vento, che prima apparivano disposti in modo casuale, adesso sono schierati in belle file ordinate e di tanto in tanto mandano lampi di luce. Ne ho visti molti, soprattutto lungo il Camino Aragonés, ma non ho mai udito il loro respiro pesante.

Prima di Boadilla il fondo della strada diventa meno fangoso e la pioggia meno insistente. Sono abituato a non incontrare nessuno e non mi aspetto una macchina che arriva sobbalzando sul fondo irregolare e si ferma davanti a me: un omino sorridente mi allunga un foglietto fotocopiato per ricordarmi che a Boadilla si mangia benissimo.

È l’ora di pranzo, la signora che mi accoglie è premurosa come chi ospita un pellegrino e non lo fa solo per mestiere. Più tardi arrivano altri pellegrini tedeschi e io in qualche modo faccio da interprete; alla fine, mentre esco, entra Sebastian: è stato convincente quel signore in macchina!

Spesso, camminando, anche quando le nuvole sono impenetrabili, mentre guardo poco più avanti dei piedi, ho l’impressione di vedere la mia ombra sulla destra. Forse è il ricordo di quando c’era il sole o è la speranza che ritorni.

E mi capita, come a tutti i pellegrini, specialmente se sono stanchi, di sentire delle voci; poi mi rendo conto che è lo zaino che cigola, un pellegrino ciclista che chiede strada o delle papere che sguazzano in un fosso.

Sto costeggiando un canale molto largo e cerco le papere che fanno tanta confusione; non le trovo, mentre il baccano cresce sempre di più. Finalmente vedo uno stormo di anatre, assolutamente disordinato, passare sopra di me. Stanno discutendo animatamente, o meglio, stanno battibeccando. Le voci, prima così astiose, si quietano e si fanno più ragionevoli; lo stormo prende la forma di fiamme che guizzano, poi di una fiamma sola, molto allungata, per assestarsi infine nella formazione di volo; due anatre, che evidentemente hanno ancora qualcosa da dirsi, restano indietro e poi con fatica si accodano alle altre: è bellissimo e mi incanto a guardare finchè lo stormo sparisce troppo lontano. Mi ritorna in mente il gregge di pecore che sfilava sui fianchi della montagna di Somport. I nostri percorsi sono perpendicolari, loro vanno a sud, io a ovest. Il loro volo è ben più rapido del mio passo!

In fondo non è stata una brutta giornata; chissà come andrà la notte.

 

Martedì 4 novembre: FrómistaCarrión de los Condes

La notte è stata brutta però la sciatica è scomparsa e faccio tranquillamente i venti chilometri che affiancano la strada asfaltata, poco frequentata.

Il cielo è grigio, non c’è l’ombra accanto ai miei piedi, ma non prendo pioggia. Mi riposo sotto il portico della chiesa di Villalcazar de Sirga, enorme e severa (era una chiesa dei Templari). Dentro non si entra, sarei stato curioso.

Per qualche chilometro ho camminato con Klaus, tedesco di Rostock, che parla inglese peggio di me. «A scuola, quegli stupidi, ci obbligavano a studiare il russo!»; l’avevo conosciuto ieri nella trattoria di Boadilla (che problema sfamare un pellegrino che vuole essere vegetariano!). La conversazione è faticosa, eppure ci impegnamo, soprattutto lui che mima ogni sua parola.

Io ascolto e faccio domande per deformazione professionale.

Fino a poco fa, per lui, come per la sua famiglia, i soldi erano tutto, adesso, che ha scoperto Cristo e Buddha, non più. Però non è importante credere in Cristo o in Buddha: è importante credere in se stessi. Nel suo passato ci sono stati alcol, droga, analisi e psicofarmaci, ora dice di stare bene. L’estate scorsa ha interrotto una vacanza insulsa che stava facendo con un amico molto ricco e ha deciso di provare questa esperienza. Mi piacerebbe tanto conoscere bene le lingue per scambiare qualche idea e non solo informazioni e sensazioni; lui dice che per capirsi basta guardarsi negli occhi. Gli chiedo se debbo togliermi gli occhiali, così vede meglio i miei... Non mi prende sul serio e continua a parlare, agitandosi. Klaus si soffia spesso il naso come fanno gli atleti in gara, senza fazzoletto e senza togliersi i calzini di pura lana vergine (che non puzza, diversamente dal cotone) in cui ha infilato le mani.

All’ingresso di Carrión, per un seguo una mamma che tiene al collo una bimba con dei vistosi codini ribelli e asimmetrici; la bimba si divincola e vorrebbe scendere, poi trova più interessante farmi una serie incredibilmente fantasiosa di boccacce, del tutto indifferente ai miei ciao con la mano e ai sorrisi.

L’albergue della parrocchia è chiuso e cerco un’alternativa chiedendo alla gente, che è molto cortese e disponibile. Alla ricerca dell’albergue Espíritu Santo, gestito dalle Figlie della Carità, perdo completamente l’orientamento e mi preoccupo davvero.

Finalmente arrivo a destinazione e mi accoglie una suora autentica, piccola e grassa, che cammina battendo i tacchi come un soldato. Entrare in un ambiente caldo è una bellissima sensazione, dopo gli ultimi giorni passati al freddo, alla caccia di altre coperte da aggiungere al sacco a pelo.

Lavo la roba puzzolente che porto da tre giorni e prendo una sgridata da una suorona perché sto facendo il bucato nel posto sbagliato; sospirando dice che con i pellegrini ci vuole tanta pazienza e mi guarda con gratitudine quando le rispondo che sopportandoli si guadagnerà un pezzo di paradiso, ma senza fretta.

Noto una quantità impressionante di gabinetti, come se venti, trenta persone fossero obbligate a fare pipì contemporaneamente e in completa riservatezza.

Il rifugio si riempie in fretta, rivedo Marianne e compagni, che avevo visto l’ultima volta a Grañon: tutta la gente del cammino si è data appuntamento qui. Manca Sebastian, che vedo a spasso per il paese: piuttosto che dormire in un convento di monache fa venti chilometri in più, stasera dorme in un hostal. Cosa gli avranno fatto le suore in qualche cammino precedente? Sebastian è uno dei pochi pellegrini che vedo abitualmente in chiesa, anche a messa.

Bella la chiesa di Santa Maria e bello il museo parrocchiale nella chiesa sconsacrata di Santiago, distrutta durante le guerre napoleoniche. Sono l’unico visitatore e mi guida una signora gentile, molto informata e con la bellezza giusta per la mia età. Faccio un figurone con la musica di sottofondo: è un CD con brani polifonici del Codex Calixtinus interpretati dall‘Anonymous 4. Va a controllare ed è vero: che orecchio! Questo è proprio un complimento che non merito.

La suora che mi ha accolto e mi ha accompagnato all’albergue (ero entrato nel monastero), con aria di complicità, mi aveva mostrato una stanzetta con un PC con la connessione a internet (si può fare un’offerta, s’intende). Cedo alla tentazione: adesso so come è finito il campionato di Formula 1, so che il Milan è primo in classifica e posso dormire sonni tranquilli. A proposito, tranquilo è una delle parole più abusate nel cammino: a me sembra un invito all’immobilità e all’apatia, più che alla quiete e alla pace. Sono stato davanti al computer pochissimi minuti e si era già formata una fila di pellegrini impazienti: giuro che non toccherò più un PC fino al mio ritorno a casa.

Oggi ho fatto compere in un negozio di articoli sportivi ben fornito: pantaloni pesanti, una felpa e un paio di guanti. Lo zaino peserà un chilo in più. Quel negozio deve essere stato saccheggiato dai pellegrini. C’è stata Marthe, insieme all’inseparabile Sophie, per acquistare uno zaino nuovo e io mi sono guadagnato un bacio dandole l’indicazione. C’è passato Klaus per comperare un paio di guanti; lo rivedo nel pomeriggio e quasi non lo riconosco, è andato dal barbiere e ha un aspetto curatissimo e sprizza allegria.

Ceno con Sebastian e Miguel, mi sento elegante con la nuova felpa e i nuovi pantaloni. Sebastian ci accompagna fino all’albergue e ci fa sbagliare strada: si vede che vuole tenerci lontano dalle monache.

 

Mercoledì 5 novembre: Carrión de los CondesTerradillos de Templarios

Stamattina c’era il sole!

Tutti, comprese le suore, si sono affrettati a dirlo a tutti. A proposito, che ci fanno tante suore in giro per i cameroni, in un momento così delicato come quello della vestizione dei pellegrini?

Poco dopo i bar di Carrión sono stati invasi da una folla di pellegrini contenti; chi se ne intende dice che sono ancora tanti, più del solito. Anch’io ho fatto colazione al bar, mi hanno obbligato Marianne e Philippe facendomi perfino sedere ad un tavolo: «Noi da qui partiremo fra circa mezz’ora perché siamo saggi, tu non ti muovi prima di un quarto d’ora». Abbiamo brindato con il caffellatte alla vittoria di Obama. Scaduto il tempo, mi hanno lasciato andare augurandomi buon cammino.

Ormai non ci speravo più: sul tetto del convento delle clarisse ho visto alcune cicogne indecise, non capita solo ai pellegrini di perdere l’orientamento.

Oggi ho percorso il lunghissimo rettilineo che porta a Calzadilla de la Cueza; fra i pellegrini è famoso quasi come la salita a O Cebreiro. Ho capito dove finisce ma non mi sono accorto dell’inizio, comunque il fondo della strada è buono e si cammina bene. Sulla sinistra ci sono bei filari di pioppi; lontano, sulla destra, si vedono montagne innevate e mi piacerebbe dare loro un nome, lo chiederò a Sebastian. Il paesaggio mi piace, il cielo è pulito e le nuvole, finalmente bianche, lo movimentano un po’.

Provo il piacere di togliermi prima la giacca a vento e poi la camicia e di restare in maglietta, come se fosse primavera.

Guardo la mia ombra e ho la conferma sperimentale di quello che insegnavo a scuola: con il passare del tempo si accorcia sempre più e ruota verso nord perché siamo prima di mezzogiorno; nel pomeriggio si sarebbe allungata ruotando verso est.

Batto le mani e pochi istanti dopo gli uccelli appollaiati su un albero volano via: è un modo per calcolare la distanza di quell’albero. E per scoprire se gli uccelli ci sentono.

C’è una quantità incredibile di millepiedi che attraversano la strada, quasi tutti si spostano verso sud; hanno un aspetto corazzato con il loro rivestimento color argento metallizzato: saranno OGM selezionati per resistere agli scarponi dei pellegrini?

Cammino bene, ma non sono io che scelgo il ritmo dei passi; la strada scorre sotto i miei piedi e il Cammino mi porta con sé.

Dietro di me, lontano, c’è Klaus, insieme a un compagno tedesco; da come agita le mani e ondeggia a destra e a sinistra per il sentiero, si vede che sta parlando con passione.

Mi sorpassa un pellegrino polacco (lo capisco dalla bandierina che sventola) in bicicletta; mentre ci auguriamo buon cammino sbanda e deve mettere i piedi per terra, eppure il mio augurio era sincero. E’ carico di borse e borsoni, non ha l’abbigliamento tipico dei ciclisti e ha con sé la chitarra.

Nelle tappe successive a Burgos ho incontrato diversi pellegrini che venivano in senso contrario e non ho capito se tornavano a casa o tornavano semplicemente a Burgos per prendere un treno o un autobus, disgustati dal tempo.

Però un pellegrino che ritorna lo incontro davvero. Ci scambiamo poche parole: è partito da Siviglia e ha raggiunto Santiago percorrendo la Via de la Plata (meravigliosa...), adesso è in cammino verso Roma. Dunque non sta ritornando a casa; quando tornerà? Non gli ho chiesto il nome, non so di dove è; forse non pensa di tornare a casa, semplicemente è incapace di fermarsi.

Mi torna in mente Johannes, a Grañon, che si commoveva al pensiero di ritornare a casa.

Sono arrivate Sophie e Marthe, con lo zaino nuovo; mi dicono subito che non potranno cucinare gli spaghetti visto che in questo albergue privato non c’è la cucina. Così, stasera, le rassicuro, mangeranno bene.

Come direbbe Sebastian, i gestori di questo rifugio sono fra i pochi spagnoli che si sono accorti di essere entrati nell’Unione Europea e si adattano ad un orario europeo: si cena alle sette, è incredibile.

Al mio tavolo ci sono Sophie, Marthe, Heinrich e Maurice, della Svizzera tedesca, tutti ragazzi sui vent’anni. Mangiamo sopa de ajo o zuppa di ceci e polpette (come ho potuto intuire che albondigas significa polpette?). Le due ragazze contrattano sfacciatamente: qualche polpetta in cambio del dolce, che assomiglia alla panna cotta di cui sono golose; Maurice e io accettiamo.

