UN INEDITO CAMMINO LUNGO LA LINEA GOTICA
(AGOSTO 2009)

DI FRANCO VISANI
L’idea di percorrere a piedi un itinerario che collegasse il Tirreno all’Adriatico era da parecchio che mi frullava in testa.
Ma, anno dopo anno, il cammino era stato accantonato in favore di altri che consideravo più facili. Come i cammini “spirituali” in terra di Spagna diretti verso Santiago di Compostella, spesso affollati da una moltitudine di pellegrini, dove non mancavano certo frecce o indicazioni alternative lungo il percorso e albergues dove trovare alloggio la sera.
Così in Spagna ho percorso il Cammino Francese (con inizio da S. Jean Pied de Port), quello del Norte sulla costa atlantica e quello aragonese nella regione dell’Aragon con partenza dal colle di Somport sui Pirenei.
Da ultimo ho percorso in Italia la Via Francigena (dal Colle del Monginevro al confine con la Francia sino a Roma) con gli immancabili problemi legati al percorso e all’accoglienza. Piccole difficoltà che tuttavia mi hanno permesso di acquisire un certo tipo di esperienza che in seguito si è rivelata di grande utilità.
Tutti cammini percorsi a piedi e da solo o con occasionali compagni di viaggio, che non sempre tuttavia hanno costituito un fattore di arricchimento e un valido supporto nell’economia del percorso.
A un certo punto ho avvertito il bisogno di progettare un cammino inedito, non percorso prima d’ora da nessuno. E ho pensato a quel vecchio sogno mai realizzato, ma che forse ora poteva prendere forma, perché sentivo di possedere la necessaria esperienza.
Individuare il percorso è stato piuttosto facile, in quanto, essendo appassionato di avvenimenti storici in genere , ho pensato subito al tracciato della Linea Gotica nell’ultimo conflitto mondiale.
Mi sono procurato le cartine geografiche in scala 25.000 relative ai territori da attraversare e ho delineato un possibile itinerario, la cui fattibilità avrei poi verificato sul posto giorno per giorno.
Il percorso avrebbe coinvolto oltre a strade secondarie, anche sterrati di campagna, strade bianche, sentieri e mulattiere incuneati nei boschi dell’appennino tosco-romagnolo.
L’idea era quella di seguire un itinerario “minore”, senza toccare grossi centri urbani, ma borghi costituiti da poche case con tante piccole storie da raccontare. Un percorso lontano dalla modernità in senso stretto, piuttosto un tuffo nel passato alla ricerca di episodi semplici, ma ricchi di significativo, avvenimenti spesso già confinati nel “cestino informatico” della storia.
Avendo deciso di percorrere il cammino in un tempo non superiore alle due settimane, è chiaro che la necessità primaria era quella di favorire in tutti i modi l’avvicinamento alla meta. Con questo obiettivo avrei fatto, volta per volta, la scelta delle strade da seguire, salvo qualche sporadica eccezione, come è avvenuto sin dal primo giorno, quando, in omaggio al contributo delle popolazioni apuane nella lotta contro l’invasore tedesco, ho attraversato i monti Pasquilio e Folgorito, al centro di cruente battaglie nell’entroterra massese.
La Linea Gotica, come si sa, partiva dal litorale della Versilia e raggiungeva l’Adriatico nel tratto compreso tra Pesaro e Rimini. Nel suo tracciato centrale collegava tra loro i più noti passi appenninici tra cui quello della Collina sopra Pistoia, quello della Futa, del Giogo di Scarperia e la Colla di Casaglia per poi buttarsi nel Casentino sopra Arezzo.
Era, a tutti gli effetti, una linea militare fortificata ed aveva una profondità che variava da poche centinaia di metri ad alcune decine di chilometri in base alla morfologia del territorio. Inoltre i successivi ripiegamenti del fronte di guerra dovuti agli assalti delle truppe alleate avevano ampliato maggiormente le zone sulle quali il comando tedesco aveva predisposto questo sistema di opere difensive.
Tutto questo mi permetteva un buon margine di movimento all’interno della Linea Gotica, facilitandomi la ricerca di una viabilità più confacente alle esigenze del cammino.
Ero consapevole, prima di mettermi in cammino, che avrei trovato ben poco di quanto approntato dall’Organizzazione Todt sulla Linea Gotica nel corso degli ultimi anni di guerra.
Parecchie opere difensive erano state smantellate dalle popolazioni locali al termine del conflitto, di altre, invece, per incuria e mancanza di sensibilità storica, si erano perse le tracce. Poche sono state valorizzate e sono attualmente oggetto di visite da parte degli appassionati.
Ad ogni modo, come ho accennato sopra, per me la Linea Gotica rappresentava quasi esclusivamente una direttrice da seguire, non avevo purtroppo verso di essa, per mancanza di tempo, un interesse specifico. Ovviamente, quando lungo il cammino mi sono imbattuto in targhe commemorative, lapidi o monumenti collegati ad episodi dell’ultimo conflitto mondiale ho dedicato loro la giusta considerazione.
I problemi che si sono presentati durante il cammino sono stati di varia natura. Problemi legati al percorso da scegliere, alle difficoltà di natura fisica, alla ricerca dei posti dove mangiare e dormire, per i quali non avevo programmato nulla prima della partenza, salvo annotare sul taccuino alcuni indirizzi e numeri di telefono. L’esperienza e una grande solidarietà da parte della gente mi hanno consentito, nella maggior parte dei casi, di risolverli.
Da parte mia, non posso che esprimere un sentito ringraziamento a tutti coloro che con il loro prezioso aiuto hanno contribuito, forse, senza saperlo, a rendere possibile questo cammino, o comunque ad arricchirlo con la loro umanità e un sostegno spassionato.
Non avevo con me gli strumenti per misurare il cammino percorso, ma penso che non sia stato inferiore ai 360 chilometri. Il tempo che abbiamo impiegato a raggiungere Rimini con partenza da Massa è stato di 12 giorni e mezzo.
Diversamente dai cammini precedenti, questa volta mi ha accompagnato per tutto il percorso Donatella, una pellegrina di Milano che ha dato la sua adesione dopo aver letto il mio annuncio su un Sito. Camminatrice di buona esperienza, è stata per me un’affabile e simpatica compagna di viaggio e non mi ha fatto rimpiangere i precedenti cammini percorsi da solo.
8/9 Agosto 2009 Massa - Pruno (Stazzema)
La
strada asfaltata che da Massa sale contorcendosi verso San Carlo Terme sulle
colline dell’entroterra non è particolarmente ripida. Ad ogni tornante della
salita la città ci appare sempre più lontana e il mare una tavola di un azzurro
indistinto che si confonde col cielo.
Donatella mi precede con un passo deciso, ma insieme leggero. Ha esperienza di lunghi cammini e ci tiene a dimostrarlo.
Quando, dopo circa un’ora, arriviamo all’albergo, dove aspetteremo l’alba di domani prima di salire al monte Pasquilio, siamo tuttavia già abbondantemente sudati.
Dedichiamo parte del pomeriggio alla visita del piccolo centro abitato, che chissà perché avevo immaginato più vasto, trattandosi di una località termale. Ed invece è tutto raccolto in pochi alberghi, di cui alcuni chiusi, un negozio e un bar senza pretese, nonché una chiesetta, dove l’unica cosa che non sia di marmo è il calice con le ostie consacrate.
Se si fa eccezione per uno stupendo piazzale panoramico con vista su Massa – abbellito da una fontana e da alcune panchine (il tutto rigorosamente di marmo) riparate sotto le chiome degli alberi – il resto ha un’aria triste e dimessa, di fatto un ricordo malinconico di stagioni migliori.
Una fontanina di lato al belvedere, fatta apporre, come recita una targa, da Francesco Fini e dal figlio Bernardo, ci omaggia della bontà e della freschezza dell’acqua che per tanti anni ha richiamato su queste colline frotte di estimatori, desiderosi di godere delle sue qualità.
La sera trascorre piacevolmente tra una cena consumata presso il ristorante “La Matta” lungo la strada che sale al Pasquilio e il tramonto sul mare osservato dal vasto terrazzo dell’albergo, per la verità l’unica sua struttura di un certo pregio. Per il resto è un anonimo albergo sulle colline dell’entroterra massese, stranamente privo di clienti.
La
proprietaria, una vecchia sdentata dall’aspetto un po’ trasandato, che ha
declinato la nostra richiesta della cena, invitandoci a cercare altrove, ci
confessa che l’agenzia turistica con la quale è in contatto non indirizza più
con una certa regolarità i clienti e che la stagione è in parte compromessa.
D’altronde, considerando il suo atteggiamento rinunciatario e una certa propensione a lasciare che le cose trovino da sole la soluzione desiderata, non c’è da stupirsi se poi gli affari vanno male.
In compenso, per il pagamento dei 60 € della nostra camera, una stanzetta arredata alla buona e con un bagno piccolo e miseramente inadeguato, la vecchia, sfoderando il suo miglior sorriso a cinque denti, non ha voluto sentire ragioni circa eventuali riduzioni sul prezzo.
Donatella sostiene che si tratta di una autentica truffa e che, se gli affari dell’albergo vanno storti, forse, le ragioni non sono poi tanto remote e misteriose. Più che d’accordo.
Con l’approssimarsi del buio, c’è attesa per la visione delle stelle cadenti, che Donatella si ripromette di non perdere, ma durante un tentativo maldestro di raggiungere la terrazza, si procura una botta al ginocchio destro, cadendo sul pavimento. In breve il ginocchio si gonfia, colorandosi abbondantemente , manco fosse una tavolozza.
Lei minimizza l’incidente per non creare allarmismi inutili alla vigilia del cammino, ma io non mi nascondo una certa preoccupazione. Effettivamente il ginocchio potrebbe procurarle qualche fastidio durante il movimento, peggio ancora lungo discese sconnesse.
E comunque non c’è traccia di stelle cadenti nello splendido cielo stellato. Giù, in fondo, invece, la città, rischiarata da migliaia di luci, sembra un grande luna park accanto alla chiazza scura del mare.
* * * * * *
Il
mattino si annuncia radioso nei colori tenui pastello dell’alba. E’ una domenica
d’agosto e un silenzio ovattato avvolge la collina sonnolenta e apatica.
A passi felpati, quasi timorosi di arrecare disturbo, raggiungiamo in salita il belvedere e con grande disappunto notiamo che il bar è ancora chiuso. Mi sarei stupito di trovarlo aperto.
Rimediamo così con qualche sorso alla fontana e poi imbocchiamo la salita verso il Pasquilio e il Folgorito. Potevamo evitare questa fatica mattutina partendo da Forte dei Marmi e raggiungere direttamente Seravezza, ai piedi dei due monti più a sud. Ma sui loro crinali passava un tempo la Linea Gotica che poi proseguiva verso il monte Altissimo e, a quanto pare, sono rimaste alcune tracce visibili delle opere difensive tedesche.
Inoltre, è un utile esercizio per saggiare le nostre condizioni… e anche il ginocchio di Donatella.
Il mattino è fresco, saliamo di buona lena, nonostante alcuni tratti iniziali alquanto ripidi. Folte macchie di pini rivestono il versante che digrada verso la città sempre più piccola ai nostri occhi.
Incuriosite dalla nostra presenza, ci salutano alcune persone, soprattutto anziani, occupate negli orti ad annaffiare o a sistemare qualche pianticella, godendo dell’aria frizzante del mattino.
Tra
noi scambiamo impressioni sui cammini già percorsi, cercando di scoprire qualche
punto di contatto, una comune percezione dei luoghi e delle emozioni. E dietro
il paravento di una iniziale diffidenza, Donatella non fa mistero di nutrire per
questo genere di cammini un interesse e una passione smisurati.
La conversazione tocca gli argomenti più disparati, ma in modo superficiale, con toni concilianti, blandi tentativi di “prove tecniche di comunicazione” per esplorare la disponibilità e la reazione dell’altro. Ma anche per saggiare l’energia con la quale ognuno intende affrontare la prova e possibilmente caricarci a vicenda di nuovi stimoli.
Donatella mostra di possedere un carattere forte e deciso, forse è il suo modo per stabilire, almeno all’inizio, una certa distanza e conservare per sé un margine di autonomia.
Conoscendomi, non so immaginare come sarà il cammino. Penso tuttavia che i primi tempi procederemo come le rotaie di un binario: vicini, ma ognuno per conto suo.
Un
cammino non si addomestica, è come una amante capricciosa e volubile, verso il
quale il camminante, sulla base delle precedenti esperienze, si rapporta con
regole e abitudini proprie. E può capitare, trovandosi in compagnia di qualcuno,
che armonizzare le diverse esigenze talvolta non sia per niente facile. Ma anche
questo fa parte del “grande cammino” ed è fuor di dubbio che una buona intesa
può fare la differenza.
A quest’ora del mattino il traffico è quasi inesistente, così possiamo goderci il cammino senza preoccupazioni, con l’occhio che di tanto in tanto indugia sulla sconfinata distesa del mare e sui panorami offerti dalla costa versiliese.
Superiamo dopo circa un’ora il bivio dove sbuca la strada che sale da Montignoso, popoloso paese allungato nella piana tra il monte Pasquilio e il mare.
Ancora pochi chilometri e siamo in vista della Foce del Termo, anticamera del monte Pasquilio. Ai bordi di uno spiazzo alcuni cartelli della Comunità Montana Alpi Apuane illustrano le vicende storiche legate a questi luoghi nell’ultimo conflitto. Una corona di alloro è stata posta a ridosso di una lapide che ricorda i partigiani e i civili caduti.
Siamo un po’ titubanti sul percorso da seguire. A ben vedere, stradine e sentieri non mancano, ma qui l’abbondanza non ci facilita la scelta. Così per toglierci dall’imbarazzo andiamo in cerca di un locale poco distante denominato “La Gotica”, tanto per non uscire dal seminato. Il bar è avvolto da un tripudio di fiori e piante, dai tavolini esterni si gode una splendida vista. Mentre beviamo un meritato cappuccino sveliamo per la prima volta allo sbalordito gestore il nostro progetto. Forse la strada percorsa è ancora troppo breve per essere veramente persuasivi. E del tutto credibili.
Rifocillati a dovere, decidiamo di proseguire lungo il sentiero 140 che sale nel bosco di conifere dalla Foce del Termo. Due persone, che incontriamo più avanti, ci confortano circa la direzione presa, informandoci anche dell’esistenza di un certo rifugio “Alleluia” poco distante.
Non ne so nulla del rifugio, ma da certe ammissioni, mi convinco che deve trattarsi di “un buen ritiro” per un gruppo esclusivo di amici, dove ritrovarsi per mangiare e stare in compagnia.
Donatella,
per non essere da meno, rivela anche a loro, con piglio e fierezza, lo scopo del
nostro cammino. E’ ancora presto per vantarsi. Personalmente, trattandosi del
primo giorno, avrei preferito mettere la sordina ad annunci e proclami, giusto
per scaramanzia. Ma si sa le donne…Chissà, forse anche lei ha bisogno di
convincersi…
La strada prosegue addentrandosi in un ravaneto enorme allungato sul fianco scosceso del monte, un ammasso informe di pezzi di marmo miracolosamente in equilibrio e da cui proviene una luminosità che mi infastidisce la vista.
Subito dopo, mentre la strada prosegue aggirando il Pasquilio per raggiungere il monte Folgorito situato dietro, imbocchiamo un sentierino piuttosto ripido sulla sinistra che raggiunge il crinale in località Le Forche. Un modesto tributo di sudore ampiamente ripagato dal magnifico panorama sui due versanti: la costa piatta della Versilia con il suo mare da una parte e a levante una splendida vallata verdeggiante dove spiccano i tetti rossi del paese di Azzano.
Sul
crinale, confusa tra i massi di pietra, una tabella di legno, tranciata a metà e
alquanto logora e sbiadita, ci informa che siamo sulla Linea Gotica presso una
postazione di sentinella e che “all’alba del 5 Aprile 1945 da qui iniziò
l’attacco alleato”.
Donatella riassesta la tabella ed io cerco di sostenerla con qualche sasso. Vicino, con un po’ di immaginazione, crediamo di individuare altre postazioni di sentinella, nascoste tra i massi.
Proseguendo lungo il sentiero, parzialmente occultate dalla fitta vegetazione, osserviamo due caverne naturali, ove all’imbocco una tavoletta sempre in legno avrebbe dovuto rivelarcene l’utilizzo. Ma purtroppo anche qui il tempo e l’incuria hanno fatto il loro corso, col risultato che la scritta è completamente indecifrabile.
Donatella si dimostra un po’ risentita, ma non si perde d’animo e dimostrando un coraggio insospettato, si infila senza indugio nelle grotte.
Non so cosa pensare dinnanzi a queste tavolette, marce e imputridite. In un luogo dove basta raschiare il terreno per trovare pietra e marmo in abbondanza (a S. Carlo Terme hanno costruito anche le panchine di marmo) perché usare il legno che oltretutto richiede una periodica manutenzione ed è comunque un materiale più deperibile?
Sono piuttosto deluso. Anzi, di più, molto deluso e amareggiato. Pensare che siamo saliti apposta fin quassù. Le diverse pubblicazioni ad uso turistico informano della presenza, lungo l’itinerario della Linea Gotica dove ci troviamo ora, di trincee, ricoveri, bunker debitamente segnalati. Ma la realtà è purtroppo ben diversa. La trascuratezza e una vegetazione esuberante hanno preso il sopravvento, così che alla fine non ci resta che fare un malinconico slalom tra pini mughi e distese di felci, senza scorgere quasi nulla di interessante.
Ci lasciamo alle spalle il Pasquilio un po’ mortificati e continuiamo in direzione del Folgorito, piramide rocciosa all’orizzonte, sovrastata da una croce.
Il
sentiero termina ai piedi del monte, dove è stato eretto un monumento in ricordo
della Linea Gotica (Settembre ’44 – Aprile ’45 recita la scritta), un blocco
grezzo di marmo dall’aspetto insignificante, imbrattato con delle scritte
incomprensibili. Chissà cosa voleva dimostrare colui che è salito fin quassù per
sporcare il monumento. Forse era la sua mente che aveva bisogno di qualche
aggiustamento…
Alcune persone sostano nei pressi del monumento, mentre altre si stanno inerpicando lungo il ripido crinale per raggiungere la vetta del monte.
Non ci aggreghiamo a questi ultimi, d’altronde l’abbraccio della croce non è tra i miei obiettivi. E poi anche da qui il panorama è magnifico.
Rintracciamo presso il versante meridionale del Folgorito lo sterrato che scende a Seravezza, nostra prossima meta. Ciclisti esausti e sudati arrancano lungo le ultime curve dello sterrato dal fondo sconnesso e sassoso.
Lontano, nella luce accecante del sole, alcune cave di marmo a cielo aperto risaltano nella folta vegetazione.
La discesa, grazie ai diversi tratti in ombra e confortata da una abbondante bevuta presso una fontana nei pressi della chiesetta di Cerreta San Nicola, è piuttosto piacevole. Presso una casa del piccolo villaggio, alcune persone stanno riparando la rete di recinzione dell’orto e ci spiegano che i cinghiali di notte la forzano per nutrirsi di patate e altri ortaggi. E inoltre che per essere certi di non subire danni é preferibile stendere la rete sotto il livello del terreno, così da scoraggiare l’animale dall’aprirsi un varco sotto terra.
Oltre la chiesetta, lo sterrato diviene una pista polverosa che consente vaste panoramiche su Cinquale e la costa versiliese. Non ho simpatia per queste piste che sembrano tracciate da una ruspa, coi lastroni di pietra sollevati e gettati di lato e uno spesso strato di polvere scura che copre ogni cosa e non favorisce l’appoggio dei piedi.
Prima di Seravezza lo sterrato si addentra in una angusta valletta e assume le sembianze di un sentiero che digrada verso il paese con stretti tornanti, come certe stradine di montagne. Il sentiero presenta per lunghi tratti iniziali un fondo lastricato, talvolta ancora in buon stato di conservazione. Probabilmente in passato la gente del posto ne avrà fatto un uso occasionale per raggiungere Massa senza transitare lungo il litorale versiliese.
Confidando
nella solidità del terreno, prendo a scendere facendomi scivolare verso il basso
con passi brevi ma rapidi, senza sforzo, badando solo a non perdere
l’equilibrio. In breve Donatella si stacca e mi ritrovo in periferia presso le
prime case del paese.
Mi ricordo all’improvviso del suo ginocchio malandato e mi fermo ad aspettarla seduto su dei gradini. Certo, avrei potuto accompagnarla lungo la discesa, ma, sapendola piuttosto orgogliosa e avendomi più volte assicurato che il ginocchio non le creava fastidi, ho preferito assecondarla.
Qui un cippo in marmo ricorda al passante che non lontano da Seravezza, nell’alta valle del Serra è stata rinvenuta una strada, con tanto di ponte sul torrente, di chiara matrice michelangiolesca. L’artista di Caprese la fece costruire per raggiungere più facilmente le cave di marmo della valle situate ad est del monte Carchio, non lontano dal Pasquilio.
Sul muretto del canale che costeggia la strada principale del paese un cartello ammonisce i pescatori a non fare uso di ami muniti di ardiglione. Non avendo la passione della pesca mi trovo un po’ in imbarazzo. Ma presumo si tratti di un congegno che limita le possibilità del pesce di farla franca, di portare a casa la pelle. Se così fosse, approvo in pieno la disposizione del cartello.
E’ passato mezzogiorno, l’aria è soffocante e abbiamo bisogno di una sosta per riposare. La piazza del paese è invasa da decine di bancarelle multicolori, forse siamo capitati nel bel mezzo di una fiera.
Nella piazza si respira un’aria di diffuso torpore, con gli ambulanti che sonnecchiano dietro le bancarelle straripanti di ogni genere di mercanzia, oppure mangiucchiano qualcosa per ammazzare il tempo. Un maxipanino farcito con porchetta e annaffiato da una abbondante caraffa di birra serve a placare in parte il mio incontenibile appetito.
La meta di oggi è Stazzema, un paesino incuneato nella valle del fiume Vezza verso i rilievi meridionali delle Alpi Apuane.
Non abbiamo ancora chiamato alcun albergo per fissare un alloggio per questa notte, contiamo di farlo strada facendo. Intanto, ci concediamo una breve passeggiata in paese. Per la dozzina di chilometri che mancano alla meta di oggi, sarebbero bastate tre ore di cammino nel pomeriggio.
Sul lato lungo di una chiesa, protetta da una griglia di ferro, attira la mia attenzione una piccola scultura raffigurante la Madonna col bambino. L’espressione del minuscolo gruppo scultoreo è sorprendente: entrambe le figure mostrano un piglio altero e risoluto, niente che a vedere con gli sguardi amabili e contemplativi di analoghe raffigurazioni del Raffaello o del Tiziano.
Superiamo il ponte sul Vezza e ci incamminiamo verso l’interno della valle costeggiando il corso del fiume, mentre due file di colline fanno corona sui lati.
L’aria
calda e stagnante del pomeriggio insieme ad una fastidiosa luminosità mi mettono
a disagio. In verità anche Donatella mostra un certo fastidio. Forse, ci manca
ancora quell’intreccio magico di sopportazione e di ingenua spavalderia che si
avverte solo dopo alcuni giorni di cammino.
Camminiamo sul bordo della strada asfaltata, con la consapevolezza che, per nostra sventura, non ci libereremo tanto presto del sole.
Donatella intanto non perde occasione per fotografare qualsiasi cosa attiri la sua curiosità: cumuli di detriti di marmo stipati dentro gabbie cilindriche, uno scorcio di fiume, scritte scolorite di negozi chiusi da tempo, una suggestiva fuga di case.
Presso una curva si staglia contro il verde della collina una chiesetta abbandonata, priva del soffitto e con aperture ad arco come occhiaie vuote. Sorprendono alcuni archi, costituiti da mattoni, sospesi incredibilmente nel vuoto, quasi a voler sfidare la legge di gravità.. Addossato all’abside un esile campanile privo della campana. Forse è una vecchia pieve, simulacro di tempi ormai ingialliti come le sue pietre bruciate.
Il fiume appare spesso secco o disseminato di poche pozzanghere melmose. Così sono sorpreso nel vedere una buca nella quale si riversa l’acqua di una cascatella, dove alcune bagnanti in costume si rinfrescano.
A
Ruosina, un paesino a metà vallata, facciamo una sosta per bere ad una fontana.
I 33 gradi segnalati sulla facciata di un edificio ci mettono in guardia dal
prendere iniziative imprudenti.
Arriviamo in periferia di Ponte Stazzemese. Qui qualcuno ci informa che Stazzema è sprovvista di alberghi. Veniamo inoltre a sapere che un albergo su cui facevo affidamento per la notte è chiuso da anni. I pochi alberghi aperti in paese hanno tutta l’aria di non essere alla portata del nostro borsellino.
Chiamo alcuni alberghi della zona segnati sul mio taccuino, ma per vari motivi non approdo a nulla. Mi rendo conto di aver forse sottovalutato il problema dell’alloggio. D’altronde in pieno agosto e senza aver programmato in anticipo dove fermarci per la notte, non è di facile soluzione.
Resta ancora da chiamare l’ostello La Pania di Pruno, una località abbarbicata sulla collina a quasi 500 metri e lontana ancora 5/6 chilometri. Finalmente c’è posto!!!! La notizia mi toglie da una situazione imbarazzante. E’ il primo giorno e non mi va proprio di passare la serata alla disperata ricerca di un improbabile alberghetto.
Non credo nella provvidenza, ma non escludo neppure un minimo di aiuto dalla fortuna, di cui ammetto di non poterne fare a meno in questo cammino. E se desiderio della scoperta e spirito di avventura ne sono i punti di forza non può essere diversamente.
Questa faccenda dell’alloggio è sicuramente un problema, come altri del resto, e apparentemente forse più gravoso, in quanto si presenta al termine di una giornata di fatiche. Ma non voglio che si tramuti nello spauracchio serale, con la sensazione sgradevole della sua ombra malefica anche durante le ore di cammino.
Ho
pensato a questo progetto di un costa a costa con un’unica certezza, o quasi:
unire idealmente tra loro due mari. Tutto il resto è marginale, è puro contorno,
avrebbe trovato una sua collocazione, così, giorno per giorno, come in un grande
puzzle. Non me ne faccio un problema se a sera non trovo ad accogliermi un
albergue come lungo i cammini spagnoli. E nemmeno se il percorso non è segnalato
da una freccia gialla, o di altro colore.
Penso che più ci si mette in gioco, maggiore è la soddisfazione e la gioia che se ne ricava. Ma forse mi sto mettendo in testa la corona di alloro prima del tempo. Ora il cammino ha solo bisogno di tanta umiltà e impegno. E gambe, naturalmente.
Rincuorati nello spirito, ci avviamo per la leggera salita che conduce a Cardoso, il paese che precede Pruno. Sono molto affaticato, questa ulteriore fatica l’avrei evitata volentieri. Per la prima tappa avrei preferito un percorso meno impegnativo ed estenuante.
Prima di Cardoso, oltre un ponte allungato su un torrente, facciamo una sosta presso un bar ristorante, dove all’interno restiamo estasiati da una varietà sconcertante di salumi e di formaggi. Donatella non ha occhi che per tutto quel bendidio e, dopo aver manifestato alla gerente del locale le ragioni del nostro cammino – forse, a furia di raccontarlo in giro finirà per crederci anche lei – si informa sull’andamento del ristorante. La signora ci rivela che ogni sera riesce a mettere insieme più di cento coperti. E pensare che negli altri locali da noi visitati dall’inizio del cammino non abbiamo sentito parlare che di crisi, scarsità di clienti, magri guadagni…Ed erano tutti situati a pochi passi dal mare della Versilia.!
Raggiungiamo
Cardoso e, come ci è stato suggerito, affrontiamo una ripida stradina che
fiancheggia un cimitero. Di seguito quest’ultima assume l’aspetto di un
polveroso sterrato e si inerpica su per la collina con pendenze da strozzare il
fiato in gola. E’ una scorciatoia che sale a Pruno, costeggiando una cava ancora
in attività e un altro piccolo cimitero con le tombe allineate sul terreno. Al
passaggio Donatella si segna. Mi piace quel gesto, ha un sapore antico, di gente
semplice.
Il percorso è quasi obbligato: l’alternativa è una strada asfaltata piuttosto stretta che raggiunge il paese di Pruno aggirando il promontorio, ma con una lunghezza notevolmente maggiore.
Le gambe sono allo stremo, stiamo esaurendo le ultime energie. Con un ultimo sforzo siamo in vista di una chiesetta e di una torre campanaria poste all’ingresso di Pruno.
Ci viene indicato l’ostello, una costruzione chiara appena fuori dell’abitato, ma sul lato opposto. Il paese ha vie strette e lastricate e case addossate l’una all’altra, quasi a sostenersi a vicenda per non precipitare dalla rupe.
L’ospitalero, un giovane alto e dall’aria strana e un po’ riservata, ci fa accomodare al piano superiore dell’ostello in una camera coi letti a castello e dotata di servizi igienici piuttosto confortevoli. La sistemazione è eccellente, i 18 € a testa che versiamo tutto sommato non si fanno rimpiangere.
Siamo i soli ospiti, ma questo fatto non mi meraviglia, considerando la posizione di Pruno a più di 20 chilometri dal mare. Probabilmente, costituisce un riferimento per quegli escursionisti che si avventurano come noi sui rilievi più a sud delle Apuane. Ma potrebbe anche ospitare scolaresche o gruppi interessati a trascorrere qualche giorno all’aria aperta tra il verde delle colline.
La prima giornata è trascorsa senza eccessivi turbamenti. Il progetto di questo costa a costa sta reggendo – come il ginocchio malandato di Donatella - e, a quanto pare, con buone possibilità di riuscita.
Finalmente abbiamo un nostro momento per pulirci e metterci in ordine. Il magico rituale della doccia e del lavaggio dei panni si ripropone quanto mai inatteso e impellente. Serve ritrovare nuove energie per domani e scrollarci di dosso l’odore del sudore e la polvere che ci riga il viso. L’ospitalero ci mette a disposizione anche uno stenditoio portatile. Talvolta il cammino si arricchisce anche di queste piccole comodità.
Al termine mi sdraio nel letto con un libro scovato su uno scaffale fuori della camera. Donatella, invece, è sparita, forse, è in giro per Pruno in cerca di scorci da fotografare e di persone con cui scambiare due chiacchiere. Non so dove trovi la forza per andare ancora a zonzo.
Dalla finestra della camera lo sguardo spazia sul verde promontorio che sorregge il paese e fin dove la valle si incunea a nord in direzione della Pania della Croce. Sotto si sentono le voci allegre e spensierate di alcune persone sedute al riparo degli alberi. L’aria comincia a rinfrescare e invoglia ad uscire.
L’ospitalero
ci segnala per la cena un ristorante “Il Monte Forato” a Volegno, un paesino
lungo la strada asfaltata che da Cardoso porta a Pruno, distante circa un
chilometro.
Il locale è accogliente, c’è un clima amichevole e cordiale. Parecchi tavolini sono già occupati, anche da gruppi familiari. Nelle loro divise immacolate, giovani ragazze, svelte e servizievoli, servono ai tavoli, esaudendo le varie richieste dei clienti. Nella scelta dei piatti da ordinare mi rendo subito conto che in fatto di gastronomia Donatella è molto più esperta di me e mostra di possedere buon gusto per sapori ed aromi. Conosce parecchi piatti di regioni diverse ed è attratta da cucine anche fuori dai nostri confini.
Da parte mia, l’unica cosa di cui vado fiero è il mio robusto appetito, ma presto mi rendo conto che anche la mia amica non è da meno. Vista la sua figura, non vi è dubbio però che l’apparenza inganna. La cena, a conti fatti, si rivela ottima e ad un costo più che abbordabile.Gastronomia a parte il momento si rivela propizio per parlare tra noi in libertà del cammino che ci aspetta, delle passate esperienze e anche per cementare un’amicizia appena abbozzata.
Al ritorno in ostello troviamo nella camera altre due ospiti, due ragazze svedesi munite di zaini dalle dimensioni ragguardevoli. Girano l’Europa già da settimane, servendosi dei mezzi pubblici e sono giunte a Pruno, non immaginando che l’ostello non è proprio a due passi dal mare, come avrebbero voluto.
Prima di dormire, servendoci delle carte geografiche, pianifichiamo il percorso per l’indomani. Un’abitudine che ci ripromettiamo di rispettare ogni sera prima di dormire.
Il ritmo dei pensieri si fa più pacato. Non resta molto altro da chiedere a questa giornata, mentre le palpebre cominciano a premere pesantemente sugli occhi.
La luminosità delle stelle inonda la stanza di una pallore evanescente che concilia il sonno.
Solo un ultimo sguardo assonnato alla linea scura dei monti che racchiudono la vallata. Hanno nomi misteriosi: monte Procinto, monte Forato. Domani li dovremo valicare e sarà un’altra musica.
10 Agosto 2009 Pruno - Ponte a Serraglio
Prima che squilli il cellulare di Donatella, sto già sbrigando le mie cose in giro per la camera. Mi sono svegliato con il fresco del mattino ed il chiarore che entrava dalla finestra rimasta aperta per tutta la notte.
Le
due ragazze svedesi dormono pesantemente, così per non disturbare porto lo zaino
fuori dalla camera. Sul Cammino francese era diventata un’abitudine, c’era
sempre qualcuno che si alzava piuttosto tardi e poi chissà come la sera erano i
primi a trovar posto negli albergues. Certo che queste due tipe non sono proprio
il modello di donna svedese che ha popolato per anni i sogni del maschio latino!
Ieri sera Donatella, facendo sfoggio del suo inglese, aveva conversato con le due ragazze, ricavandone, pare, un’impressione un po’ deludente. Nonostante lo zaino e il loro tipo di vacanza poco convenzionale, non rinunciavano tuttavia a qualche comodità pur di evitare piccole fatiche quotidiane, forse a causa del loro peso. Sembra che nel pomeriggio di ieri abbiano attesa quattro ore l’arrivo dell’autobus che le ha portate a Pruno, senza pensare che la stessa distanza poteva essere percorsa a piedi in molto minor tempo.
Il percorso stabilito ieri sera prevede la salita alla Foce delle Porchette sulle Apuane partendo da Cardoso e la successiva discesa verso il fiume Serchio. Per il dormire si vedrà a tempo debito.
Usciamo dall’ostello in un silenzio tombale e ripercorriamo a ritroso il cammino fino a Cardoso. Le sole presenze viventi a Pruno sono alcuni gatti acciambellati davanti agli usci di casa.
Adesso, a mente riposata e con lo sguardo più vigile, mi rendo conto di quanto è ripido lo sterrato che abbiamo percorso ieri per salire a Pruno, e polveroso. Forse, è per la presenza delle cave.
Prima
di Cardoso ci fermiamo ad osservare una cava ancora in attività. Ieri nel salire
stanchi ed affaticati l’avevamo degnata solo di uno sguardo frettoloso. Non si
estrae marmo come parecchie altre in queste valli, ma pietra, anzi pietra del
Cardoso, un materiale resistente, dal colore grigiastro con venature turchine.
Ha un impiego, a quanto pare, molto vasto e variegato, soprattutto nel settore edile e per l’arredamento interno ed esterno delle case (caminetti, scalini, bordi….), ma anche per l’arredo urbano.
Il campanile che vediamo all’inizio del paese ha un colore simile, anche se più scuro per l’età della pietra. Sovrasta abbondantemente i tetti delle case, forse in modo esagerato per queste valli, dove il suono delle campane dovrebbe propagarsi bene in ogni angolo.
