In bici a Santiago di Compostela
Danilo Tramonti
Prima di iniziare il racconto di questo mio viaggio-esperienza, penso sia bene dire almeno due parole di presentazione, per far capire a chi leggerà queste righe che questa non è un impresa troppo difficile ma anzi può essere alla portata di molti se non di tutti. Indispensabile è un po’ di spirito di sacrificio e di volontà: una volta partiti ogni paura sorprendentemente svanisce.
Ho 50 anni, sono operaio panettiere e lavoro come contadino nelle ore libere di giorno. Sono felicemente sposato, ho tre figli di 17, 19 e 22 anni. Non ho mai praticato alcun tipo di sport; mi piace molto leggere visto che non mi è stato possibile studiare a suo tempo. Praticamente è la prima volta che mi accingo a mettere per iscritto qualcosa: quindi scusate gli errori di sintassi o forse la banalità di certi argomenti. Credo che questo scritto potrà servire a chi volesse imitarmi, a chi avesse paura di fare una simile esperienza. Sono sicuro che ne vale veramente la pena perché si ritorna cambiati in meglio, si conoscerà un’altra dimensione del vivere, un nuovo rapporto con la natura e gli altri.
30.9.2000 - Da San Michele a Isera
Dopo aver atteso inutilmente che smetta di piovere sono partito alle 14, tanta era la voglia di iniziare il viaggio. Arrivato a Isera, vicino a Rovereto, ero bagnato fradicio. Sono stato molto gentilmente accolto a casa di mia cugina Anna, dove ho potuto asciugare i vestiti nel panificio, quindi sono andato a dormire nella camera degli ospiti. Alle 5 del mattino mi sono alzato, ho fatto colazione e scorta di pane.
1.10.2000 – Da Isera a Castiglione delle Stiviere
Questa mattina continua a piovere, morale a terra a causa del tempo e non solo. Mi avvio verso sud seguendo il corso dell’Adige. Dopo il mese di settembre, dedicato al raccolto dell’uva e delle mele, ho potuto partire stanco per un mese di lavoro intenso, però felice e pieno di entusiasmo, almeno fin ora. Qui ho preso la decisione di fare tutto il viaggio in bici invece che a piedi come programmato in principio. Fino ad Ala il tempo si è mantenuto piovigginoso, poi ha incominciato a piovere forte e così fino a sera, ho indossato il poncho ed ho tirato diritto fino a Peschiera, lì ho sbagliato strada e sulla sinistra Mincio sono arrivato a Valeggio prolungando la strada di una ventina di chilometri, spero proprio che non succeda più. Alle 16 ne avevo abbastanza di acqua e a Castiglione ho cercato un posto per dormire. Dalla canonica mi hanno mandato al sagrestano che abita nei pressi del castello; molto gentilmente mi ha fatto posto in una serra in mezzo a un giardino da dove sto scrivendo. E’ molto utile fermarsi, stare da soli, prendersi del tempo tutto per sé fuori dal mondo e pensare alla propria vita, a ciò che è stato finora e a ciò che io sono stato per gli altri, specialmente a chi mi sta più vicino.
Dovevo proprio prendermi una pausa, non ce la facevo più a continuare una vita di lavoro, a vivere per i soldi. Mi sembra alle volte di essere un intruso, non al mio posto, uno che sta lì solo per essere adoperato dagli altri, mi piacerebbe provare un po’ di pace, quella pace e gioia che dovrebbe dare la fede nel Signore, a chi la cerca magari anche in questo modo. Questa sera la mia prima notte la passerò in terra nel sacco a pelo. Prima di addormentarmi è venuto a trovarmi Procopio (si chiama proprio così), mi ha portato un brodo caldo e si è fermato un paio d’ore a chiacchierare per cercare di capire i motivi e il perché una persona si prenda tanta briga, si è scusato della propria diffidenza iniziale.
2.10.2000 – Da Castiglione a Lodi
Al mattino Procopio era già sveglio, mi ha invitato in casa a fare colazione con biscotti e cioccolata e mi ha dato del denaro da portare alla madonna di Lourdes. Fuori città c’era una nebbia fittissima, mi sono venuti in mente i versi del poeta: “sempre in quell’aura senza tempo tinta, come la rena quando a turbo spira”. Per me è un’esperienza mai provata, la luce dell’alba ha un colore grigio e pesante.
I vestiti che ieri sera avevo steso ad asciugare sotto un portico, li avevo trovati gocciolanti per l’umidità, quindi sono partito già bagnato. Ho cominciato a pedalare lentamente all’interno di questo bozzolo di nebbia che un po’ alla volta si è sciolto lasciandomi vedere la campagna della pianura di Mantova. Tutto campi di mais, file di pioppi, fossati dove ho intravisto una nutria, cascine con allevamenti di mucche e maiali, mi sono fermato in una di queste a chiedere indicazioni e mi hanno fatto vedere la loro mucca migliore che aveva vinto un premio. Abituato alle montagne, questa pianura a due dimensioni mi da un senso di nausea, è facilissimo sbagliare strada, specialmente se il cielo è coperto. La gente incontrata è tutta molto gentile, anche se è facile ricevere indicazioni errate, meglio non fidarsi, usare la cartina spesso e stare attenti alle indicazioni stradali.
Sono passato da Carpenedolo, Leno, Manerbio, Orzinuovi, Soncino e Crema. A Lodi sono entrato in duomo, veramente da vedere, come anche da vedere è la cappella dell’Incoronata, vero gioiello, con gli affreschi del Piazza. Ho visitato una mostra dedicata ad Ada Negri, caso strano, una delle mie preferite.
Sono stato mandato alla casa dell’accoglienza che è tenuta da un vecchio prete, da alcuni volontari ed obiettori. Questo prete che poveretto un po’ per l’età e per il tipo di assistiti (extracomunitari), faceva molta fatica nel seguire il metodo che si era imposto. Mi ha presentato come un’ospite speciale a queste persone, erano circa quaranta che litigavano fra di loro per rubarsi un pezzo di pane e spartirsi la parte migliore contenuta in un grande vassoio al centro di ogni tavolo. Per non essere mandati via, questa gente, probabilmente islamici, per circa mezz’ora hanno accettato di recitare i vespri e un paio di salmi.
3.10.2000 – Da Lodi a Trino Vercellese
Oggi è una bella giornata, però purtroppo a causa del vento contrario ho impiegato tre ore per arrivare a Pavia, lì ho cercato la chiesa di San Michele ed ho chiesto ad un gruppo di preti raccolti in una piazzetta di farmi il timbro sulla credenziale (documento consegnatomi prima di partire da Giacomo Manzoni di Lavis, responsabile della congregazione di Santiago di Compostela), uno di questi preti mi ha detto di seguirlo in un ufficio lì vicino, ha voluto sapere chi ero, da dove venivo e dove andavo, se avessi bisogno di qualcosa o se avessi incontrato dei problemi, mi parve stranamente molto interessato ai motivi del mio viaggio. Abbiamo parlato per una mezz’oretta e dopo avermi salutato, sulla soglia, mettendomi una mano sulla spalla e facendomi girare, mi ha abbracciato e baciato.
Ho fatto un giro per la città, ho comprato un gel per le ginocchia e un antifurto per la bici. Ho attraversato il bel ponte coperto sul Ticino e sono partito per Gropello, Garlasco, Mortara, Casale, sempre in mezzo a campi di riso in pieno raccolto, con aironi e gabbiani che seguivano le trebbie.
Appena salito il sole, l’aria è divenuta limpida, mostrando lo spettacolo lontano delle cime delle Alpi oltre Milano, coperte di neve fresca, una corona rosa di monti, ho dovuto proprio fermarmi per godermi la scena. Il Fastum comincia a fare effetto e così posso un po’ alla volta accelerare, solo che poco dopo Trino, all’altezza della centrale nucleare, ho forato la gomma posteriore ed a piedi sono proseguito fino a Palazzolo.
Il sole stava tramontando, una palla arancione enorme dietro il monte Bianco. A Palazzolo non c’era un meccanico. Ho trovato un prete salesiano (don Eligio Pertusato) che mi ha fatto mettere la bici nell’oratorio e in macchina mi ha riportato indietro a Trino (dieci chilometri), dove ho dormito nel seminario. Ho potuto fare la doccia e il bucato (maglietta e calzini) messi ad asciugare fra due materassi.
4.10.2000 – Da Trino a Susa
Oggi dovrei arrivare a Torino a vedere la Sindone, lì chiederò la grazia che cerco da sempre, per me e in particolar modo per le persone a cui voglio più bene.
Ci vorrebbero ore per descrivere tutto, oggi ho vissuto più che in tutta la mia vita. Ho pedalato per 13 ore, sono arrivato a Susa alle 20, ed ho trovato da dormire nello scantinato di un convento di suore dopo aver attraversato un paio di volte la cittadina da una chiesa all’altra. Suore molto gentili ma con le camere piene.