Nessuno si ferma davanti alle mie difficoltà linguistiche e riusciamo a parlarci. Marthe e Sophie sono ancora entusiaste di Burgos e della sua cattedrale. Avremmo bisogno di Wolfgang, che, all’università, studia da architetto, per un giudizio artistico, però quella chiesa non mi piace affatto. C’è un coro immenso, riservato a quelli che contano, che occupa quasi tutta la navata centrale e che esclude gran parte dei fedeli, spinti ai margini nelle navate laterali. Sarebbe l’ambiente perfetto per la preghiera del fariseo e del pubblicano di cui parla il Vangelo. L’immagine più viva che conservo della cattedrale di Burgos risale a dieci anni fa, quando con MG la vidi per la prima volta: un pellegrino si avvia verso l’uscita sconsolato, respinto da quello spazio poco accogliente; quando incrocia il mio sguardo, quasi per avere una conferma, dice: «Ma questa non è una chiesa!». L’esterno di una chiesa può sorprendermi e affascinarmi, ma solo l’interno può commuovermi.

Parliamo anche di altre cose leggere, Maurice imita benissimo Ratzinger.

Ci sono due bambini, maschio e femmina, che giocano e ridono vicino al nostro tavolo. Dico alla bimba: «Ti chiami Ana e sei una regina; è vero?». Lei resta perplessa, mentre il fratellino, un po’ più grande, dice che è proprio così e le mette in testa una corona di carta, con su scritto Ana, che era appoggiata su un mobile. Dopo, Sophie mi chiede di spiegarle come ho potuto indovinare quei due piccoli segreti.

Anche i pellegrini seduti agli altri tavoli stanno bene: è una di quelle serate in cui, con calma, si beve vino per festeggiare e non ci si ubriaca per fare finta di essere felici.

Quando pago gli otto euro della cena alla mamma dei bambini, le dico che questo è uno dei posti più belli del cammino. «Il merito va suddiviso con i pellegrini che ospitiamo», dice lei.

E così sia.

 

Giovedì 6 novembre: TerradillosCalzadilla de los Hermanillos

Sono finito in un posto dal nome improbabile, che potrebbe avere a che fare con Hänsel e Gretel o con i fratellini di Pollicino. Fino a stamattina ne ignoravo l’esistenza e davo per scontato di arrivare a El Burgo Ranero, come suggerisce la mia guida.

Ho chiesto a Marianne, che non si era ancora svegliata del tutto, quali fossero i suoi programmi per la tappa di oggi e lei: «Non so nemmeno come si chiama il posto dove siamo adesso, non so dove ero ieri o l’altro ieri, non so dove sarò stasera o domani, non capisco se i giorni passano troppo in fretta o troppo adagio...». I primi tempi del suo cammino, iniziato quasi tre mesi fa, era angosciata dall’organizzazione della giornata e non aveva tempo per le persone, adesso si affida completamente al gruppetto di amici con cui viaggia.

Ho rivolto la stessa domanda ad Sophie che invece ha le idee molto chiare: «Andiamo a Calzadilla, seguiamo il cammino vero, non quello che costeggia l’autostrada; ci sono boschi dove si possono incontrare i lupi; a Calzadilla c’è un buon albergue e un ristorante, anche se è un paese piccolo». Non le sembro convinto e mi chiede dove ci rivedremo. «Ci vediamo a Calzadilla, o al El Burgo Ranero, oppure a Mansilla de las Mulas, a León, a Reliegos, oppure a Santiago, oppure... in paradiso o all’inferno!». Qualcuno, nella stanza vicina, ha applaudito a questo ventaglio di possibilità.

Prima di partire debbo fare i conti con Marthe che stanotte mi ha tenuto sveglio fino alle due perché chiacchierava e rideva al piano di sotto con Maurice e Heinrich; non ha seguito l’esempio della sua compagna che alle dieci era già addormentata. Mi promette che, avvicinandosi a Santiago, diventerà più giudiziosa e mi chiede di non fare la spia ai suoi genitori.

Alla partenza sole, brina e buonumore!

Sulla strada trovo un depliant che pubblicizza un albergue con ristorante a Calzadilla, simile a quello che ho appena lasciato, inoltre non posso permettere che quelle due ragazze affrontino da sole una tappa così misteriosa. Abbandono la pista accanto all’autostrada per camminare su una strada di campagna larghissima che non si distingue molto dai campi che costeggia e con un fondo ghiaiato che risveglia il mal di piedi.

Attraverso un bosco in miniatura e non incontro lupi.

Ho fatto un’unica sosta, a Sahagún; mi sono fermato in un bar che esibiva paste invitanti. Ho preso un caffè solo accompagnandolo con una pasta ripiena di panna, che mi ha impiastricciato la barba. Ho fatto il bis con un’altra pasta più complicata, che ho mangiato in onore di MG. Nel bar c’era un signore anziano e molto distinto: ha infilato una mano nella tasca della giacca e mi ha offerto una manciata di mondine, da mangiare lungo il cammino, non subito, perché le castagne danno forza.

Però quelle caldarroste non erano ben cotte, anche se le ho mangiate tutte.

Arrivo in un paese fatto di case basse e mi accolgono con molta cortesia sulla porta di quello che dovrebbe essere l’albergue con il ristorante, ma che dall’inizio di novembre è chiuso (la parola cerrado è una delle più temute dai pellegrini, in particolare da quelli che hanno poca dimestichezza con lo spagnolo, perché rinvia a un’ulteriore serie di domande e risposte). Mi danno tutte le indicazioni per andare all’albergue municipale, poco più avanti, che sicuramente è aperto.

L’albergue è una scuola riadattata ed è chiuso. Non ho il tempo di preoccuparmi che vengo investito alle spalle da una vecchietta che ce l’ha con quei pellegrini che vanno ancora in giro con una stagione come questa e la costringono a fare avanti e indietro da casa sua perché, si sa, bisogna tenerli d’occhio.

Le chiedo se il rifugio è aperto e lei, con aria risentita, mi replica che certo che è aperto; lei il suo lavoro lo fa bene, ma io questa notte morirò dal freddo, perché non c’è riscaldamento e sarò solo: in questa stagione lì non ci passa nessuno. Finalmente mi fa entrare, mi ordina di chiudere le finestre, che sono tutte spalancate, compila con qualche difficoltà il registro e si preoccupa di mettere il sello perfettamente centrato nella casella della mia credenziale. A poco a poco si ammorbidisce e mi dà perfino un buffetto sulla guancia. Le chiedo dove posso trovare qualcosa da mangiare e lei prima mi spiega dove trovare la bottega, poi mi ci accompagna.

E’ come la bottega della Bruna, cinquant’anni fa; l’unica differenza è il registratore di cassa, modernissimo. Il bottegaio è piccolo e tondo, deve essere in piedi su uno sgabello, e la sua testa grossa emerge appena dal registratore; domina, con assoluta sicurezza, quel piccolo universo caotico in cui si mescolano alimentari, detersivi, articoli da merceria e ferramenta. E’ sorridente, paziente e implacabile. Poteva assomigliare al papà di Manolito, se Quino l’avesse disegnato.

Mi preparo un piatto di pastasciutta, per mangiare qualcosa di caldo; è una porzione abbondante, che però condivido con un pellegrino che arriva mentre la scolo e così diventano due porzioni piccole. C’è del formaggio, del pane e un po’ di frutta; lui, Gilles, contribuisce con due o tre centimetri di chorizo. Accogliamo i pellegrini che arrivano e li indirizziamo dal bottegaio: quando ritornano raccontano meraviglie di lui. Ci sono ritornato anch’io nel pomeriggio: volevo comperare olio e sale grosso e fino da lasciare nella cucina. E’ scomparso ed è tornato tenendo in mano una saliera, un pacchetto di sale grosso già aperto e una bottiglia di olio, quasi vuota. Ha versato un po’ di olio e un po’ di sale in tre distinti sacchetti di plastica, li ha chiusi con un nodo, li ha pesati e mi ha chiesto se poteva bastare, sempre sorridendo. Non ho saputo replicare; ho pagato in tutto un euro e venti e adesso mi chiedo quanto mi è costato ogni grammo di sale e di olio. In cucina ho scoperto un altro sacchettino di plastica con del liquido verde e non l’ho aggiunto all’olio che stavo usando perché Marianne mi ha fatto notare che quell’olio era detersivo.

Dalla bottega sono andato verso la chiesa, ho fatto qualche giro e mi sono perso di nuovo, peggio che a Carrión. La luna, alta in cielo, è quasi al primo quarto e quindi mi segna il sud, allora debbo voltare a sinistra, verso est, perché l’albergue è all’inizio del paese. Ci debbono essere dei sistemi più semplici per ritrovare la strada!

L’hospitalera è sbalordita per l’affollamento dell’albergue, ha chiamato rinforzi e con una coetanea si spartisce la timbratura delle credenziali, la registrazione degli ospiti e la raccolta delle quote per il pernottamento. Tutte e due sono molto soddisfatte e dicono che abbiamo fatto bene a prendere questa strada, che è sull’unico e vero Cammino di Santiago. Mi guadagno un altro buffetto affettuoso, come se fossi stato io a richiamare tutti quei pellegrini. Siamo in quattordici, ecco l’ordine di arrivo: io, Gilles, Luis (è l’unico spagnolo e credo che stia ancora bestemmiando per avermi seguito), Olga e Lewis, Monique con Nadine e Sophie Anne, Heinrich e Maurice, Sophie e Marthe, Marianne e Philippe.

Stasera c’è baldoria nell’albergue, bisogna fare i turni per usare gli unici due fornelli elettrici della cucina e ogni tanto salta la corrente. Ceno con Philippe e Marianne, io preparo il sugo per i maccheroni con olio, cipolla, pomodori, aglio e peperoni, lei una quantità sterminata di macedonia. Con questi stranieri è impossibile fare bollire meno di mezzo chilo di pasta! Marianne dice che, come pellegrino, io posso praticare la virtù della temperanza, ma non debbo dimenticare la carità e allora fa lei le parti: cento grammi per Angelo, centocinquanta per Philippe e duecentocinquanta per lei, che è magra, che adesso balla dentro i pantaloni perchè ha perso due taglie. Alla fine quella pastasciutta è stata apprezzata perfino da chi aveva già mangiato il dolce e Marianne si è persuasa che duecentocinquanta grammi di pasta sono troppi anche per lei.

Prima di quei discorsi sull’importanza delle virtù cardinali e teologali nella cucina, mostrandomi la fede al dito, mi aveva raccontato di suo marito morto un anno fa. Con lui aveva già fatto il cammino da León a Santiago. Sono rimasto zitto e lei si è preoccupata di dirmi che adesso va abbastanza bene; tutti e due avevamo gli occhi lucidi. Ha la stessa età di Matteo.

Ho conosciuto Marianne a Navarrete, insieme a Chantal, e mi aveva colpito la loro diversità: la prima alta, bionda, bella, circondata da amici e, apparentemente, esuberante; l’altra piccola, bruttina, sola, riservata e ignorata. Allora mi ero sentito più vicino a Chantal, adesso mi dispiace di avere pensato a Marianne come a una persona privilegiata.

Dopo la cena si chiacchiera a ruota libera, con tutti; soltanto Luis se ne sta in disparte. Una delle ragazze, Sophie Anne, che si ostina a chiamarmi Angélo, mi trova una piuma sulla schiena: è un segno della mia vecchiaia e tutti mi prendono in giro. Marthe parla di qualcosa che potrebbe essere un angelo spennato; le ricordo che come il lupo perde e il pelo ma non il vizio, così un vero angelo può perdere qualche piuma senza perdere la virtù. E per finire, secondo Lewis, l’irlandese, assomiglio a Spielberg, il regista, solo che lui sembra più vecchio. Gli dico che i suoi occhi sono confusi dalle bellezze del cammino e lo faccio arrossire indicando Olga.

Quando parliamo si vedono le nuvolette del nostro fiato.

Per ripararmi dal freddo cerco e non trovo la felpa comperata a Carrión; l’ho portata una sola volta e probabilmente l’ho dimenticata nell’albergue delle monache. Di solito la roba smarrita va a finire in un cesto a disposizione dei pellegrini che ne hanno bisogno.

 

Venerdì 7 novembre: Calzadilla – Mansilla de las Mulas

Stamattina, e nessuno se l’aspettava, nebbia e pioggerellina. Maurice e Heinrich stanno fuori a bagnarsi seduti su una panchina e fumano le loro prime sigarette. Gli altri, coordinati dalle canadesi, preparano colazioni pantagrueliche e si preoccupano di lasciare in ordine la cucina e la saletta. Le due vecchiette brontoleranno per i sacchi pieni di spazzatura da svuotare e faranno man bassa di tutto quello che è rimasto nel frigorifero e magari porteranno via perfino gli avanzi di sale e di olio nei sacchettini di plastica. Chissà per quanto tempo quell’albergue non sarà affollato come nella notte scorsa.

Da un po’ di giorni mi rendo conto che arrivo alla fine della tappa stanco e la stanchezza è sempre nuova e inaspettata. Poi passa.

Lungo il cammino ho visto diverse croci e lapidi in memoria di pellegrini morti; quella che incontro oggi, per Gisèle, pellegrina francese, mi colpisce particolarmente, forse per il profondo senso di solitudine che si respira in questo paesaggio grigio e piatto. E così insieme al lungo pellegrinaggio collettivo che termina a Santiago si svolgono tanti altri pellegrinaggi personali e privati per ricordare e ritrovare l’amico pellegrino che non è più tornato.