Una lapide ricorda la data di inizio dei lavori di costruzione, il 1° maggio 1745 (allora in questo giorno si lavorava ancora) ad opera di un gruppo di provetti scalpellini del posto tra cui si distinguevano tali Bertoni Biagio e fratello Michele. La data di fine lavori non è dato sapere: la lapide arriva a specificare il secolo 17°…, lasciandoci nel dubbio per il resto.
La
strada che costeggia le case del paese é pressoché deserta, fatta eccezione per
una donna anziana che ramazza davanti a casa. C’è il silenzio surreale che
precede qualcosa che sta per succedere. Chissà se c’era lo stesso clima di
attesa quel 19 Giugno 1996 quando un’ondata di piena del torrente Versilia, che
scorre accanto, si è portato via metà paese, causando la morte di parecchie
persone. Fu un colpo terribile per la piccola frazione di Stazzema, che, però,
con caparbietà e voglia di rinascita ha ricostruito le case distrutte ed eretto
argini più robusti per scongiurare altri pericoli per la popolazione.
A vederlo ora il canale non fa paura. Si vedono più massi levigati che acqua e qualche tronco dove il greto sbuca dalla folta vegetazione del versante dove siamo diretti.
E’ l’eterno mistero della natura che prima dà e poi toglie. Dell’acqua che è fonte di vita, ma anche portatrice di dolore e morte. Una natura che si ribella, che richiede rispetto e giustizia, che non manca talvolta di imporre la legge del più forte.
La gente spesso attribuisce ai fenomeni naturali sembianze e requisiti umani, come se la natura avesse una coscienza, provasse sensi di colpa, avesse sentimenti. E finge di non sapere che averla come prezioso alleato o perfido nemico dipende solo da noi. Di fatto, la natura è lo specchio della nostra vita, ne mette in mostra difetti e virtù.
Verso le ultime case una targa ricorda il sacrificio di coloro che hanno contribuito a far rinascere il piccolo paese.
Lungo lo sterrato che sovrasta Cardoso, su una curva, inizia il sentiero n. 8 che porta alla Foce delle Porchette oltre i 900 metri. Ci aspettano circa 600/700 metri di dislivello da superare. E con uno zaino di una dozzina di chili come il mio non è proprio una passeggiatina, soprattutto dopo le fatiche di ieri. Donatella invece porta sulle spalle uno zainetto, all’apparenza di poco peso, accompagnato da una borsa capiente che le penzola sul davanti lungo il fianco destro.
Il sentiero prende a salire con tratti ripidi e sconnessi nel fitto del sottobosco. Cerco di tenere un passo adeguato allo sforzo, per non andare in affanno.
Donatella
si colora subito in viso per lo sforzo e si stacca leggermente, ma forse sale
con un passo a lei più congeniale.
Vicino scorre il canale, un po’ nascosto da un vegetazione davvero rigogliosa. Quando appare alla vista, si notano le conseguenze di un tumultuoso sconvolgimento con massi accavallati a tronchi in un disordine indescrivibile e detriti sparsi dappertutto. Forse è ciò che è rimasto da quel giorno fatale.
Una piccola casa abbandonata nel sottobosco ci dà l’opportunità di fare una sosta. Sul muro qualcuno ha lasciato scritto 1889, forse l’anno di costruzione. All’interno, sedie e qualche tavolino sconquassati, buttati alla rinfusa. Addossato alla parete un camino ancora in discreto stato, probabilmente usato da qualche escursionista di passaggio.
Intorno alla casa, il silenzio e una diffusa penombra mi comunicano uno sgradevole senso di soffocamento. Il denso fogliame impedisce alla luce di penetrare nel sottobosco, dove permane un pesante odore di marcio, di muschio ed erba imputriditi.
Tronchi sono sparpagliati lungo il pendio, in attesa dell’improbabile intervento di qualcuno che provveda alla loro rimozione.
Più
in alto, un’altra casa con annessa tettoia, costruita con un materiale inusuale
per questi luoghi, l’ardesia. Ma probabilmente qui vicino, da qualche parte, la
montagna avrà sbalordito un ignaro cavatore con questa insolita scoperta.
Non può mancare in questo bosco anche una teleferica. Finisce presso il sentiero, attorniata dal nulla delle piante e non è chiaro cosa ci stia a fare. Forse doveva proseguire più in alto, ma poi è stata abbandonata, oppure qualcuno la utilizza per trasportare a valle della legna o altro materiale ingombrante.
Da tempo scorgiamo accanto al sentiero un grosso tubo nero di gomma che ci accompagna su per la salita. Talvolta scompare alla vista, occultato nel terreno, ma poi riappare puntuale, come fosse un discreto compagno di cammino.
Alle mie insistenze per una fontana, Donatella, che verifica il percorso sulla cartina, mi rincuora con una fantomatica fonte Moscosa prima del valico, presso un crocicchio di sentieri. E difatti ad un certo punto il tubo si infila all’interno di una piccola cabina da cui esce un getto d’acqua freschissima.
Non sto a cavillare sulla strana fonte e ne bevo fin quasi a scoppiare, come pure Donatella. Dentro mi sento come se avessi uno stagno di acqua fresca che gorgoglia, avevo proprio bisogno di reintegrare le scorte dopo l’abbondante sudata lungo la salita.
Ci stiamo ormai avvicinando alla Foce e lo notiamo anche dalla vegetazione divenuta più rada, con pianticelle giovani e il sentiero che, dopo un tratto centrale non particolarmente faticoso, ha ripreso a inerpicarsi duramente.
Procedo un po’ ingobbito, col sudore che cola a terra. Mi sembra di tirare la volata verso un traguardo che ancora non è in vista, ma che avverto vicino. Senza volerlo, gli occhi scrutano il fondo del sentiero, lindo e ben curato, costituito da pietre fissate disordinatamente.
Sono
smanioso di arrivare in alto sulla Foce, anche se ad ogni curva ne segue
un’altra e la delusione cresce. Donatella si stacca, irritata in parte anche dal
fatto che la cartina, a suo dire, disegna questo ultimo tratto più breve di
quanto non sia in realtà.
Alla fine la vista si allarga sul versante opposto e comprendo di essere giunto sulla Foce delle Porchette. La gioia di pochi attimi per una fatica portata a termine, gli sguardi che cercano conferme per questa piccola impresa appena compiuta. Così ci indichiamo l’un l’altra giù in fondo alla vallata ancora in ombra i tetti rossicci di Pruno e Cardoso, lontani poco più di un paio d’ore di cammino, ma per noi una mezza eternità.
La Foce è un crocevia di sentieri, in verità ben segnalati. Roccette sparse qua e là invogliano ad una sosta.
Non vediamo escursionisti sul valico, o meglio uno c’é. E’ Stefano che alla Foce delle Porchette ha legato indissolubilmente la sua breve vita e di lui resta solo il ricordo in una immagine e qualche mazzo di fiori, sotto un portichetto a forma di nicchia.
Sento che mi è vicino Stefano in questi pochi minuti sul valico e forse si sentirà felice di poter condividere con questi due intrepidi camminatori l’illusione di un sogno lungo pochi giorni, ma che può riempire di orgoglio una vita. Donatella si apparta presso un ammasso di rocce e cerca di fissare sul taccuino le prime emozioni della giornata.
Sempre
per il sentiero n. 8 scendiamo lungo il versante orientale. Sembra un altro
mondo: una comoda discesa su stradine dal fondo lastricato di sassi, bosco
pulito, candido, rassicurante, solcato da un tranquillo corso d’acqua. Chissà,
forse anche il Versilia lo era fino a quel giorno del 1996 quando ha distrutto
Cardoso!
Un paesaggio irreale, suggestivo, da fiaba dei F.lli Grimm. Ma dove sono finite le aspre e burbere Alpi Apuane?
In fondo ci accoglie il minuscolo villaggio di Palagnana, ultimo paese dell’Alta Versilia del Comune di Stazzema, come si qualifica su una cartolina illustrata. Qui veniamo attirati dalla presenza di un bar ristorante. Ordiniamo subito una bottiglia fresca di acqua, l’ora della colazione, cappuccino e brioche, ormai ci sta stretta. Sento la gola riarsa e asciutta, una bottiglia sola forse non basta.
Il bar ha nome “Dalla Gé”, nome più appropriato non potrebbe avere, misterioso e intrigante. Nel locale e dietro il banco vedo solo visi di donne. Una di queste, viso scavato da rughe profonde, cattura la nostra attenzione con il racconto della sua vita di sacrifici e privazioni.
La giovinezza a Palagnana vissuta tra stenti e fatiche terribili, come quando raggiungeva Cardoso o altri villaggi dell’opposta vallata valicando la Foce delle Porchette per far ritorno entro sera con un fardello sulle spalle di parecchi chili. E poi la Scozia ove si trasferisce e dove forma una famiglia, cinque figli da sfamare e una povertà nera sull’uscio di casa.
Infine, dopo tanti anni e con una chioma di capelli bianchi, il ritorno al paese dove è nata, per riassaporare il profumo dell’erba di montagna e i grandi spazi e ritrovare l’affetto e la compagnia di persone care di cui aveva smarrito persino il ricordo.
Ma quello che mi stupisce è lo sguardo inquieto e timoroso, come di chi, dopo una vita grama e di miserie, non si è ancora persuaso che il vento della vita ha finalmente cambiato direzione.
Il peso dei ricordi che umilia e mortifica l’orgoglio e la dignità.
Parlando
con le donne del nostro cammino, veniamo a sapere che, tenendo la direzione per
Pascoso e Pescaglia verso sud, occorre affrontare nuovamente altre salite. Ma
per oggi possono bastare, così decidiamo di raggiungere il Serchio passando per
Fabbriche di Vallico.
Palagnana è un villaggio, a modo suo, curioso e speciale: a cavalcioni di una staccionata una sella sembra un invito per una gradevole passeggiata a cavallo sui sentieri erbosi dei dintorni, mentre un piccolo forno con la scritta PAN e PAX racconta di stagioni tristi, pervase di miserie e tribolazioni , ma non per questo prive di sapienza e concretezza.
Ci allontaniamo dal paese discendendo la vallata dove scorre il rio Turrite Cava. La strada non appare molto ampia, del resto il traffico veicolare è abbastanza modesto e non desta preoccupazioni.
Ammazziamo il tempo chiacchierando e insieme osservando piccoli borghi o case isolate lungo la strada o sui rilievi che cingono la vallata.
Non può sfuggire un curioso avviso funebre con immagine di Padre Pio (a me piace pensarlo ancora un semplice frate), dove la morte di una nonnina di 97 anni a nome Gina viene annunciata da “un cugino e dai parenti tutti”.
Non
so immaginare quale stuolo di parenti possa aver distrutto dal dolore la morte
della nonnina (ma sarà poi vero che aveva dei nipoti?), oltre al fantomatico
cugino che, data l’età, avrà ben altro a cui pensare. Piuttosto mi vien da
pensare che la malaccorta ostinazione della vecchina di arrivare fino alla
veneranda età di 97 anni ha fatto sì che i “parenti tutti” avrà il piacere
probabilmente di riabbracciarli al cimitero.
Il cammino è piacevole, i motivi di interesse un po’ meno, anche per la presenza del rio Turrite Cava in condizioni tutt’altro che esaltanti: le consuete pozzanghere melmose invase dalla sterpaglia.
Ci allontaniamo sempre più dalle ultime propaggini delle Alpi Apuane verso la valle del Serchio e il discorso tra noi cade sul mestiere simbolo di queste montagne: il cavatore di marmo.
A
distanza di anni, riesce difficile oggi anche solo immaginare le condizioni di
vita di quelle migliaia di uomini che hanno lavorato nelle cave tra fatiche
inenarrabili, malattie per la polvere di marmo che soffocava i polmoni, i rischi
dovuti alle esplosioni E poi la discesa dei massi dalle cave a bordo della
lizza, col pericolo costante di venire travolti lungo il percorso.
La lizza, una slitta artigianale, frutto dell’esperienza e della cultura popolare, che ha lasciato tracce visibili lungo itinerari recentemente valorizzati. Vite di sofferenza e di inaudita povertà, dal cui lavoro sono state prodotte alcune tra le sculture più ammirate ancora oggi.
Vasche capienti dove si muovono freneticamente masse scure di pesci (trote o carpe) ci ricordano che si avvicina l’ora di pranzo. Non ci resta che raggiungere il prossimo paese, forse Fabbriche di Vallico, e sperare nella buona sorte.
Non manca sul margine di una strada poco trafficata e tranquilla come questa una nota dolorosa e malinconica. Un masso di pietra grezza, ingentilito da una bordura di fiori, reca incise parole commoventi per “il grande amico Nini”. Un nome, sembra di capire, lasciato consapevolmente avvolto nel mistero, dal sapore di antiche e collaudate amicizie, per rendere più trasparente l’obiettivo del messaggio. Il simbolo delle tante, troppe, morti sulle strade.
Man mano ci addentriamo nella valle pare di avvertire un senso di soffocamento. Pareti rocciose a ridosso della strada con robuste reti di ferro a intercettare la caduta dei massi.
Sul lato opposto la sponda del torrente si eleva con formazioni rocciose stratificate a strapiombo sul greto.
Passato il paese di Gragliana, di cui un cartello vanta solide tradizioni nella lavorazione del ferro, arriviamo in periferia di Fabbriche di Vallico, dove ci accoglie uno splendido ponte ad arcata unica sul rio Turrite Cava. Un ponte in pietra di una eleganza e bellezza impareggiabili.
Entriamo
nelle vie strette e ombreggiate del paese, anche per sfuggire un po’ al sole a
picco. Case in pietra, ordinate, voltoni suggestivi, terrazze incantevoli colme
di fiori, lampioni sui crocicchi. E una piazzetta dove un bar serve piatti anche
a mezzogiorno.
Il locale è piacevole, gestito da una affabile famiglia napoletana che, con poca spesa, ci dà nuovo vigore con un abbondante piatto di tortelli.
Lasciamo Fabbriche di Vallico a malincuore, il sole oggi non concede sconti. La strada prende a serpeggiare sempre affiancata dal torrente, di fatto asciutto.
Di
fianco alla strada notiamo alcuni locali fatiscenti, ormai preda della
vegetazione. Mi vien da pensare ad un vecchio mulino abbandonato da tempo, ma
perché non una falegnameria, oppure il laboratorio di un artigiano… chissà. La
natura che si riappropria del suo spazio, dove la miseria e il desiderio di
riscatto hanno spinto la gente a ricercare altrove condizioni di vita più
accettabili.
Entriamo in alcune gallerie, intervallate da tratti di strada con insidiose pareti verticali, dove sono state montate, a guisa di tettoia, poderose reti in ferro per impedire ai massi di invadere la sede stradale.
Non abbiamo ancora le idee chiare circa il percorso da seguire una volta raggiunto il Serchio e dove appoggiarci per la notte. Io propendo per la direzione verso Borgo a Mozzano, dove inizialmente era previsto il fine tappa, ma forse occorre valutare altre soluzioni.
Dopo un altro ponte ad arco, il rio Turrite Cava, dal ruscelletto che era, si trasforma magicamente in un fiume colmo d’acqua e, verso la confluenza col Serchio, addirittura in un laghetto con tanto di diga.
Arriviamo finalmente al Serchio e qui decidiamo di portarci sull’altra sponda attraverso il lungo ponte e discendere il fiume verso Fornoli. Si sarebbe così evitato il traffico pesante diretto a Borgo a Mozzano, camminando sul bordo dello stradone. Il nuovo percorso, invece, avrebbe attraversato alcuni paesini più tranquilli.
Il cambiamento di percorso ci obbligherà a cercare un alloggio per la notte senza l’aiuto del mio prezioso taccuino e questo comporterà sicuramente una perdita di tempo non prevista.
Piano di Coreglia, Ghivizzano, Calavorno, i paesi si susseguono quasi senza soluzione di continuità, con lunghi tratti di marciapiede e, purtroppo, rare zone d’ombra.
Una birra fresca mi ritempra un po’ nel fisico e nel morale, per la verità alquanto appannato.
Ormai stiamo superando i normali orari di cammino. La smania di arrivare comunque da qualche parte è almeno pari alla nostra stanchezza. Con questo ritmo da automi, tuttavia potrei continuare ancora per ore, ma sarebbe solo uno stillicidio per le gambe. Sembra che le distanze tendano a dilatarsi. Fornoli è irraggiungibile.
Lasciamo il Serchio, anche lui avaro di acqua, e seguiamo la strada che piega verso il corso del Lima. Rotonde intasate di veicoli, curve pericolose, finché arriviamo in periferia di Fornoli dove Donatella individua alcune piante di more che allietano il nostro palato.
Ma
il problema dell’alloggio si fa sempre più pressante. Così entriamo in paese,
dove una signora ci segnala un’affittacamere poco lontano, ma purtroppo
l’esercizio risulta al completo. Ci vengono forniti alcuni recapiti di alberghi
della zona che dovrebbero distare non più di “una decina di passi”.
Riprendiamo a camminare, fiduciosi in un po’ di fortuna e nella relativa vicinanza dei locali segnalati. Ma dopo quasi mezz’ora e qualche telefonata, ci rendiamo conto che gli alberghi non fanno per noi o sono completi e comunque tutt’altro che vicini (chissà se si è capito che ci muoviamo a piedi!).
Donatella vede sul lato della strada l’indicazione di un albergo e si slancia con impeto su per la salita erbosa verso la cima di una collinetta. La seguo con una certa diffidenza e un po’ anche irritato per questa ennesima fatica che probabilmente non porterà a nulla. E difatti l’albergo, che in realtà è un agriturismo, spegne ogni mia illusione con un costo camera esorbitante e comunque con la mancanza di posti liberi.
Comincia a farsi strada in noi una certa apprensione, vuoi per l’ora serale, ma anche per la stanchezza e una certa sfiducia che si avvinghia peggio di una sanguisuga.
Mentre chiamo l’ultimo albergo della lista che ci è stata fornita dall’affittacamere, Donatella riceve da casa la telefonata del padre. L’Hotel Bridge di Ponte a Serraglio mi conferma la disponibilità di una camera ed inoltre che dista soltanto cinque minuti da noi (dopo l’esperienza di prima, metto in conto circa un’altra mezz’ora di cammino). Donatella appare sollevata e può così tranquillizzare il padre a casa.
Scendiamo dalla collina baldanzosi con le gambe che si muovono frenetiche ed intanto conversiamo tra noi con l’aria di chi si è messo alle spalle tutti i suoi problemi.
In
breve, costeggiando il Lima, siamo in vista di Ponte a Serraglio, che si
annuncia con una passerella sospesa sul fiume. Sull’altra sponda una suggestiva
costruzione sormontata da un torrione che riceve luce su tutti i lati da
aperture ad arco delimitate da eleganti colonnette.
Verso il centro del paese, nei pressi di un ponte in pietra, il movimento dei veicoli e della gente si fa convulso e frenetico. Fortunatamente ci viene in soccorso il titolare dell’Hotel, facendosi incontro nella piazzetta principale di fronte al ponte, forse incuriosito per il nostro ritardo.
L’Hotel si trova all’imbocco di una strada laterale che converge nella piazza. Prendiamo alloggio in una camera al secondo piano con la porta finestra che guarda dritta sul balcone di una palazzina di fronte, dove una vecchietta sta annaffiando una selva di vasi.
Dal balconcino della camera lo sguardo arriva a comprendere parte della piazzetta: il bar coi tavolini all’aperto, una gelateria e una via che porta fuori dal paese verso Bagni di Lucca.
La serata è magnifica e starsene a poltrire in camera è veramente un delitto. Mi attraggono queste piazzette di paese, dove il traffico e il viavai della gente non sono poi così fastidiosi. Anzi, hanno il sapore di casa, risvegliano sensazioni piacevoli e una voglia di stare insieme.
Usciamo in paese, ognuno per i fatti suoi. Donatella rintraccia un Internet point e poi si mette in cerca di un posto dove cenare. Sin dal primo giorno si è caricata di questa incombenza. Con mia grande soddisfazione.
Ci ritroviamo presso la piazzetta e mi informa di una pizzeria lungo la strada per Bagni di Lucca oltre il ponte di pietra.
Il
locale è casereccio, senza pretese e serve tranci di pizza e varietà simili. Non
ho molto appetito, la quantità di acqua che bevo durante il giorno mi satura al
punto da togliermi quasi ogni altra necessità.
Si fa sera. Con un gelato in mano passeggiamo lungo il Lima e poi ci sediamo su una panchina ad osservare l’andirivieni della gente e il Casinò municipale aperto da pochi giorni.
Il paese, con le case costruite a ridosso del fiume, come a fargli da argine, e quel ponte di pietre scure che fa tanto antico, mi ricorda Firenze e il suo Arno, ovviamente in versione “cugino di campagna”.
Ogni tanto lo sguardo cade sui rilievi che cingono la vallata verso est, oltre il fiume, monti carichi di vegetazione. Domani ci passeremo per salire sull’altopiano delle Pizzorne. Dopo la fatica di oggi non vedo cosa dobbiamo più temere in futuro.
Prima di ritornare in camera, seduti ai tavolini del bar nella piazza, cerchiamo di mescolarci alla gente per una mezz’ora di relativa tranquillità..Momenti per ritemprarci, per assaporare l’aria tiepida della sera e osservare il disordinato andirivieni sulla strada. I clienti agli altri tavoli si godono la serata in silenzio o animano la conversazione con gli argomenti di sempre.
Una
signora in età, che il proprietario dell’Hotel Bridge ci aveva indicato come una
esperta delle strade che conducono sulle Pizzorne, si dilegua dal tavolino
accanto prima che riusciamo a rivolgerle qualche domanda. Pazienza, vedremo di
fare da soli.
L’atmosfera al bar è piacevole e una birra e un the alla pesca aiutano a riscoprire sensazioni gradevoli e rassicuranti, a farci provare il piacere di trovarci nel posto giusto. Questi attimi di distensione contribuiscono inoltre a creare tra noi un clima più amichevole, con qualche battuta divertente e il gusto delle piccole confidenze.
E’ un cammino anche questo dentro il grande cammino che ci siamo imposti ed anche lui deve crescere, svilupparsi. Molto di quello che riusciremo a costruire insieme dipenderà dall’intesa che si creerà tra di noi.
Saliamo in camera. Gente affolla ancora le strade per la passeggiata serale o tira tardi su una panchina o seduta fuori da qualche bar.
Dal balcone Donatella scruta il ritaglio di cielo in cerca di stelle cadenti, ma con scarsi risultati. Quest’estate la fortuna non é benevola con lei e poi, dopo quella botta al ginocchio sulla terrazza dell’albergo di S. Carlo Terme, forse è il caso di mettersi il cuore in pace.
Prima di spegnere la luce, un’ultima occhiata alla cartina per pianificare il percorso di domani. Non tutti i dubbi sono appianati, si vedrà sul posto quali decisioni prendere.
Questo fatto ormai sta diventando non più un’eccezione, ma la regola. Ma per quel che mi riguarda il cammino va bene così, da inventare giorno per giorno, avventuroso e senza troppe certezze.
11 Agosto 2009 Ponte a Serraglio - Pontito
Di notte sono stato svegliato a più riprese dai rumori della strada: sportelli di macchina sbattuti violentemente, conversazioni animate vicino al bar tra i soliti irriducibili. La strada stretta e incassata tra gli edifici amplificava ogni cosa.
La finestra è rimasta socchiusa per tutta la notte con le imposte aperte, così alle 5,30 di mattino sono bastati uno sbiadito chiarore e qualche leggero refolo d’aria fresca per svegliarmi da un sonnellino che avevo faticosamente agguantato due ore prima.
Ma
un po’ la colpa è mia: mi ero buttato sul sacco a pelo senza coprirmi perché
avevo caldo e, quando durante la notte ha cominciato a rinfrescare, per pigrizia
sono rimasto lì a rigirarmi in continuazione nel letto. Bastava infilarsi nel
sacco o coprirsi con una coperta, avrei guadagnato qualche ora di sonno in più.
La porta finestra affacciata sul balconcino di fronte alla nostra camera è già aperta e scorgo la vecchietta di ieri già affaccendata in cucina, con il televisore acceso. Il risveglio è il momento più atteso per una persona anziana, è come un voler aggiungere vita dove non ce n’è ormai abbastanza, è la frenesia delle cose da fare, prima che ne manchi il tempo. E’ un gioco infantile, pieno di dolorosa malinconia ma anche di grande coraggio, quello di crearsi un alibi di fronte alla morte: un impegno da assolvere, una promessa da mantenere. Quella può ancora aspettare.
Donatella sta ancora dormendo dentro il sacco, completamente nascosta. Si intravede solo la testa ripiegata all’indietro in una posizione innaturale.
Oggi
è una giornata speciale per noi, perché cominciamo l’avvicinamento agli
Appennini, entrando nella “Svizzera pesciatina” in territorio pistoiese a nord
di Pescia. Inframmezzato fra noi e i “castella” della Svizzera pesciatina si
eleva, però, l’altopiano delle Pizzorne, un modesto rilievo se consideriamo che
Boveglio, il paese posto sulla sua sommità e dove contiamo di passare, è situato
a poco più di 700 mt. di altezza.
Comunque sia, è la terza giornata consecutiva che ci riserva la consueta salita mattutina, alla quale, peraltro, stiamo facendo l’abitudine.
L’altopiano delle Pizzorne da queste parti è un po’ come il monte buono e amico, dove anche le famiglie si rifugiano per qualche ora di svago e di refrigerio soprattutto nelle stagioni più calde.
La zona maggiormente frequentata s trova più a sud (Boveglio delimita il confine settentrionale), dove esistono un Romitorio e le chiese del SS. Crocefisso e di S. Bartolomeo, presso la quale si possono osservare i ruderi di un antico “Hospitale”, testimonianza di un passaggio nel passato di pellegrini e viandanti. E’ facilmente raggiungibile anche da Borgo a Mozzano, adagiato lungo il Serchio, passando per Corsagna e percorrendo un comodo sterrato. Il 24 Agosto, perciò, tra circa due settimane, si festeggia la ricorrenza di S. Bartolomeo, che richiamerà presso la chiesa e i prati vicini frotte di villeggianti.
La Linea Gotica transitava proprio su questo altopiano, per poi raggiungere gli Appennini pistoiesi, sfiorando alcune delle “castella” sopra Pescia.
Nella
valle del Serchio, soprattutto vicino a Borgo a Mozzano, alcune fortificazioni
della Linea Gotica hanno mantenuto il loro aspetto originario e sono tuttora
visitabili. La scarsa difendibilità del settore, privo di ostacoli naturali, ha
persuaso il comando tedesco a far arretrare il fronte sino alle Alpi Apuane,
anche per sfuggire all’accerchiamento delle truppe alleate.
Stamattina, diversamente dalle volte scorse, abbiamo la fortuna di trovare appena fuori dell’Hotel una pasticceria già aperta. Seduti ai tavolini all’aperto, di fronte alla piazzetta deserta, ci rifocilliamo con un cappuccio e una brioche alla marmellata appena sfornata, prezioso carburante per le nostre gambe.
Il Lima scorre lento e pigro nel grigiore mattutino. Osservo per l’ultima volta le case addossate lungo le rive, inermi, fragili.. Forse, erano così anche le case di Cardoso prima che il torrente impazzito le travolgesse, portandosi dietro una scia di morte.
Costeggiando il corso d’acqua, raggiungiamo velocemente Bagni di Lucca, dove inizia la strada che porta a Boveglio sulle Pizzorne.
Il paese, osservato dalla via principale che corre parallela al fiume, appare quasi deserto: un carrettino per raccogliere lo sporco vicino al marciapiede mi fa pensare che il netturbino non è tanto lontano, forse al bar di fronte. Un silenzio che sgomenta. Solo il rumore dell’acqua che zampilla nella fontana della piazza su cui si affaccia un edificio signorile, che reca sulla facciata il nome: Circolo dei Forestieri.
Sulla
via è un susseguirsi di bar coi tavolini sul marciapiedi, ristoranti, negozi,
piazzette aperte sui lati. Un gruppo di ciclisti pedala rumoroso nella nostra
direzione.
Raggiungiamo il ponte sul Lima e iniziamo la salita verso Boveglio percorrendo una strada asfaltata che arranca faticosamente lungo il fianco dell’altopiano, offrendoci viste panoramiche sulla vasta piana dove si distende Bagni di Lucca.
Superati i primi tornanti, decidiamo, per accorciare il percorso, di imboccare qualche scorciatoia che sale tra prati e orti di case private. Questo fianco delle Pizzorne a ponente è ancora in ombra. Nell’aria aleggia una tiepida frescura, ma, ahimè, temo ancora per poco. La schiena si inarca nello sforzo della salita e dentro sento diffondersi un calore che mi scompiglia il respiro.
Cani appostati dietro recinzioni in ferro ci mostrano i denti con fare minaccioso e aggressivo. Donatella ha un sussulto quando uno di questi le abbaia a brevissima distanza.
Troviamo altre scorciatoie, ma più strette, sporche per il passaggio dei cani e dove dobbiamo aprirci il varco tra una vegetazione incolta, decisamente invadente. Presso una chiesetta, dove ha termine la scorciatoia, rovi di more sono un invito troppo allettante per la mia amica.
Ritorniamo
sull’asfalto per entrare a Benabbio, situato a circa 600 metri d’altezza, un
paesino silenzioso e tranquillo, un posto incantevole per una rilassante
villeggiatura.
Ancora un’ora di leggera salita, attorniati da magnifici castagni e siamo in vista di Boveglio.
La salita si è rivelata fortunatamente una piacevole scampagnata mattutina; tuttavia sento il bisogno di togliermi lo zaino dalle spalle e bere qualcosa di fresco. Il Cavallino bianco, un bar ristorante al piano terra di una costruzione anonima fa al nostro caso. Fuori dall’ingresso una panchina consunta per l’uso, vasi di fiori e un gatto bianco con striature e una grande coda marroni. Assume atteggiamenti da boss, per dissipare eventuali dubbi sul fatto che è gatto di mondo, esperto e navigato. Con aria sprezzante, quasi di sfida, si mette pure in posa per una foto.
Il
locale ha un arredamento ordinario, salvo una stufa in ferro all’ingresso di
pregevole fattura. La sala ristorante è stipata con tavolini e sedie in legno
colorate di verde. Ma quello che stupisce maggiormente è il tronco di un pino
che occupa il centro della sala, a guisa di grossa fionda che penetra nel
soffitto.
Vicoli stretti percorrono il paese distribuito lungo un pendio, adornati da cespugli verdi e vasi di fiori appesi alle facciate in pietra dentro cestelli metallici.
Sulle case vigila severa la mole della torre campanaria munita di orologio. Ai suoi piedi una edicola ricavata nell’angolo di un muro di cinta.
Sugli usci di casa pochi anziani occupati a sfogliare un giornale o in atteggiamenti pensierosi, lo sguardo inespressivo perso nel vuoto. Senso di solitudine, attaccamento alle proprie radici, il paese, la gente che si conosce e un rifiuto per una vita frenetica e convulsa.
Lasciamo il paese in discesa verso Colognora, col pensiero della strada che poi ci condurrà a S.Quirico. La cartina ieri sera non ci aveva dissolto tutti i dubbi, o meglio, la strada esiste, ma ha un andamento avvolgente ed è tremendamente lunga. Difatti la presenza di un vallone molto profondo obbliga ad una deviazione che raggiunge le pendici del Monte Battifolle per poi scendere a S. Quirico da nord.
Vogliamo arrivare a Colognora al più presto per renderci conto se esistono percorsi alternativi.
Presso la salita che precede il paese, dove un cartello avverte che ci troviamo in un”Isola linguistica”, ci fermiamo per chiedere spiegazioni. Un uomo sta tagliando la legna con una motosega lungo un dirupo, la macchina ai bordi della strada. Alle nostre domande risponde in modo evasivo, a monosillabi. Poi mi chiede di aiutarlo a mettere in macchina la legna e la motosega.
Non so se andarmene o aspettare che si decida a spiegarsi meglio. Alla mia richiesta di conoscere una fantomatica stradina che scende nel vallone, mi toglie ogni illusione, chiarendo che non è di facile individuazione. E che comunque da soli, senza il suo aiuto, c’è il rischio di perdersi nel bosco.
Si
dichiara disponibile a condurci con la sua macchina in fondo al vallone, dove
poi ci avrebbe indicato il sentiero che risale nella direzione opposta verso un
gruppo di abeti non lontano da una sterrata. Ci spiega anche che non percorre
quel sentiero da qualche anno e che è consigliabile non dirigersi troppo verso
destra per la presenza di uno strapiombo pericoloso. A suo parere, si può
raggiungere la strada che sovrasta il dirupo in meno di mezz’ora. E che comunque
in caso di smarrimento l’unico modo di uscirne è quello di tornare indietro.
Guardo Donatella e credo di leggere nel suo sguardo una certa diffidenza. Anch’io non sono tranquillo, tutte quelle chiacchiere hanno l’aria di nascondere qualche altro intento. Forse, sono prevenuto, certo che l’uomo ha un’aria strana, sfuggente.
Decidiamo di farci portare con la macchina in fondo al dirupo. Prendiamo posto, Donatella si sistema sul sedile posteriore circondata da un’infinità di cianfrusaglie e di attrezzi. Io, accanto all’uomo, con lo zaino che mi obbliga ad allungare il collo per sbirciare sulla strada.
La macchina arranca sulla salita verso Colognara e dopo una curva si immette in uno sterrato sassoso e dal fondo molto sconnesso. Comincia la discesa verso il vallone. L’uomo guida con una disinvoltura eccessiva e gira spesso lo sguardo intorno, mentre la macchina sobbalza minacciosamente sulle buche e contro i sassi.
Non riesco a girarmi a causa dello zaino, ma è meglio così: temo di incontrare lo sguardo perplesso di Donatella, che si è chiusa in un mutismo inquietante.
L’uomo, senza fargliene richiesta, ci spiega che nel bosco non si raccolgono funghi, che non crescono. A me sembra che il bosco, nel quale stiamo scendendo, sia il posto ideale per trovarne, ma forse ha paura che possiamo raccoglierne. Per la verità, il pensiero dei funghi non mi sta nemmeno sfiorando.
Incrociamo
un fuoristrada con a bordo un tipo che dimostra di conoscere il nostro bizzarro
autista. Un po’ la cosa mi rasserena. Prima di arrivare in fondo al vallone,
dobbiamo dare strada ad un trattore che traina un carico di legna. Durante la
manovra la macchina urta più volte il terreno con il paraurti davanti, ma la
cosa non preoccupa eccessivamente il nostro amico.
Arrestata finalmente la vettura, l’uomo ci accompagna all’imbocco di un sentiero e ci indica con un largo gesto la direzione da prendere.
Restiamo improvvisamente soli, in balia di un silenzio palpabile al cospetto di castagni dall’aspetto imperturbabile. Non so se gioire per l’allontanamento dell’uomo o essere in apprensione per la risalita dal vallone. Non voglio stare a pensarci e mi infilo risoluto nel sentiero seguito da Donatella.
Castagni dal tronco poderoso ci sfilano accanto, mentre il sentierino un po’ alla volta svanisce tra cumuli di foglie secche. Non si può certo dire che sia stato percorso di recente, ma è pur vero che se si tiene una direzione costante verso l’alto della scarpata, badando a mettere i piedi dove il terreno garantisce un buon appoggio, è pressoché impossibile sbagliare percorso.