Torino è stata una sorpresa. Bellissima, forse la più bella città che io abbia visto. Arrivato in periferia ho chiesto ad un ciclista come arrivare al Duomo e lui sentendomi parlare mi ha chiesto se venivo dal Trentino, ho saputo così che suo figlio abita ed è sposato con una ragazza di Mezzolombardo. Ha voluto accompagnarmi al Duomo, e mi ha custodito la bici intanto che ho visitato la Sindone, mi ha portato poi a vedere i posti più belli della città e dopo ha voluto invitarmi a pranzo a casa sua.
Siamo arrivati tardi, a lui non era mai successo, sua moglie aveva già telefonato al 118. Dopo pranzo mi ha accompagnato all’inizio di corso Francia, che porta a Rivoli e quindi alla val di Susa.
Per vedere la Sindone si deve fare un percorso all’interno dei giardini reali, per preparare il pellegrino all’Incontro, poi si entra nel Duomo dove è esposto il sacro lenzuolo, ho visto le ferite al costato, alle mani, ai piedi, un corpo coperto di sangue, lo specchio del Vangelo, un uomo che deve aver sofferto atrocemente, forse come tanti altri uomini hanno sofferto. Non è facile credere, però… fissandolo mi sono sentito un niente, forse l’emozione, adesso ripensandoci, mi sono sentito schiacciare, ho pianto in mezzo alla gente vergognandomi di dare spettacolo, sono scappato in un angolo con il viso fra le mani.
Non volevo in questo diario parlare sempre di me, credo sia inevitabile comunque, chiedo scusa se da fastidio. C’è sempre questo dualismo fra fede e ragione, due modi diversi di intendere la vita, anche se filosoficamente, se così si può dire, lo scopo ultimo è lo stesso, cioè dare all’uomo la felicità e l’immortalità.
Ad esempio mia madre non si è mai fatta di questi problemi, non ha mai avuto dubbi, tutti i giorni va a messa, per lei è una cosa naturale. Io, invece, ho il vizio di chiedermi sempre il perché di ogni cosa. Perché sembra che il male e la cattiveria vincano sempre? Perché è così difficile capirsi fra le persone? Perché i bambini soffrono? Perché il mondo ha scelto un altro Dio?
Con una bella doccia fredda mi sono lavato dallo sporco e dalla stanchezza, mi sono massaggiato le ginocchia per prepararle per la salita di domani, ho mangiato un paio di panini di Anna e mi sono addormentato.
5.10.2000 – Da Susa a Embrun
E’ stata dura ma sono arrivato in cima però più di metà strada ho dovuto farla a piedi spingendo la bici. Sono partito alle 3 del mattino e sono arrivato al confine alle 13.
Ieri ho visto in alto su un imponente blocco di roccia il santuario della Sacra di San Michele, uno dei tre più importanti dopo mont Saint Michel in Bretagna e San Michele del Gargano. Oggi invece ho visto l’impressionante fortezza di Exilles vicino a Salbertrand nell’alta val di Susa, due costruzioni immense costruite per due scopi opposti e neanche in Francia non scherzano col forte del Ventoux, ancora più grande, anzi ce ne sono due.
Al confine ho cambiato un po’ di soldi e sono sceso verso la valle della Durance per circa 40 chilometri fino ad Embrun, purtroppo con forte vento contrario, dovevo pedalare anche in discesa, nei tratti pianeggianti sono dovuto andare a piedi. Domani difficilmente arriverò a Gap, sono troppo stanco, speravo di arrivare a metà Francia solo per gravità.
Tutto il giorno ho camminato con nella mente l’immagine delle piaghe di Cristo e nel cuore la ferita che mi hanno causato, è una cosa che sicuramente non dimenticherò mai, non sono stato sfiorato dal dubbio dell’autenticità, io che faccio così fatica a credere, che ho sempre bisogno delle prove.
Lungo i tornanti ho notato spesso lapidi, targhe o piccoli monumenti a caduti sul lavoro o per incidenti stradali, è una cosa che mi ha sempre dato da pensare perché non è più possibile che così tante persone e famiglie abbiano lutti o feriti, è una guerra silenziosa accettata da tutti come inevitabile, è proprio vero?
Arrivato ad Embrun, cittadina grande all’incirca come Trento, posta su un costone roccioso con una chiesa del dodicesimo secolo e un panorama vastissimo su campi, rocce, cime di monti e un bel lago. Mi sono rivolto in canonica e il prete, che parla un po’ l’italiano, invece di darmi un posto da mettere il materassino in terra, mi ha mandato in un hotel della città. La padrona ha l’aspetto di una vecchia maitresse e l’albergo è arredato come nel secolo scorso, non posso dilungarmi a descriverlo, ma mi aspetto di vedere entrare dalla porta una vecchia prostituta in guepiere rossa e nera. Pavimenti di legno che cigolano coperti di tappeti consunti, finestre alte più di due metri con tende di velluto con le nappe…
Ogni tanto, durante il cammino, mi riposo e tiro fuori il quaderno, per questo motivo continuo a passare da un argomento all’altro. Ora sono a letto fra due lenzuola che odorano di antico, di lavando e urina, e ripenso a tutta la strada fatta, chissà se dopo arriverò anch’io ad avere il coraggio di varcare la Porta in fondo al cammino.
6.10.2000 – Da Embrun a Serres
Partito presto in una giornata fredda e ventosa. Lungo la strada ho comprato una cartina geografica ed un berretto che l’altro mi è volato via in un burrone sul Monginevro.
Devo fermarmi spesso per il dolore al sedere causato dalla sella troppo dura ed ho l’intenzione di non esagerare con i chilometri per non rischiare di tornare indietro. Fino a Gap è stata dura per il vento. In città sono entrato in un negozio di articoli sportivi e i proprietari, una famiglia di cinesi, conosciuto il mio problema, mi hanno foderato la sella della bici con delle spugne e con un coprisella nuovo, tutto gratis.
Dopo la città c’è una salita interminabile, almeno sei chilometri, dopo mi sono trovato in una stretta valle di montagna fino a Serres. Dopo Serres ci sarà ancora salita, quindi ho deciso di fermarmi anche se sono solo le 16. Qui non ho trovato nessun prete; a forza di domandare, dal Mairie (municipio), mi hanno mandato nel magazzino comunale fra le antiche pompe dei vigili del fuoco e le luminarie di Natale. Non è stato facile a non sapere una parola di francese.
La gente è abbastanza cortese però parla a raffica senza fermarsi come se io ci capissi qualcosa. In questa zona la terra rende ben poco, foraggio, fagioli e qualche frutteto di renetta. Gap è nella valle del Buech, affluente della Durance, domani sarò nella valle dell’Eygues, affluente del Rodano, e fino a Bagnols dovrei discendere.
In questo momento dalla finestra vedo che un uomo rincorre un bambino di circa 12 anni a calci e sberle, mi viene in mente l’educazione che ho avuto io. Io non credo che sia molto importante che i figli siano ubbidienti e facciano quello che vogliono i genitori. L’educazione avuta da mio padre aveva l’ubbidienza come fondamento, invece si dovrebbe parlare spesso con i figli, essere per loro degli amici, far loro spesso delle domande, abituarli ad avere una coscienza propria, altrimenti impareranno a fare sempre ciò che viene loro imposto, avranno una volontà debole, seguiranno le mode, saranno dei bravi consumatori. Molti giovani sembrano apatici, senza slanci ne ideali, senza entusiasmo per affrontare la vita. Si tiene sempre poco conto di una grande potenzialità che è in noi: la volontà! Chi è capace di volere ha una marcia in più ed è il primo lui stesso che si stupisce di ciò che riesce a fare, di quanto è capace di spostare in là il proprio limite. Sono importanti anche le esperienze personali, l’esempio e l’esperienza altrui hanno valore relativo, sto sperimentando che è importante provare se stessi, magari sbagliando, ma non avere mai paura della vita se si vuole viverla senza subirla, ho visto che, magari al limite, c’è per tutti l’angelo della provvidenza.
7.10.2000 – Da Serres a Pont de Saint Esprit
Altra tappa memorabile. Partito alle tre del mattino a piedi perché la gomma posteriore è sgonfia. All’ultima casa del paese abita un algerino. Una casupola misera al piano terra, lo trovo nell’orto a fare pipi, lo vedo e gli chiedo una pompa. Saputo che sono italiano sveglia la moglie che è italiana di Eraclea però è più facile capire un algerino che parla francese che la moglie che parla solo dialetto del sud Italia, e così finiamo che mi fa il caffè e latte caldo e mi regala una pompa.
Dopo un'altra salita di un paio d’ore, di notte, molto lentamente, arrivo in una specie di val d’Ega che pian piano si allarga e incominciano campi di lavanda, di noci, cotogne, frumento e stranamente olive. Da metà valle dell’Eygues in giù c’è un'unica distesa di viti a perdita d’occhio fino alla larga valle del Rodano.