Senza il riferimento del sole provo il consueto senso di disorientamento.

Il fondo della strada sembra quello di Piazza Grande a Modena: sento ogni ciottolo e l’appoggio sul piede destro a volte è doloroso. Se cerco il bordo della strada, per evitare le pietre, mi incollo all’argilla. Raggiungo Luis, che dopo un paio d’ore di cammino non ce la fa più. Il confronto con gli altri pellegrini che vanno come il vento lo deprime e ha bisogno di solidarietà. Ci fermiamo vicino alla ferrovia, presso un casello diroccato, a raccontarci i nostri malanni e a mangiare frutta secca; beviamo un bicchiere del suo vino e ci sentiamo quasi fratelli, ma fino a quel momento ci eravamo ignorati. Arriva Gilles, pellegrino giovane e elegantissimo, senza uno schizzo di fango sugli scarponi e sui pantaloni, che sparisce lontano in un attimo, inseguito dalla nostra ammirazione condita con un po’ di invidia.

In questo albergue di Mansilla c’è una giovane e vulcanica hospitalera, Laura. Le consegno tutto il mio bucato per la lavadora e la secadora (macchine che hanno cambiato la qualità della vita dei pellegrini!); mi fa pagare solo mezza tariffa e alla fine scopro il piacere di abbracciare la roba pulita, calda e asciutta: è una soddisfazione che si prova solo se si fa il cammino con questo tempo.

A Laura affido il mio piede destro, davanti a un pubblico molto attento. Lo cura con perizia e con poca tenerezza, come dovrebbe fare un bravo medico. Mi dice che i miei non sono piedi da pellegrino, ma da asino. Anche mio padre ogni tanto mi dava dell’asino. Anzi: «Maladat d’un asan, e chi t’ha fat stüdia...». Il pubblico si interessa al mio piede e Philippe, facendo una smorfia, esclama: «Quel horreur!» cioè: «Che schifo!» e si merita l’approvazione di Laura. Solo Sebastian si mostra comprensivo, scuote la testa e capisce perché ogni tanto mi lamento dei piedi. Però il mio piede sinistro, il piede del diavolo secondo Sebastian, è perfetto e non lo faccio vedere a nessuno.

Sebastian nei prossimi giorni forse abbandonerà il Cammino Francese per immettersi sull’ultimo tratto della Via de La Plata; dimostra di essere un ottimo stratega: con questa deviazione potrà sorprendere Santiago alle spalle.

Sebastian è piccolo, come Napoleone del resto, porta gli occhiali da miope e ha una grande cura per i pochi capelli lunghi, grigi e ondulati che gli restano. In assetto di marcia ha sempre un berretto di lana bianco e rosso che finisce con un vistoso pompon. Si fa la barba con un vero rasoio tutte le mattine e mi ha confessato di farlo per migliorare la sua velocità: per lo stesso motivo non si depilano ciclisti e nuotatori?

Qui ho incontrato un ragazzo italiano, Salvatore, di Napoli. Gli dico di avere sentito parlare di lui a Grañon; si preoccupa di quelle voci ma non crede di avere fatto stupidaggini. In realtà mi avevano raccontato di lui, come di un ragazzo simpatico ed entusiasta, l’hospitalero e la ragazza che l’aiutava.

«Quella ragazza che si chiama Tina?» «Si, proprio lei.»

Anche Salvatore si ricordava di Tina.

È fermo da due giorni per problemi al ginocchio, non arriverà a Santiago: domani va a León e torna a casa.

 

Sabato 8 novembre: Mansilla – León

Finalmente ho attraversato il deserto! È così che i pellegrini chiamano il cammino fra Burgos e León. Adesso mi sento più vicino alla meta, anche se mi preoccupano le salite e le discese che mi aspettano.

Stanotte c’era una bellissima stellata. È una regola: se l’albergue ha i servizi all’esterno e per raggiungerli bisogna attraversare un cortile, allora sicuramente si vedranno le stelle. Ad un’ora impossibile, sotto la tettoia, c’erano ancora Maurice e Heinrich che chiacchieravano e fumavano; Marthe stavolta non c’era: è stata di parola.

Al momento della partenza il cielo era chiaro, poi fuori dal paese ho incontrato una nebbia sempre più fitta.

Sulla destra della strada c’è un distributore Agip: il paesaggio, se si esclude il pellegrino che cammina, è quello della Pianura Padana, della Via Emilia.

Finisce il sentiero riservato ai pellegrini e si cammina sulla carretera, il traffico non è intenso, comunque vanno forte questi spagnoli.

Solo quattro ore per fare una ventina di chilometri; l’entrata in León è meno faticosa di quella in Burgos e trovo questa città molto più gradevole.

L’albergue, nel centro storico, è ospitato presso un monastero di monache benedettine e quindi Sebastian troverà un’altra sistemazione. Con l’hospitalero ci guardiamo come se ci conoscessimo, infatti ci siamo incontrati a Tardajos: una settimana fa, avevamo finito insieme una bottiglia di Martheschino.

Faccio la doccia, lavo calzini, mutande e maglietta e mi impadronisco di un calorifero su cui farli asciugare e poi in trattoria, con la bella sensazione di stare facendo la vita di michelaccio: mangiare, bere, dormire e andare a spasso.

In trattoria trovo buono tutto, i ceci con le trippe e una trota marinata. Pago il mio conto a una ragazza che sa valorizzare la camicetta che porta.

Anche la telefonata a Matteo è piacevole.

Dopo faccio il turista: sono ancora in tempo per vedere il mercato nella Plaza Mayor. Per fotografare un palazzo di Gaudì mi sdraio per terra sulla schiena e mi pare d’essere il Gregor Samsa di Kafka.

C’è un ragazzone che suona una melodia bellissima alla fisarmonica. Mi torna in mente un giorno di luglio, a Lecce, quando MG e io nel primo pomeriggio siamo rimasti incantati ad ascoltare e a guardare un ragazzo che suonava, e bene, la ciaccona per violino di Bach. Oggi quella musica con la fisarmonica era bella quanto la ciaccona di Bach e chi suonava era felice almeno quanto me.

Tre donne davanti alla cattedrale cantano:

...la cucaracha, la cucaracha

ya no quiere caminar...

Cantano, ballano e ridono. La più eccitata delle tre è in una carozzina. Sorrido a tutte e tre e loro ricambiano.

Visito, insieme a Sebastian, pellegrino e turista coscienzioso, la Collegiata di S. Isidoro. La cappella del Pantheon Reale è bellissima e nessuno ci fa fretta. Mi piace ricordare che è stato don Rodolfo, pellegrino a Santiago parecchi anni fa, a parlarmi di questa cripta, bella per l’architettura e per gli affreschi che la ricoprono. C’è un’intera volta che racconta la strage degli innocenti, con bambini che sembrano conigli spellati e soldati dai visi inespressivi: mi tornano in mente le immagini di Pasolini nella sua versione cinematografica del Vangelo di Matteo.

Per apprezzare l’interno della cattedrale, con le sue vetrate, manca la luce giusta: il cielo è coperto.

Torno a casa, cioè all’albergue, stanco morto e con la schiena a pezzi.

C’è un’atmosfera non troppo allegra: qualcuno ha fatto il giro dei bar di León e ora non ne è soddisfatto.

Per cena mi offrono del cuscus e imparo che è un tipico piatto canadese.

Oggi all’albergue si è rivista Renèe: ogni giorno parte a piedi e fa un pezzo di strada; quando non ce la fa più arriva alla fine della tappa con mezzi di fortuna. In ogni caso la Compostela se la merita davvero.

Ho trovato, nel cesto della roba che è a disposizione dei pellegrini, una felpa rossa, che tiene caldo. Sebastian mi ha detto che quel rosso è un po’ troppo da femmina, però ha approvato la qualità. Non si è accorto che anche lo zaino che uso è da donna: è quello di MG! Il marchio, Karrimor, è sufficientemente virile, come il colore verde scuro, ma il nome del modello, Panther, è effettivamente frivolo.

 

Domenica 9 novembre: León – Hospital de Orbigo

Stasera non ho voglia di fare il compito, d’altra parte credo che la pigrizia sia uno dei vizi più praticati dai pellegrini.

Ieri sera parecchi pellegrini, c’ero anch’io, hanno recitato compieta insieme alle monache. Anche se pochi sapevano di cosa si trattasse, c’era concentrazione e le suore cantavano bene. Marthe e Sophie mi hanno chiesto se quella era una messa e così ho fatto un po’ di catechismo. Poco dopo le dieci nel camerone c’era un grande silenzio: le orazioni conciliano un sonno profondo.

Il gruppo era assolutamente internazionale, cosa che ha reso molto felice la superiora; io ero l’unico italiano, ma un’australiana si è affrettata a dirmi che i suoi nonni erano italiani, carrarini per la precisione.

Giovane e carina quella ragazza, Karin, che fa il cammino da sola. Stamattina mi ha raggiunto e superato uscendo da León, dopo mi ha aspettato perché le dessi una mano per bucare una vescica (ci ho messo del tempo per capire che cosa mi chiedeva). Belli quei piedi, nonostante la piccola vescica: i piedi delle pellegrine giovani non puzzano, almeno al mattino.

Per tutta la giornata ho camminato nella nebbia. E nella nebbia, all’uscita di León, ho visto frotte di pellegrini salire sugli autobus diretti in periferia. Sono i pellegrini della domenica, non quelli che camminano con me da due o tre settimane e che sono molto rigorosi.

Solo in alcuni punti la nebbia riesce a nascondere il paesaggio deprimente della periferia: le strade che entrano e escono dalle città hanno questa singolare capacità di attrarre le cose più brutte.

Mi fermo a Villadangos per pranzare, c’è un bar ristorante pretenzioso che non mi attira, ma è l’unico aperto. E’ troppo presto per il pranzo e chiedo se posso aspettare, stando al caldo. Un signore, che mi ha sentito parlare, mi chiede se sono italiano e se sto facendo il cammino. Rispondo di sì e lui mi sorprende dicendomi, in italiano, «Dio sia con te!».

E così, per tre quarti d’ora, chiacchiero, un po’ in italiano e un po’ in spagnolo, con Khalid, marocchino che ha passato una quindicina di anni a Vicenza. Dopo sette anni di matrimonio ha divorziato dalla moglie italiana e qui si è risposato con una connazionale e ha due figli, Joseph e Jasmine: mi mostra le loro fotografie. Mi parla del suo lavoro, fa il fornaio e non gli pesa alzarsi alle tre di notte. L’odore del pane è buono e il pane fa felice la gente. Gli racconto del bel gesto che facevano i miei allievi arabi quando cadeva un pezzo di pane: dopo averlo raccolto, lo baciavano e lo mettevano da parte. Mi dice che è una prescrizione del Corano. Si infervora e parla del Corano, di Gesù, dell’angelo Gabriele e del Profeta. Mi racconta miracoli improbabili che sembrano quelli descritti nelle Cantigas de Santa Maria, ma poi finisce per esprimere intolleranza e aggressività verso gli ebrei: per loro non ci può essere salvezza, sono stati maledetti dal Profeta. Gli dico che quelle parole mi dispiacciono e allora si ferma, scaricando su Allah ogni responsabilità. Ce n’è anche per Berlusconi (e qui la sua analisi non è per niente banale), però degli italiani ha un buon ricordo, pur avendo vissuto in una regione monopolizzata dalla Lega. Insiste per pagarmi il caffè mentre lui sorseggia un bicchierino (l’alcol è solo sconsigliato dal Profeta, non è proibito da Allah, mi spiega). Alla fine, quando ci salutiamo per trasferirmi nella sala da pranzo, ci abbracciamo e deve essere uno spettacolo insolito per i frequentatori di quel bar, dove ho l’impressione che extracomunitari e pellegrini non siano sempre i benvenuti.

Mangio bene ma la signora che mi serve ha una faccia tristissima. Alla fine anch’io non sono tanto allegro.

La giornata è ancora lunga e posso fare un’altra decina di chilometri: ho fretta di avvicinarmi ai monti dopo tanta pianura. Arrivo al ponte romano di Órbigo e, per raggiungere l’albergue municipale, l’unico aperto in questa stagione, mi dirottano fuori dal paese, sulla destra. Ancora un chilometro, molto lungo, e trovo l’albergue nascosto dai pioppi, alla fine di un viale fiancheggiato da platani che hanno potuto svilupparsi come platani normali.

I pellegrini, come i lebbrosi e i commedianti, relegati ai margini.

Come capita spesso sono il primo, il rifugio è aperto, basta spingere la porta; l’hospitalero arriverà più tardi, solo per la formalità delle registrazioni. C’è l’acqua calda ma non il riscaldamento. Apprezzo la luce di cortesia che c’è in ogni cuccetta, è comodissima per leggere.