Difatti dopo circa venti
minuti, Donatella avvista, poco discosto, il gruppo di abeti e in breve
raggiungiamo una strada sterrata oltre la quale, sul ciglio di una spianata,
sorge una chiesetta. Si tratta della Madonna del Tamburrino. Non avrei mai
pensato di provare sentimenti di gratitudine verso un luogo sacro. D’altronde
non avevo messo in conto la risalita da un profondo vallone, privo di segnali e
con una debole traccia nascosta tra il secco fogliame, anche se, a conti fatti,
l’impresa si è rivelata più
facile
del previsto. Ma questo è tutto senno di poi.
La chiesetta è preceduta da una gradinata e da un portico che riceve luce attraverso tre archi di incomparabile eleganza.
Dopo esserci rinfrescati ad una fontana, facciamo sosta presso una panchina. Lo spiazzo, disseminato di castagni secolari, squarciati per gli acciacchi della vecchiaia e con la cavità interna vuota, presenta qua e là tracce di fuochi recenti. Sassi anneriti intorno ad accumuli di cenere sono sparpagliati ovunque.
Sul alto opposto dello spiazzo si estende un altro bosco di castagni, che scende ripido lungo il versante. Scorgo alcune indicazioni di un sentiero che penetra nel sottobosco, in direzione di S. Quirico. Forse è la scorciatoia che fa al caso nostro, evitandoci il lungo sterrato che transita accanto alla chiesetta. Non ci resta che approfittarne, anche se a questo punto ne avrei fatto volentieri a meno.
Il bosco di castagni digrada rapidamente. Il sentiero, ben segnalato, richiede molta prudenza e in breve sbuca su uno sterrato che con pendenze più modeste porta in periferia di S. Quirico, annunciato dalla sua torre di avvistamento. Sullo sfondo, sfumate in una opacità indistinta, le case di Castelnuovo e di Sorana.
Il paese sorge su un poggio a ridosso del versante orientale del Monte Battifolle. Facciate in pietra con persiane verdi, pergole colorate e tettoie, vicoli che scompaiono sotto piccoli tunnel oscuri. Una piazzetta dove alcuni ragazzi rincorrono una palla e un negozio di alimentari che ha già chiuso i battenti.
Risaliamo
verso la sommità del paese in cerca di un posto dove mangiare. Qualcuno ci
indirizza al circolo dei bocciai, che raggiungiamo dopo essere transitati
all’interno di una casa privata e uscendo dal giardino retrostante.
S. Quirico è uno dei 10 “castella” della Svizzera pesciatina, borghi medievali fortificati sorti su poggi e creste isolate o lungo i versanti delle montagne a nord. Così l’ha definita un tal Sismondi, storico ed economista svizzero, che qui ha trascorso parte della sua vita, mostrando così di apprezzare nei paesaggi collinari a nord di Pescia quelle bellezze naturalistiche che tanto popolavano i ricordi del suo paese natale.
Il circolo dei bocciai mi lascia sgomento: un nome così gradevole alle orecchie, così toscano, ed invece… Una baracchetta dall’aspetto trasandato e poco rassicurante mostra ambizioni da bar, senza averne alcun merito. Dietro, nella penombra di una tettoia, alcuni tavoli dove pochi avventori sorseggiano una bibita.
Una focaccia con prosciutto ed una birra attenuano per un po’ il mio incontenibile appetito. Donatella chiede informazioni ad un signore seduto ad uno dei tavoli in compagnia di due bambini. E’ di nazionalità inglese, forse, trascorre qui le vacanze con la famiglia. L’espressione della faccia è tragicamente eloquente: un naso rubicondo e piuttosto pronunciato campeggia su un viso che denota estrema familiarità con vino, alcol e affini.
Non ne ricava nulla di interessante, anzi si fa l’opinione che il tipo sia già alticcio. Ed è solo mezzogiorno.
Lasciamo S. Quirico con la certezza che questi borghi medievali meritano sicuramente una visita, ma la sera, ognuno a casa propria. Qui non c’è l’ombra di un albergo e anche col mangiare non c’è da farsi troppe illusioni.
Proseguiamo
la nostra ideale Via Crucis nella Svizzera pesciatina, arrivando in vista di
Stiappa, arroccato su un poggio, mentre il cielo accenna a rabbuiarsi.
All’ingresso del paese un cartello vieta di superare i 30 orari, quasi un
invito, nemmeno troppo larvato, al mondo dei motori, perché se ne stia alla
larga.
Stiappa, a differenza degli altri borghi vicini, non possiede una cinta difensiva fortificata. Per questo bastano i muri esterni delle case con la loro mole ed un’altezza considerevole. Queste sono costruite in pietra grigio-scura, con le ante colorate in verde come a S. Quirico. Il paese è disposto su vari livelli e lunghe gradinate lo percorrono, occupando tutto lo spazio. Gradini di modesta altezza, adatti, si direbbe, al passo di un bambino e con la parte centrale incurvata per il frequente passaggio.
Notiamo subito per le strade molte donne, parecchie già in età, ma ancora arzille e disposte al dialogo. Alcune fanno cerchia attorno ad una donna che mostra tra le mani un uccellino appena catturato. Altre sono sedute su un muretto presso l’uscita del villaggio e parlano tra loro… in francese. Ci spiegano che da ragazze hanno abbandonato il paese per un lavoro in Francia. Col tempo hanno formato una famiglia e messo al mondo dei figli.
Raggiunta
la pensione, parecchie di loro sono ritornate a Stiappa, ognuna col proprio
carico di ricordi, per trascorrere la vecchiaia nella casa di famiglia. I figli
non sono voluti venire in questa borgata priva quasi di tutto, ma soprattutto di
disponibilità lavorative. E tra loro queste donne hanno continuato a conversare
nella lingua appresa da adulte, quella che in qualche modo le mantiene unite ai
figli rimasti lassù.
Anche se l’ora non è tarda, cominciamo ad informarci circa un alloggio, ma il risultato è che Stiappa non è diversa da S. Quirico e forse da Pontito dove pensiamo di fermarci per la notte.
Sembra tuttavia che una signora misteriosa, a nome Mary, ci possa offrire qualche aiuto. Così raggiungo poco lontano un Circolo, l’unico locale pubblico del paese, dove il gestore, alla mia richiesta di un numero di telefono, mi toglie, però, ogni speranza dicendomi che qui quasi nessuno è in possesso di un cellulare. Mah, forse vuole solo liberarsi garbatamente di me…
Non ci resta che conservare le nostre speranze per Pontito, anche se qualche donna, poco opportunamente, si preoccupa di ragguagliarci sulla mancata presenza di strutture di accoglienza nel borgo. Io comunque non mi perdo d’animo: sul mio taccuino rintraccio nell’angolo di una pagina una nota, dove si segnala un ostello insediato in una ex-scuola.
Intanto,
mentre mi disseto ad una fontana, prima di allontanarmi, arriva un furgone che
cattura subito l’attenzione delle astanti. Vende frutta e verdura e non ha
bisogno di tanti annunci, perché le donne si fanno subito avanti con le
ordinazioni. Sembra che per l’indomani sia atteso quello del pane e affini. Mi
domando cosa mangerà questa gente in inverno, se una forte nevicata li terrà
isolati e senza furgoni per qualche settimana.
Spinti dalla curiosità di conoscere cosa ci riserva Pontito per questa sera, usciamo dal villaggio verso nord. Pontito, per la verità, l’ho già avvistato prima di entrare a Stiappa, incorniciato dal verde scuro della montagna, nella sua forma caratteristica di un ventaglio rovesciato. Questi borghi del resto sono tutti a vista tra loro. Tuttavia, anche se la distanza in linea d’aria da Pontito è relativamente esigua, altrettanto non si può dire della strada che per un buon tratto prende a serpeggiare e poi si ostina a voler fare il suo ingresso nella borgata aggirandola da nord, giusto l’opposto da cui proviene.
Per tenerci all’erta, ci si mette anche il tempo che è andato via via offuscandosi, fino a prorompere con un improvviso acquazzone, che ci obbliga ad una sosta. Io mi riparo sotto un ombrellino, Donatella, invece, indossa un poncho con cappuccio.
Prima di Pontito, però, cessa di piovere e fa la sua apparizione un pallido sole. Superata una salitella, entriamo in Pontito, dove veniamo accolti dal fascino incontenibile dei suoi vicoli e delle sue case in pietra.
Donatella
si informa subito per un alloggio presso una donna, la quale afferma di non
poterci aiutare. Tuttavia ci accompagna da un anziano seduto sulla porta di
casa, spiegandoci che è uno fra i residenti più anziani. Questo si schermisce un
po’, sostiene che l’unico posto disponibile è l’edificio della ex-scuola, ma per
qualsiasi decisione rimanda al responsabile della Pro Loco, che nei suoi locali
sta ora organizzando una festa e una mostra di pittura.
Sto sperimentando quanto poco valgono i soldi in certe situazioni, ma piuttosto la simpatia e una buona impressione. Come c’è da imparare da tutto questo.
Dopo vari tentennamenti, Marco, il responsabile della Pro Loco, consigliato dalla moglie Sandy, ci accompagna alla ex-scuola e ci spiega che può solo offrirci da dormire in terra nella saletta dei giochi.
Ovviamente accettiamo. Anche se siamo consapevoli che, dopo la focaccia del circolo dei bocciai, non possiamo certo aspettare l’alba di domani in compagnia di un gelato. Sembra infatti che per cena non ci sia altro, vista la mancanza di ristoranti o altro. Mah, si vedrà.
Ci rassettiamo alla meglio con un rubinetto nei bagni, riusciamo anche a lavare qualche indumento. Il sole è ancora alto, avrei bisogno di un pisolino ristoratore, ma nella saletta è un andirivieni di ragazzini che giocano o chiacchierano rumorosamente.
Donatella è già sparita per i vicoli del borgo, alla scoperta di scorci da fotografare e c’è da stare certi che ne avrà per un pezzo. Mi sono persuaso che questi momenti di solitudine e di libertà con se stessa sono per lei importanti quanto il cammino stesso. Forse anche di più. E la prova è scritta sul suo viso quando ricompare: é radiosa, ha gli occhi che le brillano e una smania irrefrenabile di raccontare quello che ha scoperto in giro.
Sembra
quasi che il suo cammino abbia termine solo dentro il sacco a pelo, prima
di addormentarsi. E non quando ha poggiato a terra lo zaino dopo una giornata
di fatiche. Forse, ha nostalgia dei cammini percorsi da sola, ritagliati dentro
spazi e tempi a suo piacere, senza doverli necessariamente condividere con
qualcuno e caricarsi del peso, comunque sempre invadente, di un compagno, più o
meno occasionale.
Pontito è distribuito su alcuni terrazzamenti che convergono verso l’alto, dove si eleva una chiesetta affiancata da un campanile. Vicoli e lunghe scalinate in forte pendenza permettono di raggiungere ogni angolo del borgo.
Passeggiando tra i vicoli, noto tra coloro che risiedono nel villaggio un certo affiatamento e un forte senso di solidarietà. Tra le viuzze, incrociando gente sedute sui gradini o a passeggio, si rincorrono frasi in lingue diverse, soprattutto francese. Marco mi spiega che il paese è abitato stabilmente da 40/50 persone, tra cui molti anziani. Gli altri, e in estate se ne contano anche alcune centinaia, sono i proprietari di una casa che occupano al massimo per un mese. Alcuni sono stranieri, ma molti sono eredi, come Marco e Sandy, e trascorrono qui nella seconda casa le loro vacanze.
Se
si escludono alcune abitazioni fatiscenti, ancora in attesa di eventuali
compratori, le altre sono in condizioni eccellenti e anno dopo anno vi vengono
apportate migliorie. Non fosse per questi abitanti estemporanei, Pontito
rischierebbe di diventare un paese fantasma.
Ma quanto potrà durare tutto questo? Il discorso riguarda tutte le borgate della Svizzera pesciatina, anzi qui a Pontito in estate c’è un certo risveglio, un fermento che altrove non esiste. E anche la festa allestita nella ex-scuola con banchetti e giochi per i ragazzi, nonché una apprezzata mostra di pittura, hanno lo scopo di attirare interesse e di rinsaldare vecchie tradizioni, altrimenti destinate a scomparire.
Forse, tra una generazione il volto della Svizzera pesciatina, dolci colline inframmezzate da borghi medievali, avrà subito cambiamenti radicali. Il fascino di un territorio ha la possibilità di conservarsi se non viene messo a dura prova da un turismo di massa, che esige alberghi, nuove strade, ristoranti che alla lunga ne offuscano l’immagine. Ma quale destino attenderà al varco queste borgate se nuova linfa non darà loro vigore e un nuovo assetto, quando i tanti, troppi, anziani che ancora le popolano avranno traslocato nei cimiteri? Diventeranno paesi fantasma per undici mesi all’anno?
Pontito in attesa degli sviluppi si è agghindato con i colori più sgargianti per accogliere gli ospiti. Fioriture, panchine rigorosamente color verde, stemmi colorati e indicazioni di strade nelle fogge più bizzarre.
Non può sfuggire un’insegna in legno che reca scritto: “Porta di sopra” con disegnato al centro un cavalluccio marino attorniato da quattro conchiglie (che abbia qualche attinenza con il culto dell’apostolo Giacomo?).
Nel tardo pomeriggio Marco mi rassicura circa la cena. Siamo invitati ad una cena collettiva, semplice e senza pretese, in compagnia della sua famiglia, all’interno di una saletta dalle cui pareti ci guardano, come tanti occhi, le tele di decine di quadri. Non speravo tanto, dopo i problemi iniziali. Per la notte ci mettono a disposizione perfino due divani in un’altra saletta della mostra di pittura.
Un
encomiabile esempio di ospitalità, maggiormente meritevole, perché
disinteressato e lontano da legami ideologici e da artefatta pietà cristiana. Lo
spirito semplice e generoso di cui nei secoli hanno beneficiato pellegrini e
viandanti nel loro vagabondare per santuari e lungo le mille strade della vita.
Finalmente arriva sera, anzi notte, una notte stellata, che rischiara il paese quasi come a giorno. Siamo i soli occupanti della ex-scuola, fuori è silenzio, o meglio dalla finestra aperta si sentono le voci smorzate degli ultimi che si attardano ai tavolini sotto il tendone preparato per il banchetto di domani. Voci che si mescolano nella mia mente a quelle dei ragazzini che giocavano nella saletta oggi pomeriggio. Ragazzini figli dei tanti ricconi di città che si possono permettere una seconda casa su queste colline. Voci dai toni arroganti e spesso insolenti, accompagnate da parole sprezzanti nei confronti di chi tra loro non può vantare un benessere e una ricchezza pari a quella posseduta dalla loro famiglia.
Forse, era solo un gioco infantile, un modo per darsi un certo tono, per provare a fare i grandi imitando papà. Ma a me è parsa una nota malinconica e triste e pensando a Pontito e al suo destino, mi considero fortunato se oggi ho avuto ancora la possibilità di camminare tra i vicoli di questo borgo incantevole.
12 Agosto 2009 Pontito - Sammommé
Ho atteso l’alba con un senso di liberazione. Un’altra notte insonne, tormentata da ansie e afflizioni di ogni genere. Peggio di quella all’Hotel Bridge: là almeno ero sdraiato su un letto.
Prima
di coricarmi ho fatto un tentativo di conciliarmi col sonno, curiosando nella
piccola biblioteca accanto alla mostra di pittura, dove ho scovato un testo che
trattava di questioni medievali. Ho preso a scorrerlo qua e là con profondo
interesse, ma poi le palpebre si sono fatte pesanti e la vista si andava
annebbiando.
Donatella era china su se stessa e prendeva appunti sul taccuino. Non so quando ha spento la luce, ma al mio risveglio durante la notte, nella penombra della stanza e con la finestra aperta sulla campagna, ho avvertito un senso di angoscia e di smarrimento. Un silenzio strano e insolito mi opprimeva, peggio di un frastuono assordante e i quadri sembrava volessero staccarsi dalle pareti per sommergermi.
Ho cominciato a rigirarmi, sudavo, il collo mi doleva a contatto del bordo rigido del divano. In preda allo sconforto ho perfino disteso sul pavimento i cuscini del divano, a guisa di materasso, ma si disunivano continuamente.
I minuti e le ore passavano, il desiderio di dormire cresceva ed io mi domandavo come avrei potuto continuare il cammino in quelle condizioni.
Venuta l’alba, abbandono ogni indugio e, zaino in spalla, esco nell’aria fresca del mattino.
Imbocchiamo la strada in discesa dietro la ex-scuola verso est, ma ben presto ci accorgiamo di aver già sbagliato. Questa fa un largo giro sotto il paese e ci riporta alla salitella di ieri pomeriggio. Ripassiamo nuovamente in paese, per ritrovarci ancora al punto di partenza. Mezz’ora persa!
Nel mio caso la notte non ha portato consiglio, ma non poteva essere altrimenti. Ma, forse, anche Donatella ha ancora qualche conto aperto con il sonno.
Prendiamo
finalmente la direzione giusta verso Lanciole e Crespole, due borgate
fortificate che introducono alla celebre zona boscosa conosciuta come Macchia
Antonini. Da lì piegheremo a nord e punteremo verso il passo della Collina,
situato lungo la statale che conduce all’Abetone.
La strada sale leggermente circondata da paesaggi tipicamente montani, alti abeti dal fusto sottile e diritto con in alto chiome rade e stentate. Un’ombra pesante scende dal sottobosco e invade i valloni profondi ai margini della strada, facendoci per un momento temere di non esserci ancora allontanati dalle Apuane.
A Lanciole il sole sta già riscaldando l’aria e così non mi lascio sfuggire una salutare bevuta presso una fontana. Crespole è già in vista, ma in posizione più elevata, con le case che spuntano da un verde cuscino di piante. Sembra che a dividerci ci siano due, tre curve ed, invece, la strada torna a salire e ad arricciarsi sopra strapiombi pericolosi.
Il paesaggio, per contro, si addolcisce, ricompaiono i castagni e i rilievi mostrano una linea arrotondata, meno aspra. Anche il bosco, costituito da giovani piante, appare più familiare e trasmette una sensazione di pulizia e freschezza.
Incrocio
alcuni passanti che sfruttano l’ora ancora mattutina per un po’ di refrigerio.
Fra questi una signora che procede nella nostra direzione e con la quale
Donatella scambia alcune impressioni. A suo dire, il territorio non riceve più
le cure e le attenzioni di un tempo, soprattutto lungo gli argini scoscesi dei
torrenti, dove i contadini portavano il bestiame a pascolare, mentre ora
l’avanzare incontrollato della vegetazione selvatica nasconde alla vista persino
il rigagnolo di acqua.
E anche le mucche che in tempi non troppo lontani punteggiavano le radure e i pascoli con i colori del loro mantello, ora sono scomparse. Il paesaggio e la vita che mutano, vecchie tradizioni che fanno a gomitate con le perfide sirene della modernità. Mestieri, arti, stili di vita il cui ricordo permane soltanto nella memoria sempre più flebile e incerta degli anziani. Ma per quanto ancora?
La strada in leggera pendenza sembra come attratta dal bosco che la circonda. Vi si incunea con curve dolci, sinuose, mentre lo sguardo è piacevolmente inebriato dalla presenza sui margini di una varietà stupenda di piante, floride e vigorose. Faggi, abeti, piuttosto che querce, la Macchia Antonimi ci accoglie con i suoi boschi, solcati da sentieri e stradine.
Una targa fissata ad una fontana avverte che il servizio idrico integrato del Comune di Piteglio non ha controllato la potabilità dell’acqua. Tanto basta per offrire lo spunto a qualche buontempone per una battuta troppo scontata: “Allora controllatela, stronzi!”.
In
una radura un elicottero della forestale attende impaziente di riprendere il
volo, forse, per una esercitazione. Poco avanti un’area attrezzata per il
campeggio accoglie numerosi camper, un modo piacevole per vivere più
intensamente il contatto con la natura.
La vista del bar ristorante “La macchia” con le sue specialità di panini e merende ci rammenta che nulla impedisce di fare colazione anche alle 10 di mattina. Il locale ci lusinga con una varietà di salumi e formaggi tipici, ma, retro della medaglia, il pane è atteso solo per le 11 col furgone. Strano mondo di collina dove la vita è spesso regolata sull’efficienza di un furgone e la disponibilità di chi lo guida.
Siamo ormai nel cuore della Macchia Antonimi dove una cappella a forma ottagonale custodisce le spoglie dell’antico proprietario di questi boschi, ora zona demaniale. L’ingegnere Pellegrino Antonini che ha voluto privarsi di buona parte del suo patrimonio, perché fosse amministrato a beneficio delle popolazioni locali. Ha solo chiesto nel testamento che ogni anno nella domenica più vicina al 20 Agosto venisse indetta una festa in suo onore.
Nei prati erbosi che circondano il piccolo mausoleo gruppi isolati di persone si godono la mattinata.
Noi proseguiamo il cammino verso Margine di Momigno, un paesino del comune di Marliana, a circa 1000 metri di altezza. Ombra e poco traffico, quattro chiacchiere tra noi sulla bellezza del paesaggio e raggiungiamo Margine, poche case a ridosso di un incrocio, dove prendiamo la direzione per Prunetta.
Il paesaggio non muta. Curve strette e tondeggianti ci danno qualche pensiero per il passaggio forsennato di decine di moto di grossa cilindrata, novelli emuli del Valentino nazionale.
Un cartello stradale mette in guardia dalla presenza di caprioli sulla strada. So bene io chi avrei disegnato sul cartello al posto di questi innocui animali…
Prunetta
è una cittadina piacevole, ricca di movimento, con tracce di una villeggiatura
che richiama i suoi ospiti benestanti anche dall’estero. E’ nota per essere
stata sede di un ospizio appartenuto ai Cavalieri Templari. Costruito intorno
all’anno 1000 e patrocinato dai Conti Guidi, in seguito è divenuto proprietà dei
Cavalieri di Malta. Lo spirito che ha animato i Templari in Terrasanta,
portandoli alla costituzione del noto Ordine in difesa e protezione dei
pellegrini, ha trovato anche qui a Prunetta il terreno ideale per esprimersi
attraverso la fondazione di un ospizio. Probabilmente anche in quell’epoca
storica il flusso dei pellegrini diretti a Roma e provenienti dal nord
attraverso gli appennini doveva essere cospicuo e non passava inosservato. E in
attesa che i tempi maturassero e anche a causa dello scarso e discontinuo
contributo fornito dai monasteri e dalle abbazie, queste forme di assistenza
erano quanto di meglio il pellegrino potesse sperare.
Nel territorio di Prunetta, dai monti situati a nord del centro abitato, ha origine il Reno. Dopo un breve percorso sull’appennino toscano, forse incerto sulla direzione da prendere, il fiume “decide” di scendere verso la piana romagnola per sfociare nell’Adriatico sotto le Valli di Comacchio. Una “decisione” sicuramente invisa ai toscani e ai pistoiesi in particolare. Un fiume è ricchezza e garantisce prosperità e benessere ai contadini che lavorano la valle dove scorre.
E’ mezzogiorno e, dopo le recenti vicissitudini gastronomiche, avvistato un ristorante dal nome promettente di Rustichello, non esitiamo un attimo a saggiarne le sue specialità.
La
sala da pranzo è accogliente, fresca, ai tavolini qualche gruppo familiare, non
mancano coppiette di motociclisti. Donatella mi consiglia delle tagliatelle
condite con cacciagione del posto. Sorvolo sul capriolo, mi ispira simpatia e
poi mi fa troppa tenerezza e punto il dito sul cinghiale, scontroso e irsuto, di
cui serbo un ricordo angosciante. In un precedente cammino in montagna, la sua
sola presenza nelle vicinanze di un sentiero, dove mi ero accampato per la
notte, è stata sufficiente per farmi desistere dal proseguire.
A dar retta alle statistiche, recentemente sull’appennino tosco-romagnolo il cinghiale ha raggiunto una diffusione allarmante. L’animale, inoltre, non trova a certe quote cibo sufficiente per sfamarsi ed è costretto a scendere nel fondovalle dove crea scompiglio negli orti e nei pollai.
L’abbandono dei monti da parte di montanari e pastori, con l’apice a cavallo degli anni ‘60 del secolo scorso, per mestieri meno pesanti e, forse, più remunerativi in pianura e nelle città, ha aperto la strada ad una crescita di boschi e foreste, compresi gli animali che le popolano, senza un giusto equilibrio e nel totale disordine.
In certe zone sono bastati pochi anni alla boscaglia per riassorbire e distruggere quanto l’uomo aveva costruito: malghe, stalle, radure e pascoli per pecore e mucche. Gli animali selvatici si sono moltiplicati in maniera abnorme, col risultato che lupi e cinghiali sono stati avvistati ai margini di borgate e paesi posti a quote più basse.
Debbo comunque riconoscere al cinghiale il merito di avere una carne gustosa e molto saporita, condivisa peraltro anche dagli altri commensali, anche se temo che l’animale ne farebbe volentieri a meno.
Non
ho ancora avuto con un cinghiale un incontro ravvicinato del 3° tipo, per
intenderci alla Spilberg, ma non ci tengo neppure. Del resto dubito che possa
capitare nel prosieguo del cammino, se, come mi risulta, è un animale che si
sposta e caccia soprattutto di notte.
Ben rifocillati, lasciamo Prunetta per Le Piastre, imboccando una strada in discesa e sotto un sole impietoso. Le Piastre è conosciuta per essere la località dove si svolge il campionato italiano della bugia. L’originale e simpatica iniziativa è frutto della fantasia di tre suoi cittadini che evidentemente hanno mostrato di sentirsi a loro agio tra ciance e panzane di ogni genere.
Giunti in paese individuiamo, accanto allo stradone, il corso del Reno, qui poco più di un ruscello. Un sentiero in ombra e delimitato da robuste staccionate in legno lo affianca per tutto il tratto sino ad una costruzione che mi ricorda le pallozas, le antiche case dei pastori costruite con pietra e paglia sul Cebreiro in Galizia lungo il Cammino Francese. Questa, invece, è la ghiacciaia della Madonnina con il tetto in tegole e paglia di segale. Parecchie ghiacciaie simili sono sorte nella zona e hanno alimentato in epoche passate l’industria del ghiaccio naturale. Ghiaccio che poi veniva trasportato in pianura e qui venduto.
Sembra che il paese di Le Piastre abbia sfruttato le condizioni climatiche particolarmente rigide dell’alta valle del Reno per tenere in vita questa attività che evidentemente nelle stagioni più calde aveva parecchi estimatori.
I
territori che stiamo attraversando sono situati perfettamente sulla Linea
Gotica: dalla Macchia Antonimi la linea difensiva tedesca puntava verso il passo
della Collina, dove contiamo di passare l’indomani. In queste zone le postazioni
fortificate tedesche erano del tipo più semplice: accanto a bunker seminterrati
che ospitavano la torretta di un carro armato munita di cannone, vi era una
serie di ricoveri sotterranei e rifugi di piccole dimensioni.
Tutte le opere che venivano installate rispondevano a criteri di standardizzazione riguardo al posizionamento, alla messa in opera e agli interventi di sistemazione del territorio circostante. Dove erano montate postazioni e piazzole di tiro (praticamente dappertutto) si procedeva sistematicamente all’abbattimento della vegetazione e delle costruzioni situate nell’area prospiciente. Estesi boschi di castagni e parecchi cascinali e fattorie vennero rasi al suolo con buona pace di chi li aveva abbandonati per sfuggire alla cattura.
Nella fase più intensa e febbrile dell’edificazione del sistema difensivo fortificato, l’apporto della manodopera locale era determinante e così pure quello di molte imprese che operavano nel settore edilizio. Spesso era conveniente lavorare alla realizzazione di queste opere, soprattutto se in caso di arresto l’alternativa era un treno diretto in Germania. Ovviamente di sola andata. E in ogni caso i metodi messi in atto dalle truppe tedesche per arruolare gli operai italiani erano di un tipo persuasivo che non ammetteva repliche.
Trincee, ricoveri, bunker, quasi tutto, a distanza di oltre 60 anni, è stato inghiottito dalla vegetazione, oppure è confinato nel capiente “cestino” della memoria storica collettiva. Quel poco che rimane si è conservato, nonostante l’usura del tempo e la mancanza di materiali da costruzione più resistenti, grazie alla presenza di cavità naturali del terreno e della montagna.
Sinora
nel nostro vagabondare per l’appennino toscano, boschi, valli, stradine bianche
e sentieri non abbiamo ancora scorto cartelli indicanti la presenza di opere
fortificate della Linea Gotica. L’unica eccezione i monti Pasquilio e Folgorito
il primo giorno, con quelle tavolette di legno ormai fatiscenti. Forse, è vero
che invecchiando si tende ad avere memoria di fatti e personaggi molto lontani
nel tempo, per intenderci di Garibaldi, Napoleone. Meno di episodi più vicini a
noi, o che ci dovrebbero toccare emotivamente. Forse è un rigetto naturale,
dimenticare per poter vivere.
E poi c’è sempre quel proverbio che ammonisce chi resta a darsi pace, tanto chi è morto giace. E degli eccidi nazisti che hanno insanguinato paesi, valli e piccole frazioni cosa è rimasto nel cuore e nella cultura della gente, oltre a coreografici e ingombranti monumenti ai caduti?
Il
sentiero presso la ghiacciaia ha termine, ovviamente non il Reno che prosegue la
sua discesa di fianco allo stradone, ma sempre più occultato dalla vegetazione.
Sole e traffico mi infastidiscono, il paesaggio non è esaltante: qualche casa,
pochi alberghi, fattorie con splendidi cavalli chiusi nei recinti.
Abbiamo deciso di rispettare, se possibile, la tabella di marcia prevista per oggi e dunque cercare alloggio per la notte a Sammommé. La cartina, però, non ci conforta pienamente circa l’itinerario nella sua parte terminale: sembra che manchi un collegamento tra la strada che dovremo imboccare tra poco e il paese situato più in basso, appena sopra la piana che sale da Pistoia. In altre circostanze, imprevisti simili si sono risolti da soli, una volta sul posto.
Dopo circa un’ora di cammino piuttosto monotono, abbandoniamo senza alcun rimpianto la regionale n. 66 che conduce a Porretta Terme per imboccare uno stradino che sale ripido a piccoli tornanti. Almeno qui non mancano ombra e anche un po’ di calma, salvo qualche fuoristrada che Donatella non esita a fermare per accertarsi sulla bontà del cammino. Ormai non ho dubbi: questo bisogno di chiedere continuamente la strada a chiunque è evidentemente più forte di lei. Ma in parte la comprendo.
Quando si fa l’abitudine ad una freccia che ti rassicura e ti toglie d’impaccio agli incroci, come avviene sui principali cammini in Spagna, può creare imbarazzo e apprensione il trovarsi a dover fare delle scelte senza il conforto di una cartina o delle indicazioni di un passante.
Spesso si è portati a trovare una giustificazione nel senso dell’orientamento, come se possederlo fosse una virtù come l’onestà o l’altruismo. Ma questo è vero solo in parte.
Quello che, invece, ci mette veramente in ansia è il timore di allontanarci troppo da certi standard di vita, dove non esiste un ostacolo che un apposito strumento non possa rimuovere o eliminare. Dove spesso tutto viene miseramente pianificato, razionalizzato, sterilizzato.
Ma
se così fosse, che cammino sarebbe? Forse, una gara podistica, senza emozioni e
sussulti, senza un’anima vera. Dove basterebbe un navigatore a metterci sulla
retta via, privandoci così del “piacere” di prendere qualche volta la direzione
sbagliata.
Anche questo è cammino, è libertà, è gioia di vivere, anche lungo una strada “sbagliata”, ma non per questo meno “strada”.
Spesso la perfezione in quanto tale viene a noia, deprime e può far piacere accostarci talvolta all’incerto, all’imprevedibile. Il nostro spirito avrebbe buone ragioni per esaltarsi e caricarsi di nuovi stimoli.
Raggiunta la sommità della collina, cominciamo la discesa sul versante meridionale. Ancora immagini di boschi magnifici, ben curati, freschi, lussureggianti. Boschi che respirano.
Querce, faggi e fughe di abeti dal tronco diritto e lungo: chissà se questi sono gli alberi piantati dopo la guerra sulla desolazione della Linea Gotica, quando parecchie zone collinari e pedemontane sono state denudate completamente della vegetazione.
Tra i rami degli alberi appare di tanto in tanto la città di Pistoia allungata nella pianura..
Ad
un bivio scendiamo lungo una stradina ancora più stretta: Sammommé non dovrebbe
distare ancora molto. Forse, la cartina che abbiamo non è aggiornata e, senza
volerlo, abbiamo imboccato la direzione desiderata.
Mi disseto ad una fontana, mentre un gruppo di giovani passeggia, chiacchierando rumorosamente.Vediamo finalmente il cartello e le prime case ai margini del bosco. Chiediamo per un alloggio e ci viene indicato l’albergo Guidi proprio alle nostre spalle in fondo ad un vialetto. L’albergo ha camere disponibili, ce ne viene assegnata una d’angolo al primo piano con due finestre molto ampie.
Non mi sento molto affaticato, oggi non abbiamo superato dislivelli di rilievo. E’ stato piuttosto un cammino lungo ed estenuante, dove il caldo intenso ha fatto la sua parte. Da un paio di giorni ho una vescica sul tallone del piede, così sono costretto a indossare quasi sempre i sandali.
Dopo la doccia decido anch’io di fare un giro in paese. Sammommé non offre molti spunti di interesse ed è tutto raccolto in poche case attorno alla chiesa. Sembra che sia prevista per la tarda serata una sfilata in costumi di epoca longobarda, con comparse, canti, balli e quant’altro.
Un ristorante ai margini di un prato dove avranno luogo le cerimonie, organizza una cena ispirata alle tradizioni e ai sapori longobardi, ma i posti sono tutti occupati. Certo che una festa simile nel pistoiese ha tutta l’aria di essere un’invasione di campo, per usare un termine calcistico.
Beviamo una birra al bar Il Gufo aperto sulla piazzetta della chiesa, osservando l’andirivieni della gente. In paese non troviamo un ristorante aperto, fortunatamente ci soccorre quello dell’albergo dove alloggiamo.
L’albergo è a conduzione familiare e ospita qualche persona anziana per la villeggiatura. Ceniamo nell’ampia sala al piano terra, coi tavoli ricoperti da tovaglie a quadretti rossi e bianchi e mobili antichi addossati alle pareti.
Conversiamo con la proprietaria dell’albergo, una giovane donna di circa 25 anni, la quale ci racconta una storia curiosa e commovente. L’albergo, come ci spiega, ha 80 anni ed è stato fondato da suo nonno, la cui figura campeggia in un quadro appeso alla parete. Un uomo elegante, giacca, cravatta e cappello, con un’aria distinta e signorile. Questo personaggio di umili origini, ma con un progetto chiaro in testa, ha lasciato la famiglia per un lavoro nel settore alberghiero, prima in Corsica, poi in Francia e da ultimo a Londra, dove ha ricoperto la carica di direttore del Ritz. E’ stato un progressivo miglioramento professionale, dovuto alle sue capacità, ma anche alle vaste conoscenze che ha acquisito nei lunghi anni di lavoro.
Nonostante
i suoi impegni all’estero non ha mai reciso i legami con il suo paese d’origine
e la famiglia e quando i tempi sono stati maturi ha costruito l’albergo. La
nipote ci mostra un libro nel quale il nonno ha raccolto le firme dei più noti
personaggi inglesi della politica e dell’economia che si avvicendavano ai tavoli
del Ritz. Tra le tante compare anche quella di Winston Churchill.