Passato l’antico ponte di Sant’Esprit, arrivo a Bagnols, distante dieci chilometri; lì compro un paio di guanti, una tessera telefonica e una nuova carta geografica, poi cerco la chiesa e il prete mi rimanda per dormire di nuovo indietro a Pont de Sant’Esprit. Non so come ma ce l’ho fatta. All’indirizzo datomi, radio Catholique, trovo un grande edificio con una chapelle dove entro ed aspetto che finiscano una funzione religiosa, una specie di vespero molto suggestivo e mai visto. La gente presente, uomini e donne, stavano inginocchiati o prostrati a terra mentre un sacerdote faceva un sermone, dopo c’è stata una specie di esame di coscienza pubblico dove chi voleva si pentiva delle proprie colpe di fronte all’assemblea, inframmezzato da canti molto dolci e che stupivano per il senso di pace che trasmettevano. Erano tutti vestiti di bianco e le donne con il capo coperto.
Finita la cerimonia tutti si sono abbracciati e baciati due volte sul volto dicendo resurrexit e rispondendo amen. Dopo mi hanno accompagnato alla mia camera, una piccola cella da monaco sopra la volta della chiesa, ho fatto la doccia e sono stato chiamato a cena finendo con la bocca aperta dalla sorpresa. Il refettorio era una stanza con circa quaranta persone sedute su tre grandi tavole antiche, ognuno aveva solo una candela accesa al proprio posto, prima e dopo mangiato è stato fatto un canto e dopo aver preso un piatto ci si è serviti da soli: verdura mista con pomodori, insalate, carote, cuscus, olive e champignons crudi da condire con pinzimonio; poi un timballo con carne, olive nere e zucca fra due strati di sfoglia; poi una banana calda in una specie di sugo dolce al cioccolato, il tutto con due bicchieri di vino rosso veramente squisito.
Mi sono fermato ancora un’ora ad aiutare ad asciugare piatti e posate; nessuno parlava italiano ed io non so una parola di francese, però tutti volevano sapere di me ed io di loro, e in qualche modo ci siamo capiti. Nei loro occhi si leggeva quel qualcosa in più, la pace, la fede, la serenità, lo scopo di ognuno era quello di far felice l’altro.
Communite’ des Beatitudes. Monastere de la Visitation. 30130 Pont S.Esprit, tel : 0466 390513
Ho lasciato un biglietto di ringraziamento sul comodino: “Vi ringrazio per avermi fatto provare un po’ della vostra pace che dà la fede in Cristo Gesù e che io vado cercando da tanto tempo per poter essere ancora Suo testimone nel mondo.”
8.10.2000 -Da Pont de Sant Esprit a Fabregues
Svegliatomi presto che era ancora notte ho sentito un canto lontano dolcissimo come una ninna nanna, come un pianto di bambino. Mi sono vestito e sono sceso in cerca di chi cantasse; così, ho attraversato al buio corridoi e scale finché sono arrivato in una sala senza banchi né sedie ma con delle icone sui muri e candelieri accesi; su una parete c’era il dipinto del famoso crocifisso del Durer e un immagine di Santa Teresa di Lisieux.
Ho assistito così alle lodi cantate con la voce e danzate con il corpo ma non solo, si vedeva che ci mettevano anche l’anima in quei movimenti aggraziati, lenti, si sfioravano, si accarezzavano dolcemente come in una specie di trance, uomini e donne giovani e anziani tutti vestiti di bianco. Io sono rimasto nel mio angolo allo scuro fino alla fine, pensando che solo per una cosa così valeva la pena essere arrivati fino a lì. Dopo mi sono fermato per la Santa Messa che non sto a descrivere ma è durata più di un ora e così sono partito in ritardo, se così si può dire.
Sono ritornato per la seconda volta a Bagnols e invece di proseguire per Ales e attraversare il Massiccio Centrale e le Cevenne, visto lo stato del mio povero sedere, ho preferito farla un po’ più lunga ma pianeggiante proseguendo sulla superstrada fino a Nimes e Montpellier; qui addirittura per sbaglio ho preso l’autostrada sulla circonvallazione, sentendo suonare le macchine che mi superavano. Alla prima occasione ho saltato la recinzione e attraversando alcuni vigneti ho ripreso una statale che però non era quella giusta, un vero casino…
Passato Montpellier di una decina di chilometri mi sono fermato in un grosso paese, che stava tramontando il sole; l’anziano prete, molto gentile, mi ha fatto posto in una stanza dell’oratorio e mi ha invitato a cena. Anche a lui, come credo tutti i francesi, piace mangiar bene e vantare le specialità francesi; abbiamo parlato per un bel po’ e ci siamo anche capiti.
Camembert di Normandia, zuppa fatta da lui con le zucche e i ceci del suo orto, paté di fegato d’oca “il caviale di Francia”, vedevo che voleva fare bella figura di fronte ad un italiano. Mi ha detto che metteva le trappole sul campanile per prendere i piccioni e mi ha fatto vedere come li cucinava.
9.10.2000 – Da Fabregues a Carcassonne
Alle tre del mattino mi sono alzato perché ormai da trent’anni sono abituato a questi orari ed ho trovato sul manubrio della bici un sacchetto con una scatola di plastica contenente quattro petti di piccione impanati ancora caldi avvolti in un tovagliolo, alcune mele, compresa la mezza avanzata a cena e confezionate con cura, credo che in frigo gli sia rimasto ben poco.
Mi sono avviato piano nel buio fitto, il traffico scarsissimo, alla mia sinistra le luci delle navi sul mare, frequenti soste per riposarmi e pompare la bici. Fino a Beziers abbastanza bene, dopo ero sicuro di non farcela più a causa del vento e della sella troppo dura: 70 chilometri nel pomeriggio sembravano troppi e non ho trovato nessuno che mi cambiasse la camera d’aria. Ho chiesto perfino di vendere la bici per continuare a piedi con meno fatica, avevo dormito troppo poco, ero ipnotizzato dalla linea bianca che seguivo con la ruota anteriore perché più liscia del resto dell’asfalto; invece un chilometro dopo l’altro, una curva alla volta, un dosso dopo un rettilineo, contavo le pedalate per distrarmi, ad un certo punto mi sono messo anche a cantare forte.
Il panorama era monotono, colline e colline coperte di vigneti; per alcuni chilometri ho costeggiato il canale navigabile del Midi, considerato dall’Unesco patrimonio dell’umanità perché unisce i due mari. Mi sono fermato per vedere il funzionamento delle chiuse. Sembra che i battelli da lontano viaggiassero fra i filari di viti ed i platani.
A sera, al tramonto, ho assistito ad una vera magia, sono arrivato a vedere la tanto attesa città medioevale di Carcassonne, proprio quando dietro alle sue torri scendeva il sole come per un appuntamento già fissato con me come premio alla mia fatica. Prima di tutto sono andato a visitare la parte antica della città e il duomo, uscito di lì ho trovato una coppia di anziani italiani in Francia da molti anni, che mi hanno indicato a pochi metri di distanza l’entrata secondaria di un’abbazia che accoglie i pellegrini e i turisti paganti.
Sono stato invitato a cena in compagnia dell’abate e di una decina di preti fra cui uno indiano che parlava italiano. Un giovane cameriere che faceva parte di una scuola alberghiera mi ha offerto un vassoio di pietra fatto a forma di conchiglia per lavarmi le mani, poi, saputo che lavoro in viticoltura mi hanno fatto assaggiare alcuni dei loro vini migliori. Si è mangiato zuppa, ravioli in un sugo di frutti di mare, insalate e alla fine l’immancabile ottimo formaggio francese da mangiare a pezzettini col pane. Ho ricevuto una stanza e ho fatto la doccia.
10.10.2000 – Da Carcassonne ad Auterive
Questa mattina piove forte e ne approfitto per riparare la bici. Intanto vado a visitare la città, è una cosa meravigliosa, da non credere.
Sono partito alle 10 e salendo la valle della Garonna e il canale del Midi, non ci sono più viti ma campi arati con cereali e mais, asparagi e soia, colline a perdita d’occhio. Dopo la cittadina di Villefranche ho voluto accorciare un po’ e saltare così la città di Tolosa: è una strada che non consiglio a nessuno, tutta curve e sali-scendi, sono convinto che i chilometri francesi siano più di mille metri, oppure che le indicazioni stradali siano in linea d’aria. Ho tirato finché ho potuto e così sono ad Auterive; il prete di qui è figlio di emigranti di Treviso e parla il dialetto veneto.
Spesso ai lati della strada ci sono antiche croci Cathare di pietra coperte di licheni e statue della Madonna di Lourdes. Quando mi fermo a chiedere dell’acqua mi domandano se vado a Lourdes e poi mi dicono di pregare per loro, sembra quasi una frase rituale, credo che tutti i giorni, per queste strade, passino dei pellegrini.