Nella stanza comune c’è un camino, che sicuramente non scalderà, però potrebbe fare allegria. Frugo nella cenere e scopro le braci. Fuori, sotto il portico, c’è della bella legna di quercia, molto secca. Accendo il fuoco e faccio il pigro. Non ho voglia di farmi la doccia, non ho voglia di curarmi i piedi e di fare ginnastica per la schiena che mi fa male, non voglio andare in paese per comprare qualcosa con cui cenare. Accolgo però i pellegrini che gradiscono il bel fuoco dimenticando tutto il gelo che sta intorno. Alla fine siamo in sette: due svedesi (Joanna e Greta), due finlandesi (una si chiama Anna; hanno una bicicletta in due, che di solito tengono per mano, carica di borse, e vanno a piedi) e due spagnoli (non mi interesso del loro nome; non sanno cosa sia la cortesia: stanno appiccicati al camino e rubano il poco caldo a tutti gli altri).

Non sono interessato a fare nuove conoscenze, probabilmente domani nessuno di questi pellegrini sarà più con me.

In cucina c’è dello spezzatino con verdure avanzato da ieri sera (un biglietto invita ad approfittarne: non è roba scaduta!), c’è del pane e un sorso di vino che finisco subito prima che ci pensi qualcun altro. I miei compagni sono diffidenti e così, dopo il pranzo, anche la cena in solitudine.

 

Lunedì 10 novembre: Hospital de Órbigo – Astorga

Non ho mai scritto al mattino, ma ora è troppo presto per partire.

Mi sono svegliato prima delle sette e ho sentito una gran puzza di fumo: la sala ne è invasa e Anna sta litigando con il fuoco. Si lamenta perché c’è soltanto legna grossa e lo sanno tutti che per accendere il fuoco ci vogliono degli stecchi, in Finlandia almeno si fa così. Per rimediare alla mancanza di stecchi, ha riempito il focolare di foglie di platano, ancora verdi e umide. E’ arrabbiata e indispettita; le chiedo scusa e tolgo tutte le foglie, scopro le braci, aggiungo un po’ di legna e soffiando con santa pazienza riesco a ravvivare le fiamme. Esclama: «You are a genius!», sposta una sedia davanti al camino e resta in adorazione del fuoco. In questi casi mi viene sempre in mente quello che diceva lo zio Renato: «Chi non è buono d’accendere il fuoco, non è buono di fare l’amore!». Questo non significa che chi sa accendere il fuoco sia altrettanto bravo a fare il resto.

Oggi prevedevo di arrivare a Rabanal per fare in due giorni quello che normalmente si fa in tre e ho peccato di presunzione.

Ho invece dovuto attraversare tutta Astorga per andare dal medico per farmi curare i piedi. Esattamente come cinque anni fa a Puente la Reina: se devi andare dal medico, l’ambulatorio è nel posto più lontano dall’albergue. La dottoressa mi ha fatto medicare il piede da un’infermiera, mi ha dato garze e disinfettanti e mi ha detto di stare fermo per quattro giorni. Ho contrattato ed è scesa a due; dopodomani camminerò di nuovo.

Stamattina ho percorso un bel sentiero in mezzo alla campagna, lontano da carretere e autostrade. Paesi piccoli e addormentati (alle nove, alle dieci, alle undici), che non si svegliano nonostante i ripetuti richiami dei galli; odore di stalla; vitellini fuori al freddo; un cane che abbaia furioso quando mi vede da lontano e si accuccia indifferente mentre gli passo accanto.

Cammino in mezzo alla nebbia attraversando piccoli appezzamenti di terreno coltivato e pascoli più ampi, il paesaggio ha un aspetto familiare. Spesso vedo qualcuno che raccoglie funghi: ci sono molti prataioli.

I miei piedi però non gradiscono il fondo duro e sassoso del sentiero e stanno meglio quando posso camminare di nuovo sull’asfalto.

Arrivo in un albergue molto grande, accolto e festeggiato da Mario, un giovane hospitalero portoghese, prestato gratuitamente alla Spagna, come un calciatore di mezza tacca, mi dice.

Sono il primo e ne approfitto per farmi lavare e asciugare i panni. Mi aspettavo di incontrare i compagni che avevo lasciato a León, invece c’è soltanto Sebastian, che ha cambiato idea e continuerà a camminare sul Camino Francés. Mario mi spiega che qui ad Astorga c’è un altro albergue privato, vicino alla cattedrale. È stato ricavato ristrutturando un antico palazzo ed è molto bello, molto più bello di questo, non c’è niente da fare, ma qui i pellegrini si trovano meglio ed è più economico!

Conosco un ragazzo un po’ svizzero e un po’ italiano, Michele (ci sono tanti arcangeli sul cammino), che mi riconosce subito come insegnante. Mi auguro che non tutti i miei difetti siano così evidenti, comunque sottolineo che ormai sono un ex insegnante. Lui fa l’educatore in una comunità di recupero, è al secondo giorno di cammino e ha già qualche problema ai tendini. Gli passo le mie medicine e rispondo alle sue domande sulla mia esperienza di pellegrino. Ceniamo insieme nella stessa trattoria in cui ho già pranzato, cominciando con un vassoio di riso al nero di seppia con tanto aglio. Saranno quattro porzioni e ci chiediamo se sia più educato finirlo tutto o lasciarne lì un po’. Non ne resta nemmeno un chicco, soprattutto per merito di Michele; poi siamo più morigerati con il secondo.

La conversazione è piacevole, mi chiede di spiegargli perché la matematica a scuola può essere bella; si parla di poesia e gli racconto di San Juan de la Cruz.

 

Martedì 11 novembre: Astorga

Tutti partono e io resto qui, abbastanza sereno perché so che anche questa è una giornata che mi avvicina a Santiago.

Sebastian mi ha suggerito di dormire tutto il giorno e magari di assaggiare il cocito Marthegato; le ragazze mi invidiano perché potrò trascorrere un’intera giornata passando da una pasticceria all’altra e c’è il museo della cioccolata da visitare. Insomma mi sento comunque un privilegiato, con qualche fastidio ai piedi.

Mentre facevano le pulizie (le fanno sul serio, sono rimasto sorpreso) sono uscito dall’albergue con Sebastian, gli ho offerto la colazione e mi ha assicurato che a Santiago, al più tardi, mi restituirà il favore. Siccome piove, parte riparandosi con l’ombrello. Gli manca la bombetta, ma con l’ombrello ha un’aria da lord inglese. «Da piccolo lord» precisa.

Gironzolo piano piano e davanti alla cattedrale vedo Marianne e Philippe. Philippe ha una maglietta verde, come i suoi occhi. Marianne ha occhi celesti e maglietta celeste. Glielo faccio notare e per Philippe è normale: loro due hanno classe ed eleganza!. Cerca in me qualcosa che faccia pensare alla classe, non c’è nulla: «Pas de classe!». É la stessa cosa che diceva mia madre, con quella sua espressione intraducibile e così efficace: «Povar ragaz, an’t ga gnanc un po’ da stoc!».

In cattedrale le tre canadesi pregano e cantano. Anche qui il coro enorme nel bel mezzo della navata centrale: la mia chiesa ideale... E rivedo altri pellegrini, la maggior parte era nel nuovo albergue, mi dispiace per Mario.

Ora mi spiego perché arrivo così in anticipo sugli altri: non è perché cammino più in fretta, semplicemente parto molto prima (e non mi fermo nei bar, al massimo in un solo bar). Sono già passate le dieci e Astorga è piena di pellegrini che passeggiano tranquillamente, che fanno spesa o si fotografano davanti al palazzo di Gaudì. In questo periodo si può partire tardi, non c’è il rischio di soffrire il caldo del mezzogiorno.

A pranzo, accanto a me nella solita trattoria, un signore piccolo, con il cappotto e il basco, appollaiato sulla seggiola e tutto curvo sul piatto. Si toglie il cappotto solo alla fine, per mangiare il dolce. Quel signore avrebbe potuto vedere un pellegrino che ha cominciato a versarsi il vino sul bicchiere capovolto.

Nel pomeriggio vedo qualche faccia conosciuta, Olga con Lewis, Wolfgang, e conosco Emanuele, pellegrino italiano, che alterna momenti di entusiasmo a chiusure improvvise.

Con Wolf e Emanuele vado a visitare il palazzo arcivescovile di Gaudí (che vescovo era quello lì?): mi piace. Di Gaudí non so quasi nulla, ma quell’interno, così articolato e sorprendente, mi fa pensare alla ricchezza di un’anima semplice. Wolfgang mi parla di lui con entusiasmo mescolando spagnolo e inglese e mi fa vedere i disegni sul suo moleskine; aggiunge che nel suo diario sono un personaggio importante. Nel Museo de los Caminos ci sono belle statue di legno di madonne e di santi.

E’ arrivata una giovane coppia di italiani: lui è un tipo pacifico, lei, che ha intravisto Emanuele, si lascia andare ad apprezzamenti acidi e mi mette in guardia. Mi dispiace e così invento una scusa per non cenare con loro, che comunque sono ben affiatati con altri pellegrini.

Nei giorni passati, camminando spesso a fianco della carretera, mi sono reso conto di quante tracce lasciano i pellegrini: anche il cammino inquina. Oltre ai rifiuti abbandonati dappertutto, ho notato molti graffiti inutili e banali e spesso sgradevoli, ben diversi dai murales di Ruesta. Ci sono davvero dei pellegrini che nello zaino tengono le bombolette spray e parecchi sono italiani. L’hospitalero di León mi diceva che, nella sua personale graduatoria dell’antipatia, i pellegrini italiani (solo quando sono in gruppo!) recentemente avevano superato i francesi. Io gli ho detto che, per me, i più antipatici sono i pellegrini spagnoli della domenica e mi ha risposto che quelli non contano. Mi sono poco simpatici anche i ciclisti, di qualunque razza; il problema è che sono ingombranti e invadenti, non lungo le strade, negli albergue.

Niente da dire con gli spagnoli che ci ospitano e ci accolgono, ma perché nei bar c’è tutto quello sporco per terra?

A messa mi rendo conto che oggi è san Martino.

In cielo c’è la luna piena: durerà il sereno?

 

Mercoledì 12 novembre: AstorgaFoncebadón

Sono solo in questo albergue e, visto il tempo, pioggia mista a neve, credo che non arriverà più nessuno. L’alloggio per i pellegrini è nel seminterrato di una casa rural ben ristrutturata: il cammino sta risvegliando paesi abbandonati.

I piedi sono stati giudiziosi e non mi hanno creato problemi; ho deciso di prolungare la tappa oltre Rabanal per abbreviare quella di domani.

Ero preoccupato per la salita, sulla carta il dislivello è notevole, invece si tratta di una salita dolce, la guida dice suave, che solo dopo Rabanal ti fa battere il cuore un più in fretta.

Il paesaggio, fatto di pascoli e di chiazze di macchia, mi piace e, per la seconda volta, mi accompagna l’arcobaleno, che sta alla mia destra, mentre da sinistra mi arrivano gocce di pioggia. Quasi sempre le nuvole mi nascondono la montagna su cui dovrò salire.

All’ingresso di Santa Catalina (bello lo scorcio del campanile a vela in fondo alla stradina fiancheggiata da muri a secco) c’è un signore appoggiato al muro che sta aspettando i pellegrini al varco mentre intaglia un bastone. Mi saluta togliendosi il berretto e mi ricorda che è l’ora del caffè e se voglio quello più buono non debbo fermarmi nel primo bar, ma nel secondo, quello della sua famiglia. Per verificare dovrei fermarmi in entrambi i bar e invece mi siedo sotto il portico di una chiesetta per mangiare cioccolata e fichi secchi tenendo d’occhio una ragazzona che fa footing avanti e indietro sulla strada.

Sto finendo il mio pranzo a Rabanal mentre entrano tre pellegrini: uno sembra un bambino e non dimostra ancora i suoi quattordici anni. Così faccio conoscenza con Martin, ragazzino tedesco con qualche problema di carattere, affidato a Hans, suo educatore e accompagnatore: stanno andando verso Santiago e sono partiti da Le Puy; hanno già fatto più di 1200 chilometri. Con loro una ragazza australiana, Mary, con i pantaloncini corti sopra la calzamaglia bianca. Porta una maglietta senza maniche e non sembra avere freddo; è sempre sorridente e ha i capelli biondi e ricci. É molto bella; ho sentito qualche pellegrino maligno e invidioso chiedersi cosa c’entra con il progetto di recupero di Martin.

Martin mi sorpassa prima di arrivare a Foncebadón; provo a stargli dietro e fingo di volerlo sorpassare: ride e scuote la testa e se ne va. Cammina bene, è rapido e leggero. Dal suo zaino spunta una canna da pesca.

Non si fermano qui, buon cammino a tutti!

Sono solo e lontano dal mondo: non riesco a telefonare a casa. In ciabatte, senza calze, ho vagabondato alla ricerca della rete e mi sono gelati i piedi. Spero che nessuno si preoccupi del mio silenzio.

A cena c’è una sopa de ajo caldissima e delle polpette con le patate fritte; il vino ha più personalità del solito. La mia cena dura cinque esecuzioni del Bel Danubio blu diffuse dall’impianto dell’albergue. Al mio arrivo sono stato accolto dal terzo movimento della Pastorale di Beethoven.