Attualmente l’albergo sta attraversando un momento di ristagno. La villeggiatura non è più quella di un tempo, ha cambiato i contorni, i gusti, va in cerca di alternative. Sono rimaste ospiti fisse poche donne anziane, forse, ancora attratte da una certa atmosfera che si respira nell’albergo.
Manca l’interesse delle nuove generazioni, non troppo sensibili all’aria salubre della collina e al piacere di rilassanti passeggiate lungo i sentieri dei boschi.
Donatella, incuriosita dalla storia, spiega alla proprietaria che è necessaria una azione promozionale dell’albergo su vari livelli, magari puntando sulla sua fantastica tradizione. Insomma il rilancio di un albergo che è rimasto aperto ininterrottamente per 80 anni e aspira a rinnovarsi, coniugando abitudini e atmosfere del passato con uno spirito più attento alle nuove tendenze.
I rumori e le musiche della festa longobarda arrivano sino alle nostre finestre. La voglia di unirsi alla festa è grande, ma la stanchezza e un letto accogliente hanno anche loro ottimi argomenti di persuasione.
I pensieri ormai corrono a domani, all’itinerario da pianificare, alle eventuali difficoltà, al posto dove dormire la prossima notte. Ma su quest’ultimo punto non ci affanniamo più di tanto, un po’ di suspence in fondo servirà a rendere questo cammino più attraente.
Questa mattina la fortuna ci ha veramente teso una mano. Abbiamo fatto colazione in camera e vi lascio immaginare con quale soddisfazione. Ieri sera la proprietaria dell’albergo, vista l’ora mattutina della nostra partenza, ci aveva augurato la buona notte, con la promessa di una borsina con la colazione nella sala a piano terra. Ed è stata di parola!
Così
prima di lasciare la camera, ci abbuffiamo con yogurt, brioches, biscotti,
martellatine.. Dopo una simile colazione non esiste salita che ci faccia paura.
O quasi.
Nella luce diafana del mattino e avvolto nel silenzio che scende dai boschi, l’albergo ci appare in tutta la sua bellezza. Con i balconi in pietra e le persiane verdi e un vialetto ghiaioso fiancheggiato da vasi di fiori e tavolini.
Sembra di cogliere un sottile fascino d’altri tempi, di epoche remote, come se lo spirito del suo fondatore vegliasse ancora sull’albergo.
La prima parte del cammino di oggi ci porterà al passo della Collina o della Porretta e poi da lì verso i rilievi montani del pratese attraverso la Riserva naturale dell’Acquerino.
Lasciato l’albergo, riprendiamo il percorso inverso del giorno prima, ma solo per un tratto, fino ad un gruppo di abeti, stando alle indicazioni di una signora conosciuta durante la mia passeggiata serale di ieri.
Arriviamo ad un bivio in località Piloni, ma degli abeti non c’è traccia. Uno sterrato dissestato e alquanto ripido ci porta tra abeti e castagni in vista del laghetto di Lagoni. Usciamo finalmente dalla penombra del bosco per godere dei pendii verdeggianti, rischiarati dalla luce tiepida e prepotente del mattino.
Presso
il piccolo lago e nelle zone adiacenti, in realtà, oltre alla pesca sportiva,
si pratica il tiro a volo, l’addestramento dei cani ed inoltre è aperto anche un
quagliodromo. Almeno così recita un cartello. Nonostante tutte queste attività,
la conca, dove il laghetto è adagiato, appare cristallizzata in una immobilità
surreale, da cartolina illustrata. E un silenzio ovattato, accompagnato da un
senso di quiete e di pace si leva dalle acque piatte del lago e si diffonde
lungo i crinali dei monti, penetrando nei boschi ancora assonnati.
Dal passo non ci separa che un bosco di abeti, alti, possenti, avvolti da una penombra che stenta a diradarsi e dove la luce del sole lotta per aprirsi un passaggio.
La strada serpeggia in leggera salita con piccoli tornanti fino all’abitato di Collina, dove notiamo la presenza della Comunità Incontro e della sede degli alpini di Pistoia.
Arrivo al passo, ma è come aprire il sipario su uno scenario già noto, con la sensazione di ritornare in un luogo che appartiene ai miei ricordi vissuti.
Ai margini dello spiazzo, a 932 metri d’altezza è l’Antica Locanda con il suo bar alimentari ad accogliere coloro che vogliono ritemprarsi dopo la salita o anche solo per assaporare l’atmosfera del posto. Una lapide ricorda che questo albergo è stato inaugurato nel 1848 da Stefano Signorini, trasformando una preesistente osteria in “ un delizioso e riposante luogo di villeggiatura”.
Dopo l’apertura di altre vie di comunicazione tra Romagna e Toscana, il passo della Collina probabilmente ha perso un po’ di interesse per il popolo dei viaggiatori ed è stato relegato a meta esclusiva per quei pistoiesi che vogliono per qualche ora gustare il sapore dell’alta collina.
Il bar ha i tavolini all’aperto, separati sul lato stradale da una fioritura di ortensie. Se non fosse per quella scritta sulla tenda -Antica Locanda- potrei scambiarlo per un qualsiasi bar di periferia. Ma quel nome gli conferisce un certo prestigio, un’aria, come dire, di nobiltà, anche se un po’ sfiorita.
L’insieme comunica un senso di tristezza e di malinconia. Nel locale si respira un’atmosfera dimessa, con pochi avventori anziani che cercano di animare una conversazione con argomenti scontati e battute che, è facile indovinare, non risvegliano l’interesse di nessuno.
Eppure
il posto merita comunque rispetto, perché è un valico, un luogo di incontro per
culture e tradizioni. In momenti di maggior visibilità avrà rappresentato un
punto di riferimento, un’ancora di salvezza per pellegrini, viandanti, vagabondi
in genere che hanno fatto della strada la loro casa. Con gli anni e l’avvento di
nuove mode e una cultura attenta ai fenomeni globali, il passo della Collina
appare sempre più una località di nicchia, legata ai suoi boschi di abeti e
faggi.
Il valico è un crocicchio per numerosi sentieri che qui si intersecano e proseguono in diverse direzioni. Il nostro percorso prosegue verso la Riserva naturale dell’Acquerino: quale maggiore occasione per camminare sui sentieri e gli sterrati della Gea, la Grande Escursione Appenninica.
Salutiamo
le due civette raffigurate sopra l’ingresso della locanda e imbocchiamo l’ampia
discesa diretta a sud, fiancheggiata dalle ultime case di Collina.
Dopo pochi minuti, presso un bivio, ha inizio la strada che conduce alla Cascina di Spedaletto, dove contiamo di far una sosta, all’interno della Riserva. Una dozzina di chilometri all’ombra di faggi ed abeti e poco altro.
La comoda strada procede in leggera pendenza con un traffico veicolare praticamente inesistente.
Dopo l’iniziale mezz’ora passata ad osservare il fantastico bosco di faggi che cinge la strada, come una verde e fresca galleria, subentrano momenti di relativo straniamento, come un accartocciarsi su se stessi ed isolarsi dal resto. E pensare così a questo cammino, a quello che non funziona e va migliorato, al rapporto con Donatella che cresce giorno dopo giorno, grazie alle lunghe chiacchierate, ma è ancora troppo freddo e formale, come se non facessimo un cammino insieme, ma ognuno per conto proprio. Ai problemi fisici che finora ci hanno risparmiato, se trascuriamo la mia vescica e la tavolozza di colori che ancora ammanta il ginocchio di Donatella. Al tempo che finora si è mantenuto clemente, ma potrebbe volgere al peggio e dentro un bosco, come quello di oggi, con il centro abitato più vicino a parecchi chilometri, non sarebbe per niente piacevole.
Forse, mi sto preoccupando eccessivamente, più che altro per la nostra condizione fisica. Del resto, quando le gambe non reggono uno sforzo continuativo, basta un giorno per rendersene conto. Debbo confessare tuttavia che un po’ mi sento responsabile verso Donatella per gli eventuali pericoli che dovessimo incontrare lungo la strada.
E per un cammino costa a costa i fattori di rischio e le situazioni imprevedibili sono infinite. Tanto vale mettersi l’animo in pace e cercare di porvi rimedio a tempo debito.
Sorpassata
la baita del Termine stranamente chiusa, proseguiamo sempre su falsopiano lungo
le pendici del Monte Cornato e del Monte Lattai fino al Poggione, dove un
cartello del Gea segnala la deviazione per la Badia di Taona, a poco più di
mezz’ora di cammino. Oggi sono solo pochi muri sbrecciati e dei ruderi
assediati da una vegetazione esuberante, ma negli anni successivi al 1000 era un
monastero che ha ospitato fino a 200 monaci e aveva proprietà che si estendevano
fino a Sammommé. Questo grazie ai molteplici benefici, tra cui quello di Matilde
di Canossa.
Allora si chiamava Badia di S. Salvatore alla Fontana di Taona e fra le altre attività era sede di un Hospitium per gli antichi pellegrini diretti a Roma sulla Via Francigena e di cui è rimasta una via medievale che la collega a Cascina di Spedaletto.
Seguendo le indicazioni del Gea, dopo il Poggione, scendiamo verso la fontana di Cavapozzi, presso la quale scambiamo qualche impressione con una ragazza che si sta esercitando in vista di un cammino in Corsica, il GR 20, a suo parere molto impegnativo. Auguri!
La
Riserva naturale dell’Acquerino, come istituzione pubblica, ha una vita più che
trentennale e altitudini che variano dai 300 ai 1.100 metri. In prossimità dei
crinali si estendono dense faggete, che in passato fornivano materia prima per
il carbone vegetale. Frammiste a queste, antichi castagneti da frutto che fino
agli anni dello spopolamento massiccio intorno al ’50 del secolo scorso
rappresentavano la maggiore risorsa alimentare per montanari e pastori.
Il castagno, denominato pianta del pane e anche pane dei poveri, in tempi passati, ha segnato una civiltà, come il grano e la patata. Tracce ancora visibili dell’utilizzo di questo frutto sono le cannicciaie, per l’essicamento della castagna.
A quote più basse si incontrano querce e altri castagni. Parecchie radure e pascoli, rimasti abbandonati, sono stati in seguito rimboschiti con abeti, che oggi hanno raggiunto dimensioni ragguardevoli.
Noi non abbiamo ancora osservato nei boschi accanto alla strada la presenza di grossi animali. Ma sembra che la Riserva sia diventata terra di caccia del cervo, che in pochi decenni ha raggiunto una diffusione preoccupante, forse, per l’assenza quasi pressoché totale del suo naturale predatore, il lupo.
Nel periodo autunnale si organizzano escursioni nei boschi per ascoltare i loro bramiti, richiamo per gli accoppiamenti.
Ma non mancano anche caprioli e cinghiali, i cui sapori fanno ottima presenza nella gastronomia locale.
Lasciate alle spalle la Fonte e la strada asfaltata, entriamo in un largo sterrato, una galleria verde e buia in fondo alla quale fanno la loro comparsa delle persone a cavallo precedute da un cane. Dopo gli scarsi incontro della mattinata non ci sembra vero di imbatterci in quattro autentici cavalieri. Ma, come sono arrivati, quasi senza nemmeno salutare, così svaniscono alle nostre spalle.
Il percorso riprende a salire lungo un angusto sterrato, molto accidentato e pietroso, che si inerpica fino al Poggio Alto, tra una selva di faggi, simili a tante sentinelle. Sulla destra si stende la piana di Prato, macchia indistinta tra il verde delle colline.
Dalla
sommità, lo sterrato, coperto da un accumulo inspiegabile di terra finissima
marrone chiaro, scende a capofitto lungo il versante opposto. Malgrado la
prudenza e aiutandoci l’un l’altro, non possiamo evitare di scivolare lungo il
pendio.
Ormai siamo in vista della Cascina di Spedaletto, preceduta da una strada fiancheggiata da faggi meravigliosi e possenti e con le radici che si contorcono sinuose a livello del terreno.
Un’ultima curva e la Cascina si presenta in tutto il suo fulgore, immersa nel verde e sorvegliata da una pattuglia di faggi secolari. Sullo spiazzo antistante la Cascina, all’ombra delle piante, alcune persone fanno uno spuntino o sono immerse nella lettura.
Sembra
un’oasi di pace e di silenzio, eppure in talune domeniche estive i dintorni
della cascina si affollano di persone accorse per partecipare alle numerose
feste tra cui quella della “Montagna in festa” durante la quale si svolgono gare
di abilità per esperti boscaioli e quella di S. Anna. Quest’ultima, che non si
svolgeva da decenni a causa dello spopolamento, è nota per la presenza dei
cantastorie, che, come in passato, portano notizie sugli avvenimenti più
recenti. Si mantiene ancora viva anche la tradizione della poesia in 8^ rima,
una specialità letteraria che richiama tanti appassionati.
Ma si svolgono anche convegni, dibattiti, rassegne. Insomma, il nome di Cascina appare veramente fuorviante e riduttivo, anche considerato che divenne edificio rurale dopo essere stato nel Medioevo uno Spedale, probabilmente fondato dai monaci di Badia di Taona, dove i pellegrini e i viandanti trovavano rifugio e assistenza.
La mezza è già passata e, sollecitati da un robusto appetito, facciamo capolino in una sala al piano terra, stipata di tavolini e sedie. Un ambiente accogliente, in versione “osteria di una volta” , dove ci vengono servite alcune specialità gastronomiche locali, per la verità davvero gustose e invitanti.
Dopo le esperienze dei giorni scorsi, ci troviamo subito d’accordo quando incontriamo locali dove vengono serviti dei pasti. Paesi come Pontito, del tutto privi di trattorie e ristoranti, penso che ne troveremo ancora lungo la dorsale appenninica. Non è ancora certo oltretutto dove alloggeremo per la notte, forse, a Cantagallo o in qualche località vicina.
Un ultimo sguardo ad una chiesetta che sfoggia una graziosa campanella e ci incamminiamo per uno sterrato, ombroso e confortevole, al riparo di castagni e abeti. Tralasciamo di seguire il percorso del Gea che si dirige verso nord per imboccare una strada a fondo naturale diretta invece alla valle del fiume Bisenzio sopra Prato.
Si
avanza in leggera salita o tutt’al più per facili saliscendi circondati da una
densa vegetazione che verso la Fonte Le Pellacchie assume addirittura contorni
surreali. Gli abeti col tronco che punta dritto verso l’alto per agguantare più
luce possibile, hanno rametti piccoli e sottili privi di foglie. Solo sulla
sommità si dipartono rami più robusti a formare chiome comunque esili e
spelacchiate. La luce del sole, sullo sfondo del bosco, conferisce all’insieme
un che di stantio, di desolatamente lunare, così che sembra di osservare un
paesaggio in bianco e nero, anzi rosa chiaro, come fosse una cartolina
ingiallita dal tempo.
Sul terreno si notano tronchi già tagliati, frammisti ad una congerie sparsa di sterpaglia minuta. La fonte è quanto di più semplice e primordiale si possa immaginare: alcune lastre di pietra ammucchiate trattengono un tubo che fuoriesce dal terreno e dal quale sgorga l’acqua.
Il largo sterrato prosegue nella solitudine del bosco. Incontriamo tre ciclisti. Uno di loro particolarmente loquace in fatto di strade, paesi e quant’altro fa la gioia di Donatella. E’ fuor di dubbio, che un incontro in questi boschi rappresenta già di per sé un avvenimento e, quando capita, la conversazione si fa inevitabilmente animata e dai toni amichevoli.
La strada prende a scendere marcatamente, affiancata nei punti panoramici da rilievi ammantati da una vegetazione impenetrabile, solcata da strisce scure. Sul limitare dei boschi sono ammassati numerosi tronchi d’albero di diverse dimensioni. Lo sfoltimento del bosco serve a farlo respirare. Le piante vengono diradate, il terreno ripulito. Senza questi interventi la foresta inselvatichisce e avanza inghiottendo tutto sulla sua strada.. Da fonte di vita genera solo morte e desolazione.
Il bosco, abbandonato alla sua sorte, produce i germi tossici che ne minano la sua stessa sopravvivenza.
Lo sterrato esce finalmente allo scoperto. Incrociamo dei carabinieri intenti a perlustrare un tratto di radura e una macchina della forestale che, incurante della nostra presenza, ci passa accanto veloce, sollevando una nuvola di polvere.
Avevo
inizialmente previsto di fermarci per la notte a Cantagallo, ma dopo alcune
telefonate, la cosa si rivela inopportuna. I pochi alloggi in zona si discostano
troppo dal nostro cammino, oppure sono completi. L’unico, forse, dove ci sono
buone possibilità di pernottamento è il rifugio “Le cave”, gestito da
Legambiente e attrezzato per soggiorni di studio e per escursioni, ma per
raggiungerlo era necessario seguire un percorso diverso sin da Cascina di
Spedaletto.
Ormai stiamo scendendo verso Luogomano e nemmeno Cantagallo, a ben vedere, si trova nella nostra direzione. Peccato, perché questo paese è, tra i molti situati sulla Linea Gotica, uno di quelli che ha subito il maggior numero di devastazioni. Cantagallo fu diviso a metà dalla linea difensiva tedesca e tutti gli edifici, che costituivano un ostacolo, abbattuti. Tra questi il Comune e l’Anagrafe ricostruita a guerra conclusa sulla base dei ricordi dei cittadini.
Nelle campagne circostanti i tedeschi procedettero anche a diversi disboscamenti per fare spazio all’allestimento di postazioni di tiro e trincee. Anche Luogomano, piccolo agglomerato di case rustiche, verso il quale stiamo scendendo, ha conosciuto la ferocia nazista. Nel 1944 l’abitato, di origini medievali, è stato completamente raso al suolo.
Quello
che colpisce oggi il nostro sguardo è, invece, un tipico ambiente contadino:
una cascina fatiscente, chiusa da una staccionata in legno all’interno della
quale si aggirano galline, una decina di candide oche, una manciata di pecore e
un asino.
Un ragazzo sta tagliando i rami di alcuni tronchi e stranamente non ci rivolge nemmeno un saluto. Forse, penserà che abbiamo tempo e energie da buttare se ce ne andiamo a spasso per questi monti con uno zaino.
Superiamo la cascina e anche le oche che continuano a zampettarci davanti e non vogliono saperne di farci strada.
Esaurite tutte le possibilità concesse dal taccuino, dove sono indicate località e numeri di telefono, non ci resta che proseguire in discesa verso Luicciana, che a giudicare dalla cartina non è quel che si dice una metropoli.
E’ pur vero che il progetto iniziale non prevedeva un tour tra le maggiori città d’arte della Toscana, ma piuttosto un’immersione dentro l’Italia minore, quella dei villaggi ignorati dal turismo di massa, gelosi custodi di antiche tradizioni. Quella dei paesi inerpicati sulle colline, dove l’ombra nera della malvagità nazista ha prodotto tracce incancellabili sul territorio e nel cuore della gente. Un’Italia in sordina, umile, che si compiace di vivere ai margini della modernità, non intossicata dalle sirene della globalizzazione. Che non disdegna di offrire ospitalità e accoglienza, senza nulla chiedere in cambio, se non un sorriso o una stretta di mano, come negli antichi Spedali del Medioevo.
Ci
avviamo verso Luicciana con la convinzione che nella ricerca di una alloggio
comincerà un altro genere di cammino. Ci conforta però il fatto che ormai sta
diventando un’abitudine, quasi una sfida alla quale in fondo non vogliamo
sottrarci.
Ho già avuto il sentore, conversando al telefono, che Luicciana non dispone di alberghi, perciò, non ci rimane che informarci presso qualche privato. In cima alla salita che conduce in paese, presso le prime abitazioni, alcune donne anziane ci comunicano che una certa Mary potrebbe fare al caso nostro.
Di fronte al Municipio trovo affisso al muro di una casa un cartello dove sono segnati alcuni numeri di telefono appartenenti a questa Mary. Dopo alcuni tentativi, la rintraccio sul cellulare a Prato. Senza tante spiegazioni, mi indirizza da una sua amica che è in possesso della chiave del piccolo appartamento che intende metterci a disposizione. Per il pagamento e il resto mi dà appuntamento al suo ritorno in paese verso sera.
L’appartamentino si compone di una camera con bagno e una cucinotta all’ingresso. Penso che di meglio non avrei potuto trovare qui a Luicciana: la cucina oltretutto potrebbe tornarci utile se il paese risultasse privo di ristoranti.
A sera si fa viva la signora Mary con il gradito omaggio di alcuni pomodori e una manciata di prugne. Il costo del pernottamento è ragionevole e d’altronde non ci sono alternative.
Donatella
riappare più tardi, dopo la consueta passeggiatina, con degli acquisti presso
l’unico negozio di alimentari aperto in paese. Sembra che non esistano
ristoranti, c’è solo il bar e offre esclusivamente bevande.
Decidiamo di cenare in cucina con prosciutto, formaggio e pomodori, servendoci di piatti e stoviglie scovati negli armadi.
Non mi sento molto in forma e non ne capisco il motivo. Forse, si tratta solo di stanchezza. Mi manca pure l’appetito e così rinuncio al prosciutto e, conoscendomi, la cosa un po’ mi preoccupa. Donatella, invece, mostra di averne per tutti e due e fa onore alla tavola. Durante la cena conversiamo su vari argomenti: la ricerca di un maggior affiatamento tra noi è essenziale per il prosieguo del cammino.
Abbiamo entrambi alle spalle esperienze simili a questa, vissute autonomamente, in perfetta solitudine. Oggi questa convivenza forzata produce inevitabilmente alcuni piccoli dissapori, alimentati talvolta dal suo comportamento troppo guardingo e di scarsa fiducia nei miei confronti.
Siamo
comunque pienamente soddisfatti della nostra esperienza in terra toscana; questo
costa a costa si sta finalmente definendo, domani con un po’ di fortuna saliremo
al passo della Futa, quasi un giro di boa.
Questo continuo accavallarsi di emozioni, delusioni e speranze come in un vortice senza sosta è estenuante e mi sconvolge la mente. Talvolta ho bisogno di “staccare”, di ritemprarmi, di far sedimentare il pulviscolo che mi offusca la mente, di ritrovare equilibrio e controllo.
Al contrario Donatella mi sembra che cammini a corrente continua, apparentemente rivolta sempre verso l’esterno, mai sazia, come se l’oggetto del suo desiderio fosse in qualche modo irraggiungibile e questo la spingesse a non desistere e a non stancarsi mai. Anche la sera.
Luicciana, al pari degli altri paesi nei dintorni, è stata distrutta nel 1944 dalle truppe tedesche e tutti gli edifici, compreso il Municipio, hanno oggi un aspetto moderno. Girando per le poche vie si notano sulle facciate delle case e del Comune numerose opere pittoriche eseguite con tecniche e trattazione di temi tra loro molto dissimili. E’ quanto resta del Museo all’aria aperta di Arte Contemporanea che ormai ha quasi raggiunto i 30 anni e rappresenta una iniziativa sicuramente encomiabile, da esportare anche altrove.
Si fa buio, per le vie si accendono i lampioni. Presso il bar pochi avventori ai tavolini all’aperto tirano tardi parlando di calcio o di faccende private.
Donatella non la vedo da un pezzo e comincio a preoccuparmi. Mi domando cosa possa incuriosirla così tanto in mezzo a queste quattro case.
Sono seduto su un muretto di fronte all’alloggio e con lo sguardo controllo praticamente tutto il paese. Anzi no, quasi tutto, tranne la chiesetta di S. Michele in alto sulla collina illuminata a giorno e raggiungibile lungo una ripida salita.
Adesso sono certo di saper dove si trova Donatella .e anche di comprendere perché una volta si è definita bonariamente una “selvatica”.
Accanto alla casetta dove alloggio, poco alla volta si forma un gruppetto di anziani che prende posto su una panchina e su alcune sedie portate appositamente da casa.
Conversano tra loro a bassa voce su questioni note, probabilmente già affrontate in altre occasioni. Ciascuno cerca nell’interlocutore una conferma alle proprie argomentazioni.
Ogni
tanto qualcuno si alza e si allontana dopo aver augurato la buona notte.
Alla fine, un po’ per il sonno, non ultimo per l’esaurirsi degli argomenti, i pochi rimasti, tirandosi dietro la sedia, si chiudono nelle loro case.
Intorno alla panchina vuota ritorna di nuovo il silenzio.
Sono solo a cavalcioni del muretto, mi sento invadere da una solitudine infinita. Se solo ci fosse Donatella, avrei potuto scambiare due parole, invece, di lasciarmi sommergere da questa malinconia che mi strappa dentro.
Forse, ha ragione lei, il cammino non è una lampadina che si attiva o si spegne pigiando un bottone. Non si misura dal tempo che ci carichiamo di uno zaino.
Mi preoccupa un po’ la lontananza di Donatella, d’altronde questi sono i suoi momenti, il suo supplemento di cammino. Forse, è seduta nell’erba accanto alla chiesetta e dall’alto si gode la vista del paese.
La strada è illuminata dalla luce flebile dei lampioni. Appena oltre il dosso, dove inizia la discesa verso Villa, un bagliore più forte si riversa sulla strada da alcune finestre del bar.
Un silenzio strano si propaga lungo la via e per i campi avvolti nell’oscurità a ridosso delle case.
Il cammino, questo silenzio angosciante, le emozioni che turbinano in testa senza sosta.
Chiudo gli occhi e per la prima volta vedo le stelle e mi sembra di farne parte.
14 Agosto 2009 Luicciana - Passo della Futa
Sistemo
la chiave tra le assicelle della porta finestra esterna (di colore verde come la
panchina) e ci avviamo verso l’uscita del paese. Spesso mi chiedo perché da
queste parti tutti gli infissi in legno sono verniciati in verde.
Do un’ultima occhiata ad alcuni quadri fissati alle facciate delle case e passando davanti al bar Misericordia (così si chiama l’unico bar del paese), dove ieri sera abbiamo sorseggiato una birra, mi accorgo che è già aperto. Considerando che è la vigilia di Ferragosto e che probabilmente le uniche facce sconosciute in paese sono la mia e quella di Donatella, non mi è molto chiaro a che cosa miri la signora dietro il banco con una apertura così mattutina.
Non certo a riempire il locale con gente del paese: sono poco più di quattro case. Forse conta sul fatto di gestire l’unico bar della zona e, data la posizione, di intercettare qualche avventore di passaggio.
Sorvolo sulla questione, in fondo irrilevante, e consumo una colazione a base di cappuccino con brioche fresca, anzi calda di giornata. E se penso al cammino di oggi mi sembra un inizio più che promettente. Eh sì, perché ormai da alcuni giorni stiamo seguendo un percorso tutt’altro che riposante, con continui saliscendi. Da Sammommé siamo saliti al passo della Collina per ridiscendere ai 430 metri di Luicciana e oggi, incrociando le dita, dovremmo arrivare ai quasi 1.000 metri del passo della Futa.
Intanto,
la strada che stiamo imboccando e che porta a Villa e poi a Mercatale di Vernio
lungo la valle del Bisenzio è completamente in discesa.
In queste zone di media collina la Toscana sta già assumendo un aspetto diverso. Non più boschi di faggi e abeti, cupi e ombrosi, ma ampie radure tondeggianti solcate da file di impettiti e severi cipressi a disegnarne i dolci pendii. E case isolate immerse in un verde arioso, brillante, avido di luce, come ne ho osservato tra S. Gimignano e Siena sulla Via Francigena.
La strada continua ad abbassarsi nella angusta valletta di fianco al Bisenzio e talvolta incrociando qualche affluente, come il Carigiola.
Nel caso che la monotonia della strada ci stesse riconciliando col sonno, la vista di un cervo, presso un tornante, ci apre improvvisamente gli occhi sul mondo dei vivi. L’animale è nascosto in groviglio di piante e rovi ai margini della strada, ma avvertendo la nostra presenza, si lancia in una corsa sfrenata che lo porta ad uscire dal verde, superare con due o tre balzi la curva della strada e scomparire in pochi secondi nel bosco di lato. Forse , il cervo è stato colto dal chiarore mattutino fuori del bosco e si è rifugiato nel verde vicino alla strada, spaventato dai continui passaggi dei veicoli.
Certo, non può essere un caso fortuito la vista di un cervo adulto su queste modeste colline e nelle vicinanze di centri abitati. Forse, è dovuto ad un popolamento eccessivo che non garantisce sopravvivenza per tutti sui monti, ma anche, a ben vedere, alla mancanza di insediamenti umani a quote più elevate, casolari, malghe, strutture per la pastorizia, che in qualche modo fanno da argine allo scorazzare incontrollato degli animali.
Raggiungiamo Mercatale, dove il Bisenzio prende decisamente la rotta verso Prato e infine il congiungimento con l’Arno.
Il
paese è vivo, brulicante di persone affaccendate: negozi e bar sono in piena
attività. Compro un giornale, mentre Donatella entra al bar per un caffè.
Sostiene che di recente la sua media giornaliera si è ridotta sensibilmente.
Nel ripartire prendo la direzione opposta. Fortunatamente mi viene in soccorso Donatella, che oltretutto, per sua ammissione, non annovera tra le sue virtù un perspicace senso dell’orientamento. E’ solo un’avvisaglia, ma occorre comunque stare all’erta, non vorrei che la giornata ci riservi qualche spiacevole sorpresa.
Da Mercatale a Vernio e S. Quirico è come spostarsi nella periferia di una città: traffico convulso, marciapiedi talvolta intasati, sensazione di frenesia intensa, inopinata per paesi così a contatto con la natura e a 1000 miglia dalle città.
La valle si allarga, respira, viene inondata da una luce abbacinante. Qui esce allo scoperto dalle profondità dell’appennino la ferrovia che proviene da Bologna. Una galleria lunghissima ha termine proprio a Vernio, facendo della stazione ferroviaria di questo paese una delle più agognate, la luce del sole dopo l’oscurità e le viscere della montagna.
S.
Quirico conferma il suo attaccamento alle tradizioni con una festa popolare, la
Polentina, proposizione in chiave moderna dell’antica festa della Miseria che ha
le sue radici storiche nel 1576. In quell’anno il Conte Bardi, il signorotto del
posto, diede ordine di distribuire alla popolazione ridotta alla fame più nera,
polenta di castagna, aringhe e baccalà. Anche a quei tempi la castagna con i
suoi derivati serviva a riempire la ciotola della povera gente affamata.
Il percorso che ci rimane fino alla Futa è quasi interamente nei boschi o lungo sterrati e strade lontane dai paesi. Perciò, prima di affrontare la salita che da S. Quirico conduce alla frazione di Torricella, ci infiliamo, zaino in spalle, in un piccolo supermercato per qualche compera.
Noto sui visi della gente curiosità e buonumore, immagino per gli zaini, soprattutto il mio. Non ho senso pratico per questo genere di attività, così debbo ricorrere a qualche consiglio della mia amica, sicuramente più a suo agio tra gli scaffali di un supermercato.
Fuori, sull’altro lato della strada, scorgo una farmacia comunale e ne approfitto per acquistare un disinfettante per le mie vesciche, ma il farmacista mi fa omaggio di una manciata di piccole salviettine sterili confezionate. Mi indica anche l’inizio della salita per Torricella, uno sterrato pietroso e ripido incassato tra i muri.
Dopo qualche minuto di salita raggiungiamo Celle, una frazione di S. Quirico, e sbuchiamo sulla strada asfaltata. Ad un balcone una signora ci rassicura circa la bontà della direzione. Mi preoccupa un po’ il fatto che, a suo dire, la strada prosegue con queste pendenze ancora per una buona mezz’ora. E siamo pure allo scoperto.
Il
panorama si allarga sulla vallata di S. Quirico da cui arriva il fischio
prolungato di un treno in arrivo.
La strada nei pressi di una curva è parzialmente franata. Anzi, per la verità è l’asfalto che si è frantumato in piccoli blocchi, sprofondando rispetto al livello della strada. La zona è isolata da alcune transenne, ma la sensazione di pericolo per le macchine in transito non appare del tutto scongiurata.
Ai
margini dell’asfalto sono ammassati centinaia di tronchi pronti per essere
trasportati alle segherie. Un cartello ci riporta bruscamente a 65 anni fa, alle
fasi terminali del 2° conflitto mondiale in Italia, quando questi monti furono
occupati dalle truppe alleate, esattamente la 34^ Divisione di fanteria Usa “Red
bull” a cui è intitolata la via che stiamo percorrendo. Sul promontorio della
Torricella, a ricordo degli scontri, è stato aperto nel 2003 “Il parco memoriale
della Linea Gotica”.
Lungo la salita non incrociamo anima viva, o meglio presso l’agriturismo di Mocali Paolo, quasi sulla sommità, all’interno di un recinto, pascolano maiali ed asini.
Raggiungiamo finalmente lo spiazzo arido e polveroso di Torricella, quasi in contemporanea con una coppia di turisti stranieri, particolarmente accaldati, ai quali Donatella illustra brevemente nel suo fluente inglese il nostro cammino e l’importanza storica del luogo.
Il
Parco memoriale qui vicino è un caposaldo della Linea Gotica. Sorge sull’area
denominata “Hill 810” (per la sua altezza), dove esisteva un presidio militare
tedesco posto a difesa del Passo della Futa. Lo sfondamento della Linea Gotica
da parte della 34^ Divisione americana è avvenuto verso la fine di settembre del
’44, poco prima che gli alleati, dopo aver raggiunto il valico di Montepiano più
a nord, venissero bloccati fino alla primavera successiva da piogge torrenziali
e dal sopraggiungere di un rigido inverno. La terza domenica di settembre di
ogni anno, a ricordo di quegli avvenimenti, si celebra all’interno del parco una
cerimonia di commemorazione alla quale partecipano anche rappresentanti di
Associazioni tedesche e americane.
Sembra che i due accessi al parco siano posti sul sentiero 20 del Cai di Prato, quello che attraversa lo spiazzo dove ci troviamo e prosegue all’ombra di uno sterrato dissestato ed estremamente ripido.
Smaniosi di arrivare, imbocchiamo decisamente lo sterrato. Donatella è preoccupata per il riacutizzarsi di un vecchio dolore ad una gamba. Ma poi poco alla volta il fastidio rientra.
Continuiamo lungo lo sterrato con la convinzione di trovarci al più presto all’ingresso del parco. Ma, quando usciamo dalla carrareccia dopo circa 2 chilometri, senza aver notato nulla che facesse pensare all’ingresso del Memoriale, mi sento preso per i fondelli. Oltretutto notiamo un altro cartello indicante il Parco memoriale del tutto simile a quello osservato in precedenza.
Ma
il Parco dov’è? Siamo molto delusi, ci tenevamo a vederlo, era uno dei motivi
che ci aveva condotti su questi monti. Così non mi resta che consolarmi con un
depliant dove vengono mostrate le trincee e le postazioni di sparo e di
osservazione create dai tedeschi a difesa della “collina 810”, difese che sono
state recentemente restaurate e ripristinate anche nei minimi particolari. E su
uno sperone roccioso, a ricordo dei soldati caduti di tutti i tempi, senza
distinzione di patria, ideologia e religione, una dedica in latino, la lingua
universale: AD MEMORIAM QUI CECIDERUNT MILITUM.
La distanza che ci separa dalla Futa è ancora notevole e non ci consente di metterci nuovamente in cerca del Parco, dal quale probabilmente, vista la posizione della collina, si dovrebbe volgere lo sguardo fin verso la valle del Bisenzio e il lontano Mugello.