11.10.2000 – Da Auterive a San Bertrand de Comminges
Oggi acqua tutto il giorno, più o meno forte, frequenti soste in qualche portico. Ho trovato mele, noci e fichi che sporgevano dai giardini, sembrava che fossero lì perché li raccolgano i pellegrini, perché forse non l’ho detto ma la mia intenzione è quella di camminare in spirito di povertà e penitenza quindi spendendo il meno possibile visto che è proprio il denaro o il suo uso che di solito se ne fa, che mi ha dato una spinta per partire. Non è possibile vivere per esso, che tutto ciò che facciamo sia in funzione di esso, più se ne ha e più se ne vorrebbe, ogni cattiveria è giustificata e magari per poi usarlo per sopraffare gli altri, per sentirsi superiori o per spenderlo in vizi. Non è di certo il denaro che dà valore alla vita ed io lo sto sperimentando.
Lontano si vedevano fra le nubi le cime dei Pirenei che pian piano si sono avvicinate, sono incominciati i primi boschi di querce e frassini con sottobosco, spesso di pungitopo e ginestre, ho visto anche piante di melo selvatiche coperte di vischio.
Arrivato a S.Gaudenz, completamente bagnato, ho cercato come al solito la “maison del pretre”, questo pretre mi ha mandato ad un’associazione per l’accoglienza… i quali mi hanno mandato da un’altra parte. Lì quando ormai disperavo di dormire sotto un tetto, ho trovato un ragazzo che parlava italiano e mi ha consigliato di evitare le città grosse, è più facile nei paesi, mi ha fatto una mappa che poi in tasca si è bagnata e non ci ho capito più niente. Alla fine ricordandomi vagamente il nome e chiedendo ad almeno 20 persone sono arrivato a S.Bertrand, a 17 chilometri da S.Gaudenz, dei quali 7 fuori della mia strada, e che dovrò rifare.
S.Bertrand è un antico ospizio per i pellegrini di S.Jaques, sparso in una valle dei Pirenei a 40 chilometri dal confine con la Spagna, un piccolo villaggio, sopra il quale, imponente, si erge una fortezza, circondata da mura entro le quali ci sono una cinquantina di case antiche e una cattedrale con una torre al posto del campanile, costruita circa verso l’anno 1000 su preesistenti costruzioni romane (antico Oppidum) per difendere l’accesso ad uno dei passi dei Pirenei, il passo di Aran. Arrivato però non ho trovato nessuno, solo l’accoglienza di un albergatore, l’unico aperto, mi ha fatto subito un panino con burro e prosciutto senza che io chieda niente, mi ha fatto sedere ed ha detto di non preoccuparmi, che se non trovo posto per dormire mi fa stare su un divano. Intanto io mi sono messo a scrivere. Di qui non mi alzo anche perché sono in riserva.
Alle 21 è arrivato un giovane prete che mi ha fatto posto in una stanza del castello e dopo aver steso i panni bagnati mi sono coricato su un antico ed enorme letto nel sacco a pelo. Dalla finestra si vede a decine di chilometri e sotto di me c’è un salto di almeno 50 metri. Dietro si vede il picco di Aneto, il più alto dei Pirenei (3400 metri), nel gruppo della Maladeta.
Al mattino come sempre, anche in città vengo svegliato dai galli, simbolo della Francia, oggi un vero concerto.
Vorrei dire alcune parole sulle strade, potrebbe essere utile per chi volesse seguirmi. Le autostrade sono in parte a pagamento e in parte gratuite, in queste non ci sono caselli e può succedere di entrarvi in bici, perché il divieto credo sia sottinteso e non sempre si trova il segnale, anzi quasi mai. Le superstrade con le autostrade sono molto ben tenute, meglio che in Italia, con frequenti indicazioni di località turistiche e non, però tenendo conto solo di chi viaggia in automobile e non di chi va in bici. Le altre strade sono molto sconnesse e non hanno indicazioni per le lunghe distanze. Frequenti sono gli incroci sempre con rotatorie fatte in questi ultimi anni. Credo che metà dei francesi abitino in case unifamiliari con un giardino di solito molto ben tenuto, però vivono a piano terra; anche nelle periferie. E’ facile vedere molte proprietà in vendita, terreni, piccole imprese, capannoni con la scritta: “A vendre”. Forse è una moda odierna, ma su tutta la Francia da me percorsa, in ogni paese c’è almeno un negozio di “Antiquites – Brocante”.
12.10.2000 – Da S.Bertrand de Comminges a Lourdes
Mi sono accorto che c’è come una lunga catena della provvidenza e della carità cristiana verso i pellegrini, anche dove sembra che ci sia un anello rotto, poi ha fatto sì di farmi arrivare a S.Bertrand. Sembra che ci sia Qualcuno che ti spinga e ti guidi a conoscere dei posti o delle persone particolari, usando magari il vento o la pioggia, perdendo la strada e ritrovandola ed anche qualche volta facendoti perdere la speranza di farcela.
Dopo la prima ora di pioggia ha smesso, mi sono cambiato i vestiti e si è levato il vento, per tre ore ho continuato a salire di colle in colle verso i monti imbiancati di neve, poi di colpo quattro chilometri di discesa e così mi sono mangiato tutta la fatica fatta. Ho cercato un posto riparato e, dopo essermi riscaldato le mani, mi sono messo a scrivere.
Devo cercare di distrarmi cantando o guardando il paesaggio per non guardare sempre la linea bianca del bordo strada o le onnipresenti file di platani, ne ho visti almeno un milione. Ci sono boschi cedui alternati a prati con delle fattorie e allevamenti di poche mucche che stanno fuori anche di notte, frequenti anche le oche per fare il famoso patè. Nei fossi crescono nell’acqua i pagafrati e ai bordi le calle spontanee mescolate a crocus bianchi e gialli, a volte anche ortiche e rovi di more, acide ma dissetanti.
L’ansia di arrivare alla metà ormai prossima mi fa correre un po’ troppo, e così è meglio che mi riposi un po’ le gambe. Questa mattina ho visitato la cattedrale di S.Bertrand, una cosa da togliere il fiato (sindrome di Stendhal), non è veramente possibile descriverla, è come fare un viaggio nel tempo, tornare indietro di 1000 anni e accorgersi di non essere più su questo mondo, ma dove ogni uomo desidera di poter ritornare, quando ho sentito il suono dell’organo del 1600, fatto a forma di spirale tutto in legno scolpito e traforato, mi sembrava di alzarmi anch’io, e non avere più peso ne corpo, verso dove erano innalzate quelle note.
Finalmente sono arrivato, gli ultimi 10 chilometri li ho fatti cantando. Mi è venuta in mente la ”arietta” della 32° per piano di Beethoven, la più bella musica composta almeno per i miei gusti. Come un turista ho visitato i luoghi santi, ho visto migliaia di persone, tutti con un motivo per essere lì, di sicuro ben più grave del mio, ammalati, sofferenti che cercavano di guarire nel corpo, molti compravano fiori, ceri, statue; da per tutto c’era gente che vendeva qualcosa, naturalmente con discrezione a della gente abituata ad avere con i soldi ciò che desidera. Ho visto davanti alla grotta una statua di Maria tanti visi di gente, di povera gente, di poveri cristi ammalati e di povere madonne, ed anch’io ho sofferto per loro.
Dopo ho assistito alla messa nella chiesa di S.Anna, e uscito, sono andato a bere l’acqua benedetta usando la mia conchiglia che porto sempre al collo con attaccata la medaglietta ricevuta a S.Bertrand.
Finiti questi riti sono andato a cercare da dormire, perché il cielo limpidissimo e senza vento si stava arrossendo per il crepuscolo. Mi hanno mandato alla città di S.Pierre, un chilometro sopra Lourdes, che consiglio a tutti i pellegrini, chi può paga almeno una parte del costo, però può soggiornarvi anche per niente. E’ un insieme di padiglioni con un refettorio in comune, molto ben concepiti ed accoglienti dentro un bosco di castagni e betulle. E’ tenuto, servizi e pulizie, egregiamente da dei volontari che si alternano tutto l’anno, di tutte le nazionalità, molti italiani con alcuni dei quali mi sono intrattenuto fino a tardi. Ho fatto una cena abbondante e squisita e a mezzanotte sono andato a dormire dopo aver messo sul termosifone il bucato.
13.10.2000 – Da Lourdes ad Accous
Oggi mi sento più leggero e pulito: prima di partire sono passato alla grotta, era molto presto e non c’era quasi nessuno, tutta un’altra cosa.
Uscito dalla porta di Betharram di buona lena, con il tempo abbastanza buono, solo nel pomeriggio in prossimità di Oloron ha incominciato a piovere sempre più forte. Ho imboccato la val d’Aspe che porta al passo del Somport e sono arrivato a percorrerne circa la metà, la meno impegnativa; a Serrance non ce la facevo più, faceva anche freddo, lì mi hanno mandato al paesino successivo e di lì all’altro perché la casa di accoglienza, vista la stagione era già chiusa.