Non ho fatto molta conversazione con la ragazza che lavora qui e che alle 19:30 mi ha augurato la buona notte, garantendomi che nessuno mi avrebbe disturbato. Anch’io dalla cantina non disturberò nessuno.

 

Giovedì 13 novembre: FoncebadónPonferrada

Mi sono impegnato, ma, chiuso nel seminterrato, non sono riuscito a dormire.

Da alcuni giorni, al mattino, quando mi alzo, mi sento tutto rotto, ho le solite fitte alla schiena e la preparazione dello zaino, che gli altri pellegrini svolgono con disinvoltura, mi risulta difficile. Sono impacciato, non mi piego bene e spesso sto inginocchiato, così qualche compagno si offre per aiutarmi a cercare quello che mi deve essere caduto per terra.

Quando finalmente emergo dal sottosuolo posso gridare che oggi ci sarà il sole, mentre la signora che mi prepara la colazione si frega le mani lamentandosi del freddo.

Il ritmo con cui si srotolano i giorni del cammino è misterioso e affascinante, sembra fatto per sorprenderti. Quando credi di perdere qualcosa o qualcuno, subito ti viene offerta un’opportunità diversa. Oggi è bellissimo: un giorno di ritardo mi ha regalato una giornata fantastica.

Dopo dieci giorni mi lascio alle spalle la pianura che ieri pomeriggio ho visto per un attimo illuminata dal sole del tramonto mentre qui la montagna era tutta avvolta nelle nubi.

C’è la brina, le pozze d’acqua sono ghiacciate e il fango indurito conserva le impronte dei pellegrini passati il giorno prima.

Arrivo alla Croce di Ferro che il sole è appena sorto, l’aria è frizzante e tersa.

Riesco a telefonare a casa ma le notizie che mi arrivano rendono inopportuna la mia allegria; le telefonate dei prossimi giorni serviranno più per ascoltare che per raccontare.

Riparto e cammino bene, nessun problema ai piedi.

A Manjarín, dove vive e ospita pellegrini coraggiosi, abita Tomás, di cui tutti parlano come se fosse un amico comune. Dal suo rifugio vedo uscire Martin, che mi chiama con grandi gesti e mi prende per mano per mostrami tutti i segreti di quel posto. Ci sono gatti e cani con i loro cuccioli, Martin ha contato una ventina di animali, di qualcuno mi dice il nome. Passa da un cucciolo all’altro, si fa leccare la faccia e le mani e ride. Questa notte ha dormito in mezzo ai gatti e mi assicura che i gatti sono più caldi dei cani.

Ormai è abituato alle partenze quotidiane e anche ora non fa storie; si volta indietro spesso per controllare un gattone fulvo che ci accompagna per qualche centinaio di metri: non vuole che si allontani troppo da casa sua.

Chissà come sarà il tuo ritorno a casa, Martin.

Per qualche chilometro cammino con Martin, Hans e Mary. Martin e Hans parlano a lungo, sento spesso Martin che chiede «Warum?» «Perché?». Hans risponde con una voce bassa e calma e le risposte sembrano rassicurare il ragazzo.

Dopo quasi un mese di cammino ritrova un paesaggio simile a quello delle mie montagne in una bella giornata d’autunno: quello che lo rende unico e speciale sono quei tre pellegrini che camminano con me.

La valle di Ponferrada è immersa nella nebbia; da quel mare, perfettamente livellato, si innalzano tre colonne di vapore (e Martin, ridendo: «E se lì sotto ci fosse l’Etna?»).

Non c’è nemmeno un filo di vento. Quando inizia la discesa mi fermo per una prima sosta e loro se ne vanno.

Adesso la discesa è ripida e faticosa e riesco a cadere, senza troppi danni.

Da Molinaseca a Ponferrada si cammina accanto alla carretera, spesso su un marciapiede lastricato. Sto appunto camminando sul marciapiede e, dall’altra parte della strada, due pellegrine spagnole, nuove, camminano sul loro marciapiede parlando ad alta voce. Solo che usano dei bastoncini che fanno un rumore fastidioso, assolutamente non sincronizzato con le loro voci, con i miei pensieri e con il ritmo dei nostri passi. Dopo un po’ sono stanco di quello sferragliare e, in silenzio, esprimo un desiderio o lancio una maledizione: quelle due si fermano, accorciano i bastoncini e li appendono agli zaini.

Il rifugio è distante dal centro della città e passo il tempo scrivendo e leggendo (ci sono molti libri sul Cammino a disposizione).

Hans mi invita a cena e provo a dire di no; Martin, che lo conosce, mi fa capire che con Hans non si discute, bisogna obbedirgli.

Hans ha preparato un brodo di pollo, lessando un pollo intero, con tante verdure e dei buonissimi gamberoni in padella; Mary ha preparato la macedonia e Martin ha arrostito le castagne raccolte lungo il cammino. Li ringrazio per questa serata decisamente più bella di quella passata ieri sera a Foncebadón, da solo. Hans mi fa capire che è proprio per questo motivo che mi ha invitato a cena: non bisogna dare troppo spazio alle tristezze. Sono così trasparenti le mie preoccupazioni?

La cucina è affollata: ci sono Giovanni, Sara, Tommaso, tutti e tre italiani, e due loro compagni spagnoli, uno si chiama Pablo, è un catalano alto e pelato, simpatico. A un altro tavolo c’è Michele che ha risolto i suoi problemi di tendinite e adesso viaggia con un finlandese e un tedesco. La loro cena è straordinaria per varietà e quantità delle vivande; non scommetterei sulla qualità.

É comparso un personaggio singolare: è un tedesco alto, allampanato, con la testa accuratamente rasata; si professa buddhista e si fa chiamare Stardust (non sono stato l’unico a farmi ripetere due o tre volte quel nome). Era a tavola con noi e ha rifiutato il brodo e i gamberoni mangiando solo alcune castagne di Martin: dice di essere assolutamente vegetariano. Di suo non aveva niente. È partito da Santiago e fa il cammino al contrario, vuole andare in pellegrinaggio in India e in Tibet; si lamenta dell’umidità della Galizia che gli ha procurato una brutta tosse. Abita nella cuccetta sopra la mia e stasera si è messo a meditare o a pregare facendo ooommm. Mah! ... però ha dei bei sandali.

 

Venerdì 14 novembre: PonferradaTrabadelo

Sono soddisfatto della lunga camminata di oggi.

Siamo in quattro in un rifugio poco frequentato. Il grande camino della sala funziona perfettamente ed è un piacere stare a guardarlo; la nostra camera è riscaldata da una stufetta elettrica, in sostituzione dei caloriferi spenti.

Con me ci sono Emanuele, Adriano e un pellegrino saggio, Etienne: è stato lui, stamattina, a suggerirmi di allungare la tappa oltre Villafranca per accorciare quella di domani. Etienne è un trentacinquenne belga, ricercatore all’università di Lovanio, a cui non hanno rinnovato il contratto. C’è voluta tutta la Francia per fargli smaltire la rabbia e la frustrazione, dopo, attraversando la Spagna, si è accorto di guardare al futuro con più fiducia. Adesso ci sono nuove possibilità di lavoro e ha fretta di finire: fa tappe molto lunghe e non lo rivedrò più. Oggi, sebbene sia partito da Ponferrada con me, ha fatto un percorso più faticoso, affrontando, dopo Villafranca, una salita che io ho evitato, inseguito dalle urla di una vecchia che lo scongiurava di non farlo: quella mala salita ha già ucciso degli altri pellegrini.

L’albergue, all’inizio di Ponferrada, verso est, era al sole; uscendo dalla città, dalla parte opposta, ho di nuovo incontrato la nebbia. Ho visto molti studenti, di ogni età, dalle elementari all’università, e la maggior parte manifestava la fatica di alzarsi per andare a scuola; soltanto alcuni bambini, accompagnati dalle mamme, avevano l’aria vispa e parlottavano fitto fitto. Anche qui tanti ragazzi e ragazze, delle medie e delle superiori che trasudano conformismo; o è una mia visione deformata?

Sono passato accanto all’enorme castello dei Templari a cui ho dato un’occhiata frettolosa: qui a Ponferrada sono stato un pessimo turista.

Dopo Cacabelos (che nome!) è sparita la nebbia e sono cominciate le colline. Credevo che il Bierzo fosse terra di salumi, di formaggi e magari di miniere e fonderie, e invece ho visto una splendida terra di vigneti, bella quanto la Rioja e più mossa e irregolare. Ho visto colline d’oro, altre verde scuro, altre rosse, altre ormai solo del colore della terra. E per la prima volta mi sono accorto delle foglie gialle e rosse dei ciliegi.

A Villafranca ammiro il portale della chiesa di Santiago (un tempo, per i pellegrini ammalati, bastava arrivare fin qui, alle porte della Galizia, per sciogliere il voto del pellegrinaggio) e, dopo avere visto l’esterno dell’albergue, che Sebastian aveva definito spelonca, decido di continuare. Villafranca si trova alla confluenza di diverse valli e non ho idea di quale dovrò imboccare per continuare il mio viaggio.

Mi ha sempre affascinato l’abilità dell’uomo nel tracciare le strade, la capacità di armonizzare un progetto su vasta scala con le condizioni particolari di ogni località interessata. E poi le strade si costruiscono, crescono e si modificano sull’esperienza di tante persone e di tante generazioni, di cui conservano la memoria.

Magari, dopo la morte, mi piacerebbe rifare questo percorso a volo d’uccello (no, Google Earth non è la stessa cosa): mi sembra un premio adatto ad un pellegrino.

A proposito, ieri mattina, mentre camminavo, un uccellino è venuto a becchettare qualcosa fra i miei piedi. Mi piacerebbe anche sapere il nome degli uccelli e riconoscerli dalla voce.

Guidato dalle frecce sono entrato in una valle stretta, all’ombra, e improvvisamente fredda. Il cammino è ritagliato ai margini della vecchia statale ed è protetto da un parapetto abbastanza alto. Sulla strada non c’è quasi più traffico, dirottato sulla vicina superstrada.

Il mio passo non è particolarmente rapido, ma sento che è elegante. Qualcuno potrebbe raccontare di avere visto un vecchio pellegrino dalla barba bianca che camminava, avvolto nel suo mantello, con passo lento e solenne. Non avevo il mantello ma la giacca a vento.

Non sono mai arrivato tanto tardi a un rifugio, in tempo però per raccogliere l’ultimo sole in un bellissimo castagneto, dagli alberi giganteschi.

Grazie al buon cuore di un’hospitalera premurosa riusciamo a mettere insieme qualcosa per la cena: Emanuele prepara la pastasciutta.

Dopo la cena, per colpa del troppo vino, la conversazione assume i toni del pettegolezzo. Adriano, pellegrino brasiliano che esibisce una quantità incredibile di gadget elettronici, esibisce anche la sua personale lista di povero dongiovanni: ne ho baciate due svizzere, cinque spagnole, un’australiana, una francese... C’è chi lo incoraggia e chiede i dettagli.

Non conosce i nomi di quelle ragazze e ora è all’inseguimento di qualcuna che finora gli è sfuggita, ma prima di Santiago...

Io non riesco a ridere, anzi, lo guardo male e mi chiede perfino scusa. Adriano si è fatto un nome fra i pellegrini e qualcuno lo invidia: il tasso di stupidità, in tutti gli ambiti umani, si mantiene costante.

Però ho fatto altri discorsi più seri con Etienne e soprattutto con Emanuele, che oggi ha bisogno e voglia di parlare. Mi racconta cose che ha sempre tenuto solo per sé, mi parla di suo padre morto troppo presto, del suo lavoro che ora non va bene, di un grave incidente che ha avuto e che l’ha spinto a fare questo cammino. Si commuove dicendomi che è stato suo padre a salvarlo in quell’occasione, non San Giacomo. Mi racconta un sogno ricorrente in cui, da bambino, sente la presenza di suo padre, che lo rende contento, ma non riesce a vederlo.

Se i nostri vestiti sono asciugati perfettamente lo dobbiamo a lui. Dopo avere lavato in lavatrice tutto quello che abbiamo, ci accorgiamo che l’asciugatrice non può funzionare perché lo sportello non sta chiuso. Da buon artigiano Emanuele trova una soluzione efficace e possiamo stringerci ai nostri indumenti caldi e asciutti. I calzoni di Etienne hanno due grossi buchi all’altezza delle caviglie, nella parte interna; i jeans di Emanuele, che è uno dei pochi pellegrini a non avere abbigliamento tecnico, hanno invece i buchi sul sedere. Etienne ha camminato moltissimo, lo sappiamo, e così ha frustato i pantaloni, ma vorremmo capire da Emanuele in che modo cammina.

 

 

Sabato 15 novembre: Trabadelo – O Cebreiro

E’ una splendida giornata, ma per trovare il sole bisogna salire in alto.