Seguiamo così la strada asfaltata che conduce al valico della Crocetta a 817 metri d’altezza. Una strada come se ne vedono poche, fresca, riposante, avvolta da una miriade di abeti slanciati e possenti, una autentica barriera al caldo e alla luce.
Mi secca dovermi accontentare di uno sguardo e poi tirare dritto, ma il tempo è tiranno, o forse, è giusto così, le emozioni più intense sono come la neve al sole, di breve durata.
Presso il valico lasciamo l’asfalto per il bosco, dove un cartello del Gea segnala la direzione per il Passo della Futa. Facciamo una breve sosta all’imbocco della carrareccia, dove Donatella riceve la telefonata di Luciano, l’amico del Sito, che si informa sul nostro cammino.
Seduti all’imbocco del sentiero, avevo appoggiato la macchina fotografica sul giornale vicino ai miei piedi, ma quando riprendiamo il cammino mi accorgo che è scivolata sotto un masso, danneggiandosi.
Il
bosco di abeti è di una maestosità che toglie il respiro. Gli alberi sembrano,
accanto a noi piccoli e fragili, delle gigantesche canne d’organo che fanno da
barriera ai rumori fastidiosi ed emettono una musica speciale… fatta di
silenzio.
Un silenzio che fa rabbrividire e mette un po’ paura, profondo, siderale, vecchio di milioni di anni, intrappolato in questo spicchio di bosco.
Un silenzio fatto solo per chi ha orecchie per sentirlo, per apprezzarlo, ognuno a modo suo.
Note di un pentagramma di raro compiacimento, privilegio per pochi. Una musica che dovrebbe inondarci di pace e di gioia ed invece spesso ci angoscia, abituati come siamo nelle nostre giornate ad essere circondati in ogni momento da note di non musica e in tutti i non luoghi.
Una tappezzeria sonora che riveste ogni ambiente dove viviamo: supermercati, bar, sale d’attesa, stazioni, addirittura gabinetti pubblici.
Una musica fatta per non essere ascoltata, musica suppellettile, che entra da un orecchio per uscirne dall’altro, ma che crea una involontaria assuefazione e lascia comunque depositi nella nostra memoria di cui spesso non siamo consapevoli.
Non
questo bosco, dove il tempo è trascorso senza lasciare tracce e dove il silenzio
che si respira porta con sé il ricordo e il sapore di migliaia di vite.
Un silenzio che ti fa comprendere di essere nato per qualcosa di grande, di unico, dove non possono mancare senso di dignità e uno sguardo più attento alle ragioni dell’al di là..
Lo sterrato procede in leggera salita verso il Poggio Giogana avvolto da un’atmosfera quasi opprimente. Cerchiamo un posto dove fermarci per mangiare, ma si capisce che questo bosco è fatto per pochi audaci, da gustare tutto d’un fiato, senza soste.
Siamo stanchi e anche un po’ affamati e in mancanza di panchine, massi o morbidi fazzoletti di verde ci sediamo per terra, scomodi, su un letto di foglie secche, come fossimo degli intrusi.
Due motociclisti sfrecciano davanti ai nostri occhi. L’incanto si rompe.
Frutta, un pezzo di formaggio col pane e un dolce bastano a ridarci nuove energie per camminare.
Il tratto di cammino che stiamo percorrendo ci porterà a transitare sopra l’autostrada Bologna-Firenze e non ci vuole molto ad immaginare che questo fatto potrebbe riservarci qualche sorpresa. Sino ad ora abbiamo incontrato di tanto in tanto solo i cartelli del Gea, dove troviamo sempre l’indicazione per il Passo della Futa, con il tempo di percorrenza.
Non sono certo, per mancanza di punti di riferimento, di seguire correttamente il percorso sulla cartina. Resta comunque il fatto che bisogna tenere la direzione per il valico della Citerna, l’unico punto dove si transita sull’autostrada, puntando poi verso la Futa.
Una
particolarità che noto per la prima volta lungo la carrareccia nel bosco è la
presenza di cancelli in ferro, forse posti all’ingresso di antiche proprietà per
tenere a bada gli intrusi.
Il saliscendi continua, talvolta anche con pendenze notevoli, circondati da faggi imponenti e castagni. Il fondo dello sterrato mi sta provocando qualche fastidio ai piedi. I sandali usurati non garantiscono più la necessaria difesa da buche e sassi.
Dopo aver valicato l’autostrada, proseguiamo per una lunga discesa. Raggiungiamo infine un crocicchio privo di indicazioni. Sono piuttosto seccato. Mi sembrava di aver fatto tutto per bene, poi non ho più scorto i segnali del Gea. D’altronde non erano sempre molto vicini tra loro, così non mi sono preoccupato molto…Donatella non si dà pace e perlustra le varie direzioni in cerca di conferme, ma inutilmente.
L’autostrada è ancora in vista, non ci capacitiamo di questa situazione di stallo. Decidiamo, infine, di proseguire per una stradina senza alcuna certezza riguardo alla direzione.
Si continua a scendere, sui margini dello sterrato cartelli con l’indicazione Proprietà Dogana e altri cancelli aperti. Ci lasciamo alle spalle una cabina dell’Enel e, dove il bosco cede il passo a coltivi e a prati d’erba, notiamo la presenza di un cascinale e dei capannoni verniciati in rosso.
Si
tratta dell’agriturismo Dogana, dove un cane bianco troppo zelante richiama con
il suo abbaiare insistente l’attenzione degli occupanti della fattoria. Questi
ci spiegano che non camminiamo nella direzione della Futa e che bisogna
ritornare sui nostri passi fino alla cabina dell’Enel e da lì imboccare uno
sterrato accanto che a noi era sfuggito.
Siamo piuttosto abbacchiati, anche perché probabilmente è quasi un’ora che camminiamo nella direzione sbagliata e non ci capacitiamo dell’errore e tanto meno del luogo dove è avvenuto. Ci consoliamo col fatto che potrebbe trattarsi di un cartello divelto, di una stupida disattenzione.
Comunque sembra che al termine della deviazione dopo la cabina dell’Enel, ci immetteremo sulla strada asfaltata che porta diretta alla Futa.
A metà sterrato ritroviamo i segnali bianco-rossi e del Gea in corrispondenza di un sentiero laterale. Era da qui che dovevamo giungere, evitando una inutile digressione. Donatella avverte qualche fastidio al solito ginocchio. Il fatto di percorrere un tratto di strada che non era previsto accresce spesso lo sforzo e anche la sensazione di non arrivare da nessuna parte.
Alla fine lo sterrato sbocca sulla strada asfaltata, dove un cartello ci informa che siamo sul valico Citerna. Finalmente abbiamo individuato il percorso giusto. Solo ora ci rendiamo conto di esserci diretti a sud per almeno 3-4 chilometri, quando invece bastava mantenere la direzione per la Futa verso Est.
Rivedo per l’ennesima volta l’autostrada, ma non sto a chiedermi spiegazioni. Un cartello sul lato della strada mi rassicura che la Futa è a poco meno di 4 chilometri. Un nastro d’asfalto interminabile si dipana sotto i nostri occhi, ma è come frustare dei cavalli che già corrono di loro. Le gambe fremono, avvertono la vicinanza del passo, ne sono attratte.
Presso
una casa un uomo sta lavorando intorno ad un veicolo e, cedendo anch’io ad un
inutile bisogno, gli chiedo una conferma circa la direzione della Futa. Ma forse
voglio solo scambiare quattro parole con qualcuno, chissà, un po’ di tensione da
sciogliere…
L’uomo è molto gentile e ci conforta nelle nostre convinzioni e, vista la giornata particolarmente calda, ci invita in casa sua per dell’acqua fresca e una birra. Maurizio, questo è il suo nome, ci fa conoscere la moglie Annalisa, una donna riservata, che si estrania dalla conversazione, quasi avesse timore di esprimere le sue opinioni in presenza del marito.
La loro abitazione, da poco ristrutturata, si trova in località La Casetta e dal podere accanto si può osservare, verso la vallata in basso, un cantiere, che ha, come spiega l’uomo, l’obiettivo di aprire un casello autostradale, che ha già un nome, Poggiolino. La deturpazione e lo scempio fatti al paesaggio e al verde dei monti annichilisce lo sguardo e la mente e non trova giustificazioni.
Maurizio ci confida che anche nella sua zona boschiva vivono parecchi animali, come cervi, cinghiali, ghiri, ecc. che talvolta provocano qualche guaio alle recinzioni e ai coltivi. Ma , contrariamente all’opinione comune, sostiene che ogni animale ha il diritto di vivere e di soddisfare i propri bisogni, perciò lui propende per una convivenza senza armi.
Quando
li invitiamo per una foto di gruppo la donna si schernisce e Donatella si
convince che è una testimone di Geova. Non sapevo nulla di questa stranezza.
Riprendiamo la strada verso il passo che raggiungiamo in poco più di mezz’ora. Stanno ultimando la realizzazione di una rotatoria proprio davanti al famoso muraglione eretto per proteggere dal freddo invernale e dalle raffiche di vento. Vicino, l’albergo ristorante della Futa, isolato tra la statale e la strada in salita che porta a Bruscoli, a due passi dal Cimitero militare tedesco.
Ci informiamo sull’orario della cena al ristorante e proseguiamo lungo la salita alle sue spalle verso il campeggio, distante dieci minuti di cammino.
L’avevo raggiunto al telefono durante la giornata, ma la ragazza della reception, Alessandra, aveva spento ogni nostra illusioni di trovare posti liberi in qualche bungalow, salvo offrirci da dormire, se era di nostro gradimento, sotto un gazebo di fianco alla piscina.
La ragazza è simpatica, disponibile e, in attesa che si liberi la piscina, ci consiglia di appoggiare i nostri zaini in una zona verde accanto ad un furgoncino sgarrupato e di approfittarne per una doccia. Ed è quello che facciamo, dopo una piacevole bevuta al bar.
Alessandra
svolge diverse mansioni oltre quella di impiegata alla reception. La rivedo nei
bagni mentre mette in ordine e mi rivela che spesso la gente, a causa del suo
viso di un bel colore caffelatte e di un sorriso smagliante, la scambia per una
egiziana o un’indiana. Ma lei ribatte divertita che non è vero, che ha la madre
toscana e il padre della Basilicata ed abita col marito sul lago di Garda.
Qualcuno, evidentemente con scarse conoscenze geografiche, ha tenuto però a
precisarle che, sì, è italiana, ma, per via di quel padre, solo a metà.
Ci sistemiamo finalmente presso la piscina, dove portiamo due lettini da spiaggia sotto il gazebo. Chiuse le tende sui lati, il gazebo diventa una stanza spaziosa. Il campeggio si trova a quasi 1.000 metri e non è escluso che dai boschi confinanti ci arrivi durante la notte un po’ d’aria fredda. Spero di riuscire a dormire qualche ora e di non dover stare tutto il tempo rannicchiato per il freddo in attesa del mattino.
Verso le 8 di sera scendiamo al passo per la cena, ma, notando il Cimitero tedesco ancora aperto, entriamo per una visita. Donatella si fionda decisa verso la sommità del poggio. Io, data l’ora e sapendo che è gestito da personale tedesco, sono un po’ più cauto.
Il colpo d’occhio sulla collina è, a dir poco, sbalorditivo. In alto sulla cima si eleva un maestoso muro triangolare in pietra grigia e tutto attorno lungo il declivio del poggio i vari terrazzamenti a gradonate dove sono distribuite, in rigido ordine teutonico, migliaia di lapidi sepolcrali in granito grigio.
Il verde tra le varie sezioni è solcato da sentieri e lunghe gradinate, mentre attorno alla collina corre un muro in pietra arenaria grigia di circa 2 chilometri.
Ogni lastra porta incisi i nomi di due soldati, talvolta di quattro. Sotto il verde della collina riposano più di 30.000 soldati tedeschi, morti in tutte le battaglie dell’ultimo conflitto in Italia. Fra questi c’è Theodor Richartz Unteroffizier 16.7.1919 + 12.11.1944, un nome preso a caso, fra i tanti, i troppi giovani caduti.
Una fuga di monti cinge da lontano la collina, inondata dagli ultimi raggi di un pallido sole. Lungo i suoi pendii si avverte fortissima l’intensità di un profondo silenzio, tanto che anche solo l’atto di respirare sembra quasi una mancanza di rispetto.
Il
Passo della Futa con il suo albergo ristorante conserva un fascino discreto e
sottile. Forse, per l’antica strada romana che collegava i due versanti già al
tempo dei romani, la Flaminia Minor, detta anche “la strada dei legionari”, di
cui alcuni tratti, non molto lontani dal passo, sono stati recentemente
riportati alla luce. Alcuni decenni fa gli anziani la usavano ancora come
mulattiera per il trasporto di carbone e legname.
O potrebbe essere per la mitica gara delle Mille Miglia che da qui è transitata per tanti anni, regalando vittorie memorabili a Nuvolari , Biondetti e a altri grandi del volante. E dove passano ancora i bolidi d’epoca ogni anno a Maggio durante la rievocazione storica.
E perché non la Linea Gotica con l’importanza che il passo ha rivestito nelle fasi finali del conflitto in Italia, dove gli americani della V armata sfondarono nel settembre del ’44. abbattendo le poderose fortificazioni tedesche, costituite da chilometri di fosse anticarro e torrette corazzate.
Ma è l’albergo ristorante il vero custode di questo fascino, la memoria storica del passo e delle sue tradizioni centenarie. Sorto quasi 120 anni fa, già bottega e spaccio alimentare, col tempo si dotò di un distributore di carburante per diventare nel corso del ‘900 albergo di buon livello, meta della borghesia e della nobiltà fiorentine e bolognesi. Nel corso del ventennio fascista, le sue stanze hanno ospitato anche Benito Mussolini.
Stasera, molto più modestamente, il suo ristorante dà ospitalità a due camminanti che, dopo il pasto frugale di oggi, non mancheranno certo di fare onore alle sue specialità.
Dopo cena ci aspetta il gazebo con i lettini da spiaggia. E noi che pensavamo che finora la sistemazione più stravagante fossero i divani nella mostra di pittura di Pontito.
15 Agosto 2009 Passo della Futa - Colla di Casaglia
E’ Ferragosto. Ma per noi sarà una giornata qualsiasi, come le altre. O meglio, una novità, a ben vedere, c’é. Oggi per la prima volta faremo un cammino di crinale fino alla Colla di Casaglia. Domani si potrebbe replicare fino al Passo del Muraglione sopra S. Godenzo e il Casentino, ma molto dipenderà dalle sensazioni odierne e dalla fatica che questo tipo di percorso richiede.
Il crinale appenninico è l’alternativa alla vallata del fiume Sieve che si trova più a sud in pieno Mugello.
La
nottata è trascorsa abbastanza tranquilla. Le tende del gazebo mi hanno in parte
protetto dal freddo che verso le prime ore del mattino si avvertiva più
pungente, anche per il mio abbigliamento leggero.
Al risveglio Donatella mi appare un po’ frastornata, come di chi si è rigirato spesso nel letto, anzi nel lettino da spiaggia. Di notte nel dormiveglia ho guardato nella sua direzione, ma il lettino era vuoto. Lei non mi confida nulla ed io evito di chiedere spiegazioni.
Malgrado una settimana di cammino insieme per certi aspetti siamo ancora poco più che estranei. Troviamo un buon affiatamento nelle situazioni concrete, nelle scelte comuni. Ma per il resto ognuno fa per sé. Durante il cammino parliamo un po’ di tutto, di scrittura, di Medioevo, del lavoro e di altri argomenti per i quali dimostra un certo interesse. Io da parte mia cerco di non apparire banale, di essere gentile e insieme discreto. Ma lei talvolta si incupisce per qualche battuta informale, allegra, magari un po’ ironica, detta così per sciogliere l’atmosfera e per farla sorridere.
Con
qualcosa rimasto nello zaino dagli acquisti di ieri a S. Quirico facciamo una
abbondante colazione.
Dalla posizione elevata della piscina si domina parte del campeggio, la reception con il bar, ancora chiuso e una tettoia con i tavolini all’aperto. L’erba è umida per la rugiada della notte.
Questo pseudo-bungalow che è il nostro gazebo per la modica cifra di 6 € è stato, nonostante tutto, un buon riparo. Mettiamo in ordine il nostro “dormitorio”, come era disposto ieri sera. Oggi nessun bagnante intorno alla piscina avrà il minimo sospetto di aver condiviso lo spazio con due camminanti, ospiti fugaci per una notte di luna calante.
La conca dove si allunga il campeggio della Futa, con la distesa delle roulotte e dei camper, appare immobile come avviluppato in un silenzio di tomba..
Qualche appassionato sta già arrancando di corsa lungo il pendio che conduce alla strada asfaltata che scende poi al passo.
Lasciamo anche noi il campeggio per raggiungere l’imbocco della mulattiera di crinale situata dopo la rotatoria del passo. L’inizio è appena oltre lo stradone che scende verso Firenze, un po’ camuffato tra la vegetazione.
Il cartello del Gea ci toglie ogni velleità: solo per arrivare al Giogo di Scarperia sono 6 ore di cammino e, da come si presenta il sentiero, non dovrebbe trattarsi di una allegra scampagnata. Per quanto possa valere una previsione in questi casi, è nostra intenzione fare una sosta pranzo al Giogo e lasciare la seconda parte del percorso fino alla Colla nel pomeriggio.
La
mulattiera si infila in un bosco di faggi con una pendenza vertiginosa, che
mette subito a dura prova la tenuta delle gambe. Il sole fa capolino,
prepotente e giocherellone, tra il fogliame delle piante e meriterebbe maggior
attenzione, se non fosse per un certo affanno che mi scompiglia il respiro e
alcune chiazze di sudore sulla maglietta.
Il fondo della stradina è solcato in certi tratti da fenditure profonde, causate da trattori cingolati e dal passaggio delle motociclette. La salita non concede tregua e così ci obbliga a qualche breve pausa per riprendere fiato. Il percorso, man mano ci si avvicina al monte Gazzaro, alterna tratti più ripidi a riposanti falsopiani al riparo di faggi ed abeti.
Usciti allo scoperto dal bosco dopo circa un’ora di cammino, seguiamo uno stretto sentiero fiancheggiato da felci e arbusti selvatici. Sul monte Gazzaro, a circa 1.100 metri, i cartelli, in vista del superamento del monte Poggiolino di spalle, prospettano due alternative modulate sulla difficoltà del percorso. Noi optiamo per la difficoltà E, quella meno impegnativa che di fatto aggira il monte sul lato sud verso il Mugello.
Scendiamo per un sentiero scavato nel terreno e costellato da frequenti pozzanghere melmose fino al congiungimento con il sentiero 50 che porta a Parecchia.
Dopo
circa un’ora e mezza di cammino non abbiamo ancora incontrato nessuno. Pensavo
che la bella giornata di Ferragosto avrebbe richiamato sui sentieri del Gea e
del Cai numerosi escursionisti. Ed, invece, pare che su questi monti lo
spopolamento non abbia interessato solo montanari e pastori.
Questo fatto un po’ mi rattrista. La ragnatela di sentieri e piste finirà per essere inghiottita dall’avanzare inarrestabile della foresta o preda della furia devastatrice di pochi sconsiderati. Col tempo si perderà anche la memoria di luoghi, tradizioni, mestieri, episodi legati alla vita dei nostri antenati, che questi sentieri hanno percorso per estendere i loro traffici, per ragioni militari, o anche solo per conoscere gente nuova o per fare un pellegrinaggio. Boscaioli, contrabbandieri, montanari, ma anche partigiani, diventeranno muti testimoni di epoche dimenticate.
E rimarrà il triste rimpianto di non aver fatto tutto il possibile per evitare che su un passato ricco di memorie storiche calasse il velo ingrato dell’oblio.
Una smania irrefrenabile spinge sempre più persone a ricercare nel progresso e nelle conquiste del futuro le motivazioni della propria vita. E con ciò a privilegiare un certo modo di fare, piuttosto che di essere. Così, con l’abbandono del senso vero dell’autenticità e del sentire, si rinnegano anche tradizioni storiche che di fatto costituiscono le nostre radici.
Il cammino procede senza eccessiva fatica lungo i saliscendi di una pista in terra piuttosto dissestata per la presenza di solchi profondi.
In breve, fiancheggiati da una modesta vegetazione di felci, raggiungiamo l’Osteria Bruciata e di seguito l’omonimo passo.
La località ha tradizioni storiche molto antiche ed è legata alle leggende che narrano dell’esistenza della mitica Via Flaminia Minor, fatta costruire dal console Flaminio. Questa via, munita di un fondo di
lastre in pietra, doveva collegare Bologna con Arezzo, attraverso il passo dell’Osteria Bruciata; qualche studioso si è spinto fino ad affermare che da questo passo è transitato Annibale durante la seconda guerra punica.
Se
comunque si sono perse in parte le tracce dell’antica Via romana, è certo che il
passo dell’Osteria Bruciata, ha rivestito per alcuni decenni una importanza di
rilievo, soprattutto dopo il 1200, quando i pellegrini diretti a Roma hanno
cominciato a privilegiare questo passo rispetto a quello della Cisa.
Nella scelta hanno giocato un ruolo decisivo l’apertura della Via Emilia fino a Bologna e l’affermarsi di Firenze, come città d’arte e centro economico e finanziario.
A difesa del passo sono sorte in epoca medievale Cornacchiaia verso Bologna e S. Agata verso la Toscana, entrambe munite di solide fortificazioni.
Si può sostenere, perciò, che il passo dell’Osteria Bruciata aveva raggiunto il suo apice durante il fiorire dei Comuni, per poi gradualmente cedere il passo al Giogo con l’instaurarsi delle Signorie. Quello che rimane oggi davanti ai nostri sono un cippo in ricordo del passo e i ruderi di una casa assediata dalla vegetazione.
Intorno all’Osteria Bruciata si narra di leggende che illustrano la pericolosità del posto e la malvagità dei loschi personaggi che l’hanno abitata. Pellegrini, viandanti, funzionari, mercanti, o chiunque vi passava, poteva essere derubato o addirittura venire soppresso durante la sosta notturna. Queste dicerie giustificano in parte il destino dell’osteria che alla fine venne data alle fiamme, forse, per purificare nel fuoco tutto lo scempio e la crudeltà racchiusi tra le sue mura.
Certo,
si fatica oggi, davanti ai miseri resti dei muri che poco o nulla hanno di
antico e tanto meno di bruciato, ad immaginare una realtà così cruenta e dai
contorni così misteriosi.
Accanto, un cartello segnala una sorgente, che un escursionista materializzatosi all’improvviso (Donatella l’ha subito battezzato il “fantasma”) si è subito premurato di informarci che è secca da tempo. Ho subito collegato questo fatto alle tavolette sfasciate sulla Linea Gotica del Pasquilio, alle diverse targhe poste sulle fontane indicanti acqua non controllata e quindi non potabile (?), al Parco Memoriale della Linea Gotica che sicuramente esiste, ma che noi non siamo riusciti ad individuare, agli alberghi risultati chiusi da tempo, ma ancora citati sulle riviste di turismo.
Un inno all’incuria, alla mancanza di rispetto, alla insensibile e colpevole negligenza di chi non fa il suo dovere fino in fondo e fa uso del suo piccolo potere in maniera sfrontata e talvolta offensiva.
Lasciamo il passo dell’Osteria Bruciata per proseguire in salita zigzagando all’interno di una radura prima di addentrarci in un bosco di giovani piante. Raggiungiamo il monte Faggio con la pista che si fa ripida, guastata dai soliti cingolati e dalle motociclette, al punto da tracciare centralmente un solco profondo dove i piedi non entrano, obbligandomi ad un cammino caracollante a gambe divaricate.
Si susseguono anche tratti con pendenze proibitive, più adatte a dei camosci che a due camminanti appesantiti dagli zaini. In mezzo a felci giganti che spesso coprono il passaggio, dove si celano nel terreno gradini impervi e pietre che cedono sotto il nostro peso, rendendoci il procedere affannoso e gravido di copiose sudate.
Con
il pretesto di sensazionali panorami da fotografare ci concediamo brevi soste
all’ombra di qualche pianta. Normalmente precedo Donatella, così ogni tanto mi
informo sulle sue condizioni e se è il caso di prenderci una pausa di riposo. Ma
lei invariabilmente mi rassicura che non è per niente affaticata, anche se da
certe espressioni del viso verrebbe di pensarla diversamente.
Ragazza tosta, Donatella. Sta a vedere, sembra dire, che quel tizio davanti mi scambia per una femminuccia qualsiasi!
Sul più bello suona anche, come ogni giorno a metà mattina, il cellulare che tiene riposto nella capace borsa che le penzola davanti. Dopo una ricerca affannosa tra taccuini, depliant e quant’altro, estrae l’agognato cellulare e, data un’occhiata rapida allo schermo, apre la conversazione con un rassicurante “Ciao Papino”. Io non capisco dove riesca trovare in qualsiasi momento e luogo quel delizioso tono di voce con cui gratifica suo padre, che immancabilmente si lamenta del caldo eccessivo che grava su Milano, come se noi qui sull’Appennino ci trovassimo al fresco di una palma e con una bibita ghiacciata in mano.
Davanti
si staglia la sagoma del monte Castel Guerrino, con altri strappi in salita,
passaggi angusti tra le felci, dove ci capita di trovare un piccolo bivio, ma
non il segnale. E così ci dividiamo il compito: ognuno sale lungo una traccia,
finché uno dei due rintraccia il segnale smarrito. Traccia che talvolta si
riduce ad un ammasso informe di erbe e felci schiacciate, lasciate a marcire
nella terra.
In uno di questi passaggi incrociamo un gruppetto di persone, non li definirei escursionisti, diretti all’Osteria Bruciata. Davanti alcuni uomini, uno a torso nudo, seguiti, presumo, dalle consorti in abiti e con espressioni del viso che poco hanno da spartire con un sano escursionismo.
Sembra più una passeggiata che poco alla volta ha assunto dimensioni inaspettate, forse, per la protervia di qualcuno che vuole dimostrare chissà che cosa. Sono partiti dal Giogo a metà mattina e dall’Osteria Bruciata, che si vede in basso nascosta tra la vegetazione, li separa più di un’ora e mezza di cammino. E poi c’è ancora il ritorno.
Qualcuno porta sulle spalle uno zainetto minuscolo, forse, pensano, beati loro, di mangiare un boccone alla famosa Osteria, dove contano di arrivare.
Ci stiamo ormai avvicinando al Giogo e dopo il monte Castel Guerrino non ci sono più difficoltà di rilievo, salvo un ultimo tributo di sudore fino alla cima del Piaggione.
Già all’Osteria Bruciata sono comparsi i cartelli del Soft (Sorgenti Fiorentine Trekking) con il numero 9, indicante la corrispondente sezione in cui è suddiviso il percorso ad anello.
Ad un bosco ceduo con piante di modeste dimensioni si sta lentamente sovrapponendo una foresta cupa e impenetrabile di abeti e pini. Il sottobosco è cosparso di felci basse di un verde acceso che contrasta con la corteccia scura delle piante e il color cipria del terreno.
Dopo lunghe piste ricavate in un intrico di felci e arbusti spinosi, ora un sentierino in discesa, angusto, ma estremamente piacevole, serpeggia tra gli abeti.
Un cartello segnala il divieto di percorrenza per le MTB fino all’Osteria Bruciata. Sarebbe stato opportuno estendere il divieto fino alla Futa, viste le condizioni del terreno.
In
fondo ad una discesa nel bosco alcune persone tirano tardi, forse, in attesa del
pranzo. Una persona anziana mi osserva passare e quando è il turno di Donatella
la guarda compiaciuto, dicendole che deve essere molto innamorata di suo marito
se lo accompagna per questi boschi. Io tiro dritto e lascio al vecchio il suo
convincimento, mentre lei lo incrocia in silenzio con un sorriso di circostanza
sul viso.
Comincio a sentire in lontananza gli scoppiettii degli scarichi delle motociclette, finché sbuco dal bosco alle spalle dell’albergo ristorante e infine sulla strada asfaltata. Sono al Giogo di Scarperia, a 882 metri d’altezza immerso in una improvvisa bolgia di rumori, di voci, in una frenesia incontenibile e assurda sotto il sole dell’una del pomeriggio.
Prendiamo possesso di un tavolino davanti al ristorante, riparati da un ombrellone tipo spiaggia. Di fronte a noi, sul lato opposto della strada, decine di moto di grossa cilindrata sono parcheggiate all’ombra delle piante. Accanto, persone siedono attorno a tavoli fissati al terreno, animando la conversazione con battute rumorose e dandosi sulla voce continuamente.
Ogni
tanto la strada rimbomba per il passaggio delle moto, ma quasi nessuno mostra di
interessarsene veramente.
Abbiamo percorso il tratto Futa – Giogo in meno delle sei ore previste dai cartelli del Gea. Basta uno sguardo di intesa per decidere di riposarci almeno un’ora, magari approfittandone per un panino e una birra. All’interno, davanti alla sala da pranzo e presso il bar permane una confusione indescrivibile: gente impaziente che si liberi un tavolino al ristorante, persone vocianti accalcate al bancone del bar, personale di servizio dall’aria affaticata e dai modi sbrigativi, al limite dello sgarbo.
Ripiego su un primo piatto che servono condito con sugo di cinghiale, capriolo o altra cacciagione a scelta. Servirà a ridarci le energie bruciate lungo le numerose salite della mattinata.
Come il passo dell’Osteria Bruciata, anche il Giogo di Scarperia ha una sua storia avvincente, un passato ricco di avvenimenti e di leggende. Il passo ha cominciato a prendere piede dopo che il tronco S.Agata – Osteria Bruciata ha perso di interesse, all’incirca dopo il famoso Giubileo di Bonifacio VIII del 1300, in concomitanza con il prevalere delle Signorie.
Mercanti, uomini d’affari e pellegrini, a piedi o a cavallo, cominciarono a valicare il passo del Giogo, rinfrancati dalla decisione dei Medici di fondare a guardia del valico centri abitati adeguatamente fortificati. Nacquero così Firenzuola e Scarperia dal nome della ripida scarpata su cui è sorto il paese. Paese quest’ultimo famoso, sin da prima del ‘500, per il mestiere o meglio l’arte dei coltellinai, che si è sviluppata sia nella produzione di armi, sia in quella di utensili per il lavoro e la casa.
Anche
il comune di Scarperia durante l’ultimo conflitto era interessato dalla Linea
Gotica che aveva le sue postazioni fortificate più agguerrite sui monti Altuzzo
e Monticelli, posti a guardia del Giogo. I presidi militari tedeschi sul Giogo
furono debellati nel settembre ’44 poco prima della conquista della Futa.
Rilevante la partecipazione alle operazioni da parte delle forze partigiane che hanno guidato gli americani della V^ armata verso i capisaldi nazisti e combattendo in prima linea.
Oggi, diversamente dai giorni scorsi, abbiamo un comodo letto che ci aspetta alla Colla di Casaglia, oltre la foresta demaniale che si estende ad est del Giogo. Nel pomeriggio di ieri Donatella si era assicurata la prenotazione di una camera.
Comincio ad annoiarmi di frastuoni inutili e di vedere gente indolente al bar e ciccioni che, dopo essere smontati dalle moto, fanno passerella per la strada, pavoneggiandosi in bardature esclusive e costose, in compagnia di fighette con la puzza sotto il naso.
Dopo circa un’ora di pausa al ristorante, riprendiamo il cammino, seguendo una comoda stradella che si inoltra nella campagna. Ci separano circa tre ore di cammino dalla Colla di Casaglia, da percorrere quasi interamente nel bosco.
Per economizzare tempo e fatica, decidiamo di ignorare qualsiasi deviazione segnalata lungo la strada e andare dritti alla meta. Desideravo tanto conoscere almeno uno dei rifugi dislocati lungo le pendici di questa parte dell’appennino ed invece…Mi consolo ripetendomi i loro nomi: Moscheta, posto tappa Gea e Soft, Serra, Castellonchio verso il Mugello, Frassineto sotto il monte Pratone, Valdiccioli poco lontano dalla Colla.
Forse,
in questi rifugi non avrei trovato le comodità di un albergo (alcuni sono anche
incustoditi), ma avrei portato con me un briciolo dell’ anima di queste colline
verdeggianti, ma prive di vita, il piacere di un silenzio modellato dal vento e
l’ immagine di una natura primordiale.
La strada bianca costeggia un bosco di abeti e sul lato opposto una radura in pendenza, dove una dozzina di mucche dal mantello color terracotta fanno cerchio attorno a delle balle di fieno. A memoria sono le prime che vedo al pascolo sugli appennini.
Il sapore di festa e di vivace spensieratezza si propaga fin oltre la sbarra metallica che impedisce ai veicoli di immettersi sullo stradello. Sull’erba, famiglie attorno a tavolini imbanditi e bambini che giocano rincorrendosi allegramente.
Prima della sbarra un faggio gigante protende nell’aria i rami grossi e nodosi come fossero le mani di un gigante terrorizzato.
La strada, segnalata con il 00 del Cai, sale lungo le pendici del monte Verruca con modeste pendenze, all’ombra di giovani pianticelle di faggio. Finalmente una strada, comoda e piacevole, esclusivamente per noi o tutt’al più da dividere con qualche ciclista. Ritrovo l’antico piacere del camminare, libero, senza condizionamenti e con poca fatica.
Superata
una selletta, scendiamo a piccoli tornanti verso i Prati Piani, una zona priva
di vegetazione, riservata al pascolo, recintata da una rudimentale staccionata,
forse, per custodire mucche e cavalli. In posizione elevata rispetto alla
radura, una panchina in legno emergente tra le erbe e i cespugli invita ad una
sosta.
Lo sguardo spazia fin negli angoli più nascosti della piatta distesa ai nostri piedi, ingiallita dall’arsura e chiusa lontano da una corona verde di monti. Penso che l’idea di sistemare una panchina in questo posto sia frutto di una intuizione poetica. Mi ricorda una delle ultime scene del film “La mia Africa” tratto dall’omonimo libro scritto dalla danese Karen Blixen, dove accanto alla tomba di un avventuriero deceduto in seguito ad un incidente aereo, un leone accucciato placidamente sulla cima di una collina, scruta la vasta savana ai suoi piedi coi peli arruffati da un vento leggero.
Dai Prati Piani un sentiero, quasi una traccia invisibile, si diparte verso nord e conduce a Moscheta in un’ora di cammino.
Noi, invece, seguiamo la solita stradella che riprende a salire tortuosa, stavolta verso il monte Pratone. Persone che incrociamo ci mettono in guardia da un fastidioso pietrisco che avremmo trovato più avanti. Non do importanza alla segnalazione che giustifico con la scarsa familiarità di certa gente con terreni un po’ sconnessi. Ed, invece, mi devo ricredere. Effettivamente il fondo della strada è cosparso da un’infinità di cubetti di pietra dalla forma irregolare che mettono a dura prova la solidità dei miei sandali e della mia pazienza.
A ridarmi la necessaria carica e l’insperato buonumore l’incontro con la Fonte del Lupo., munita di vasca in pietra.
Prati
Piani, Fonte del Lupo: ma come è successo che questi nomi si sono imposti nel
linguaggio popolare della gente? E poi Fonte del Lupo? Ma se non ce ne sono
quasi di lupi sull’appennino?