Ad Accous mi hanno fatto aspettare un’ora che venga il prete a dir messa, alla quale ho partecipato anch’io ed ho potuto ricevere l’eucaristia con pane e vino: il pane era vero pane azzimo e il vino era fatto con l’uva del posto, poi sono stato accolto in casa dei due confratelli che facevano parte della stessa confraternita degli abati di Novacella, due persone molto alla buona, ottimi cuochi ed esperti di vino, che hanno fatto del loro meglio per riempirmi. La zuppa per incominciare e il formaggio per finire, come sempre in Francia, in mezzo girello di maiale, purè, paté, vino di Bordeaux, torta di mele, pere del loro orto (piccoline ma dolcissime). Ogni volta che dicevo basta mi riempivano il piatto.
Finora non c’è stata molta salita, però le pendici dei monti sono molto ripide, tappezzate di prati e boscaglia rada, nei prati si vedono le capre al pascolo, sembrano delle pecore con le corna rivolte all’ingiù, famose per la lana mohar, ne ho incontrate alcune greggi sulla strada. Le case qui sono coperte da candole d’ardesia, sottili scaglie rettangolari di pietra nera, tenute su da gancetti di filo di ferro, è la stessa pietra della grotta di Lourdes.
Questa mattina piove ancora, a tratti forte, come per tutta la notte, il torrente Gave de l’Aspe è molto ingrossato, spero che in alto non sia caduta la neve perché ho un solo paio di scarpe da ginnastica. Sono passato in chiesa prima di partire ed ho lasciato un messaggio sul libro degli “Actos”, ad uso dei pellegrini: “La carità e l’amore sono il segno della fede che io vado cercando, ringrazio il Signore per la fraterna accoglienza ricevuta. Un pellegrino in bici per Santiago”.
In questi giorni di cammino ho potuto vedere come, nella storia uno dei segni della fede siano state le opere dell’uomo, enormi cattedrali con incantevoli opere d’arte, quadri, vetrate, portali scolpiti nella pietra e nel legno, nei centri delle città o in posti sperduti fra i monti. Perché è stato fatto tutto questo? Perché un così grande dispendio di risorse quando, in quei secoli, era già difficile sopravvivere fra guerre, epidemie, povertà? Chi e come si sono potute squadrare ed innalzare le pietre di tutte quelle enormi mura? In un popolo la produzione delle opere d’arte anche in campo musicale dovrebbe essere la risposta della fede. Non c’è niente di meglio per avvicinarsi a Dio dell’arte e specialmente della musica, questa cosa che solitamente, chi la ama, capisce che non può venire solo dall’uomo, ma deve essere ispirata da qualcuno che ti vuole portare a metà strada fra il cielo e la terra.
14.10.2000 – Da Accous a Berdun
Un’altra dura prova alle spalle. Accous si trova circa a metà della val d’Aspe, lunga 70 chilometri.
Sono partito verso le 8 dopo un’abbondante colazione trovata in cucina insieme ad un biglietto con le indicazioni perché potessi servirmi. In chiesa ho trovato i due abati che stavano cantando le lodi in francese da soli, anch’io con loro in italiano ho cantato il cantico di Simeone al termine della preghiera.
Dopo i commoventi saluti sono partito sotto un rovescio d’acqua e non ha smesso fino in cima. Ci sono volute ben 7 ore, spesso fiancheggiando il torrente impetuoso o dentro a una stretta gola. Da Borce in su, 17 chilometri, li ho fatti spingendo la bici perché non ce la facevo a stare in sella, gli ultimi 5 invece di acqua scendeva la neve ed in cima ce n’erano almeno 10 centimetri. Faceva molto freddo e non sentivo più i piedi e le mani. A tratti provavo a correre per riscaldarmi: ho avuto veramente paura di avere finito il mio cammino. Sul passo c’era un vento gelato che ghiacciava la neve sul viso, e proveniva dalla Spagna. Era difficile stare in piedi.
Al riparo dell’edificio della dogana mi sono tolto i guanti bagnati e non sono più riuscito a rimetterli né ad aprire lo zaino, più presto che ho potuto, senza telefonare a casa, né cambiare denaro, come avrei voluto. Mi sono lanciato nella discesa facendo però attenzione a non scivolare.
Dopo pochi minuti il vento è calato, il cielo si è schiarito ed ha smesso di piovere: si è levata una brezza tiepida che ben presto mi ha asciugato e riscaldato. Ho oltrepassato la città di Jaca ed ho proseguito per altri 60 chilometri in terra di Spagna, senza fermarmi, fra magri campi arati. Sono arrivato così al calar del sole a Berdun, che si erge sulla cima di un colle in mezzo ad un’arida pianura ondulata.
Ho fatto un giro per il paese, molto suggestivo, con bei portali di pietra decorati da stemmi e bassorilievi. Alla prima ragazza incontrata vicino alla chiesa ho chiesto dove si potesse dormire. Sembrava che fosse lì ad aspettarmi, subito mi ha accompagnato alla casa del pellegrino, un appartamento sempre aperto, con quattro stanze e servizi e una decina di posti letto. Non mi è stato chiesto chi ero e nessun documento. Dopo un po’ è venuta una donna per fare le pulizie e neanche lei mi ha chiesto niente, è andata via e gentilmente mi ha augurato la buona notte e un buon viaggio con un incantevole sorriso.
Oggi non ho mangiato niente perché non ho trovato da cambiare i franchi in pesetas ed ho finito le scorte. Oltretutto in paese non ci sono banche, ma sono felice ugualmente di essere arrivato fin qui.
Ripensando a ieri devo dire che il Somport dalla parte francese è un posto veramente selvaggio, pochissime abitazioni abbandonate, i boschi di faggi e conifere sono impercorribili perché nessuno li tiene puliti e il sottobosco è fittissimo. La strada spesso corre sotto un muro di roccia con uno strapiombo dall’altra parte, a volte ci sono delle grotte che vengono usate per ricoverare le capre. All’interno di una di queste ho trovato un gregge con un pastore che si riparava dalla pioggia, riposando su uno strato di letame e mangiava del formaggio di colore nero. Io ho mangiato le mie ultime due mele datemi ad Accous offrendone una a lui.
Avrà pronunciato forse cinque parole in tutto, però si è dimostrato contento di avermi conosciuto. In una stretta gola vi è il forte del Portalet, una specie di castello fortezza anche esteticamente bello, con due pinnacoli sporgenti sopra uno strapiombo, a chi passa incute timore. Come fa a rimanere su? La roccia sotto è tutta traforata da gallerie, camminamenti e feritoie.
Prima di partire devo ricordarmi di fare il timbro sulla credenziale, in Francia si chiama “Tampon” e in Spagna “Sello” e si pronuncia “Sejo”. A partire dal confine il “Camino de Santiago” è molto ben segnalato, con frequenti mappe e punti di sosta ogni pochi chilometri, frequenti sono le frecce gialle tipiche del cammino. E’ denominato anche: “Percorso culturale europeo”. Purtroppo io non potrò seguirlo integralmente perché spesso, specialmente all’inizio, è solo un viottolo di campagna coperto di ghiaia od anche con gradini e la mia bici non resisterebbe per molto e neanche il mio sedere per la verità, cercherò di seguirlo il più dappresso che mi sarà possibile, leggendo le indicazioni riguardanti la storia di ogni posto attraversato.
15.10.2000 – Da Berdun a Puente la Reina
Domenica. Partito verso le 8 con tempo piovigginoso è rimasto instabile fino alle 12 poi si è messo a piovere ininterrottamente per tutto il giorno più o meno forte, anche con vento contrario che faceva fare da paracadute al mio poncho.
Ho costeggiato per una ventina di chilometri il lago (pantano) di Yesa (artificiale) per metà asciutto e ingombro di detriti. In questo posto le montagne e le colline si disfano in calanchi, per effetto della pioggia, alcuni paesi o quel che ne resta sulla cima dei colli, sono abbandonati. Qui la terra rende veramente poco. La vegetazione spontanea è molto rada e stentata.
Dopo il lago però incominciano i campi arati e qualche vigneto e oliveto. La strada è tutta un saliscendi fin quasi a Pamplona. Raggiunta la periferia di questa città piena di artistiche fontane, si prende la strada per Puente la Reina, però è meglio chiedere spesso indicazioni perché non è molto segnalata.
Arrivato qui ho subito trovato all’inizio del paese l’ostello già pieno di gente, i primi pellegrini che incontro sul cammino, chi in bici, chi a piedi, tutti infangati e bagnati per la pioggia. Ci sono due inglesi e gli altri spagnoli, tutti hanno incominciato il pellegrinaggio da un paio di giorni, qualcuno ne ha già abbastanza a causa del cattivo tempo.
Il paese (Pueblo) oggi è in festa, ho fatto un giro questa sera, si sono riuniti molti abitanti dei paesi vicini per la sagra del pimiento. Si fanno abbrustolire dei peperoni rossi (una cassa alla volta) dentro un cilindro bucherellato che gira su una fiamma e la gente li compra e li mangia per strada o li porta a casa. In una piazza c’è musica spagnola a tutto volume e i più coraggiosi camminano su un tappeto di braci ardenti accese all’interno di una specie di tunnel per via della pioggia che continua ancora a cadere.