Stamattina una lunga camminata, a fianco della carretera, in fondo alla valle stretta, umida e fredda sotto un cielo perfettamente limpido. Ogni tanto il sole basso filtra fra qualche gola dei monti e colpisce di striscio gli alberi più alti, facendo risaltare, sul fondo scuro degli alberi in ombra, i rami incrostati di licheni grigi: è bello, anche se un spettrale.

Comincia la salita tanto attesa che si arrampica su per un castagneto. Prima, nel fondovalle, mi leccavo i baffi inumiditi dal fiato (ed era piacevole), adesso, ed è la prima volta in tutto il cammino, grondo per il sudore. Mi accorgo del cuore che batte più in fretta e del respiro più profondo e ben cadenzato: sto bene e sono contento.

Dopo la Faba, dove il bosco finisce e ci sono grandi spazi aperti, mi fermo al sole; con Etienne, che arriva poco dopo, condivido acqua, uvetta, noccioline e, soprattutto, felicità e entusiasmo. Lui oggi andrà lontano e quasi sicuramente non lo rivedrò più. Poco più avanti ci sono le due pellegrine svedesi che avevo incontrato alcuni giorni fa nell’albergue di Puente de Órbigo: sono sdraiate sull’erba e si scaldano al sole come le mucche che pascolano lì vicino.

A O Cebreiro la chiesa, davvero accogliente, resta aperta tutto il giorno. É stata ristrutturata, è uno spazio bello e raccolto. Ieri a Cacabelos sono entrato in una chiesa altrettanto bella e ripulita, che metteva in mostra tutti i suoi tesori grandi e piccoli accumulati negli anni fra cui un Cristo di legno con lunghi capelli veri: era appena passato dal parrucchiere, prima di caricarsi la croce sulle spalle.

Davanti alla chiesa, sulla destra, c’è il monumento a don Elias, il parroco che ha vissuto per il Cammino e che è morto troppo presto per vedere i frutti del suo lavoro.

Faccio due passi nel cimitero, ci sono molti fiori ancora freschi, e raddrizzo i vasi che il vento ha ribaltato.

In trattoria assaggio per la prima volta il caldo gallego, la zuppa di cavoli che da queste parti crescono rigogliosi. Con me c’è solo un signore del posto. Il tempo così bello gli fa venire voglia di mettersi in cammino verso Santiago; lui fa il suo pellegrinaggio ogni due anni: certe volte è come farsi portare dalla corrente di un fiume. Vicino al caminetto acceso c’è una signora seduta bella dritta, con le mani sulle ginocchia come le madonne che ho visto in tante chiese; sta guardando la televisione alle mie spalle restando assolutamente immobile; anche il suo viso è immobile. Dietro di lei c’è l’ingrandimento fotografico, di parecchi anni fa, di una donna vecchia che ha lo stesso viso e la stessa espressione di quella che ho davanti.

Ci sono molti turisti e qualcuno di loro, magari con zaino e bastone, percorre qualche centinaio di metri di cammino e si fa fotografare accanto alle pietre miliari che segnano la distanza da Santiago. I pellegrini veri arrivano piuttosto tardi: vedo Emanuele, Sara e Giovanni e Adriano.

Oggi ho attraversato tanti paesini, molte case diroccate accanto a case appena restaurate per essere hostal o case rurali. Diversamente dai paesi, grandi e piccoli, nella pianura fra Burgos e León, dove non si vedeva anima viva, qui mi capita di incontrare molta gente, che lavora nell’orto o si occupa degli animali, che torna a casa con il pane e la spesa, che fa lavori di muratura. Tutti mi salutano e, quasi sempre, il buongiorno è accompagnato dall’augurio di buon cammino. Verso le undici ho visto una coppia di anziani che, ad occhi chiusi e tenendosi per mano, si scaldavano al sole, seduti davanti alla loro casa, insieme al gatto e al cane.

Ceno, con altri otto compagni, in una trattoria affollata da pellegrini veri e da pellegrini della domenica. Non è quella in cui ho pranzato, molto più rustica, ed è stata scelta da chi aveva passato il pomeriggio nei vari bar e quindi era in grado di fare una valutazione comparata. Mi viene riservato il posto di capotavola, con grande disappunto di Juan, avvocato catalano, che l’aveva chiesto per il pellegrino più anziano. In realtà lui, che ha proprio l’aspetto del vecchietto, è più giovane di me, e ho dovuto fargli vedere la carta d’identità per persuaderlo. Lo capisco Juan: anch’io ci sono rimasto male quando ho scoperto che Sebastian ha tre anni più di me. La mia carta d’identità è finita in mano a Pablo, che l’ha fotografata, per testimoniare di aver fatto un pezzo di cammino insieme a un pellegrino di Marthenello. Poi si è reso conto che la carta d’identità non è sufficiente a certificare lo status di pellegrino e mi ha chiesto la credenziale. Sogna un pellegrinaggio a Santiago su una Ferrari, magari insieme a una pellegrina come Monica Bellucci. E’ una grazia, anzi una grazia doppia, che chiederà a Santiago: ormai è fatta, siamo arrivati.

Finita la cena, compaiono altre bottiglie di vino e i liquori; c’è troppa confusione e sono il primo a scappare, seguito poco dopo da Juan. I giovani arriveranno all’albergue più tardi, c’è tempo fino alle undici.

La luna sorge tardi e non fa impallidire le stelle che sono bellissime, si vede la Via Lattea; verso nord c’è un panorama immenso.

 

Domenica 16 novembre: O Cebreiro – Calvor

Dopo l’affollamento di O Cebreiro, mi rifugio di nuovo in un albergue sconosciuto, lontano da bar, ristoranti e negozi. Stasera digiuno; l’avevo messo in conto e a pranzo ho svuotato tutto il cestino del pane. A Triacastela ho mangiato bene spendendo poco, però si sono sbagliati: avevo chiesto una trippa gallega e invece mi hanno portato una semplice zuppa di ceci, senza tracce di trippa.

Qui con me ci sono soltanto le due signore svedesi che ieri prendevano il sole insieme alle mucche. Oggi, a parte l’hospitalero (in questi rifugi della Xunta de Galicia ci sono dei bidelli, magari un po’ svogliati, più che degli hospitaleri), ho incontrato solo delle donne. Le due signore svedesi sono molto riservate; le metto comunque nella mia lista personale, insieme a Elise (Danimarca) e a Sally, che ho conosciuto stamattina (le americane sono rarissime!).

Quando parto l’aria è limpida e non fa nemmeno molto freddo, anche se cammino restando in ombra, sul fianco nord della montagna. Oltre le ultime montagne (a quanti giorni di cammino?) si vede un mare di nebbia. Il paesaggio è amazing, come dice Sally quando la raggiungo e facciamo conoscenza.

Potrebbe avere dieci anni meno di me e, in un film western, sarebbe in grado di tirare avanti, da sola, una fattoria. È la prima volta che viene in Europa e sta conoscendo un campione molto particolare della sua popolazione. Non ha avuto molte occasioni di farsi degli amici: parte presto ma arriva sempre tardi e guai se non dorme almeno dieci o dodici ore (ieri l’ho vista arrivare con Emanuele verso le cinque e alle sette stava già dormendo). Mi chiede di questo strano mondo di pellegrini e pellegrinaggi, di Lourdes e di Fatima. Le racconto qualcosa dei pellegrini che andavano a Roma o a Gerusalemme o dei musulmani che vanno a La Mecca e le ricordo che anche la sua nazione deve qualcosa a dei pellegrini: i Pilgrim Fathers.

Cammina tenendo nella mano sinistra una borsa di tessuto, da cui ogni tanto estrae la guida o della frutta secca, e mi ricorda Chantal.

Passiamo accanto a un gruppetto di case ed è affascinata dalla musica che sente. Ci affacciamo sulla porta di una stalla e le indico i campanacci al collo delle vacche. Mi guarda stupita quando le dico che questo mondo contadino di montagna è stato anche il mio mondo, qualche decennio fa. Il suo passato invece non è tanto diverso dal presente, a parte internet. Abita all’estremo sud della Wolfrida, a Key West, città cresciuta in mezzo al mare a due passi da Cuba: un altro mondo!

Il sentiero, un continuo saliscendi fra boschi e pascoli, resta in quota per un lungo tratto e Sally, che stenta a tenere il mio passo in salita, mi lascia andare. Mi fermo in un bar, là dove inizia la discesa. Alla signora che sta al banco chiedo il solito caffellatte e pane tostato; nella stanza accanto c’è una donna anziana, la signora Remedios, che sta abbrustolendo le fette di pane sulla piastra di una cucina economica. Mentre la signora al banco, immagino la figlia, mi serve il caffellatte, arriva la madre con il pane, il burro e la marmellata. Nello stesso momento entra Sally che, senza perdere un attimo, chiede café con leche e tostadas. Faccio il bel gesto di rinunciare alla mia colazione e la offro a Sally. Sento Remedios che esclama: «¡Qué hombre!» e spiega che da molto tempo non vedeva tanta gentilezza, che uomini come me non ci sono più, che è proprio così che bisognerebbe trattare le donne (o le mogli? ...). Non so lo spagnolo, ma capisco che posso giocare sul doppio significato della parola mujer e chiarisco che sono stato così cortese con Sally solo perché non è la mia moglie. Remedios mi guarda con severità, come se avessi voluto prenderla in giro, e mi dice in modo definitivo che solo chi tratta bene la propria moglie sa essere gentile verso tutte le altre donne. Quando riparto il suo «¡Buen camino, hombre!» sa davvero di stima.

La discesa verso Triacastela non è così terribile come immaginavo: è molto più agevole della discesa che ho fatto dopo la Cruz de Hierro e il fondo della strada è buono. Passo per tanti piccoli paesi che odorano di stalla, di fumo e di cibo: è il pranzo buono della festa. Le strade che li attraversano sono fangose e sporche di letame, per me è un ritorno all’infanzia. È domenica e il lavoro in campagna forse è più intenso che negli altri giorni visto il viavai di trattori; non c’è la quiete dei giorni di festa, in questo qualcosa è cambiato.

Incontro un branco di vacche e mi arrampico su un muretto per non farmi travolgere. Mi sento ridicolo tanto sono impacciato e rischio di cadere in mezzo ai rovi. Che lingua strana quella del contadino che mandava avanti le mucche!

Oggi ho incontrato tanti cani, spesso con l’aspetto poco rassicurante da cane lupo: pochissimi erano legati alla catena e mi hanno sempre ignorato.

Chi mi ha spaventato a morte è stato un gallo che, dalla finestra di un fienile, ha gridato il suo chicchirichì (che in spagnolo naturalmente suona diverso) a pochi decimetri dal mio orecchio sinistro e poi mi ha guardato con la testa storta e l’occhio interrogativo.

Dopo Triacastela c’è un’altra salita di alcuni chilometri e il dislivello è apprezzabile, però oggi cammino bene. La strada è in ombra e attraversa un castagneto. Ogni tanto si alza una folata di vento, quando il vento tace si sente il fruscio delle foglie che sfarfallano in aria e tra i rami.

Mi immergo nella nebbia poco prima di arrivare a Calvor e immediatamente sento freddo: è la stanchezza che comincia a farsi sentire, la tappa di oggi è stata molto lunga.

Qui nell’albergue si sta al caldo, ma sono solo, d’altra parte in questi ultimi giorni non ho fatto molto per stare in compagnia. Le pellegrine svedesi si sono fatte accompagnare dall’hospitalero in qualche posto per cenare e comunque è difficile parlare con loro, che sembrano bastare a se stesse.

Siccome è domenica leggo una parte della Lettera ai Romani e dopo mi dedico alla Divina Commedia; adesso, nel Purgatorio, si cammina davvero: passi tranquilli sulla spiaggia o salite faticose lungo i fianchi della montagna.

Questi ultimi giorni stanno trascorrendo rapidamente e anch’io ho fretta di tornare a casa. Ho deciso che il mio cammino finirà a Santiago, non andrò a Finisterre. Sally mi diceva che tutti i pellegrini vogliono andare a Finisterre; lei, appena arrivata a Santiago, una volta sistemata in un albergo vero, si immergerà nella vasca da bagno e solo dopo vedrà se vale la pena di ricominciare un’altra volta la vita del pellegrino.

 

Lunedì 17 novembre: CalvorPortomarín

Partiamo presto, Greta, Joanna e io; c’è molta nebbia ma non si rischia di sbagliare strada visto che si cammina ai bordi della carretera fino a Sarria.

La mia colazione, nell’albergue, alla partenza, è stata simile alla cena precedente: qualche chicco di uva passa e acqua, oltre a un pezzo di pane, avanzato dal pranzo di ieri, che avevo perso nello zaino.

Però ho quasi imparato a fare colazione al bar, anche se cerco i più anonimi e meno affollati. In quello di stamattina, a Sarria, ci sono quattro giovani pellegrine che scrivono e scrivono sui loro taccuini, senza mai scambiarsi una parola. Hanno l’aria assorta o forse addormentata; potrebbero essere al loro primo giorno di cammino: per avere la Compostela basta fare gli ultimi cento chilometri prima di Santiago.