Memore dei precedenti cartelli, non sto a chiedermi com’è la qualità dell’acqua. E’ fresca e invitante, non berne sarebbe come rifiutare un piatto di pasta fumante dopo un digiuno. Ne bevo fino ad avvertire un senso di gonfiore all’addome. Mi porto dietro questa sete esagerata, da quando mi sono trovato in una precedente esperienza senza acqua e la gola talmente secca e impastata da non riuscire a deglutire.
Scendiamo dal Pratone, procedendo lungo una strada che non esagero a definire stupenda, anche per la presenza sui bordi di un bosco di magnifici faggi. Cominciamo a superare gruppetti di persone che passeggiano, finché raggiungiamo, su uno spiazzo erboso circondato da abeti, la Capanna Marcone, una modesta costruzione in pietra grigia.
Gente di tutte le età è sparpagliata intorno, altra a piedi, con cani al seguito, sta raggiungendo il posto dalla direzione opposta alla nostra. In giro, aria di festa, odore di carne cotta alla brace, voglia di divertirsi: ma perché non mi fermo qui per la notte, con queste persone allegre e spensierate? Chissà quante cose da dirsi, da confidarsi, da scoprire. Spero di non pentirmi a proseguire fino alla Colla, che presumo ormai in vista.
Gente continua a dirigersi verso la Capanna con le borsine penzoloni, anche anziani sorretti al bastone e bambini al collo dei genitori.
Oltre la sbarra di ferro, che delimita il tratto pedonale, la pista si collega allo stradone che scende ripido verso l’incrocio dove sorge l’albergo della Colla di Casaglia (913 metri). Sotto le tende da sole, ai tavolini esterni persone si godono il pomeriggio, sorseggiando una bibita, accanto ad alcune moto parcheggiate. Altre si concedono una passeggiata lungo la pista sterrata del Cai che prosegue lungo il crinale e che conduce dopo circa 25 chilometri al Passo del Muraglione.
Ci presentiamo all’ingresso e una gentile signora ci assegna una camera al 2° piano dalla quale si gode un’ottima vista sul valico.
Fa
ancora caldo, così dopo la doccia ne approfitto per lavare qualche indumento e
stenderlo presso la finestra e sulle sedie. In breve la stanza diventa qualcosa
non molto diverso da un bivacco.
Il posto non offre grandi spunti di interesse e, con la stanchezza che mi prende, quando a sera mi concedo un po’ di riposo, non ho neppure il desiderio di avventurarmi alla ricerca di chissà cosa. Dopo pochi passi in una direzione o nell’altra mi ritrovo così a bighellonare davanti ai tavolini del bar, cercando di carpire qualche discorso che mi incuriosisca.
Ma qui alla Colla di Casaglia i veri motivi di interesse sono tutti nella tradizione storica, in quel personaggio romagnolo dell’800 che ha ispirato la famosa corsa dei 100 chilometri da Firenze a Faenza, il Passatore, e che sul passo raggiunge la sua maggiore altitudine. Stefano Pelloni, questo è il suo nome, denominato con benevola dose di eufemismo dal Pascoli “Passator cortese”.
Dopo
una storia d’amore controversa, culminata con l’uccisione del pretendente
rivale, il giovane si dà alla macchia e costituisce una banda di malviventi che
terrorizza i villaggi tra Faenza e Forlì. Alla fine, dopo la morte
dell’innamorata e preclusa ogni via di scampo, il brigante decide di farsi
togliere la vita da un amico d’infanzia.
Donatella, che non ha perso l’abitudine di esplorare i posti dove soggiorniamo, viene a sapere che la Locanda della Colla è gestita unicamente da sole donne, una brigata di undici donne, anche di colore. Una favola moderna tutta al femminile con il forte sapore di riscatto sociale, se, come pare, la gerente è di nazionalità albanese.
A sera, la cena nel ristorante della Colla con squisite specialità locali in un ambiente lussuoso e accogliente. Avrei preferito un’atmosfera meno formale e sussiegosa, insomma più casereccia, più intonata al posto. Come quella che ho sperimentato alla Cascina di Spedaletto, dove peraltro non sono mancate specialità altrettanto gustose.
Dopo la dura tappa di oggi, un continuo e snervante saliscendi sempre a quote intorno ai 1000 metri, abbiamo deciso di non proseguire domani sul crinale, ma di puntare a sud verso la valle del Sieve. Il cammino sulle creste è un’esperienza a cui tenevo, però, non consente la scoperta dei villaggi sparsi sulle pendici dei monti e riduce quasi a zero il contatto con la gente.
Quella di domani sarebbe stata oltretutto una tappa priva di un punto di sosta intermedio, come è stato il Giogo oggi. Dunque, con maggiori problemi, anche se, essendo domani domenica, penso che li troveremo anche altrove.
Prima di ritirarci in camera, facciamo una passeggiata lungo la strada. Ma i nostri occhi sono solo per le stelle di una luminosità, per me abituato alla pianura, veramente sorprendente. Le stesse stelle che hanno guidato per secoli i pellegrini sulla via verso Santiago di Compostella. E che in questa tiepida serata di Ferragosto cercheranno di dare fiducia e coraggio a due camminanti provati, in balia di un sogno proibito.
16 Agosto 2009 Colla di Casaglia - Dicomano
E’ un’alba di domenica davanti alla Colla di Casaglia. La seconda domenica di cammino dalla partenza a S. Carlo Terme di Massa. I giorni si sovrappongono e ti danno l’ampiezza e la misura di quello che si è fatto.
Sulla
strada davanti alla Locanda con noi c’è la gerente del locale. Si è alzata
presto, su nostra richiesta, per preparaci la colazione. L’abbiamo fatta alzare
presto per farci prepararci la colazione a base di cappuccio e brioche. Non
potevamo rinunciarci oggi che è domenica. La signora ci tranquillizza: si alza
sempre a quest’ora, per lei non è una fatica.
Volgo lo sguardo intorno per catturare qualche immagine caratteristica del valico e solo ora mi avvedo che la locanda è appoggiata per tutta la lunghezza ad una solida parete rocciosa, che le copre le spalle. E’ anche il momento per cogliere al volo un sapore, degli umori particolari persi nell’aria. Vorrei portare con me un ricordo di questo posto e associarlo a qualcosa che me lo faccia rivivere, anche a distanza di tempo.
Donatella scatta una fotografia alla signora mentre ramazza davanti ai tavolini sulla strada. Ha un’espressione un po’ incuriosita, di candido sbigottimento, come se non comprendesse il motivo della foto, della nostra presenza qui e questo distacco che, non si capisce bene, ci pesa così tanto.
Mi
giro mentre scendo per lo stradone verso Borgo S. Lorenzo e noto che l’unica
finestra aperta è quella della nostra camera. Tra poco qualcuno, anzi
sicuramente una donna, la rimetterà in ordine e del nostro passaggio non resterà
traccia. Due perfetti sconosciuti. E così per tutti gli alloggi precedenti.. .e
per quelli che verranno. Come due sugheri nell’acqua appena increspata, che si
richiude inesorabilmente dietro di loro. E tutto ritorna come prima.
Oggi, caldo permettendo, dovrebbe essere una tappa transitoria in vista delle prime asperità del Casentino. Questa decisione di scendere più a sud verso la vallata del Sieve, a scapito dei monti e dei boschi un po’ mi disturba. Ci tenevo a proseguire sul crinale, ma mi rendo conto che stava diventando una specie di sfida, senza senso. L’obiettivo del cammino, che è il raggiungimento dell’Adriatico sulla Linea Gotica, ci permette comunque un margine di movimento abbastanza ampio e, trattandosi oltretutto del Mugello, mi è parso da sciocchi non approfittarne.
Donatella non si è opposta a questo cambiamento di rotta, anzi mi è parsa entusiasta. Dopo la Futa e la Colla, la voglia di cambiare, di vedere gente, di tornare un po’ nella quotidianità ha preso il sopravvento.
Lasciata la Colla, notiamo subito sull’asfalto una scritta che non lascia dubbi sulle intenzioni dell’autore: “Piero non vai un c…”. Un appassionato della bicicletta, forse, con scarse attitudini, è stato bonariamente messo alla berlina dagli amici. O forse Piero si vantava di prodezze ciclistiche senza averne alcun merito. Chissà! Per me sarebbe già un buon obiettivo arrivare fino a 900 metri con la bici, ma, si sa, tutto è relativo.
Scendiamo lungo la strada nel silenzio, rotto in lontananza dallo scampanellìo dei campanacci. Curve a tornanti si susseguono al margine di boschi di pini ed abeti. Pareti rocciose a strapiombo sono rivestite da una fitta rete metallica che in basso si rigonfia per i sassi e le pietre che si sono staccati.
Cominciamo ad incrociare qualche impavido ciclista che arranca lungo la salita. Temo, dopo la scritta sull’asfalto, che Piero non sia tra questi.
Ma
non mancano anche motociclette che scambiano la strada per una pista, salendo
come se arrivare in cima con qualche secondo in più ne valesse della vita del
conducente.
Anche macchine di turisti nei due sensi in cerca dei soliti svaghi domenicali.
In breve raggiungiamo l’Hotel Pensione Gran Fonte dell’Alpe, a giudicare dall’aspetto, chiuso da tempo. Un nome altisonante, forse, nei suoi migliori tempi, un prestigioso luogo di sosta. Ora i muri sono sbrecciati e l’intonaco cadente e solo una patetica insegna sulla facciata è rimasta a testimoniare il passato dell’edificio. Un luogo che mette tristezza, malinconia, ricordo di epoche svaporate nel tempo, sapore di stantio e di muffa.
Di fronte, una piccola loggia che custodisce una fontana d’acqua freschissima, sicuramente oggetto di attenzioni da parte dei numerosi ciclisti.
La salita per loro rimane comunque impegnativa, come lo è per i podisti della 100 chilometri del Passatore che, partiti da Firenze e passato Borgo S. Lorenzo, si avventurano su questo crinale per scollinare su alla Colla di Casaglia.
Razzuolo, una piccola frazione rintanata nel vallone, accanto al misero torrente Elsa, fatica a svegliarsi. Il sole la lambisce appena e, se si fa eccezione per un gruppetto di oche bianche starnazzanti che se la spassa nell’acqua del torrente, non vedo in giro anima viva.
Donatella scorge sul bordo della strada un negozietto di alimentari aperto e non perde occasione per qualche compera. Senza il suo intuito di donna di casa, mi sentirei perso.
Costeggiando
il torrente proseguiamo lungo la discesa che sta diventando sempre più terreno
dei ciclisti, anche raccolti in gruppi numerosi.
Al termine di un rettilineo, raggiungiamo, accosto alla strada, il Santuario della Madonna dei tre fiumi, una splendida costruzione preceduta da un porticato e chiusa posteriormente da un campanile.
Il porticato, ad archi ribassati, in seguito alla costruzione della carrozzabile ha subito una mutilazione che ne ha deturpato l’equilibrio architettonico.
Il Santuario è stato al centro di storie o forse leggende verso la fine del ‘500, quando vi era ancora un semplice tabernacolo, dove sembra che l’immagine della Madonna abbia assunto sembianze viventi e abbia preso a lacrimare. L’episodio ha richiamato una moltitudine di fedeli. Si racconta anche di miracoli avvenuti per intercessione della Madonna. E’ sorto in seguito l’attuale Santuario, che nel tempo ha anche ospitato un ospizio per pellegrini molto frequentato.
Nell’identificazione della Madonna, forse, si è un po’ ecceduto con le dimensioni. In realtà i tre fiumi sono tre corsi d’acqua di modesta grandezza, il fosso Farferita e due bracci dell’Elsa che trae le sue origini proprio dalla Fonte dell’Alpe, dove si trova l’omonimo vetusto albergo sotto la Colla.
Ma
dimensioni a parte, questa acqua ha svolto nei secoli un ruolo tutt’altro che
marginale, se ancora oggi a pochi passi dal Santuario è in funzione l’antico
Molino ad acqua Margheri.
Entriamo per dare una rapida occhiata, ma un signore coi baffi ci conduce per tutti i locali del molino e ce ne spiega il suo funzionamento. Una vasca di contenimento colma d’acqua è collegata ad un locale sotto il livello del terreno, dove è installato un congegno in legno costituito da una quindicina di “cucchiai”. Questi, investiti dall’azione dell’acqua, prendono a girare, facendo ruotare a loro volta la macina in superficie connessa al congegno sotto terra. Quella che gira è la ruota superiore, perché quella sotto è “dormiente”, cioè fissa. La macina rotante è in granito, costruita con resina e colla e presenta sulla facciata interna delle scanalature che diventano man mano più sottili verso l’esterno per ottenere una frantumazione maggiore.
Il molino, dove su una pietra antica è inciso l’anno di fondazione, 845, è ancora in piena attività e lavora normalmente grano, granoturco e castagne essiccate per produrre farina di castagna, ma talvolta anche orzo e avena.
Abbandoniamo
la vallata diretta a Borgo S. Lorenzo per spostarci più ad est, in quella dove
scorre il torrente Muccione che scende fino a Vicchio. In questo modo accorciamo
un po’ il percorso che dovrebbe condurci a Dicomano, dove contiamo di fermarci
per la notte.
A giudicar dalla cartina, la strada che congiunge le due vallate presenta solo una modesta asperità, ma il suo tracciato è tutt’altro che lineare.
Prendiamo la direzione per Gattaia, imboccando una salitella asfaltata che si tramuta ben presto in uno stradello dal fondo acciottolato. Castagni poderosi dal tronco nodoso fanno ombra sulla strada, coi rami che si intrecciano, come le dita delle mani.
Nei tratti esposti lo sguardo raggiunge distanze notevoli, fino a Borgo S. Lorenzo, macchia incerta nel verde della splendida campagna mugellana. Sotto di noi si stende Ronta attraversata dal viadotto ferroviario. Tra le macchie scure dei boschi lungo i dolci versanti delle colline, fanno la loro comparsa i primi appezzamenti riservati alla coltivazione dell’ulivo. Nei miei ricordi questa è l’immagine più vera e genuina della Toscana, dove la presenza dell’ulivo sta a rimarcare il carattere della sua gente, spigolosa, contorta, ma in fondo anche bonaria.
Lo sterrato rasenta qualche casa isolata e recinti dove pascolano poche mucche pezzate. Un segnavia del Soft indica la direzione verso la Colla di Casaglia: questa parte del Mugello è solcata da una miriade di piste e sentieri per escursionisti.
Col sole che si fa più intenso, anche l’andatura ne patisce. Si rallenta, ogni pretesto dà adito ad una breve sosta: un casolare, una pieve sulla collina, un agriturismo, qualche stranezza come una targhetta sul muro con l’immagine del leone di S. Marco.
Le fontane, quando si presentano, sono come le stazioni della Via Crucis: guai a perderne una. Non sai mai quando troverai la prossima, quanta sete dovrai sopportare.
Non so spiegarmi il fatto che, tolto qualche fuoristrada, non si incontri nessuno, nemmeno una vecchina alla finestra o davanti a casa con la scopa.
Se mi fermo all’improvviso e tendo l’orecchio sono certo di scambiare questi posti per i Prati Piani dopo il Giogo: sole, solitudine e silenzio. Il magico nulla delle tre Esse.
Un
cartello mi suggerisce di dirigermi verso Farneto in direzione di Vicchio e
ignorare Gattaia.
Finalmente qualcosa di curioso. Un edificio abbandonato e fatiscente rivela attraverso una scritta quasi illeggibile l’attività che si svolgeva al suo interno: STAZZIONE MONTA TAURINA PUBBLICA. Mi domando se la “Stazzione di monta” ha chiuso i battenti per la scarsità di mucche o per le patetiche prestazioni offerte dai tori. Certo non si può dire che il Mugello che ho visto finora sia ricco di allevamenti.
Quell’edificio sembra appartenere ad un’epoca imprecisata di cui si sono perse le tracce. E una impressione analoga sembra destare una villa che incontriamo subito dopo in mezzo a ulivi rinsecchiti sparsi nell’erba ingiallita. Una gradinata, sporca e cosparsa di ciuffi di erba secca, conduce all’ingresso principale sbarrato da una ringhiera arrugginita.
I
muri appaiono ancora in condizioni accettabili, ma intorno la vegetazione è
sregolata, ed eccessivamente alta. Come sembra vero quel motto popolare che
recita: “Quando il bosco va nei cortili, l’uomo è morto o non è vivo”.Lo stato
d’abbandono della villa sembra durare ormai da parecchio tempo.
L’effetto corroborante della colazione si sta esaurendo. Il caldo e un certo brontolìo allo stomaco impongono una sosta, meglio se presso un bar.
Ormai ci siamo portati di fianco al torrente Muccione e in sua compagnia procediamo verso Vicchio. Su un cassonetto vicino ad alcune case un signore piuttosto risentito ha affisso un “Comunicato per gli ignoranti: questo è un bidone per il verde e per i rifiuti organici e non plastica, cartone, ecc…attraversate la strada!!”. Se si è già ai ferri corti in un piccolo villaggio, dove tutti si conoscono e di solito si rispettano, chissà cosa succede per la raccolta differenziata in una città…Ma forse in una città l’anonimato consente una convivenza senza eccessive discordie, in confronto al piccolo paese, dove tutti invece si interessano degli affari degli altri.
Presso il villaggio di Padule, insonnolito nel caldo afoso, individuiamo un bar…chiuso. Ai tavolini una coppia di cinesi discorre con toni un po’ alterati. Donatella chiede informazioni circa un altro bar nelle vicinanze e, dopo alcune risposte evasive, con un tono tra il brusco e il seccato, ce ne viene indicato uno più avanti lungo la strada.
Mi è sembrato il modo classico per liberarsi di qualcuno. E difatti…Oltre le ultime case del paese solo un rettilineo e intorno nient’altro che campi coltivati, stoppie ingiallite e girasoli.
Decidiamo di fermarci comunque ai margini di un campo, in un fazzoletto d’ombra. Troviamo quello che fa al caso nostro, un campo di stoppie delimitato da rovi spinosi ricchi di more. Ne facciamo una scorpacciata, anche per dare maggior consistenza al nostro pasto decisamente frugale a base di salamino, un pezzetto di formaggio e un po’ di frutta. Donatella, mentre affetta il salamino, si ferisce un dito con un coltello multiuso.
Oggi
doveva essere una tappa di trasferimento, quasi piacevole, da percorrere in
tutta scioltezza, ammirando i paesaggi offerti dal Mugello. Ma il caldo
inaspettato e queste stradine polverose e senza ombra ci stanno mettendo a dura
prova. Altitudini a parte, il posto mi ricorda le mesetas spagnole sul Cammino
francese tra Burgos e Leon, anche là avvolto da una cappa di calore, da togliere
il respiro. Con la differenza che sul cammino spagnolo ti guida una freccia,
mentre qui il percorso, e non solo, lo inventiamo noi giorno per giorno. E la
sera assaporo il gusto di un pizzico di orgoglio per aver costruito qualcosa di
veramente mio, anzi mio e di Donatella.
D’altronde è pur vero che muoversi nell’imprevedibile e prendere decisioni in condizioni di conoscenza approssimativa è un po’ come mettersi in gioco, col vantaggio oltretutto che può servire a rafforzare la fiducia nelle proprie capacità e a stimolare il nostro senso di autostima.
Così pure vivere i propri limiti non come un impedimento, un ostacolo, ma come una opportunità, può essere un utile esercizio per conoscersi meglio e imparare ad accettarsi.
E comunque è meglio poi non prendersi troppo sul serio, ma fare buon uso, quando serve, di un po’ di autoironia, che talvolta si rivela efficace per stemperare i contrasti e sdrammatizzare le situazioni.
Abbandonato con un certo rimpianto il nostro angolo di campo, ci rimettiamo in cammino verso Vicchio, rituffandoci sotto un sole torrido.
La
vallata si allarga, lasciando spazio a campi d’erba, di girasoli o a terreni
arati. Un inaspettato drappello di pini marittimi fa ombra sulla strada con le
sue verdi chiome issate come un trofeo in cima ai suoi rami poderosi.
In fondo alla valle comincia a materializzarsi il paese, case isolate, poi qualche stradina incuneata tra gli edifici anonimi, macchine parcheggiate. Facciamo il nostro ingresso a Vicchio, ci ripariamo dal sole opprimente procedendo rasente i muri, voglia di fresco, di qualcosa da bere.
Avverto sempre una sensazione strana, quando mi inoltro in qualche paese a me sconosciuto. Mi coglie una frenesia di conoscere, esplorare, di guardarmi intorno. Ma oggi, con questo sole e le strade deserte per la calura, non mi resta che prendermi una pausa rinfrescante.
In centro scorgiamo il Circolo Arci aperto, ambiente semplice, discreto, un po’ demodé. Davanti ad un televisore alcuni avventori seguono con una partecipazione alquanto turbolenta lo svolgimento di un avvenimento sportivo. A turno ognuno esprime le sue impressioni con battute spiritose e divertenti in uno schietto dialetto toscano. Le voci si sovrappongono confuse e incomprensibili, ma sempre piene di passione.
Seduti ad un tavolino beviamo qualcosa di fresco. Da alcuni giorni, quando posso, cerco di placare la sete con una birra grande. So che non è proprio il tipo di bevanda più adatto in queste circostanze, ma non mi sta causando problemi e questo mi basta.
Invece, Donatella ha dovuto rinunciarci sin dall’inizio del cammino per via di un fastidio che le causava qualche giramento di testa.
Il
costo delle bevande è da non credere: in un bar qualsiasi, forse, non ne
bastava il doppio. Il Circolo Arci è una realtà che in tanti paesi mantiene
intatto il suo ruolo e richiama ancora numerosi clienti. Ci si trova per stare
insieme per una partita a carte, per rievocare i tempi passati davanti ad un
bicchiere. Si respira un clima amichevole, cameratesco che spesso non si ritrova
più in altri locali.
In una piazzetta vicina, mentre ci stiamo dirigendo verso la ferrovia e il fiume, la sorpresa che non ti aspetti. Su un alto piedistallo ecco la statua di Giotto, sì, il famoso Giotto di Bondone che nelle vicinanze di Vicchio ha avuto i natali nella seconda metà del XIII secolo. Figura di primissimo piano nella grande tradizione della pittura italiana per un senso più spiccato dei volumi e dello spazio rispetto al passato.
Ma anche un altro personaggio diede lustro con le sue opere a Vicchio ed è il Beato Angelico, monaco con il nome di Fra’ Giovanni, la cui arte ha raggiunto livelli altissimi.
Vicchio visse sin dagli inizi, cioè verso la fine del XIII secolo, sotto la protezione della Repubblica fiorentina e insieme condivisero periodi di benessere e sviluppo, ma anche di decadenza. Il paese nel secolo scorso ha pagato le conseguenze di due avvenimenti nefasti: il terremoto del 1919 e le rappresaglie naziste durante l’ultimo conflitto, che gli sono valse la medaglia d’argento al merito civile.
Ma, forse, è la località di Barbiana che ha dato in tempi più recenti maggior notorietà a Vicchio, nel cui territorio il piccolo paese è situato, poco lontano dal monte Giovi a sud, e dove Don Lorenzo Milani visse e insegnò fino alla sua morte all’età di 44 anni.
Paese
di artisti e di educatori, Vicchio, ma anche per antica tradizione, centro
commerciale posto tra il Mugello e la Romagna.
Ferrovia, fiume e strada, tutto in poche decine di metri; mi ricorda la valle dell’Adige che sale al Brennero.
“La casa del prosciutto”, una trattoria posta a guardia del ponte sul Sieve, mi stuzzica l’appetito, ma data l’ora pomeridiana, preferisco ignorare l’allettante invito e tirare diritto sulla strada verso Dicomano. Sono circa 10 chilometri di strada asfaltata in un continuo intrecciarsi con la ferrovia e quest’ultima col Sieve che prosegue nella vallata con larghe curve, simulando l’incedere di un serpente.
La strada non appare molto trafficata e, a tratti soleggiati, ne alterna altri all’ombra di una vegetazione rigogliosa. Le colline chiudono la valle in lontananza, il paesaggio dei giorni scorsi è radicalmente mutato. Campi di girasoli e di frumento si frappongono tra la strada e il fiume.
Poche case agricole dall’aspetto decadente si affacciano sulla strada col trattore di fianco, come a far da guardia, e un guazzabuglio di animali a sollevar polvere e starnazzare nel cortile.
Filari di piccoli cipressi conducono a casolari discosti dalla strada, con sullo sfondo poche case isolate assediate da ulivi e filari di vigneti.
Una
costruzione abbandonata riporta anche qui sulla facciata il genere di attività
svolta in passato: la monta taurina e suina. E poco lontano, raccolte attorno ad
un mucchio di fieno, ecco alcune mucche, dall’indole mansueta e tranquilla, ma
anche qui della presenza di tori nemmeno l’ombra.
Prima di Dicomano veniamo fermati lungo la strada da un anziano dai capelli bianchi che attacca discorso in francese. Io cerco di rispondere nella stessa lingua, ma quello, con un’aria tra l’allegra e la divertita, prosegue in italiano, narrando qualche episodio della sua vita avventurosa. E’ difficile non dargli retta, si capisce che nella sua esistenza ha visto e vissuto parecchio. Si chiama Amedeo Tenaglia, così sta scritto su un documento tunisino che ci mostra, paese nel quale ha trascorso parecchi anni, lavorando alle dipendenze di una ditta come geometra.
Ci incanta con le sue storie, come quando ci racconta di certe popolazioni indigene che riuscivano a trarre sostentamento anche da un fiume o da un corso d’acqua secchi, cercando con un bastone i pesci nascosti sotto la sabbia.
Si informa sul nostro cammino, se ne compiace, dichiara di provare anche un po’ d’invidia. Per la sua frenesia di raccontare, potrei suggerirgli il Circolo Arci di Vicchio. Lì avrebbe facilmente trovato un po’ di pensionati come lui disposti ad ascoltarlo. Non ho tra le mie conoscenze persone così smaniose e vulcaniche nel narrare episodi della propria vita. Anche se, per la verità, mi persuado che l’amico Amedeo sia anche abile nell’intrecciare con sapienza fatti certi e dubbie verità.
La
ferrovia, dopo vari tentennamenti, si è finalmente decisa ad affiancare il fiume
sul lato opposto al nostro verso nord, così in prossimità di Dicomano non ci
resta che superare il Sieve su un ponticello. Una splendida prospettiva di pini
marittimi ci fa ala all’ingresso del paese.
Mentre Donatella prosegue in paese alla ricerca di un alberghetto, io faccio una sosta su una panchina presso la ferrovia. Ritorna poco dopo, raccontando di aver trovato posto all’albergo Etrusco in centro. La camera con televisore è tra le più spaziose e confortevoli dove finora abbiamo alloggiato.
Quando esco dalla doccia trovo Donatella sdraiata sul letto, mentre dorme. Non è da lei. Deve essere crollata per la stanchezza e le molte ore tolte al sonno, quelle forse sul passo della Futa. Debbo ammettere che sa camuffare bene le sue effettive condizioni fisiche, se fino ad un’ora fa la vedevo camminare spedita alla volta di Dicomano, mentre prendeva appunti sul taccuino.
Ho il sospetto che teniamo un’andatura troppo veloce, che poco alla volta fa sentire le sue conseguenze sul fisico. Fatiche spesso onerose, accompagnate da pasti e soste talvolta non adeguate.
Il cammino si nutre di interiorità, di sogni, di illusioni, ma non disdegna anche una prosaica pastasciutta e un bicchiere di buon vino. Lo spirito e il corpo, la mente e i piedi, in un sincronismo perfetto, passo dopo passo.
Il cammino si fa andando, ma dietro quell’andare c’è tutta una persona con le sue ansie, le paure, i desideri e la consapevolezza che quel cammino potrebbe rivelarsi illusorio, ingannevole.
Ogni cammino vero è una sfida con se stessi, che mette a dura prova spirito di adattamento e di sacrificio e un po’ anche la nostra presunzione. Un grande sogno per sostenersi ha bisogno d’altronde di tanti piccoli mattoni frutto di fatica e di sudore.
Sveglio
Donatella, ormai è quasi l’ora di cena e dobbiamo ancora cercare un ristorante.
In piazza notiamo un bar con la scritta “Casa del popolo”, ambienti molto
luminosi, ampi, arredamento moderno. Per intenderci, niente a che vedere con gli
omonimi locali di una volta, cupi, fumosi, dove si respirava un’aria quasi di
cospirazione. Chissà cosa è rimasto tra quelle mura dello spirito di un tempo,
se i ragazzi che lo frequentano oggi ne sanno qualcosa.
Facciamo un giro attorno all’isolato per individuare la direzione di domani e notiamo piccole sedi di sindacato per i pensionati e altri uffici con attività a sfondo sociale. Per le strade e nella piazza principale c’è molta animazione. Bancarelle di un mercatino dell’antiquariato stanno per chiudere. Donatella, frugando su una di queste, in mezzo a centinaia di vecchie cartoline, ne acquista una raffigurante il Giogo di Scarperia, com’era circa 20 anni fa e me ne fa omaggio.
Decidiamo di non sbilanciarci per la cena e di mangiare alla pizzeria sotto l’albergo dove alloggiamo. Da alcuni giorni desideravo una pizza vera e questa sera non voglio lasciarmela sfuggire.
Ho visto bene, la pizza è veramente ottima, anche il bere e per un costo davvero irrisorio.
Fuori del locale, tiriamo tardi bighellonando sotto dei portichetti, dove troviamo un po’ di sollievo al caldo con un gelato. Infine ci mescoliamo tra la gente che assiepa le panchine nella piazza, in mezzo a ragazzini che si rincorrono e anziani in cerca di un vano refrigerio.
L’orgoglio
della gente di Dicomano è di possedere un carattere aperto, ospitale e uno
spirito libero. Il paese ha infatti solide tradizione come luogo di incontri e
di scambi commerciali e logistici. Per secoli a Dicomano è rimasto addirittura
aperto un porto fluviale, dove veniva concentrato il legname destinato ai
cantieri navali di Pisa e Livorno.
Ma ciò che mi affascina maggiormente è il rinvenimento di alcuni insediamenti etruschi nelle vicinanze del paese.
Si è fatto ormai buio, qualcuno si alza dalla panchina e si allontana. In piazza si avverte quell’aria di intimità e di allegra spensieratezza tipica delle feste estive di paese, dove la gente sprigiona il suo buonumore con discrezione ed equilibrio.
Nei miei ricordi di ragazzino rivivo le tiepide serate estive passate a giocare con gli amici sulla strada alla luce flebile di qualche lampione. I grandi, appoggiati con la sedia al muro delle case, seguivano con lo sguardo i nostri giochi, conversando a bassa voce dei loro affari.
Finché le mamme si alzavano ed entravano in casa, tirandosi dietro le sedie. Questo era il segnale che era giunta per noi l’ora di andare a dormire.
E così facciamo anche noi ora. Altra strada ci aspetta domani e serviranno mente e gambe riposate.
17 Agosto 2009 Dicomano - Stia
Oggi la giornata incomincia nel migliore dei modi. Stamattina mi sono svegliato veramente bene, come non mi capitava da un pezzo. Rilassato, tranquillo e non mi sembra vero di essere quasi ai margini del Parco delle foreste casentinesi.
Anche il tempo è ottimo, si preannuncia sereno, ma nel nostro caso non è detto che sia necessariamente un vantaggio.
La
sorpresa più allettante però è il bar di fronte all’Etrusco, che è già aperto,
malgrado l’ora mattutina. Ormai stiamo facendo l’abitudine ad una ricca
colazione con brioche e cappuccino, anzi oggi, su consiglio di Donatella, mi
sbilancio anche con un budino di riso.
Attratti dalla colossale vincita prevista con l’Enalotto, facciamo anche noi una giocata., affidandoci ai dati anagrafici nostri e dei nostri familiari.
Usciamo da Dicomano con direzione Pontassieve e Firenze, lungo la strada asfaltata. Incontriamo subito la Fonte di S. Antonio, o meglio una triplice fontana: quando si dice l’abbondanza. Peccato che non ho sete e non mi voglio guastare il buon sapore che ho in bocca dopo la colazione.
A proposito di acqua, Donatella scopre un’altra targa con la consueta comunicazione che mette in guardia dall’acqua non controllata e come tale non potabile. In questo caso si specifica addirittura che la suddetta avvertenza è valida ai sensi del D.P.R. 236/88. Sono stupito dal modo come certe amministrazioni liquidano, in maniera sbrigativa e un po’ anche da irresponsabili, certe pratiche di loro pertinenza.
Nonostante
l’ora, il traffico dei veicoli è piuttosto sostenuto. E per noi che camminiamo
incolonnati sul bordo della strada con mille precauzioni, la velocità sembra
tutt’altro che moderata.
La ferrovia corre affiancata alla strada, poco più a destra il Sieve che si intravede prima della barriera delle colline. I primi raggi di sole fanno capolino dietro la linea dei rilievi, accendendo col loro riverbero i campi di granoturco e i prati d’erba ancora umidi della notte.
Incrociamo la ferrovia poco prima di Contea, un paesino dove i cartelli stradali stimano la distanza da Stia, probabilmente meta di oggi, in 30 chilometri. Pensare che Firenze è ancora più vicina.
La nostra idea è quella di aggirare il Parco delle foreste casentinesi spingendoci più a sud fino a Chiusi della Verna, Pieve S. Stefano e poi risalire verso Badia Tedalda quasi al confine con il marchigiano e la Romagna. Non so se sia la scelta migliore, ma è l’unica alternativa a ore di cammino tra i boschi, dove probabilmente saremmo incorsi in qualche problema logistico, senza dimenticare i numerosi saliscendi che avrebbero sicuramente rallentato l’andatura e fiaccato le nostre gambe.
Senza accampare giustificazioni, abbiamo subito concordato per un itinerario più vario, preferibilmente a quote collinari tra piacevoli paesini e a contatto con la gente. O meglio, per la verità un precedente che ha lasciato il segno c’è stato: i boschi e i monti attorno al passo della Futa, ostici, faticosi, talvolta con l’ansia di perdersi o di procurarsi una storta.
Anche
Donatella è apparsa subito entusiasta della decisione. In questo modo pensiamo
di dedicare maggior attenzione all’ambiente circostante, senza l’assillo
costante del segnavia che, invece, è richiesto nei boschi lungo i sentieri del
Gea e del Cai.
A Contea abbandoniamo lo stradone trafficato per una via tranquilla diretta a Londa, fiancheggiata dal torrente Rincine. Basse colline chiudono lateralmente la valle, investita prepotentemente dal sole nel senso della sua lunghezza. Ma non è un sole fastidioso, anzi aiuta a sciogliere i muscoli ancora rattrappiti per l’immobilità della notte.
Arriviamo velocemente al paese di Londa. Già il nome del paese suscita qualche perplessità riguardo alla sua corretta scrittura, così il fatto che si sia gemellato con una cittadina polacca a nome BRZESZCZE, probabilmente, è apparso ai suoi cittadini del tutto normale.
Io vado in cerca di una farmacia per le mie vesciche, ma sono in anticipo sull’orario di apertura. Donatella, invece, si rifugia in un bar per un caffè.
All’interno del bar/Circolo ricreativo nota una tabella molto diffusa nelle osterie di un tempo, sulla quale appare un elenco delle bevande più richieste con accanto uno spazio bianco per i relativi prezzi. Alcune bevande erano in voga in un’epoca vicina al dopoguerra, ma ora se ne sono quasi perse le tracce sugli scaffali dei bar: china, strega, vov, anice, vermouth, vino basso, ecc..