Per fermarsi all’ostello viene chiesto un contributo di 300 pesetas. Tutta la notte pioggia e molto vento, sembra che anche la Spagna sia ventosa come la Francia, infatti sui profili delle colline intorno a Sanguesa e Pamplona ci sono le centrali eoliche, moderni mulini a vento, enormi pali bianchi con tre pale che girano continuamente, sono centinaia, spettrali fra le nubi e la nebbia. Questa notte si è dormito poco, uno russava uno parlava nel sonno, uno si faceva i massaggi alle gambe. Sul tardi sono arrivati alcuni francesi con alcune ragazze, tutti giovani. Fino a mezzanotte hanno fatto il bucato per pulirsi dal fango.
16.10.2000 – Da Puente la Reina a San Domingo de la Calzada
Altra tappa superata fortunatamente con tempo bello e poco vento, lungo la strada si vedono abbastanza spesso dei pellegrini, anche una ragazza di colore.
Superate bene un paio di salite di 4-5 chilometri dopo Puente la Reina e Logroño. Il panorama cambia continuamente, colline una dopo l’altra e pian piano ci si alza di livello verso i monti Cantabrici, i campi sono molto ben tenuti e c’è poco terreno incolto.
Mi sono accorto che gli spagnoli sono dei gran cacciatori. Guidano ancora più veloci degli italiani e sono frequenti gli incidenti, almeno a vedere tutti i detriti lungo le strade. Nella provincia della Rioja, che si può definire il Trentino della Spagna, si sta vendemmiando in questi giorni un’uva nera dolcissima con acini duri e grossi, perfettamente sana su viti senza sostegno piantate ad alberello. Mi sono fermato a parlare con alcuni contadini che facevano fatica a raddrizzare la schiena dopo tutto il giorno che stavano piegati. Un lavoro faticosissimo.
Ho tirato fino a San Domingo dove ho trovato subito la casa del pellegrino, accogliente con ogni comfort, in un antico palazzo poco prima della chiesa. Nella chiesa c’è una specie di urna con dentro un gallo e una gallina bianchi vivi, in memoria di un miracolo fatto dal santo. Finalmente ho potuto parlare con un pellegrino italiano di Mantova, anche lui solo ed a piedi (partito da Roncisvalle) in compagnia di un gruppo di inglesi. Per intraprendere il viaggio si era messo in contatto con Elena Manzoni.
Qui chi viaggia in bici è considerato pellegrino di serie B anche se ognuno di noi arriva alla fine della giornata stanco morto. Ma felice. E ne vale veramente la pena. Ogni giorno si è (e non si ha) qualcosa di più.
A Puente la Reina mi sono trovato con persone che erano appena partite per il viaggio e quindi ancora matricole, si è parlato poco anche a causa della lingua. Qui invece ci siamo riuniti tutti intorno ad un tavolo, al caldo, mangiando girasole, e pop-corn e mandorle salatissime, e parlando in almeno cinque lingue diverse, io tedesco con uno svizzero vicino di branda, c’è anche un finlandese e un brasiliano con la moglie in viaggio di nozze. Tanta gente così diversa, straniera, e tutti andiamo e camminiamo sulla stessa strada verso lo stesso posto. E magari ognuno per un motivo diverso. Però sono sicuro che nessuno fa questo per denaro ne per riposarsi, né per divertirsi, questi non credono che il tempo è denaro e non si deve sprecare, perciò lo guadagnano. Hanno solo di certo paura di non sprecare la propria vita, di arrivare a 60 anni e dover dire: ma io perché ho vissuto? Che cosa sono io? Ricco? Importante?
A volte è difficile al mattino alzarsi e trovare il coraggio di andare avanti, di camminare ancora, di continuare un altro giorno. Sono da ammirare quelle persone capaci di sopportare, anche subire in silenzio una vita di umiliazioni, di rinunce, essere trattati come persone inferiori sul posto di lavoro, non vedere mai realizzato un proprio progetto e continuare comunque, senza disperarsi, senza perdere il sorriso.
17.10.2000 – Da San Domingo della Calzada a Castrojeriz
Questa mattina devo trovare una banca per cambiare un po’ di dinero, poi prendere una carta geografica, del pane, e una carta telefonica, ci vorrà del tempo e partirò tardi. A Burgos ci arriverò ugualmente, voglio vedere la cattedrale e la tomba del Cid Campeador.
Oggi è stata una bella giornata di sole, ho pedalato in braghe corte e maglietta tutto il giorno. C’era poco vento e i contadini ne approfittavano per bruciare le stoppie nei campi, dappertutto dove ci si gira ci sono nuvole di fumo. Le coltivazioni in gran parte sono di frumento, ma anche patate od ortaggi (cavoli). Sui tetti, specialmente delle chiese, ci sono i nidi delle cicogne, sugli sporti della facciata della chiesa di San Francesco a San Domingo ce ne sono addirittura sei.
Dopo Villafranca Montes de Oca una lunga salita di almeno cinque chilometri porta sull’altipiano di Castiglia oltre i 1100 metri in mezzo a boschi di querce. In cima si vede che il terreno è più arido e produce meno, però viene ugualmente tenuto a coltura. Sui crinali delle colline ci sono enormi mucchi di balle di paglia esposte in lunghe e alte file ad asciugare al vento. La gente è molto cordiale e di buon umore, si fermano a parlare volentieri, chiedono e si interessano. Sono entrato in una panaderia a comprare del pane e mi hanno fatto vedere tutto il processo di lavorazione. Ci sarebbero tante cose da dire ma non è possibile dire tutto quello che ho visto, ho fatto, i sorrisi e le espressioni della gente, le emozioni mie e loro.
Arrivato a Burgos mi sono goduto lo spettacolo indimenticabile della cattedrale, prima di fuori e ancora di più all’interno, sono tante chiese all’interno di una, una gara di bellezza l’una con l’altra, bellissima la cappella barocca di Santa Lucia con l’enorme altissimo altare dorato e in alto la statua di Santiago Matamoros armato di spada su un cavallo bianco, scolpito nel legno dipinto e rivestito d’oro. Nella cappella centrale ho potuto vedere il sarcofago del Cid e della sua donna Ximena fianco a fianco. Dopo Burgos, visto il bel tempo, sono arrivato a fare circa altri 60 chilometri e sono arrivato che era buio. Sono subito stato accolto nella casa del pellegrino di Castrojeriz in compagnia di una trentina di altri pellegrini.
18.10.2000 – Da Castrojeriz a Sahagun
Anche oggi una bella giornata, sono partito alle 8 dopo essere passato a far visita al panificio, ho chiesto del pane del giorno prima e non hanno voluto denari dicendo che il pane vecchio non si vende ma si regala specialmente ai pellegrini.
Oggi ho fatto abbastanza fatica per la durezza della sella, mi sono fermato a comprare un unguento tipo Fissan, provo domani fino a Leon, altrimenti dovrò pensare di finire il cammino a piedi.
Si vedono molti più pellegrini che all’inizio, ho incontrato un tedesco che camminava insieme a due americane (USA) e con loro ho fatto alcuni chilometri a piedi su una retta tutta sassi lunga 12 chilometri, dopo ho incontrato una del Quebec che parlava francese che viaggiava sola, dopo due brasiliani di San Paolo che si erano conosciuti il giorno prima. L’altopiano oggi è quasi completamente piatto con i consueti campi arati di cereali e barbabietole. I paesini e le persone hanno nomi elaborati, ad esempio Sant Nicolas del Real Camino, un paesino di poche case fatte di terra intorno ad una chiesetta, oppure Jesus Consalves Rodrigues de Castiglia, un ometto piccolo e tutto peloso fino agli occhi che mi ha dato gentilmente dell’acqua. Qui le case sono costruite con la creta dei campi mescolata alla paglia. Alcuni tetti sono di paglia. In cima ai muri di cinta vengono incollate, sempre con la creta, delle ramaglie per far defluire l’acqua piovana. La gente però gira vestita bene, e nei campi si vedono trattori e macchinari enormi.
Il sentiero è molto ben segnalato con frecce gialle e cartelli, purtroppo io non posso seguirlo per molto. E’ un cammino a senso unico, il solo al mondo. Santiago è l’unica città che possa vantare questa insegna: “Santiago 856”. Che cosa è che muove tutta questa gente? Io ho sempre cercato di chiedermi il perché d’ogni cosa, di essere logico e razionale il più possibile, tutta questa gente non può fare questo senza un perché. Per dormire a Sahagun viene chiesto un contributo di 500 pesetas, si sta in una vecchia chiesa adibita anche a sala da concerti.
19.10.2000 Da Sahagun ad Astorga
Ultreya! Con l’aiuto del Signore anche questa tappa è fatta. Mancano 300 chilometri solamente.