Dopo tanto sole non mi è dispiaciuto camminare nella nebbia, attraversando prati, bei boschi di castagni o di querce e i frequenti villaggi dove il cammino si sporca di stalla.

Poco prima di mezzogiorno, durante una sosta, mentre la nebbia si era trasformata in pioggerella, ho visto arrivare di buon passo un omino con la giacca rossa, un berretto col pompon e l’ombrello aperto. Ho riconosciuto Sebastian ancora prima di vederlo bene e ho gridato il suo nome. Forse è un po’ sordo e ha fatto un giro completo intorno a sé prima di capire da dove veniva la mia voce. Ci siamo abbracciati. C’eravamo lasciati ad Astorga e dava per scontato che l’avrei raggiunto solo a Santiago, non prima; io invece ero quasi sicuro che l’avrei raggiunto in questa tappa.

È la prima volta che cammino insieme a Sebastian, sebbene sia passato un mese da quando siamo partiti da Somport; lui cammina in scioltezza e mi vede zoppicare: oltre alle vesciche che mi tormentano il piede destro c’è un dolore sempre più insistente alla gamba sinistra, un dolore profondo, dentro la tibia.

Ci fermiamo in un bar per festeggiare i cento chilometri di distanza da Santiago; ci sono altri pellegrini, fra cui Tommaso e Pablo.

I miei compagni sono concordi: ormai è fatta, siamo a un passo da Santiago. Propongo una riflessione: cento chilometri sembrano pochi, ma cento chilometri sono centomila metri e siccome quei metri vanno fatti passo dopo passo, dovremo fare ancora centoventi, centocinquantamila passi. «Allora per me saranno duecentomila... ¡Hostias!» dice Sebastian, facendoci ridere.

Penso a qualcuno che, ascoltando questo dialogo, forse si chiederebbe perché mai Sebastian deve fare più strada degli altri che sono lì insieme a lui.

Oltre a Sebastian ho raggiunto il gruppetto delle canadesi che erano con me ad Astorga; non ci sono invece Marianne e Philippe.

Sabine non mi perdona di averla chiamata Nadine e io continuo a correggerla quando mi chiama Angélo. Ha voglia di chiacchierare e mi mostra una borraccia stile vecchio west che ha trovato sul cammino, dei pezzi di ceramica raccolti tra i rifiuti, da portare in regalo alla mamma, e un’armonica che ha comprato per sé, che per ora non sa suonare. Le suggerisco di lasciare un po’ di spazio nella mochila per metterci eventualmente un giovane pellegrino da portarsi a casa.

Come sempre le canadesi si preparano la cena nella cucina dell’albergue. Sono ammirevoli, soprattutto perchè farlo in questi alberghi della Galizia è un’impresa: le cucine sono grandi e belle e con molti fornelli, però mancano posate, piatti, pentole e tegami; non c’è sale, olio, non c’è niente. Loro si arrangiano e stasera, insieme ad altri due ragazzi nuovi, stanno preparando una pasta con sugo di funghi raccolti lungo la strada e arrostiscono una quaglia (una quaglia da dividere in cinque parti ...). Quella quaglia l’hanno trovata mezza morta ai margini della carretera, forse investita da un’automobile; l’hanno ammazzata per non farla soffrire e adesso se la mangiano. «Ma come l’avete ammazzata? Le avete tirato il collo?» «No, l’abbiamo ammazzata con il bastone». Tutte e tre camminano con il bastone, bastoni autentici, non bastoncini di alluminio o carbonio; il bastone di Monique è lunghissimo, quello di Sabine è corto e ricurvo, molto robusto, in pratica un randello: potrebbe essere l’arma del delitto. L’uccello è stato spennato, non so se l’hanno anche sventrato. Mi sorprendono quelle tre ragazze che recitano il rosario lungo il cammino, che sanno la Salve Regina e che cantano, bene, inni religiosi in francese, in inglese e in spagnolo.

 

Martedì 18 novembre: PortomarínPalas de Rei

La nebbia del mattino diventa ben presto pioggia e debbo mettere di nuovo la mantellina. Le strade, continui saliscendi non troppo lunghi, sono sempre belle. Ai bordi grandi querce e qualche betulla, i castagni sono più rari perché si continua a scendere di quota. I boschi, umidissimi, sono punteggiati di funghi, ci sono delle mazze da tamburo e delle belle amanite, quelle rosse macchiate di bianco; intravedo anche un porcino buono, che non raccolgo.Verso la fine della giornata vedo i primi eucalipti, alberi strani che crescono con una velocità prodigiosa.

Sul ciglio di una strada asfaltata c’è un tasso morto, sembra da poco tempo, magari stasera Sabine & C. lo cucinano. Non ho visto animali selvatici lungo il cammino, soltanto uno scoiattolo, pochi giorni fa, e quel bellissimo stormo di anatre prima di Frómista. I cani sono di nuovo cattivissimi, quasi sempre legati alla catena, eppure sembrano uguali a quelli incontrati lungo la discesa dal Cebreiro.

Oggi ho faticato per tutta la tappa. I primi chilometri, che di solito facevo abbastanza rapidamente, stamattina non passavano mai, forse anche per colpa delle pietre miliari che indicano la distanza ancora da percorrere ogni cinquecento metri. A Gonzar ho fatto la prima sosta su una panchina riparata da una tettoia presso una fermata dello scuolabus. Insieme a me un nonno con due nipotini indemoniati. Ho chiesto ai bambini con lo zainetto: «Anche voi pellegrini?». Il più piccolo mi ha guardato con quell’espressione e facendo quel gesto che significano: «Non siamo mica scemi» e tutti e due hanno continuato a fare disperare il nonno che ha allungato un calcio nel culo a uno dei due senza centrarlo.

Lo scuolabus ha raccolto quei bambini che erano le dieci passate; dai finestrini hanno salutato il nonno facendogli le beffe.

È arrivato un signore per chiedermi quanti erano ieri sera i pellegrini a Portomarín. Solo nel nostro albergue credo che fossero una quarantina. Mi ha ringraziato aggiungendo che forse valeva la pena di aprire il bar. E il primo pellegrino che ho dirottato verso il bar è stato Sebastian, sempre vestito da piccolo lord, con bastoncino, ombrello e berretto di lana al posto della bombetta.

Nel pomeriggio, dopo la sosta al ristorante (mi portano un pane con la crosta dura e bruciacchiata e ancora caldo: sono arrivato insieme al fornaio) e la telefonata a casa, mi sento un po’ rinfrancato e decido di allungare la tappa per visitare la chiesa romanica di Vilar de Donas. Quel posto mi ispira canzoni di trovatori e mi metto a cantare, senza fare uscire un suono, s’intende, Mia yrmana fremosa di Martin Codax, bellissimo canto d’amore che descrive l’incanto della donna e delle onde del mare di Galizia, onde dell’oceano. Mi accorgo di camminare quasi con furore; quando rallento il passo apprezzo il rumore quieto della pioggia. Non mi aspettavo di trovare la chiesa aperta e mi accontento del portale e dell’abside. Sbirciando dalle fessure del vecchio portone, tenuto insieme da una bella trama di ferro battuto, ho potuto intravedare alcuni affreschi. Sebastian, che è arrivato mentre io ripartivo, li ha fotografati dal buco della serratura (la sua macchina digitale ha un programma adatto per queste evenienze!).

Gli ultimi chilometri mi ricordano che non posso arrivare alla fine della tappa senza soffrire almeno un po’; Tommaso, quando mi raggiunge, mi fa notare che ho una brutta camminata.

Tommaso è l’italiano più simpatico che ho incontrato sul cammino, ha l’età dei miei figli, è pieno di saggezza e di curiosità e tiene lo zaino, un vecchio Invicta, molto basso sul sedere, contro tutte le prescrizioni ergonomiche.

Mi racconta di avere imparato, da due pellegrine francesi nell’hospital di Arroyo San Bol (altro posto mitico), il testo di una bellissima canzone italiana che fino ad allora aveva sempre ascoltato distrattamente: la canzone è Bella Ciao! E allora gli parlo di Addio Lugano bella, di O Gorizia, e di Giovanna Marini, della Daffini e dei Dischi del Sole, di quando si cantava Contessa e Compagni dai campi e dalle officine... Mi chiede delle canzoni d’amore e gli parlo di Sergio Endrigo.

L’albergue di Palas de Rei è in un edificio che conserva ancora un’aria antica con finestre molto grandi a sbalzo sulla strada e, a pianterreno, stanze che entrano nella roccia. Ci sono facce conosciute: Maurice e Heinrich, Giovanni, Sara, Pablo, Tommaso, Sebastian, le ragazze canadesi e i loro due nuovi accompagnatori.

Sono andato a messa: la chiesa sta in alto e ho faticato sia a salire sia a scendere. Mi è tornato in mente il sonetto Movesi il vecchierel di Petrarca, che declamavo ad uso e consumo della mia famiglia che non era troppo sbigottita dalla mia partenza; mi sono ricordato del verso che fa: rotto dagli anni e dal cammino stanco.

A cena Sebastian mi ha chiesto dei progetti per i prossimi giorni e del cammino a Finisterre. Gli ho raccontato quello che ora mi preoccupa e mi ha fatto bene parlargliene.

 

Mercoledì 19 novembre: Palas de Rei – Ribadiso

Da lunedì la maggior parte dei pellegrini ha fatto la sua scelta fissando per dopodomani l’arrivo a Santiago (sono sicuro, però, che domani qualcuno non resisterà alla tentazione e farà il gran volo di quaranta chilometri per essere a Santiago prima del tramonto; certamente non sarò fra quelli).

Comunque l’obiettivo di oggi è un altro ed è comune a tutti i pellegrini: a Melide bisogna assolutamente passare da Ezequiel per assaggiare il pulpo a la gallega.

Ci sono tanti torrenti da attraversare. I ponti in muratura sono pochi, il più delle volte si deve saltellare su grandi pietre ben levigate e scivolose; l’acqua, limpidissima, scorre tranquilla trascinando le ultime foglie cadute. Il fondovalle è sempre boscoso, le colline sono prati verdissimi in cui spesso pascolano le mucche. Le strade, strade di campagna, sono belle. In certi punti il sentiero è scavato, nell’arenaria friabile, dall’acqua, dai passi degli uomini, dagli zoccoli di vacche, pecore, muli e cavalli.

Gli alberi, cercando la luce, si sono incurvati verso il centro del sentiero creando una lunga galleria; mi fermo per fare fotografie. In poco tempo arrivano altri pellegrini. Ci si saluta, si scambiano alcune impressioni e si cerca il posto adatto per fare pipì: i maschi si accontentano mentre le pellegrine sono più esigenti.

Infine arriva Juan, il vecchietto appena un po’ più giovane di me: cammina con un passo rapidissimo, ci saluta senza fermarsi e sparisce in un attimo seguito dall’ammirazione di tutti. «Si deve essere sparsa la voce che a Melide oggi ci sono pochissime razioni di polpo disponibili». Lo dico in italiano per gli italiani che sono nel gruppo; la prima a ridere di gusto è una pellegrina tedesca: avrà capito davvero?

Ho ritrovato Juan più avanti, che stava ripartendo dopo una sosta. Mi ha dato un po’ della sua merenda e mi ha chiesto di fotografarlo con la sua Leica digitale (è la prima volta che tocco una Leica, però con una macchina digitale non vale). Cammina da Saint–Jean e non ha ancora una fotografia sua (io, almeno, ho un paio di foto con la mia ombra...). Si è messo in posa da pellegrino sostituendo i suoi bastoncini in fibra con una pertica trovata lì vicino; ha guardato con soddisfazione il risultato ed è ripartito come una furia: domani sarà a Santiago.

Ho visto delle persone che tornavano dal cimitero, penso per un funerale; alcuni anziani mi hanno salutato togliendosi il cappello: apparivano tranquilli e soddisfatti come chi anche stavolta l’ha scampata. Quel gioco dell’oca sulla piazza di Logroño: poche caselle prima di Santiago si incontrava la Morte!

A Melide siamo in otto a mangiare il polpo servito su un unico tagliere di legno e accompagnato da una tazza di vino bianco; è buono e il bis è ancora più buono. È l’una e quello per me è il pranzo; Sebastian mi spiega che non ho ancora capito bene i costumi spagnoli: quello è soltanto un antipasto, il pranzo sarà verso le tre.

Non ce la faccio a raggiungere Arzúa e mi fermo a Ribadiso pur sapendo che qui non c’è la possibilità di cenare (stanno chiudendo proprio oggi l’unico bar ristorante), un po’ di digiuno non mi costa nulla. Arriva una coppia di ciclisti inglesi e lui si offre di andare a fare acquisti per tutti i pellegrini. Non solo va a comperare, prepara anche la cena: tagliatelle condite con tante verdure e passata di pomodoro. Ci sono stati problemi con i tegami, i piatti e le posate (le tagliatelle, scolate, sono state messe in un sacchetto di plastica), ma il bravo pellegrino sa adattarsi, come dice Tommaso, che ha mangiato con le mani.