Un
magnifico ponte collega la strada al paese oltre il Rincine e nei pressi
Donatella individua un negozio di alimentari per le solite compere. Ma come fa a
ricordarsene alle 8,30 di mattina? E come mai io invece non me ne ricordo mai?
Usciamo dal paese seguendo il torrente che qui forma un bacino artificiale, nelle cui acque si rispecchia il verde delle colline. Appena partiti, in corrispondenza del bivio per la frazione di Rincine, ecco venirci incontro il geometra di ieri.
Ha tutta l’aria di chi è in attesa di qualcuno. Forse, si è sentito in dovere, bontà sua che ha tutto questo tempo da perdere, di indicarci la direzione giusta. E difatti, dopo un altro breve monologo sulle sue innumerevoli avventure nei paesi mussulmani, ci consiglia la deviazione verso Rincine. Per la verità sfonda una porta già aperta. Il transito per Rincine era già previsto e così la salita al passo di Croce a Mori e la successiva discesa dalle parti di Stia e Pratovecchio. Forse, l’amico Amedeo, sempre smanioso di raccontare, voleva cominciare bene la giornata con due ascoltatori attenti come noi.
La stradina comincia a salire con una discreta pendenza, ma fortunatamente pressoché all’ombra. Il panorama si allarga, ma sono sempre le colline e i monti coperti di vegetazione a rubare la scena. Da questi appennini non se ne esce più.
Raggiungiamo il cartello di Rincine, ma a seguire troviamo solo poche case, un ristorante “Il Colonnello” e una fontana dall’aspetto sconsolante. L’acqua, classificata non potabile, esce letteralmente a gocce, manco fosse una flebo, mentre a pochi passi un signore sta annaffiando orto e fiori del giardino.
Prima
del congiungimento della stradina con l’altra che sale da Stia, una splendida
pieve, costruita con pietre grezze, sormontata da una piccola torre sul genere
di quelle osservate in Spagna sul Cammino Francese.
More succose si protendono ai margini della stradina e invitano ad un assaggio, che volentieri raccogliamo. Una pietra miliare, annerita dal tempo, mostra due iniziali: P.F. Non ci sono fiori o vasetti di piantine, ma l’aspetto ricorda molto da vicino quelle piccole lapidi che testimoniano di qualche tragico evento. Che sia opera di un buontempone che ha voluto così festeggiare a suo tempo la fine del partito fascista?
All’inizio di una viuzza laterale leggo su un cartello il nome: Della Mugnaina. Vien voglia di entrarci talmente è bello ed espressivo. Quanta poesia in una sola parola! Col tempo questi nomi gentili e gradevoli sono purtroppo scomparsi e così qualche briciola della nostra cultura e tradizione è andata perduta per sempre.
Cerchiamo l’ingresso al campeggio Campo dell’Oca, ma lo troviamo solo dopo essere entrati sulla via in alto, inopinatamente spaziosa e deserta. Sotto un sole ormai dalle temperature africane, la strada sembra dilatarsi, non avere confini. E mi appare nella sua nullità e nel suo “non senso” in mezzo alla vastità del verde delle colline. Una “autostrada” bella, pulita a beneficio di nessuno e che non porta da nessuna parte.
Il campeggio è posto tappa del Soft e, nonostante il periodo estivo favorevole, non sembra particolarmente affollato. L’ingresso è deserto, raggiungiamo il bar posto in cima ad una gradinata e solo dopo un po’ si fa vivo un anziano in maglietta bianca e dall’incredibile somiglianza con il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari.
Il
gestore del campeggio è molto affabile e cordiale e con lui scambiamo quattro
chiacchiere. Le finestre del bar inquadrano rigogliose chiome di castagni e
querce. Un camino con mattoni a vista situato in un angolo del locale e le
pareti rivestite con perline in legno non lasciano dubbi sul fatto che il
campeggio è aperto tutto l’anno, anche se il gestore ci confessa che sta
maturando l’idea di disfarsene. I clienti, soprattutto gli stranieri, non
appaiono più molto interessati, ma non va meglio con gli italiani. Con gli
appassionati di escursioni é ancora peggio: in un anno si contano su una mano.
Anche per i viticultori della zona, ci dice, la situazione risente molto dell’attuale fase di recessione. Vendevano gran parte del vino all’estero ed ora, invece, faticano a trovare compratori, anche praticando prezzi di favore.
Mi rattrista vedere una bella struttura come questo campeggio senza prospettive, senza un futuro certo sprofondare lentamente nell’oblio. D’altronde non si può certo dire che la zona, che è al confine con il Parco, sia particolarmente invitante. Il monte Falterona con la rete dei suoi sentieri è ancora lontano e la linea dei paesi che fa da corona al Parco si svolge più a sud.
Ci
rimettiamo in cammino verso il passo di Croce a Mori lungo lo stradone sempre
più deserto e sconfortante. In breve siamo sul valico a quasi 1000 metri
d’altezza; da questa mattina senza quasi apparente fatica siamo saliti di circa
800 metri.
In un angolo del piccolo spiazzo delle persone sono occupate a fissare nel terreno una croce. Una signora ci racconta che è venuta sin qui da Padova per lasciare sul passo un ricordo del figlio Manuel, deceduto l’anno prima in un incidente con la moto. Quel figlio di 39 anni, per lei vedova, era tutta la sua famiglia, la sua ragione di vita.
Una piccola “disattenzione” con la moto, ci confessa, le ha portato via il figlio, un nonnulla, un’inezia. Ma sembra, a sentire gli altri sul posto, che ci sia dell’altro. Come si fa a spiegare ad una madre che il figlio si è schiantato a causa di un frontale con una macchina, per un sorpasso insensato e tragicamente temerario?
Ci mostra la lapide in marmo nero che verrà deposta ai piedi della croce e che reca queste parole.” Manuel 1969 – 2008 Il tuo sorriso e la tua purezza ci accompagneranno per sempre”. Niente foto, nessun fiore. Penseranno i suoi amici motociclisti, ci dice con gli occhi lucidi la signora, a lasciare un fiore, quando transiteranno sul passo.
Tutta la scena e questa commozione tirata per i capelli hanno un qualcosa di retorico e artificioso. Appare chiaro il tentativo di intercettare la solidarietà della gente, per un po’ di conforto e di sostegno morale. Gente anche sconosciuta, di solito ben disposta a elargirne, per quel che costa.
Come appare stonata quell’invocazione alla purezza in un uomo di 39 anni, tutto preso dalla passione delle moto, se nella sua vita ne ha cambiate ben 11, come ci confessa la signora.
Senso
di dignità e dolore spesso non trovano un giusto equilibrio. E’ indubbio
comunque che trovarlo appartiene alla sfera spirituale di ciascuno.
Ci incamminiamo per la discesa in direzione di Stia, ma ci fermiamo quasi subito sul lato dello stradone per mangiare. Pane con salame e formaggio e per dolce una pasta farcita con l’uva.
Riprendiamo il cammino e poco dopo un cartello ci informa che entriamo nel territorio di Arezzo, la sesta provincia toscana che percorriamo.
Presso una curva a gomito un cippo circondato da sassi e qualche vaso di fiori e di piantine. Sul marmo un nome, forse un altro motociclista o chissà un ciclista. Qualcuno ha deposto a terra un pezzo di ferro, una pedaliera, una parte di manubrio, non so. Non ha importanza, non sono curioso di sapere, sarà probabilmente morto per una delle tante “disattenzioni” della vita
Il tempo, intanto, si va annuvolando e ci solleva dal caldo infernale del mattino. Cade qualche goccia che evapora immediatamente al contatto con l’asfalto.
Nell’ansa di un tornante, nascosta in parte dalla vegetazione, una cerbiatta dalla mole rispettabile ci osserva senza alcun timore. Sembra aver fatto l’abitudine alla presenza umana, non si muove, non accenna a scappare, gira solo lo sguardo nella nostra direzione, quando ci spostiamo. Ha un aspetto altero, spavaldo, come fosse la regina di questi monti e noi dei semplici intrusi.
Proseguiamo nella discesa senza quasi incontrare veicoli, meravigliati per il verde dei pascoli e per la scura vegetazione che ammanta i rilievi in lontananza.
Dopo
una serie di curve, intersechiamo, per poi affiancarlo, un ruscello appena
visibile tra alti arbusti e cespugli selvatici. “Quel fiumicel che nasce in
Falterona” lo definisce Dante e difatti l’Arno, perché di lui si tratta, ha
origine proprio sotto la vetta di quel monte in una località denominata appunto
Capo d’Arno. Qui è ancora piccolo, ma più avanti dovrebbe raccogliere l’acqua di
altri torrenti e già a Stia sicuramente avrà guadagnato in dimensione.
Ma già poco più avanti l’acqua dell’Arno, seppur ancora piccolo ruscello, diventa preziosa, perché per oltre 700 anni ha consentito il funzionamento del Mulin di Bucchio, il primo mulino che incontra sulla sua strada, uno tra i più antichi del Casentino.
Insieme al mulino era fiorente anche l’attività di troticultura fino a qualche decennio prima che la famiglia Bucchi, dopo oltre 7 secoli di molitura, decidesse verso il 1960 di chiudere i battenti.
Il mulino, tuttavia, nonostante la cessazione dell’attività, ha mantenuto intatta la sua antica struttura e il suo fascino. Alcuni locali, tra cui la cucina ottocentesca, conservano ancora gli oggetti tipici delle vecchie abitazioni contadine. Altri, invece, sono stati ristrutturati e vengono offerti in affitto.
Il vecchio mulino si intravede in fondo nell’umido vallone, un po’ nascosto dalla strada, a causa delle piante.
Ma
questo territorio, oltre ai vecchi mulini ad acqua, conserva memoria di episodi
di ben altro tenore. Lungo il nostro cammino per monti e vallate dell’appennino
abbiamo incontrato numerosi paesi con alle spalle ricordi funesti dell’ultimo
conflitto mondiale. Del resto sulla Linea Gotica è pressoché impossibile non
trovarne. Ciascuno ha il suo fardello di dolore e di rabbia, che neppure il
tempo talvolta riesce a mitigare.
Anche qui la storia, quella con la s minuscola, ha lasciato il segno, un segno forse più profondo che altrove, che non ha sconvolto le sorti dell’Italia, ma ha prodotto un solco indelebile nel cuore della gente. Per la ferocia bestiale, per la crudeltà più spregevole, verso persone inermi e senza colpe.
Vicino, una strada in salita conduce a Vallucciole , una piccola frazione costituita da un gruppo di casolari. Vallucciole si trova sopra le nostre teste a poco più di 700 metri d’altezza lungo i fianchi digradanti del monte Falterona.
Questo paesino è vissuto nell’anonimato fino al 13 aprile 1944, quando la storia l’ha avvolto nelle sue spire, in una scia di sangue e di barbarie. Quel giorno il villaggio ha cessato di vivere e non mi riferisco solo alla gente morta ammazzata.
Il linguaggio freddo e formale degli cronisti non traduce pienamente lo strazio e la disperazione della sua gente, morta per uno dei tanti motivi imperscrutabili delle guerre, dove un ordine può trasformare dei soldati in feroci assassini. La guerra fuori da ogni regola, un semplice pretesto per dar sfogo agli istinti più bestiali a danno di persone incapaci di opporsi.
L’eccidio di Vallucciole riproduce quelli di altre località in Toscana, ma perché insieme a tutti gli altri non si trasformi in un numero buono solo per le statistiche ne illustro i passaggi salienti.
Nella
primavera del ’44 i tedeschi, oltre ad approntare le difese fortificate della
Linea Gotica, cercavano di assicurarsi la disponibilità logistica delle zone
percorse dalle strade secondarie, facendo del territorio “terra bruciata”.
Scacciavano gli abitanti dei paesi con il terrore, distruggendo le loro case,
bloccando ogni tentativo di resistenza con qualche feroce “esempio”.
Agli inizi di aprile piccoli nuclei di tedeschi travestiti perlustravano le zone del Casentino in cerca di formazioni partigiane e di obiettivi delle stragi. Uno di questi nuclei fu intercettato dai partigiani e nello scontro a fuoco due tedeschi restarono sul terreno. Da documenti trovati in loro possesso i partigiani compresero che erano in programma entro breve dei rastrellamenti in quelle zone e ne informarono gli abitanti.
Il mattino presto del 13 aprile formazioni tedesche entrarono in azione e seminarono la morte tra i numerosi paesini sulle pendici del monte Falterona. Tra questi Vallucciole, dove parecchi abitanti non avevano raccolto il consiglio dei partigiani di fuggire. Dal buio del mattino fino a sera il paese visse un inferno, con persone di tutte le età fucilate e con le case date alle fiamme o fatte esplodere.
Una colonna di uomini con cassette di munizioni sulle spalle fu condotta sul monte Falterona e poi fatta ridiscendere per poi subire la stessa sorte. Parecchie donne furono violentate prima della raffica finale della mitraglia.
A sera tra le macerie fumanti sono stati contati 108 corpi devastati dalle pallottole e dalle sevizie.
Fa
orrore sapere che il più giovane si chiamava Viviano ed aveva 3 mesi, mentre
quella più anziana era una nonnina a nome Clorinda di 84 anni. E in mezzo uomini
e donne con cognomi come Bucchi (quelli del mulino), Michelacci, Seri, Gambineri,
Marconcini, Tommasi, Trapani, talvolta imparentati tra loro, il paese, si sa, è
piccolo.
Non posso passare davanti a quel cartello per Vallucciole senza soffermarmi qualche attimo. L’idea di legare idealmente questo cammino con un paese teatro di una così brutale ferocia mi riempie di orgoglio, mi sembra che lo valorizzi.
Camminare per scoprire, conoscere, apprezzare tante piccole realtà sconosciute, per toglierle da sotto il velo di polvere del tempo, per portarle alla luce e all’aria. Per ridare loro carica emotiva e forza interiore. E accorgersi che niente è veramente passato, inutile, da dimenticare, come il sacrificio di quelle 108 persone. Tutto è sempre lì sotto i nostri occhi, ad ammonirci, a consigliarci, a metterci in guardia, ma spesso preferiamo volgere lo sguardo altrove, quasi a vergognarci di essere comunque debitori di quel mondo che consideriamo superato.
E non sarà certo il dio-fretta, specialista in usa e getta, a fornirci gli ingredienti per la felicità, come sembra ammonire un certo tipo di modernità.
Camminare per scoprire le nostre radici autentiche, un passato che, come una sorgente, non cessa di raccontare. E renderci conto che la vera sostanza della vita non appartiene ad alcun tempo, ma risiede nel presente di ciascuno.
Il cielo si sta lentamente rischiarando e noi continuiamo nell’avvicinamento a Stia.
In un campo numerose pianticelle di abete, della dimensione giusta per farci alberelli di Natale. Un’immagine gioiosa, dopo quei ricordi dolorosi.
Ma
oggi è proprio il giorno di un ideale riscatto per quei morti, il giorno della
ribalta per alcuni di loro. Dopo Giuncheto, un po’ defilato alla vista, nascosto
dalla vegetazione, c’è un piccolo cimitero. E’ aperto, dentro, è il caso di
dirlo, non un’anima viva. Solo tombe per terra, lapidi dignitose, ma niente più,
qualche croce solitaria. Le più vecchie, una pietra grezza senza nome annerita
dal tempo e un vasetto di fiori a dargli una parvenza di dignità.
Un cognome sopra gli altri, Bucchi, ancora lui, nel bene e nel male, un riferimento per questa gente. Vicino al sentiero erboso una tomba si stacca dalle altre per ridondanza di fiori e per fattezza. La lapide ricorda l’eccidio di Vallucciole, dove sotto il fuoco della mitraglia nazista sono morti due fratelli della famiglia Trapani e i due figli di uno di loro.
Foto di persone con cappelli in testa e un abbigliamento d’altre epoche, facce inespressive, quasi spaventate. Tra loro quella di una vecchina a nome Virginia, capelli bianchi scarmigliati, probabilmente scampata alla carneficina e rimasta da sola a piangere la sua famiglia distrutta.
Non so come comportarmi, così resto in silenzio, osservando gli sguardi della gente che mi scruta dalle tombe. Sono sguardi spesso composti e dignitosi. Mi soffermo talvolta per cogliervi un segnale, una premonizione, un’espressione particolare.
Cade ancora qualche goccia, così ci ripariamo in un locale vuoto, forse una vecchia tomba di famiglia di qualche benestante del posto.
Riprendiamo
la discesa lungo lo stradone umido. Ai lati qualche casa in pietra e prati dove
pascolano mucche bianche dall’aspetto un po’ emaciato.
Arriviamo finalmente in periferia di Stia. Il paese, con i suoi tetti rossi e il campanile a vigilare sulla distesa delle case, si allunga accanto al corso dell’Arno. Scendiamo in paese entrando dalla piazza Tanucci, una splendida piazza a forma irregolare, contornata da stretti porticati e digradante verso la sponda del fiume.
Nella parte più elevata della piazza stanno montando gli stand che all’inizio del mese prossimo ospiteranno la Biennale europea d’arte fabbrile, all’interno della quale si disputerà il Campionato del mondo di forgiatura. Un mestiere, quello dei fabbri, che nell’alta vallata dell’Arno vanta tradizioni centenarie e un gruppo di artigiani apprezzati anche fuori dal Casentino.
La piazza appare un po’ menomata nella sua bellezza, quella bellezza che, invece, viene esaltata nel film “Il ciclone” di Pieraccioni, che qui vi ha girato alcune scene famose.
E’
solo pomeriggio, non manca il tempo per trovare una sistemazione per la notte.
La vista della chiesa nella piazza, mi fa pensare se, prima, non sia il caso di
suonare il campanello della canonica. Il parroco ci accompagna alla Domus Pacis,
un edificio d’angolo al limite della piazza e con vista sull’Arno. Ci sistema
al primo piano in una camera con alcuni letti a castello, consegnandoci una
busta, con la preghiera di depositarla domattina nella buca delle lettere in
canonica, con dentro …€ 20 ciascuno. Per fugare ogni dubbio circa il
corrispettivo da depositare, sulla busta ha siglato una nota ben chiara. Quando
si dice la precisione!. Non si può certo dire che la vista di due pellegrini
abbia mosso a pietà il suo vecchio cuore di parroco.
La serata si preannuncia serena, gente passeggia per le strade o é seduta ai tavolini fuori dei bar. Facciamo due passi nella piazza famosa, incuriositi dai molteplici negozi aperti sotto i portici e dalla fontana che zampilla nel centro.
Andiamo in cerca di qualche locale per la cena, ma non abbiamo fortuna. Strano in un paese come Stia, che nel turismo ha individuato un’ottima fonte di reddito, non trovare ristoranti aperti. Probabilmente è in questo settore che parecchi hanno trovato occupazione dopo la chiusura del Lanificio che negli anni di maggior sviluppo agli inizi del ‘900 era arrivato a dare lavoro a quasi 500 operai. Qui è nato il celebre Panno Casentino, dagli inconfondibili riccioli, un tessuto di lana caldo e molto resistente.
In
mancanza di meglio, prendiamo posto in una pizzeria già piuttosto affollata.
La serata è tiepida, delle nuvole e del fresco pomeridiani non c’è traccia. Verrebbe voglia di mescolarsi alla gente e curiosare negli angoli più nascosti del paese, ma sulla strada di ritorno verso la piazza ci accontentiamo di fermarci in un bar per un gelato e la scorsa veloce di un giornale locale. Il bar è situato vicino al torrente Stiaggia (da cui il nome di Stia per contrazione) nel punto in cui si riversa nell’Arno.
Domani riprenderemo a salire, forse fino a Chiusi della Verna e di energie ne serviranno parecchie.
Il cammino, questo ambizioso costa a costa, si sta poco alla volta delineando senza intoppi di rilievo. L’affiatamento tra noi e l’abitudine a pianificare in anticipo i percorsi ci hanno finora messo al riparo da sorprese. E rimane anche il tempo per riflettere sul significato da dare a questa voglia di cammino che mi sta soggiogando. Con tanti dubbi e incertezze, ma, mi sia concessa, anche una piccola convinzione.
Camminare per cercare, fra le tante, “la strada” che si addice a ciascuno di noi. Quella che non necessariamente conduce a qualche Santiago, ma che non per questo smetteremo di percorrere.
18 Agosto 2009 Stia - Chiusi della Verna
La sistemazione dello zaino stamattina è più laboriosa del solito. Ci sono indumenti sparsi dappertutto ad asciugare. Donatella, prima di uscire, guarda anche sotto il letto: talvolta lì sotto ci si trova di tutto.
Esco
dalla Domus Pacis con in mano la preziosa busta e la imbuco nella cassetta della
canonica. E’ anche un pretesto per dare un’ultima occhiata alla piazza Tanucci.
E’ completamente deserta, immobile, non chiede altro che di essere ammirata.
Prendiamo la direzione per Pratovecchio, a meno di mezz’ora di cammino. Oggi dovremmo completare l’aggiramento del Parco delle foreste casentinesi, raggiungendo, come spero, Chiusi della Verna. Penso ancora alla decisione presa alla Colla di Casaglia di scendere lungo la valle del Sieve e abbandonare il crinale fino al passo del Muraglione, a S. Godenzo, porta d’ingresso al Parco da nord.
Non nascondo che ci tenevo a seguire quel percorso che mi avrebbe portato all’eremo di Camaldoli e a scoprire qualche piacevole paesino all’interno del Parco, come Badia Prataglia. Comincio a rimpiangere i sentieri e le mulattiere in mezzo ai boschi, dove è vero che si fanno sporadici incontri, ma c’è il vantaggio di godere dell’ombra delle piante e dove si respira un’aria più salubre di quella che si leva dalle strade trafficate. E oggi, almeno di mattina, c’è da stare certi che dovremo fare l’abitudine agli scarichi e al rumore del traffico. E anche al caldo.
Stamattina per la colazione c’è solo l’imbarazzo della scelta. Presso la pizzeria di ieri sera sono aperti bar sui due lati della strada. La periferia di Stia si allunga fino a sfiorare Pratovecchio e così, camminando sul marciapiedi, in breve siamo in vista delle prime case del paese.
Anche
qui, come nella piazza di Stia, lunghi porticati affiancano la strada sui due
lati. Fatte le dovute proporzioni, mi ricordano i portici che salgono a S. Luca
in quel di Bologna. La fuga degli archi e delle colonne rappresenta comunque una
bellezza architettonica di un certo pregio.
Vicino, una lapide del 1860 ricorda la votazione del popolo toscano in occasione dell’unione alla Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele. I numeri parlano di un autentico plebiscito del popolo toscano verso la monarchia sabauda.
In centro, una piazza che dall’aspetto dovrebbe rappresentare il salotto buono, lo struscio, il luogo di incontro del paese: bar, negozi, fontana circolare, panchine all’ombra.
Come altri paesi del Casentino anche Pratovecchio ha nel suo passato un castello, attorno al quale si costituì il piccolo borgo. Nei primi tempi il paese è stato sotto la giurisdizione della potente famiglia dei conti Guidi, ma successivamente, l’affermazione del partito guelfo, appoggiato dal Papato, contro il ghibellino, alleato dell’imperatore, permetteva alla Repubblica di Firenze di annettersi tutta l’area del Casentino, compreso Pratovecchio.
Quest’ultimo
divenne col tempo un punto di raccolta e di smistamento del legname proveniente
dalle vicine foreste. A questo proposito era in voga allora un mestiere
avventuroso, ma non privo di pericoli, quello del foderatore, che aveva il
compito di condurre a destinazione lungo il corso dell’Arno i tronchi d’albero
legati a mo’ di zattere, dette foderi. Il foderatore, munito di lunghe pertiche
guidava la zattera tra gli ostacoli del fiume fino ad Arezzo, Firenze, ma anche
a Pisa.
Era un lavoro leggendario che richiedeva una continua sorveglianza giorno e notte durante la discesa della zattera. E si deve al loro lavoro se palazzi nobiliari e parecchie chiese della Toscana possono sfoggiare architravi in legno provenienti dal Casentino
Una anticipazione dei moderni corrieri era, invece, rappresentata in quell’epoca dall’attività dei procacci, che dietro compenso trasportavano pacchi, lettere e merci dal Casentino a Firenze e viceversa. E in tutte le stagioni, col caldo e col freddo.
Sulle colline, oltre l’Arno, a occidente di Pratovecchio, si intravedono, tra la vegetazione e qualche filare di cipressi, i resti del castello di Romena e la relativa Pieve. Non poteva mancarne uno anche qui, nella terra del Casentino, terra di castelli per eccellenza.
Questo
castello è conosciuto tra gli appassionati di letteratura, in quanto Dante ne fa
menzione nell’Inferno, dopo che qui vi fu ospitato dal conti Guidi durante
l’esilio.
Usciamo da Pratovecchio lungo la nazionale verso Poppi. Cancellate nascondono giardini freschi e umidi, chiazze di verde frammezzate da bordure colorate. Ville di un certo pregio gareggiano in altezza con poderosi abeti i cui rami si protendono sulla via.
Lasciate le ultime case, la piana si allarga, spuntano prati, campi coltivati, le colline tenute a bada sulla destra dal corso dell’Arno.
Strada e ferrovia si intersecano, i campi ancora bagnati di rugiada riflettono la luce del sole come tanti specchi. Una chiesa antica attira la nostra curiosità: all’interno è aperta una cappella del tutto simile a quella originale che necessita di lunghi interventi di ristrutturazione.
Non abbiamo alternativa al bordo della strada, anche se fortunatamente la banchina ha talvolta una larghezza più rassicurante.
Comincio ad intravedere scorci di una Toscana piacevole e suggestiva, come ho avuto modo di osservarne sulla Via Francigena, ma allora era quella di S. Gimignano, delle campagne senesi e della Val d’Orcia, bellezze impareggiabili.
Con la ferrovia a braccetto, arriviamo verso la periferia di Ponte a Poppi. Vicino ad una rotonda una colonna sostiene una lastra di pietra dove sono simboleggiati gli stemmi della Repubblica fiorentina e di Arezzo (un cavallo su due zampe, molto simile al marchio della Ferrari). Il piedistallo non fornisce spiegazioni, ma la cartina mi viene in soccorso. Ci troviamo nella piana di Campaldino, dove si è svolta verso la fine del XIII secolo la famosa battaglia tra i guelfi fiorentini e i ghibellini di Arezzo.
Scontro al quale partecipò tra le fila dei guelfi anche Dante, come “feditore”, cioè cavaliere a cavallo. Di questa tremenda esperienza riporterà svariati accenni nella Divina Commedia. Le sorti della battaglia furono favorevoli ai fiorentini che poterono così annettersi il Casentino.
Man
mano ci avviciniamo al centro abitato, lo sguardo non può fare a meno di notare
su una collina a ovest oltre l’Arno la sagoma inconfondibile del castello dei
conti Guidi (sempre loro!). L’aspetto del castello si richiama molto al palazzo
della Signoria di Firenze. Sembra infatti accertato che l’architetto Arnolfo di
Cambio abbia partecipato, almeno nelle fasi terminali, anche alla costruzione
del suddetto castello, che oggi ospita, fra le altre cose, anche una ricca
biblioteca.
Entriamo in paese lungo un marciapiedi più elevato rispetto alla carreggiata. Raggiungiamo poi la piazza occupata dalle bancherelle di un mercato. In giro confusione di gente, traffico di veicoli, la solita bolgia di voci e rumori.
Ci infiliamo in un bar affacciato sulla piazza per una sosta, birra e caffè, qualche giornale da scorrere senza particolare interesse. Sul marciapiedi fuori del bar un vigile, in compagnia di una collega, scruta la piazza con l’aria di chi si é preso sulle spalle tutti i problemi del mondo, non disgiunta da un certo sussiego. Ma non disdegna tuttavia qualche battuta con i passanti e i clienti che si avvicendano al bar.
Riprendiamo il cammino in mezzo alla confusione della gente in direzione di Bibbiena. La giornata è splendida, radiosa e il caldo non si fa attendere. Incrociamo ciclisti accaldati per la fatica, mentre procediamo lungo una banchina pedonale.
Non
è proprio il tipo di cammino che avrei voluto, a contatto col traffico e col
rumore, ma una volta fatta la scelta di percorrere una vallata come questa
dell’Arno, disseminata di paesi, poi non c’è alternativa alla strada asfaltata.
Il cammino continua a intersecarsi con la ferrovia, il fiume è appena più spostato di lato. Sotto un sole cocente, giungiamo ad un bivio prima di Bibbiena, dove scorgiamo poco lontano l’ufficio del turismo nella direzione di Camaldoli. Donatella è interessata ad una cartina della zona e a qualche chiarimento circa una stradina diretta a Chiusi della Verna. L’impiegata sta sostituendo una collega, così non ci è di molto aiuto. Ci spiega, però, che certi suoi amici, pratici del posto, parlano spesso di uno sterrato che dalla campagna interna sale al paese.
L’indicazione è abbastanza vaga, ma è già qualcosa, vedremo di fare maggior chiarezza in paese. D’altronde non è affatto conveniente percorrere la strada asfaltata che appare lunga ed eccessivamente dispersiva. E col caldo del pomeriggio anche una distanza minore costituisce un vantaggio da non trascurare.
Dopo aver attraversato il ponte sul torrente Archiano, entriamo in una Bibbiena terribilmente trafficata e rumorosa. O meglio, nella zona del paese situata ai piedi del colle. Negozi e locali pubblici si susseguono lungo la via senza soluzione di continuità.
Sono un po’ frastornato e anche infastidito dal chiasso e dal disordine. Cerchiamo un bar per rifocillarci e per riposare prima della fatica pomeridiana fino a Chiusi della Verna a quasi 1000 metri d’altezza.
Donatella
non ha perso la passione per i dolci e ne approfitta per qualche acquisto in una
vicina pasticceria. Io, invece, mi ingozzo con due panini superfarciti,
annaffiati con altrettante bottiglie di…acqua fresca. Bisogna trovarsi in certe
situazioni per apprezzare veramente il piacere di una sana bevuta di acqua.
Fuori, sulla strada, il caldo è all’apice, ogni pretesto è buono per allungare la pausa nel bar. Consultiamo la cartina, chiediamo qualche parere sulla strada da seguire, ma si capisce che non c’è molta voglia di uscire sotto il sole.
Finalmente ci decidiamo e ci rituffiamo tra la gente e il frastuono della strada. Proseguiamo in periferia di Bibbiena verso Corsalone un piccolo villaggio più a sud vicino all’Arno. Da qualche passante ci facciamo confermare il punto dove imboccare una strada laterale che si inoltra nella campagna.
Lungo una breve pista ciclabile di recente costruzione, Donatella, appassionata di “archeologia industriale”, individua sulla destra verso l’Arno una vecchia fabbrica dismessa e decide di fotografarla. Io la precedo di qualche passo e in un attimo scorgo la sua macchina fotografica rotolare sulla pista davanti a me e nello stesso tempo sento un tonfo per terra, seguito da un lamento.
Mi giro di scatto e la vedo supina per terra, dolorante, mentre si tiene la mano sinistra che comincia a perdere sangue. Teme una frattura alla mano, ma forse è solo una forte contusione dovuta alla caduta. L’aiuto a rialzarsi, mi dice che avverte dolore anche al ginocchio destro, quello infortunato a S. Carlo Terme prima della partenza.
La
mano sinistra continua a perdere sangue da punti diversi, così mi ricordo delle
salviettine di S. Quirico di Vernio e le usiamo per disinfettare le abrasioni.
Passati i primi momenti di ansia e preoccupazione, ci guardiamo intorno per scoprire le ragioni della caduta. In un punto sull’esterno della pista un buco di circa una spanna era stato tappato con un piccolo masso irregolare. Donatella, che aveva appena scattato la fotografia della fabbrica e aveva ancora lo sguardo rivolto da quella parte, non si era accorta della presenza del masso e aveva incespicato, cadendo malamente.
Un po’ alla volta ritorna del suo umore, in fondo la caduta poteva avere conseguenze peggiori, anche tenendo conto dello zaino sulle spalle. Ci ricordiamo di una farmacia appena superata e ritorniamo sui nostri passi. Donatella entra nella farmacia, anche se è prossima alla chiusura pomeridiana dell’una.
Dopo circa dieci minuti ne esce, ma con una semplice pomata cicatrizzante in mano. La mano ferita è come prima, senza una medicazione , una fasciatura. Sono quasi tentato di riportarla dentro, ma, vista ormai l’ora di chiusura, rimediamo con una benda che recupero dentro lo zaino.
Com’è sua abitudine cerca di non far gravare su di me i suoi problemi e, conoscendola piuttosto orgogliosa e di spirito tenace, non la assillo con continue domande sul suo stato fisico.
Un
po’ abbacchiati per quanto accaduto e con qualche preoccupazione per le fatiche
che ci aspettano, proseguiamo fino al bivio indicato di Corsalone, dove, per
fugare ogni dubbio, chiediamo informazioni a due fornai. Dobbiamo raggiungere
prima una località a nome Campi e poi per sterrato iniziare la salita verso
Chiusi della Verna.
Oltrepassato un gruppo di case, la stradina affianca il torrente Corsalone e si inoltra nella campagna. Presso una cascatella alcune ragazze in costume si bagnano nell’acqua del torrente. La scena un po’ mi incuriosisce, forse, la vista di un bagno in un corso d’acqua d’estate non è più così abituale come un tempo, quando solo i ricchi si potevano permettere le vacanze al mare e le spiagge con la sabbia sottile.
All’ombra di qualche pianta sul bordo della strada, facciamo una pausa. Donatella appare allegra, spensierata, sembra quasi che voglia in questo modo tranquillizzarmi sulle sue condizioni. Presa da un improvviso desiderio, decide di scattare alcune foto di noi. La vicinanza della meta, l’Adriatico, forse, la persuade dopo 10 giorni di cammino a tenere nei miei confronti un atteggiamento meno distaccato.
Credo
che non mi abbia mai considerato in tutti questi giorni insieme un vero amico.
Mi ha fatto partecipe, è vero, di molti episodi della sua vita, ma a conti fatti
il nostro cammino mi è sembrato quello di due che si sono trovati per caso a
procedere nella stessa direzione e a condividere così la medesima strada. E’
mancata un po’ più di fiducia, dovuto forse al fatto che la nostra conoscenza è
iniziata insieme col cammino.
Penso che questa stupenda esperienza che stiamo vivendo avrebbe potuto arricchirsi anche di una sincera amicizia, se solo si fossero messi da parte atteggiamenti eccessivamente votati a ritrosia e riserbo.
Lasciata l’ombra del verde, raggiungiamo il piccolo villaggio di Campi e a seguire il ponte sul Corsalone, se così si può chiamare la pozzanghera d’acqua che ristagna tra massi bianchi e cespugli di erba selvatica. Il ponte a tiranti, invece, sembra una riproduzione in scala ridotta di certi ponti sospesi su fiumi di ben altre dimensioni, come quello di Brooklyn sull’East River.
Oltre il ponte, una casa e, accanto, lo sterrato in salita. Donatella, per nulla preoccupata della sua mano dolorante, non si lascia sfuggire l’occasione di raccogliere delle piccole prugne da alcuni rami penzolanti sulla stradina, mentre dalla casa un cane abbaia furiosamente.
Cominciamo a salire, la schiena piegata in avanti per lo sforzo e la pendenza. Con il sole quasi a picco e una vegetazione rada e di scarso ingombro, il cammino si fa subito difficoltoso. Lo sterrato presenta tratti con pietre irregolari, dove i miei sandali si dimostrano inadeguati.