Sono partito un po’ tardi senza molto sprint, la giornata era piovigginosa fino a mezzogiorno, dopo è uscito un po’ di sole. Ho fatto in gran parte strada bianca pedalando lentamente per lunghi chilometri solo, in giro non c’era anima viva, né case, la strada sempre retta fra campi arati sempre uguali, invitava alla meditazione e alla preghiera, avevo l’impressione di essere l’unico essere umano al mondo, un silenzio impressionante solo il gemito della bici e dei corvi. Ogni tanto raggiungevo un pellegrino che camminava lentamente, ne ho incontrati quattro che recitavano il rosario, uno rispondeva in tedesco e due ragazze in spagnolo ed io per un po’ mi sono unito a loro in italiano.
A mezzogiorno sono entrato nella città di Leon per vedere la cattedrale, purtroppo chiusa per restauri, ne è valsa comunque la pena anche se c’è voluta un’ora. Verso sera ho incontrato un inglese esausto con i piedi rovinati che con le scarpe in mano e seduto sullo zaino faceva autostop. Poco dopo ho incontrato due sorelle che camminavano con in mano uno stesso bordone, una delle due era cieca.
Arrivato ad Astorga, un piccolo gioiello di città, la prima cosa che ho fatto è stato di fare il giro del suo centro storico spingendo la bici. La cattedrale è veramente superba, con la Deposizione sull’arco del portale e due massicce torri campanarie a fianco della facciata. Credo che il gotico spagnolo sia veramente il più impressionante e complesso per le molte figure e rappresentazioni delle scritture, nella pietra, nel vetro e nei quadri, negli altari in legno dorato e dipinto, nelle espressioni dei volti anche grotteschi. Dio ha creato il mondo e lo ha abbellito con la natura, gli animali e le piante e l’uomo, creatura di Dio lo ha abbellito ancora di più con l’arte. Credo che il saper cercare ed apprezzare la bellezza anche nelle piccole cose dia alla vita il sapore che molte volte manca.
Anche il palazzo de l’Ayuntamiento (municipio) merita di essere visto, con un timpano decorato con la figura di un uomo e una donna che a turno suonano le campane. Vicino alla cattedrale recentemente è stato costruito il palazzo diocesano, opera dell’architetto Gaudì, famoso in tutto il mondo per la perfezione delle forme, sintesi di 2000 anni della storia delle architetture, unica al mondo. Dopo un po’ di giri ho trovato l’albergo dei pellegrini pieno quasi al completo, mi sono state chieste 300 pesetas, non c’è nessun italiano. Dal libro delle presenze risultano un giapponese, un australiano, un islandese, i più lontani. Probabilmente gli italiani hanno preferito Roma visto che siamo nell’anno santo. Anche qui moltissimi giovani, solo un paio della mia età, più ragazze che maschi. C’è la possibilità di fare il bucato con una piccola lavatrice a manovella. Si dorme tutti insieme senza farci caso in letti a castello, sopra di me, al secondo e al terzo piano dormono profondamente col rumore e la luce accesa due ragazze.
20.10.2000 – Da Astorga a Villafranca del Bierzo
Avanti, verso la Città del Sole, verso Utopia, verso Santiago.
Piove, alcuni partono presto sotto incredibili basti, con dentro pacchi di viveri, pentole e fornello a gas, pigiama, ecc. cose inutili, difficilmente ce la faranno anche se sono appena partiti da Leon o da Burgos. Due in bici vengono da Avila.
Partito presto sotto la pioggia che non ha mai smesso tutto il giorno. Piano piano la strada si è fatta sempre più ripida, in mezzo a boschi di querce. Arrivato a Rabanal, caratteristico paese di montagna, ho comprato del pane da un furgone ambulante. Da lì in poi la vegetazione si è fatta rada, tipica dell’alta montagna, però sono presenti le ginestre. Arrivato in cima oltre i 1500 metri di altitudine e in gran parte a piedi, sono passato davanti ad una grande croce ed anch’io come tutti ho gettato una pietra ai suoi piedi. Faceva un freddo pungente però non pioveva perché avevo superato l’altezza delle nuvole che si vedevano sotto nella valle.
In un paesino diroccato, Manjarin, ho sentito una musica provenire da dietro un muretto di sassi, l’Ave Maria di Gounod; sceso di sella ho scoperto il rifugio di un eremita che ospitava i pellegrini, un templare, credo l’unico esistente, con la sua tunica bianca e le croci di Gerusalemme rosse e la spada al fianco. Fuori del rifugio su un palo una serie di insegne con le distanze in chilometri dai principali posti del mondo, Tokio, Roma, Gerusalemme, Santiago, ecc.
Vive con due oche, alcune galline, una capra, cani e gatti. Accoglie tutti i pellegrini ed offre loro la sua amicizia, una stufa sempre accesa, un caffè bollente e chi vuole può farsi da mangiare. La stanza, accogliente, era abbellita con le immagini di Goffredo di Buglione, Giovanna d’Arco, San Michele, El Cid, Santiago Matamoros. Vi erano presenti una decina di pellegrini che asciugavano i vestiti e cuocevano castagne raccolte sul cammino nei boschi.
Lungo la discesa è ritornato di nuovo a piovere forte e, passato in fretta attraverso Ponferrada, sono proseguito fino a Villafranca.
Stufo di acqua e visto che avevo davanti un’altra salita, mi sono fermato in un rifugio tutto particolare. Chi lo gestisce, Jato è il suo nome, vuole ricreare un ambiente come esisteva nel passato. Attualmente vengono ospitate una cinquantina di persone comodamente, viene chiesto un contributo di 400 pesetas. Si vende un po’ di tutto: bordoni, pimiento, calzini, souvenirs, servizio bar e farmacia. Il gestore, un uomo che ispira fiducia e bonarietà, esegue piccole operazioni su vesciche ai piedi, massaggi con olio, dicono che è bravissimo.
Ci sono due pellegrini marito e moglie con un bambino di un paio di anni. Tre sono a cavallo. Ho lavato la bici: poveretta, si vedono già le tele del copertone anteriore, speriamo resista un paio di giorni ancora. Pieno di melma appiccicosa a causa di una caduta, ho avuto da fare un’ora a lavare zaino e vestiti; domani dovrebbero asciugarsi abbastanza da poterli usare, per la notte indosso sempre i vestiti che tengo asciutti nello zaino appeso alla bici e foderato in un sacco di nylon, come mi alzo indosso i vestiti bagnati che dopo poco tempo si riscaldano con il mio calore.
Manca poco ormai alla meta, e questo è sufficiente a tenerci su di morale, tutti sono euforici, felici di aver trovato un locale caldo, una stufa ardente, persone sorridenti mentre fuori soffia un forte vento gelido. E’ proprio vero, è preferibile un misero pasto offerto con un sorriso in un posto sperduto in cima ad un monte, che il mangiare a sazietà a casa propria se non è offerto con amore.
Qui si impara che il vero valore delle cose non è il loro costo. Si impara che il vero valore delle persone non è quanto sono ricchi o capaci di guadagnare, ma quanto sono capaci di tollerare i disagi e le persone importune, di vedere quando qualcuno ha bisogno di qualcosa, per il gusto di vederlo felice, di fare in modo che ci si senta tutti un gruppo, diretti tutti verso la stessa meta e a tutti dispiace se uno non ce la fa.
C’è uno spagnolo che offre agli altri la sua miracolosa pomata per le vesciche (ampollas) e una brasiliana che fa un massaggio ai polpacci di un ciclista, alcuni fanno coraggio ad uno che vuole tornare indietro. Ci sono due olandesi anzianotte simpatiche ed allegre che sembra facciano il cammino in cerca di avventure, vent’anni fa hanno fatto le ferie a Caldonazzo.
A cena abbiamo mangiato un minestrone, cotolette con peperoni piccanti, tortillas con patate e ancora peperoni piccanti, insalata di pomodori e peperoni, vino de mesa tinto, tartine con formaggio acido, marmellata di ciliegie, mostarda di pere e castagne. Tutto offerto a tutti dalle olandesine e preparato con vera arte da Jato e famiglia. Molti si fermano durante il viaggio ad assaggiare le specialità dei posti attraversati, anche per gratificarsi dei disagi del viaggio, io mi sono permesso di assaggiare le mantecadas di Astorga, una delizia. Da solo però non sono capace di gustarmele veramente.
21.10.2000 – Da Villafranca del Bierzo a Portomarin
Dopo colazione sono partito che albeggiava prevedendo una tappa dura, e così è stato. Una salita di sei ore sempre più ripida, fatta per la metà a piedi e con frequenti soste.
In cima al Cebreiro, la salita più temuta dai pellegrini, mi sono fermato una mezz’ora a riposare nel santuario davanti al crocefisso di pietra. Il paesino era invaso da pullman di turisti e pellegrini, ho visto le pallozas, tipiche case del posto.