Avevo incontrato Henry e la moglie nel primo pomeriggio mentre pranzavano. Avevano apparecchiato su una grande pietra con tovaglia, piatti, bicchieri e bottiglia di vino, e stavano preparando qualcosa su un fornellino a gas; sembravano il ritratto della coppia perfetta. Li ho incontrati una seconda volta, erano scesi dalle biciclette e stavano discutendo, lei piangeva. Stasera, a cena, ho avvertito un po’ di asprezza nel loro rapporto, lui ha un piglio autoritario, lei è senz’altro molto stanca.

Dopo, la cucina è stata occupata dalle canadesi: funghi di tutti i tipi (riconosco delle trombette da morti), latte e uova comprate dai contadini e mele ammaccate e gelate raccolte nel prato dell’albergue.

Ho fatto l’ultimo bucato per essere in ordine quando arriverò a Santiago. Il rifugio è molto bello, peccato che i servizi siano tanto distanti dal dormitorio: c’è un prato da attraversare. La notte si preannuncia gelida e per andare in bagno dovrò coprirmi bene; non andrò tanto lontano, c’è un fosso più vicino.

Nel sacco a pelo si sta bene, ma ho nostalgia di un altro calore. Per telefono ho detto a MG che ho trovato una ragione per arrivare fino a Santiago.

 

Giovedì 20 novembre: Ribadiso – Arca

Non tengo mai conto del tempo che impiego per camminare, però oggi mi sembra di averci messo un’eternità per fare poco più di venti chilometri.

Altri pellegrini dicono di essere stanchi, ma io di più. Cioè sono stanco soprattutto di sentire male alla gamba sinistra. Mi piacerebbe dare un nome a questo dolore, che non mi pare né una tendinite né un problema muscolare e, quando qualcuno mi chiede perché zoppico così vistosamente, non so dare nessuna spiegazione: il mio corpo, specialmente quando ha qualche problema, mi è sempre un po’ sconosciuto.

Non vedo più castagni, ci sono querce isolate e boschi di eucalipti. Ci sono delle palme, delle agavi e nei giardini delle case ci sono spesso dei fiori; la quota è più bassa e il mare più vicino.

Ho incontrato, in momenti diversi, tre signore anziane: tutte e tre piuttosto robuste e con il fazzoletto annodato sulla nuca, tutte trascinavano dei fasci di legna. Spesso ho questo ricordo di mia madre: aveva le guance rosse e era accaldata, dagli occhi che ridevano si poteva capire che oltre alla legna aveva con sé qualche fungo.

Ho visto un altro porcino bello e grosso, che ho lasciato dov’era.

Ho mangiucchiato delle mele raccolte sulla strada. È bello pulirle dalla terra sfregandole sulle maniche della camicia o sui pantaloni e mangiarle fino al torsolo. Sono piccole, hanno la buccia dura, sono asprigne e molto sugose.

Il sole sta tramontando e il cielo è sereno, chissà come sarà domani.

È la vigilia, da passare in silenzio e da solo.

Domani mi piacerebbe arrivare in tempo per la messa di mezzogiorno.

 

Venerdì 21 novembre: Arca – Santiago de Compostela

In tanti siamo partiti ben prima dell’alba.

Per quasi due ore si cammina nel buio più fitto. È una piccola processione di lucine che si muovono in sincronia e che si avvicinano e si mescolano quando si giunge a un bivio: le pile rischiarano il cammino davanti ai piedi ma non fanno risaltare le frecce gialle sui tronchi degli alberi e, agli incroci, bisogna fare attenzione. Solo in quei momenti ci scambiamo poche parole, per il resto si cammina in silenzio; sembra che a nessuno interessi sapere con quali compagni arriverà a Santiago.

Prima di vederla in viso, dalla borsa di stoffa che tiene nella mano sinistra, riconosco Sally, la pellegrina americana con cui ho camminato sui monti di O Cebreiro. Dice di avermi salutato ieri sera all’albergue, mentre stavo scrivendo; le avevo dato l’impressione di essere perso in altri pensieri e non le avevo risposto. Mi sorprende chiedendomi se mi sono ricordato di fare gli auguri a Francesca per il suo compleanno. Certamente, ma che memoria ha Sally! L’altro giorno, prima che lei si bevesse il caffé con leche che avevano appena preparato per me, mi aveva detto che sperava di arrivare a Santiago qualche giorno prima del 25 novembre, per festeggiare lì il suo compleanno, avendo il tempo necessario per riadattarsi a uno stile di vita meno selvatico. Le avevo detto che io speravo di arrivare il 20, il giorno del compleanno di mia figlia. Lei dovrà ripartire immediatamente da Santiago, per raggiungere sua madre, rimasta vedova per la seconda volta. Queste famiglie lontane che creano problemi a noi pellegrini, che invece non creeremmo mai problemi alle nostre famiglie...

Camminiamo insieme per qualche chilometro, finchè lei cede al richiamo del caffé.

Nel buio faccio abbastanza bene quasi metà della tappa, poi è una grande fatica ed è come se arrivassi trascinandomi sulle ginocchia alla tomba dell’apostolo. Non mi rallegra vedere Adriano che si fa fotografare abbracciato al monumento di Giovanni Paolo II sul Monte Gozo e rispondo a malapena al suo saluto quando, nella discesa, mi sorpassa ondeggiando, quasi stesse ballando la samba al carnevale di Rio.

Quando inizia la salita che porta in città, mi raggiungono e mi abbandonano (dopo avermi incoraggiato...) tanti compagni che conosco. Solo Tommaso si adegua al mio ritmo zoppo e mi chiede se conosco delle canzoni da pellegrini. Qualcuna: ad esempio c’è la bella Cantiga Santa Maria strela do dia; c’è l’inno Dum Pater familias, dedicato appunto a san Giacomo, con un ritmo adatto al passo frettoloso dei pellegrini ormai vicini alla meta e in cui compare la parola ultreia, che significa qualcosa solo per loro; l’unica di cui riesco a fargli sentire la melodia è Pellegrin che vien da Roma. Non conosce quella canzone, che però gli fa venire in mente la storia di uno spazzacamino che vagava di qua e di là per le campagne. Siamo un irriverenti in questi ultimi passi del cammino. Un vecchio pellegrino che dà il cattivo esempio a un giovane. Mio padre diceva: «Il giudizio lo usa solo chi ce l’ha!». Gli dico di andare, perché altrimenti non arriverà in tempo per la messa.

Da alcuni giorni l’orologio giallo di Matteo si è fermato e all’inizio continuavo a chiedere l’ora in giro, poi ho capito che potevo controllarla sul cellulare. Sono le 11:40, penso di avere ancora parecchia strada davanti e cammino malamente, forse arriverò alla cattedrale in tempo per incontrare i pellegrini che escono dalla messa.

La piazza delle Platerías è deserta e non provo l’emozione di dieci anni fa, quando vi arrivai insieme a MG. Poi la commozione mi travolge all’improvviso mentre entro in chiesa e sento la campana grande che batte il mezzogiorno.

I miei compagni, schierati nei primi banchi, mi accolgono con un applauso affettuoso che sento solo io. Mi sistemo in un posto più defilato, da pubblicano, e vedo Marthe e Sophie che saltellano per richiamare la mia attenzione; mi mandano perfino dei baci.

La messa del pellegrino è impreziosita dalla bellissima voce di una suora. Nel vangelo si legge di Gesù che scaccia i mercanti dal tempio.

Alla fine, anche se è un giorno feriale, fanno volare il botafumeiro: per molti è il cuore della liturgia e c’è molta animazione.

E poi c’è il rito degli abbracci, quello immediato a San Giacomo e quelli che si protraggono per tutto il pomeriggio. Immagino che domattina ci sarà ancora qualche altra opportunità. Abbracciando i miei compagni pellegrini so di ringraziarli e di lasciarli per sempre: non porterò con me nessun indirizzo e nessun numero di telefono.

Abbraccio Sebastian e Juan, che sono arrivati ieri sera (Sebastian si scusa dicendo che proprio non voleva fare una tappa unica da Arzúa: non si era accorto dell’albergue di Arca, l’aveva oltrepassato e non aveva senso tornare indietro; gli dico: «Bugiardo!» e lui: «¿Yo mentiroso?» e, come sempre, ride. Si è reso presentabile per il santo facendosi riparare le cerniere dei pantaloni), poi gli italiani Sara, Giovanni e Tommaso. Corrono ad abbracciarmi Sophie e Marthe e mi dicono che è da tanto che non ci vediamo. Poi Heinrich e Maurice, Pablo e Sally, Monique, Nadine, Sabine, Michele con l’amico finlandese e altri pellegrini di cui non so il nome.

Sebastian ci propone di visitare il Portico della Gloria e lo gelo dicendogli che è tutto impacchettato per un restauro. Per la seconda volta lo sento esclamare «¡Hostias!» con la stessa convinzione con cui da noi si dice cazzo!

Andiamo a mangiare a Casa Manolo, là dove tutti i pellegrini del mondo si incontrano e dove qualcuno fa mettere l’ultimo e definitivo timbro sulla credenziale. Alla fine del pranzo Tommaso propone di eleggermi bravo pellegrino del giorno. Secondo Tommaso, che l’ha letto da qualche parte, il bravo pellegrino è quello che non si lamenta mai e che non lascia nulla nel piatto. Per molti la seconda condizione è quella più difficile e non si può realizzare a Casa Manolo.

Ripassiamo dalla cattedrale e Sebastian, che mi vede fare le scale in scioltezza, dopo avermi visto penare poco prima, si mette a gridare al miracolo; due turisti chiedono se si possono fotografare i pellegrini che fanno gli stupidi, ma li indirizzo verso altri pellegrini più rappresentativi, con la conchiglia sullo zaino e il bastone.

Mi sistemo in una pensione che mi sembra lussuosissima e dopo la doccia mi asciugo con un asciugamano enorme. Vado alla stazione per comperare i biglietti del viaggio di ritorno e zoppico di nuovo. Cammino in mezzo a tanta gente: le ragazze sono molto belle. Perchè nei paesi poveri dell’entroterra non ho mai visto gente così bella?

Trovo il tempo per visitare una mostra sulla cultura dei Tayno, popolazione precolombiana dei Caraibi: è un altro esempio dell’infinita ricchezza e varietà dell’espressione umana; anche lì ritrovo Sebastian, pellegrino solitario quanto me.

Nei pressi della cattedrale abbraccio Emanuele, che partirà fra poco in pullman. Si commuove e mi ringrazia perché sono stato ad ascoltarlo e non l’ho nemmeno preso in giro per il frequente ricorso all’autostop o agli autobus. Terrà, come ricordo del suo cammino, il lunghissimo e pesante bordone, abbandonato da qualche pellegrino alcuni giorni fa, che lui ha raccolto e portato con sé per fargli vedere Santiago.

In una strada stretta e buia sento di nuovo le voci che mi chiamano con insistenza, il problema è che non capisco da dove vengono. Come sempre le voci scendono dall’alto: Marthe e Sophie si sbracciano da una finestra della loro pensione all’ultimo piano e mi augurano ogni bene. Poco dopo, in piazza e sotto la pioggia, mi ripetono il loro augurio abbracciandomi ancora e io preciso che accetto questi nuovi abbracci a condizione che siano davvero gli ultimi. Hanno passato il pomeriggio a fare shopping, sono ben truccate e sembrano appena uscite dal parrucchiere; non vengono a cena da Manolo perché stasera andranno a ballare e sui loro vestiti nuovi resterebbe la puzza di frittura e di pellegrino.

In un bar vedo una lunga tavolata di pellegrini: a capotavola c’è Marianne con la camicetta celeste. Abbraccio lei e Philippe, vogliono che mi fermi con loro, ma non mi siedo e Marianne mi giustifica davanti a tutti: «Angelo è un pellegrino molto speciale». Mi fa piacere che usi lo stesso aggettivo che io avevo pensato per Chantal.

Mi sono accorto che nelle strade stanno montando gli addobbi di Natale.

 

Sono a La Coruña in attesa del treno che mi porterà a Barcellona attraversando nella notte paesi e città del Cammino.

Stamattina nella Plaza de las Platerias ho visto tre pellegrini in arrivo: mi è corso incontro Martin, mi ha salutato stringendomi la mano e mi ha accarezzato la barba: da grande vuole tenerla anche lui. Ho abbracciato Hans e Mary, in pantaloncini corti e senza calzamaglia, con la maglietta senza maniche, sempre sorridente e con i capelli ricci coperti da goccioline di umidità. Per loro ancora una settimana di cammino: andranno e torneranno da Finisterre e Martin potrà usare la sua canna per pescare nell’oceano.

Ho pranzato con Sebastian, che mi ha accompagnato alla pensione per riprendere lo zaino.

Ci siamo stretti la mano e ci siamo abbracciati senza più guardarci. Abbiamo preso due strade diverse e credo che nemmeno lui si sia voltato indietro.

 

Alle 12:55 del 24 novembre sono uscito dalla stazione di Modena con MG.

Mi sono seduto al volante della Clio e alle 13:00 ho preso la multa per guida senza patente.

E così, dopo avere raccolto Francesca, siamo arrivati in ritardo al pranzo che Matteo aveva preparato.