Andando avanti c’è una breve discesa e un’altra salita fino ai 1330 metri de l’Alto del Pojo, con una grande statua di bronzo di un pellegrino. Lungo la strada in discesa ho continuato a sorpassare pellegrini a piedi. Arrivato a Portomarin, all’albergo del pellegrino, ho trovato già una quarantina di posti occupati de gente venuta a piedi, come al solito non ci sono italiani.
Portomarin è un “pueblo” ricostruito su una collina perché il paese vecchio è stato sommerso da un invaso artificiale, vi si arriva attraversando il lago su un lungo ponte. Tutt’intorno ci sono prati e boschi di castagni. Siamo nella verde Galizia, l’ultima provincia, quella di Santiago; ha per stemma un Santo Graal con sette croci.
Domani sera, con l’aiuto di Dio, sarò a Santiago, mancano circa 100 chilometri, partirò presto. Non vedo l’ora di arrivarci. Non mi sembra vero. Ce l’ho quasi fatta ormai, ho disperato molte volte e molte volte ho ripreso forza e coraggio. Anche oggi dopo ogni curva vedevo che la salita continuava e mi dicevo: non è possibile che la montagna sia ancora più alta e invece curva dopo curva spingendo la bici con le mani ed i piedi gelati, nella nebbia fitta e umida sono arrivato in cima.
Io credo che difficilmente lo può capire chi non ha fatto questa esperienza, chi non ha fatto il Cammino a piedi o in bici. Sicuramente non lo può capire chi non fa niente se non è pagato per farlo o se non ne ricava un piacere. Appena arrivato ho telefonato a casa, è la mia preoccupazione principale, forse anche un po’ di nostalgia, per mia moglie ed i miei figli. Non mi preoccupo più ormai per il mangiare o il dormire, in un modo o nell’altro ci si arrangia sempre. Sarà questa la provvidenza?
22.10.2001 – Da Portomarin a Santiago de Compostela
Finalmente ho trovato un po’ di tempo anche per scrivere. Oggi è stata la più bella giornata da quando sono partito da casa, un bel sole e cielo completamente sereno.
Sono partito per primo, era ancora buio e sono arrivato quasi al tramonto, sono andato piano ed ho fatto molte soste, ogni più piccola salita ormai devo farla a piedi, non c’è proprio più forza nelle gambe, mi sento come quel pellegrino di bronzo seduto su una panchina davanti alla cattedrale di Burgos, nudo, a brandelli, ma con il viso felice rivolto alla facciata della chiesa.
Ho lasciato ormai tutto lungo la strada. Gli ultimi chilometri contavo ogni passo, ogni pedalata, sembrava di non arrivare mai. Giunto in città per la “Porta del Cammino”, sono giunto di fronte alla cattedrale nel piazzale pieno di turisti. Ero senza fiato. Io non sono capace di descrivere le emozioni, ero felice, sono felice, contento di essere arrivato, volevo gridare, piangere, sono invece rimasto incantato a vedere tanta bellezza.
Degli italiani di Rimini, turisti giunti in aereo, mi hanno chiesto se potevano fotografarmi, increduli a causa del mio aspetto, forse la barba lunga o la conchiglia che portavo al collo, mi hanno fatto festa e mi hanno cercato una mappa della città con l’indicazione di dove poter dormire, sono stati molto gentili.
Oltrepassato il “Portico della Gloria”, sono entrato all’interno della cattedrale. E’ incantevole, non è sufficiente una mezza giornata per vederla tutta, si stava celebrando la Santa Messa ed era tutto illuminato, ho visto la tomba del Santo rivestita d’argento, ho abbracciato il suo busto come fanno tutti i pellegrini da secoli, ho messo la mano destra dove la hanno messa milioni di persone prima di me. L’altare maggiore è veramente imponente con centinaia di raffigurazioni d’oro e d’argento e un organo magnifico.
Ora sono a letto nel camerone di un seminario e non vedo l’ora di ritornare a casa. Di sicuro non sarà più niente come prima, non mi sento di essere più quello di prima, come i più che hanno fatto quest’esperienza. Ripenso a quel pezzo di Vangelo letto in una chiesetta sul Cebreiro, la lettera di San Paolo ai romani: “Non dovete più avere paura di niente perché siete già stati salvati, non dovete avere più paura del male perché è per cancellarlo che Gesù si è lasciato crocifiggere”.
Vorrei descrivere anche il passaggio in Galizia, forse la più bella regione da me attraversata, tutta verde di prati e boschi di eucalipto, con tronchi come colonne. Il cammino si snodava su viottoli di campagna attraversando paesini minuscoli come nelle nostre valli, dove la gente vive con poco, quattro “vachas”, un campo di mais, un orto quasi sempre con cavolini di Bruxelles, e davanti ad ogni casa una vigna. Tutti si sono dimostrati gentili e cordiali, anche chi per indicarmi la strada, per errore, mi ha detto “a derecha” invece che “a izquierda”.
Al mattino sono ritornato alla cattedrale per il “sello”, sulla piazza gremita di gente c’era una commemorazione contro l’assassinio di tre persone da parte dell’ETA, con tutte le autorità della città presenti. Alle 12 sono entrato nella cattedrale per la Santa Messa del pellegrino. Alla fine della messa è stato acceso il gigantesco turibolo, il “butafumeiro”, davanti all’altar maggiore, e otto uomini lo hanno messo in funzione facendolo ondeggiare sopra la testa della gente da una parte all’altra della cattedrale, in alto fino al soffitto.
Dopo sono andato a vendere la bici su indicazione di chi mi ha timbrato la credenziale, ho ricevuto anche una buona cifra, viste le condizioni in cui era.
Alle 15 sono partito in treno in compagnia di un altro pellegrino canadese alla volta di La Coruña e poi Barcellona dove farò una sosta di 10 ore, da lì ripartirò per Losanna. Ne avrò per tre giorni per via delle interruzioni causate dal mal tempo e dalle frane sulle Alpi.
Spero che questi appunti possano essere utili a chi volesse andare a Santiago a piedi e specialmente in bici.
Per una persona un po’ allenata alla fatica non ci sono grossi problemi da superare, parlo di problemi fisici, non serve molto equipaggiamento, quasi tutto si può comprare lungo il viaggio. Ci vuole una buona bici con pneumatici nuovi perché se sono a metà battistrada non ce n’è a sufficienza. Un portapacchi posteriore per lo zaino o le borse. Utile un poncho e pantaloni impermeabili da indossare sopra. Da tener presente che l’estate in Spagna è molto caldo. Comunque se piove tutto il giorno non c’è niente da fare, ci si trova bagnati ugualmente, se non per l’acqua, per il sudore che non fuoriesce. Servono anche scarpe leggere, comode e impermeabili, specialmente l’autunno. Tre paia di calzini in spugna di cotone, una felpa o due, una giacca a vento e guanti impermeabili se fa freddo.
Spesso c’è vento, specialmente sui crinali delle colline e sui passi montani. Sono utili pantaloni con rinforzo al cavallo, o foderare la sella con qualcosa di morbido altrimenti si rischia di non farcela.
Si deve prevedere che spesso piove, almeno in autunno e primavera. Il materassino non serve, una branda o una coperta da mettere sotto, si trova sempre. Molto utile è un sacco a pelo di ultima generazione, poco ingombrante e caldo fin troppo. E’ sufficiente una boraccia da mezzo litro, tutti ti fanno il pieno volentieri ed è una scusa per poter fermarsi a parlare. Utile una piccola sacca a parte per un po’ di viveri di riserva e non dover continuamente fermarsi ad aprire lo zaino, magari da poter mangiare pedalando.
Molti pellegrini scelgono giustamente di lasciarsi crescere la barba. Lungo il viaggio ci si dovrà procurare delle pomate per le articolazioni e i muscoli indolenziti, una pasta tipo “Fissan” per gli arrossamenti della pelle e magari un leggero lassativo. Utili un paio di pedule in plastica per la notte. Carta d’identità, un documento sanitario internazionale (E111) e la credenziale, senza la quale non si è pellegrini, è il solo documento che viene chiesto nei rifugi.
E’ comodo sapere un po’ di inglese o spagnolo, ma non indispensabile, ci si intende comunque. Nella scelta dell’equipaggiamento si deve cercare di non appesantirsi troppo con cose che “forse” potrebbero servire, serve invece un po’ di spirito di sacrificio, perché fare pellegrinaggio non è andare in ferie, ma un rinnovare il proprio spirito per caricarsi di nuova forza e continuare poi nella vita.
L’altro ieri, domenica, in una piccola chiesa di un paesino della Galizia, il prete ha parlato del mandato che Gesù ha dato a Santiago e Juan, di andare e portare agli altri la loro esperienza, perché tutti abbiano ciò che i due apostoli hanno gratuitamente ricevuto. Anch’io sento di aver ricevuto molto, molto più di quanto ho dato.
Ringrazio fra gli altri Marco Patton che mi ha consigliato per l’itinerario, e in particolar modo il dottor Giacomo Manzoni di Lavis, che mi ha procurato la credenziale e mi ha dato informazioni e sostegno indispensabili per compiere questo pellegrinaggio.
Danilo