D’altronde non ho scelta, con le scarpe avrei altri problemi a causa delle vesciche. Donatella indossa, invece, delle comode calzature, che però cominciano a risentire del lungo utilizzo, anche per la postura di un piede non proprio corretta.
Con tutta l’acqua che ho bevuto nel bar di Bibbiena è invitabile andare incontro, ora sotto sforzo, ad un altrettanto copiosa sudata.
Lo sterrato non riporta segnali o indicazioni di sorta, ma siamo fiduciosi di aver imboccato la giusta direzione. Dal paesino di Campi fin su a Chiusi della Verna sono circa 600 metri di dislivello: con queste condizioni di tempo e con uno zaino pesante sulle spalle è una mezza impresa.
Lunghi
tratti al sole si alternano a minuscoli spazi in ombra, dove spesso facciamo una
pausa, con il pretesto di uno scorcio panoramico o di una battuta, ma, a ben
vedere, è solo per dare modo al nostro respiro di riprendere un ritmo meno
affannoso e convulso.
Ogni tanto si affaccia sui lati la vista di verdi colline punteggiate da qualche casolare, ma non mi sento nella disposizione d’animo di apprezzarle. Ho la sensazione di poter tollerare più facilmente la fatica e lo sforzo se rimango concentrato e in silenzio, come in solitudine.
Lo sterrato sembra non avere mai fine, dietro ogni curva la salita prosegue incessante, aspra, dura, senza permetterci di rifiatare.
Dopo quasi un’ora incrociamo la strada asfaltata che sale a Chiusi della Verna con pendenze più moderate e all’ombra. Rinunciamo, però, ad una camminata più comoda, ma certamente più lunga per la scorciatoia che riprende a salire sul lato opposto della strada.
Quando sai cosa ti aspetta, lo affronti meglio. E qualcosa di vero c’è in questo, anche se le gambe e la schiena avrebbero i loro buoni motivi per dissentire.
Cominciamo a salire di quota e lo notiamo dai panorami più vasti e dai contorni incerti. Lo sterrato sale, ma, pare, con pendenza più abbordabile, o forse è solo la voglia di arrivare che mette le ali ai piedi, adesso che anche il sudore e l’affanno non mi disturbano più di tanto.
Sbuchiamo
nuovamente sulla strada presso la località Case Nuove, un pugno di abitazioni
linde, pulite, con giardini fioriti e tavoli in legno all’aperto per stare in
compagnia. Una carrareccia affiancata da una lunga rete risale il fianco del
monte, portandoci in una zona dalla bassa vegetazione. La pendenza poco alla
volta si addolcisce, mentre il sentiero prosegue volteggiando tra cespugli e
erba secca, finché ritorniamo sull’asfalto.
Troviamo subito sul lato della strada l’indicazione del sentiero n. 44 che conduce a Chiusi e lo imbocchiamo. E’ una bella stradina ghiaiosa che, però, dopo circa dieci minuti confluisce in un crocicchio di altri sentieri che si disperdono in varie direzioni, senza peraltro che i cartelli facciano chiarezza sulla loro destinazione.
Sono passate le cinque del pomeriggio e non abbiamo idea di quanta strada ci rimanga fino a Chiusi. Perciò, è indispensabile scegliere il sentiero che fa al caso nostro, senza doverla allungare con una deviazione che, a quest’ora della giornata, risulterebbe estremamente inopportuna.
Debbo far una scelta al buio, d’istinto e così decido di imboccare un sentiero indicato per le MTB che, a mio avviso, va nella direzione giusta. Donatela mi segue ad una certa distanza, non so se incerta o semplicemente stanca, anche per il terreno piuttosto dissestato.
Il sentiero è deserto, oscurato dalla fitta vegetazione e avvolto da un silenzio sinistro che mi mette quasi un certo timore. Poi comincio a sentire qualche lontano abbaiare di cani e voci di ragazzi che percepisco sempre più nitide e vicine. Alla fine scorgo la sagoma di alcune fattorie.
In breve usciamo dal bosco e, dopo essere transitati davanti ad un campeggio, arriviamo in periferia di Chiusi della Verna. Non rimane che cercare un alloggio, per oggi il cammino può bastare.
Ormai
per abitudine do per scontato che prima o poi un alloggio lo troviamo. Così
l’ultima fatica della giornata sta diventando quasi un passatempo, non so, una
piccola e dilettevole sfida con me stesso. Ho perso l’ansia dei primi giorni,
ora cerco di mettere a frutto quella condizione di benessere che provo ogni sera
quando sento che è arrivata l’ora di liberarmi dello zaino.
Forse, coi giorni ho sviluppato un maggior autocontrollo e poi, se si presenta l’occasione, mi stimola il fatto di poter saggiare le mie capacità di persuasione.
Di Chiusi ho annotato sul mio taccuino alcuni indirizzi di alberghi, ma, girando per il paese, mi rendo conto che sono troppo lussuosi per le nostre tasche. Così proviamo a chiedere a qualcuno del posto. Ci viene suggerita la parrocchia, ma il parroco sta celebrando una funzione in chiesa.
Ritorniamo dopo, ma non lo troviamo, anzi, mentre Donatella sale le scale interne di quella che pensiamo essere la canonica, io esco davanti alla chiesa e vi trovo un frate, vestito di tutto punto, col saio marrone e la corda di lato, il viso incorniciato dalla barba e i capelli chiari, sul rossiccio. La figura è imponente.
Mi avvicino col mio cappellino floscio in mano e un’aria contrita stampata sul viso. Puntare al cuore del parroco e stuzzicare il suo senso di carità cristiana è una tecnica che di solito funziona. Avuta la certezza che si tratta del parroco, lo metto brevemente al corrente del nostro progetto e della necessità di un alloggio per la notte.
Don Andrea, questo è il suo nome, rimane incerto per qualche attimo, ma poi, tranquillizzato dal fatto che siamo attrezzati anche per una sistemazione spartana, parte risoluto su per le scale e ci apre una saletta al primo piano. Di solito, ci dice, vi ospita gruppi di scouts, disponendo dei materassi sul pavimento. Difatti in un angolo ne troviamo ammucchiati qualche decina assieme a giochi per ragazzi e altre cianfrusaglie. Due finestre guardano sul sagrato della chiesa e sulla strada.
Trovo
piacevole questa sistemazione, mi ricorda lo spirito degli albergue spagnoli
lungo il Cammino di Santiago.
Donatella, parlando con una signora che occupa col marito un piccolo appartamento accanto alla saletta, viene a sapere che lavora al Santuario della Verna e che dei bus navetta la collegano a Chiusi. Sappiamo del Santuario, ma per visitarlo serve almeno una mattinata, tempo, purtroppo, che non abbiamo. E’ il limite di questi cammini: la strada innanzitutto.
La Verna è S. Francesco, S. Francesco è la Verna. Perché stupirsi se il parroco è un frate francescano? Chiusi deve la sua esistenza al Santuario, situato circa 200 metri più in alto, su un grande sperone roccioso sotto il monte Penna, circondato da un favoloso bosco di abeti e faggi.
Terra di grandi fondatori di ordini religiosi il Casentino: accanto a S. Francesco alla Verna, c’è S. Romualdo a Camaldoli e S. Giovanni Gualberto che si ritirò in solitudine a Vallombrosa. La “Petra Verna”, come fu definita la roccia sulla quale fu edificato il sacro complesso, fu donata a S. Francesco dal conte Orlando dei Catani, signore di Chiusi.
Il santo vi si rifugiava a pregare e a meditare e qui poco prima di morire ricevette le stimmate.
Il
paese vive e prospera nell’orbita del santo di Assisi, per il turismo, per il
forte richiamo religioso e per quello strettamente artistico, legato in
particolare alle terracotte dei Dalla Robbia che abbelliscono il convento e la
basilica.
Ma Chiusi della Verna si segnala anche per un fenomeno molto diffuso già in epoca medievale. Difatti il suo territorio è stato testimone del passaggio dei numerosi pellegrini che lungo la via Romea erano diretti a Roma. Erano soprattutto di origine germanica, ma provenivano anche dall’area scandinava, slava, baltica.
Giunti
in Romagna attraversavano gli appennini al passo Serra dopo Bagno di Romagna e
scendevano verso sud lungo il torrente Corsalone (quello che abbiamo costeggiato
dopo Bibbiena). Di queste antiche strade rimane una traccia nelle cronache che
testimoniano la presenza dei numerosi Spedali sparsi nella zona per accogliere e
dare assistenza ai pellegrini.
Trovare un ristorante aperto in paese non è difficile, qui il turismo non è una faccenda virtuale e l’offerta è adeguata. Ceniamo “Da Giovanna”, un locale coi tavolini disposti sotto un portico aperto sulla strada. E’ piuttosto affollato, ma il cameriere, un signore con qualche capello grigio e dai modi gentili e sussiegosi, ci serve con garbo e senza lunghe attese.
Dopo le pizze dei giorni scorsi ci concediamo una cena in piena regola..
Quando usciamo dal locale comincia a imbrunire. Non ci va di rientrare subito in canonica, così passeggiamo per le vie quasi deserte, curiosando fra le case, senza una meta.
Col pretesto di farci un’idea della partenza di domani, finisce che arriviamo all’incrocio per Pieve S. Stefano, avvolti nell’oscurità più profonda. Verso sud scorgiamo in lontananza un esteso baluginare di luci flebili e incerte, chiazza luminosa dai contorni slabbrati, probabilmente Arezzo.
Ma è
volgendo lo sguardo in alto che restiamo come ipnotizzati. Stelle, una infinità
di stelle, talmente vicine da poterle toccare. Mi sorprendo a creare delle
figure, unendole fra loro, come in un gioco infantile.
Ho la percezione della mia nullità di fronte all’immensità dello spazio e del tempo, ma stasera questo cielo stellato lo sento più a misura d’uomo. Mi piace pensare che queste stelle potrebbero farmi da guida nel mio cammino, come è stato per tanti pellegrini in passato.
Non so quanto tempo restiamo col naso all’insù, con lo sguardo perso nella bellezza dell’universo. Donatella mi pare come estasiata. Il piacere sarebbe sdraiarsi nell’erba ed aspettare il sonno con le stelle riflesse negli occhi.
Il cielo e le stelle che forse hanno incantato anche lo sguardo di S. Francesco. Questo cielo stellato vale da solo il cammino
19 Agosto 2009 Chiusi della Verna - Badia Tedalda
Dalle finestre socchiuse della saletta-dormitorio entrano le prime luci del giorno, ma anche gli echi del silenzio che avvolgono il paese e i monti vicini. Ormai ho fatto l’abitudine ai risvegli mattutini, ai primi chiarori, anche se ho una certa nostalgia dei momenti passati a poltrire.
Spesso
le giornate iniziano con questo piccolo sforzo di alzarsi, magari dopo aver
interrotto bruscamente il sonno e quando il fisico é ancora indolenzito per
l’immobilità notturna. Eppure ogni volta si compie il “miracolo” e le gambe,
sollecitate gradualmente, ritrovano l’energia necessaria per altre ore di
cammino.
Nella saletta, addossato al muro di fronte alla catasta di materassi, si trova un camino con le pareti annerite e dei residui di cenere. Cerco di immaginarmi gli scouts distesi sui materassi riscaldarsi nella stagione fredda alle vampe del camino, magari con la neve fuori che imbianca il paese.
Su un mobile basso appoggiato al muro sono ammucchiati vecchi registri, dove sono annotati atti di nascita e di matrimonio appartenenti ai primi decenni del 1800.
Lasciamo un’offerta e usciamo sul sagrato e verso la strada deserta. Si indovina l’altezza del posto anche solo dall’aria che si respira, pulita, leggera. Anche i polmoni hanno buon fiuto e ne fanno incetta con un’avidità incredibile.
Dall’alto,
presso l’incrocio di ieri sera, Chiusi appare uno strano paese. Non riesco a
individuare un nucleo centrale di abitazioni, come nei paesini dell’appennino
pistoiese abbarbicati sulle colline. Qui si rileva come una dispersione degli
edifici e a quote diverse con la vegetazione che tende a nasconderli alla vista.
Evitiamo con rammarico la strada che sale al Santuario per prendere, invece, la discesa diretta alla valle del Tevere, sulla cui riva destra sorge Pieve S. Stefano. E’ una tappa, questa di oggi, moderatamente impegnativa, per la lunghezza, ma anche per il dislivello da superare. Di fatto si tratta di un estenuante saliscendi, con Chiusi e il passo di Viamaggio agli estremi e Pieve S. Stefano nella vallata in basso. Se ci saranno voglia e gambe, dovremmo poi raggiungere Badia Tedalda, ma per questo si vedrà nel pomeriggio.
Dopo l’iniziale discesa la strada prende a salire leggermente e a curvare, così che in breve Chiusi della Verna scompare alla vista. Lontano, monti coperti di boschi sono già rischiarati dal sole, mentre il minuscolo villaggio di La Rocca, più in basso rispetto alla strada, con le sue poche case sparpagliate lungo il pendio, appare ancora in ombra.
La chiesetta di S. Francesco, segnalata da un cartello, é appena visibile dietro un ammasso roccioso, come volesse proteggerla. Donatella è rimasta indietro, o forse vuole solo starsene per i fatti suoi.
Sul lato della strada spicca una casa cantoniera abbandonata sulla SS. 208 della Verna, come recita una scritta sul muro (adesso è passata provinciale). Fa una strana impressione vedere una casa ancora abbastanza solida, ma con l’intonaco che si sgretola e le erbe alte nel cortile, accanto a questo stradone ampio e dall’asfalto privo di imperfezioni.
Non
vorrei sembrare irriverente, ma mi viene da pensare che il Santo di Asssi, se
mai è riuscito a far miracoli in vita, sicuramente ci sta riuscendo adesso che è
morto da quasi 800 anni. Con la differenza che lui alla Verna ci arrivava a
piedi (il famoso cavallo di S. Francesco) per sentieri e sterrati, oggi, invece,
grazie a questa superstrada, realizzata per la devozione e la gratitudine che
gli sono dovute, la gente raggiunge comodamente il Santuario a bordo della
propria vettura.
Come a dire che le vie di S. Francesco e del Signore sono infinite (quella fatta da noi non era particolarmente agevole), ma se le rendiamo più comode e rilassanti contribuiremo a favorire una maggior affluenza e ne guadagneremo tutti. Magari in termini di vera partecipazione religiosa un po’ meno.
Lo stradone continua a salire, non incrocio un veicolo, praticamente un deserto. Unici esseri viventi una decina di mucche bianche con alcuni vitellini, il muso affondato nell’erba secca.
Raggiungo la sommità al valico dello Spino (1005 s.l.m.), dove la strada prende decisamente a scendere, sempre affiancata da zone a pascolo e da estese foreste. Le colline hanno una silhouette più morbida e, disposte in sequenza una dietro l’altra, si colorano, man mano si avvicinano all’orizzonte, di un azzurro indistinto.
Presso una curva l’insegna di un’osteria, meglio specificata come “antico posto di ristoro”. Già pregusto una corroborante colazione. Ma la mia euforia è di breve durata. Il locale è vuoto, non resta che proseguire. Peccato, per quel nome così intrigante e misterioso: forse è un’altra piccola luce che si è spenta sul nostro passato.
Faggi
fanno la loro comparsa ai bordi della carreggiata, mentre lungo il fianco di una
collina si materializza tra la scura vegetazione la sagoma di Compito, un
paesino con le case strette le une alle altre. A parte questi piccoli villaggi,
che non si sa bene di cosa vivano, in giro non si vede altro. Né fattorie, né
stalle, solo terreni incolti o a pascolo e qualche appezzamento arato.
Anche qui probabilmente lo spopolamento ha fatto le sue vittime, anche se debbo ammettere che la vista del paesaggio comunica sensazioni piacevoli. Forse, è il sole a far risaltare la natura e metterne in evidenza il lato migliore.
A seguire scorgiamo Montalone, appollaiato sulla cima di una collina con la chiesa e il campanile a svettare sulle case. Nel punto in cui si diparte la stradina che sale al paese è aperto un bar-generi alimentari. La colazione ormai non ci sfugge più. Una cicciona dietro al banco sta servendo un paio di clienti del posto. Chiacchierano tra loro con battute stucchevoli, così aspettiamo con pazienza e un po’ di fastidio che la bottegaia indolente e perditempo si dia una mossa.
Che diversità di ritmo rilevo tra questo locale e il bar di Ponte a Poppi di ieri o quello a Bibbiena. Sembra quasi di essere in un altro mondo, dove il tempo ha un incalzare più lento e nessuno fa mostra di stupirsene. E dove anche solo la visita di un paio di clienti petulanti, desiderose di qualche fettina di mortadella o di salame, costituisce un avvenimento che merita tutta l’attenzione e il tempo possibili.
Alla fine mi precipito sul cappuccino come se dovessi addentare un panino. Dovrei stare più calmo, in fondo la colazione piace anche perché ci concede cinque minuti di tranquillità, altrimenti…
Decidiamo,
a questo punto, di abbandonare lo stradone e di imboccare una carrareccia che
scende tra i campi proprio dietro il bar. Dovremmo raggiungere Pieve S. Stefano
attraverso stradine meno frequentate e circondati dal verde della campagna.
Superiamo un cimitero, forse quello di Montalone, il paesaggio non muta, sempre dolci colline, ma senza vita apparente. La stradina transita all’interno di una fattoria e ne esce in fondo allo spiazzo deserto sempre in discesa. Mi sembra abbandonata, non si vede anima viva, solo animali da cortile, cani che abbaiano da qualche parte e, sotto alcune tettoie, trattori cingolati e fuoristrada.
Lo sterrato continua bordeggiando alcune costruzioni in pietra, un piccolo angolo di paradiso, per il silenzio, il panorama, il verde. Forse, si tratta di un agriturismo, anche se un cartello mi confonde un po’ le idee, spiegando che ci troviamo sulle “Terre francescane”. Tutto questo mi ricorda tanto la classica coperta con la quale tutti si vogliono avvolgere per trarne qualche beneficio. Spiace vedere il nome di Francesco, che aveva obiettivi e propositi sicuramente meno prosaici, accostato ad attività ed iniziative spesso con intenti strumentali, come oggi si sta purtroppo compiendo a danno di Padre Pio (manca solo di trovare la sua immagine sulla carta igienica…)
Finalmente
raggiungiamo il castello di Mignano, un nome che evoca fatti storici veri. Si
trova in una posizione strategica di controllo sulla via di comunicazione che
collega la Valtiberina al Casentino. Il castello conserva ancora gran parte
della struttura originale, tra cui il cassero con la torre angolare praticamente
intatta e la chiesetta di S. Andrea con la canonica. Qui si è scritta una pagina
autentica di storia tra Venezia e Firenze. Gli anni, quelli successivi alla
scoperta dell’America da parte di Colombo.
Le mire espansionistiche di Venezia in Toscana la portarono a superare gli appennini dalle parti del Casentino e da lì procedere verso Firenze. Mignano cadde sotto il controllo dei veneti, ma successivamente truppe fiorentine sotto il comando del conte di Montedoglio, tra i cui antenati c’è la marchesa Matilde di Canossa, riescono a far ripiegare i veneziani e riprendersi nuovamente il castello. Forse, in ricordo di quella audace impresa al conte è stato intitolato il lago formato dalle acque del Tevere a sud di Pieve S. Stefano.
Oggi tutto è diverso, il luogo non incute più timore come un tempo. A parte la ieratica serietà delle costruzioni in pietra nella parte più elevata, la facciata della chiesetta è abbellita da una pianta rampicante con splendidi fiori a forma di campanelle color arancio.
Certo,
anche il clima appare meno militaresco e non potrebbe essere altrimenti con file
di panni stesi al sole, un pergolato con vista meravigliosa sull’ampia vallata e
alcuni fuoristrada con targa inglese parcheggiati nel cortile. Prodigio dei
soldi. Peccato, però, che spesso, per questo genere di acquisti, provengano da
tasche straniere…
Per uno sterrato ripido e sassoso raggiungiamo poi una stradina asfaltata che in meno di un’ora conduce in periferia di Pieve S. Stefano. Pensavo che la bellezza naturalistica della Toscana fosse quasi tutta racchiusa nel senese, ma le morbide colline dalle mille tonalità di verde che sovrastano il paese da nord mi fanno in parte ricredere. Da qui si capisce perché degli inglesi se ne siano innamorati e abbiano pensato bene di prendersi come alloggio persino un vecchio castello, dal quale ammirare meglio questa meraviglia della natura.
Dai 1000 metri del valico dello Spino siamo giunti ai poco più 400 di Pieve S. Stefano, sotto un caldo opprimente, se non fosse per quel senso di fresco e di coinvolgente che emanano i prati d’erba e le verdi foreste che avvolgono le colline come un capace mantello.
Dopo la solitudine del mattino, ci immergiamo nella confusione delle vie affollate e nel frastuono del traffico. Troviamo un bar e ci accomodiamo fuori ai tavolini, destando con i nostri zaini qualche benevola apprensione in alcune signore sedute accanto.
Ho fatto l’abitudine alla reazione della gente in casi analoghi. Si va da un estremo all’altro, ma anche in mezzo si possono trovare delle varianti piuttosto curiose. C’è quello che ti osserva come se tu fossi un appestato, si tiene a distanza, non ti molla un attimo con lo sguardo. All’opposto si può trovare un tipo come l’Amedeo, incontrato prima di Dicomano, entusiasta, desideroso di parlarti per conoscere cosa ci cela dietro il cammino, quasi tentato di seguirti.
Ma
poi c’è quello che dimostra indifferenza, come se tu non ci fossi, ma sotto il
sorriso un po’ forzato, si intuisce che è teso, sulle difensive, pronto a
scattare. Il peggiore l’ho incontrato una domenica in Spagna lungo il cammino
del Norte nella regione della Cantabria. Era un ristoratore che, nonostante il
mio aspetto non proprio azzimato e lo zaino in spalla, mi aveva concesso di
mangiare nella sala grande, facendomi però sedere ad un tavolino isolato, da
solo, come un puzzolente lebbroso da non avvicinare, un animale da zoo per la
gioia degli altri clienti.
Donatella si occupa delle ordinazioni e per me fa portare un superpanino al prosciutto e formaggio preparato all’istante, non uno di quelli già pronti al banco e vecchi di tre giorni. Questa ragazza ha proprio l’occhio sveglio della donna di casa.
Non abbiamo un’idea precisa della strada che ci rimane fino a sera, perciò, dopo una breve sosta al bar, ci rimettiamo in cammino, anche se, par di capire, che il paese meriterebbe ben più di un’occhiata distratta. Pieve S. Stefano è attraversato dal Tevere, che nasce dal monte Fumaiolo in Romagna ed è noto per essere la “città del Diario”. Ospita, infatti, un archivio pubblico che raccoglie oltre ai diari, anche epistolari, memorie autobiografiche di ogni genere e in modo particolare scritti provenienti dai luoghi di battaglia della seconda guerra mondiale.
E a proposito di guerre, il paese, essendo un avamposto della Linea Gotica che passava presso Valsavignone un paese poco più a nord, ha pagato a caro prezzo la ferocia nazista. Prima gli abitanti sono stati fatti sfollare verso Rimini e Cesena e da qui in Val Padana e poi, ritornati a guerra finita, hanno trovato tutto il paese in rovina, letteralmente devastato dalle mine.
Lungo
la via in uscita da Pieve S. Stefano facciamo rifornimento di acqua e qualche
compera in un negozio. Presso il ponte sul Tevere un tranquillo gruppetto di
anziani riprende repentinamente vitalità ed eloquio alla nostra richiesta sulla
direzione per il passo di Viamaggio. Ci viene suggerita una stradina poco fuori
del paese che transita anche sotto l’Eremo del Cerbaiolo.
Proseguiamo fino al bivio indicato, dove una stradina asfaltata si incunea nella valle in moderata salita. Lasciamo al suo destino il Tevere diretto a sud verso il lago di Montedoglio e ci inoltriamo nella verde campagna. Campi, qualche gruppetto di case, distese di cardi spinosi tra l’erba secca. La stradina diventa uno sterrato ghiaioso che serpeggia senza sosta tra i campi.
Fa molto caldo, si sale ma in modo graduale, senza strappi faticosi. Lo sterrato è ampio e percorribile. Forse, un tempo, quando ancora non esisteva la carrozzabile a nord per raggiungere il valico di Viamaggio, questa era l’unica via di comunicazione per chi saliva da Pieve S. Stefano. Oltretutto é relativamente breve e consente una sosta all’eremo del Cerbaiolo a metà salita.
Lungo lo sterrato all’improvviso un cancello spalancato e, oltre il cortile, una costruzione chiusa recante sulla facciata la scritta “Ostello francescano”. Il posto è deserto, o meglio, varcato l’ingresso, veniamo accerchiati da una gatta e i suoi due gattini che continuano a miagolare con insistenza. Non ci sono dubbi, è fame. Cerchiamo di rifocillarli con un pezzo di formaggio e del pane e riempiendo di acqua una ciotola vicino alla fontana.
Il
panorama non muta da circa un’ora, con il lago di Montedoglio che sembra
seguirci, e da qualsiasi punto lo si guarda, pare immobile, come una
riproduzione.
Su un cancelletto, ritagliato con assi di legno, una scritta “La squadraccia”, un nome evocativo di un certo periodo storico. Ma a me piace pensare che l’autore ha voluto in tal modo testimoniare il carattere un po’ guascone e spavaldo dell’anima toscana.
Finalmente raggiungiamo il bivio per l’Eremo del Cerbaiolo. Una stradina erta e sassosa si diparte dallo sterrato e punta in alto verso una chiesa col suo campanile. Sopra, come a proteggere l’Eremo, la punta aspra e selvatica di un monte, un piccolo dente di roccia che ricorda in dimensioni più ridotte il casentinese monte Penna, custode della Verna.
La tradizione popolare, a questo proposito, recita che “chi ha visto la Verna e non Cerbaiolo, ha visto la mamma, ma non il figliolo”. Visto dallo sterrato in basso, l’Eremo appare un nido d’aquila, rupe quasi irraggiungibile. Eppure i tedeschi in ritirata nel 1944 non hanno risparmiato neppure questo luogo di pace e di profonda spiritualità. La chiesa, parte del convento e alcune case coloniche hanno subito la stessa sorte di Pieve S. Stefano: abbattute con le mine.
L’eremo ha una vita più che millenaria ed ha ospitato a lungo dei frati, prima benedettini e poi francescani. Non è certa la presenza all’Eremo del Santo di Assisi, per contro è, invece, accertata la permanenza di S. Antonio da Padova per un periodo di preghiera e penitenza.
In
questi ultimi anni l’eremo ha ripreso la sua antica vocazione ed ospita
un’eremita appartenente ad un Istituto Secolare francescano. Coloro che
percorrono il cammino di S. Francesco e che qui al Cerbaiolo fanno una sosta per
la notte raccontano di Chiara, delle sue capre e dei gatti e della vita dura e
disagevole di questa donna quasi novantenne.
Aggiriamo il monte, con lo sterrato che ci concede qualche tratto di falsopiano al riparo di prosperose querce. Dalla parte opposta, sembra di intravedere un sentiero che dall’Eremo raggiunge lo sterrato. Con un trascurabile supplemento di fatica, potevamo salire all’Eremo e scendere da questo lato del monte, senza dover ritornare al bivio di partenza. Forse, è stato il caldo a farci decidere diversamente, ma anche la consapevolezza di aggiungere altra strada, quando già ce n’é abbastanza.
Non dovrebbe mancare molto al passo Viamaggio, posto poco sotto i 1000 metri, ma, si sa, quando si ha premura di arrivare , poi…Difatti, lo sterrato, come un cavallo imbizzarrito, comincia a “tirare” una curva dietro l’altra con una pendenza sbalorditiva e le querce sui bordi a cercare di rinfrescare vanamente un’aria, a dir poco, soffocante.
Mi sento avvampare dal caldo, col sudore che mi inonda la faccia e mi cola lungo la schiena. Donatella si stacca e la perdo di vista. Qui per procedere bisogna proprio metterci il cuore più che le gambe.
In un campo d’erba secca una ventina di mucche dal mantello marrone ruminano indolenti. Come sarebbero più soddisfatte, se potessero mangiare un po’ dell’erba fresca più a valle.
La
salita, com’era cominciata, così all’improvviso finisce, cedendo il passo ad un
falsopiano, dove sbuca anche il sentiero Gea n. 2 proveniente da Pieve S.
Stefano. Ancora due passi e siamo in vista del Passo di Viamaggio col suo
albergo Imperatore, nome collegato ad una leggenda, la quale vuole che Giulio
Cesare di ritorno da una delle sue campagne si sia fermato a dissetarsi presso
una fontana poco lontana dal passo.
Ho perso il conto dei passi finora superati. Tutti hanno un loro fascino, forse dovuto al ruolo che hanno rivestito in epoche passate, come luogo di scambio, di incontro tra culture e tradizioni diverse. Questo di Viamaggio (dal latino Via Maior), che collega Arezzo a Rimini, visse momenti storici significativi al tempo di Giulio Cesare, Pompeo, Annibale. Ora non transitano più sul passo cavalli o legionari romani, ma rombanti motociclette, che qui si fermano per una sosta.
Davanti al locale, al riparo di una tettoia, sono sistemati dei tavoli in legno con delle panche. Ci accomodiamo per una salutare bevuta e per un po’ di riposo. Facciamo conoscenza con due ragazze venete che stanno percorrendo il cammino di S. Francesco. Sono per strada da parecchi giorni e contano di fermarsi stanotte all’Eremo del Cerbaiolo. Ci confessano la loro gioia per il cammino percorso e l’accoglienza ricevuta, anche se non nascondono i momenti di fatica sopportati lungo gli innumerevoli saliscendi.
Donatella
indica loro la direzione per l’Eremo, distante poco più di un’ora di cammino. Ai
tavoli fuori e dentro il bar c’è un incessante movimento di gente. Alcuni
giocano a carte, altri si concedono una bevanda fresca e poi ripartono.
Ripartiamo anche noi in leggera discesa verso Badia Tedalda, la meta di oggi, lungo la strada asfaltata. Ancora un’ora e mezza circa per strada, poi ci metteremo in cerca di un alberghetto. Il cammino sul bordo è veramente noioso. Fino a Badia Tedalda non mi aspetto nulla di interessante, è, come dire, un trasferimento necessario e niente più.
Se la realtà non è molto suggestiva, esiste, invece, una avvincente leggenda legata all’Alpe della Luna, un territorio ricco di boschi a sud di Badia Tedalda. Si narra che il conte Manfredi di Montedoglio si sia innamorato, durante una delle sue visite al castello di Badia Tedalda, di Rosalba, figlia di un podestà del posto. Essendo la relazione osteggiata dalla famiglia del giovane, la ragazza gli svelò il segreto dell’Alpe della Luna. Chi fosse riuscito a toccare la luna, quando sembrava appoggiata all’Alpe, avrebbe esauditi i suoi desideri. Inoltre che l’Alpe custodisce immensi tesori, ma che la luna uccide chiunque tenti di trafugarli.
Il giovane, spinto dall’orgoglio e dal desiderio di mostrare quanto era capace, partì a cavallo per l’Alpe della Luna, insieme all’amata, ma non ritornò mai più. Da allora carbonai, boscaioli e la gente che vive in prossimità dell’Alpe raccontano che nelle notti di luna piena avvertono il passaggio di due cavalli e vedono due giovani con le mani protese nel vano tentativo di toccare la luna.
Le
leggende sono avvolte da un alone poetico, di fantasia, ma conservano sempre un
fondo di realtà. Spesso rappresentano un modo edulcorato, meno diretto e
inquietante per raccontare anche episodi sconvolgenti. Evocano serate attorno al
camino acceso, in compagnia di bambini che ascoltano con la bocca aperta,
attenti a non perdere un passaggio del racconto. In ogni leggenda, a ben vedere,
è nascosta una piccola verità, un pensiero che stimola alla riflessione. La
leggenda non può essere distorta come spesso accade con i fatti, cosiddetti
reali, e chi non sa apprezzarla probabilmente non conosce il senso magico e
fantastico delle cose.
Anche questo cammino si nutre di fantasie, poesie appena abbozzate, struggimenti che non trovano adeguato spazio per la mia incapacità di dar loro sembianze di pensieri, di racchiuderli dentro parole che sappiano esaltarli. E giorno dopo giorno mi convinco che anche noi stiamo costruendo una splendida leggenda, pervasa di intense emozioni e del piacere incomparabile della scoperta.
La vista di alcune case sparse sulla collina annuncia la vicinanza del paese. Badia Tedalda è finalmente raggiunta. All’ingresso del paese scorgiamo la Locanda dei Dori, un bed & breakfast che potrebbe fare al caso nostro. In questi borghi isolati sulle colline non si notano di solito grandi diversità tra un albergo e un altro, quanto a servizio e prezzi. Il proprietario sta sistemando della legna nel parcheggio e alla nostra richiesta ci accompagna di sopra, alloggiandoci in una camera con le finestre rivolte al sole.
Ne approfittiamo per un bucato in piena regola, prima di andare a letto sarà tutto asciutto. Donatella si sbriga velocemente e, come al solito, si dilegua.
Quando
anch’io esco, dopo la doccia e un breve pisolino, la ritrovo, tutta trafelata,
mentre rientra in albergo. Mi mette al corrente della chiesetta di S. Michele
Arcangelo in Badia alta e, quanto alla cena, ha già prenotato i posti nei pressi
di un distributore. Da quella volta che si è addormentata dopo la doccia a
Dicomano, non c’è più stato verso di tenerla ferma dopo la solita razione di
quotidiana fatica e non so proprio a quale fondo nascosto attinga questa riserva
di energie.
Percorriamo la ripida salita che conduce alla chiesa e al borgo medievale. La chiesa occupa una posizione dominante sul colle dei Galli tra le pendici montuose dell’Alpe della Luna ed è quanto rimane di un più vasto complesso abbaziale.
Raggiungo il portico massiccio dinanzi all’ingresso e rimango indeciso se visitare la chiesa oppure ammirare il magnifico panorama delle verdi colline in basso. All’interno della chiesa tre splendidi altari con terracotte di scuola robbiana. A Donatella brillano gli occhi al solo vederle.
Il borgo medievale mi appare un po’ troppo patinato, tirato a lucido, ad uso turistico. Mi ricorda Cassio sulla Via Francigena verso il passo della Cisa, con le case in pietra, i vasi di fiori in strada e le vie lastricate di fresco. Inutile aggiungere, a proposito di pellegrini, che anche Badia Tedalda era luogo di passaggio dei Romei diretti a Roma e più tardi al “perdono di Assisi”.
Donatella,
a tre giorni di cammino da Pesaro, dove abbiamo individuato la nostra meta
sull’Adriatico, mi rivela che ha necessità di chiudere in ogni caso questa
esperienza entro le due sere successive. Gioco forza puntare allora verso
Rimini, distante, come avverte un cartello, circa 61 chilometri. Due giorni
basteranno e forse rimarrà anche il tempo per il ritorno a casa in treno.
E’ venuta l’ora della cena, così ci portiamo in periferia del paese fino ad un distributore, dove sotto una tettoia la famiglia del gestore ha già preparato una ventina di coperti. E’ veramente un posto insolito per mangiare, semplice ma decoroso. Dopo le vicissitudini gastronomiche dei giorni scorsi mi mancava qualcosa del genere, di fatto ai bordi di un campo d’erba in un’atmosfera casereccia e informale.
Ritorniamo,
ormai all’imbrunire, verso la piazza principale del paese, c’è fermento in giro,
gente che passeggia, chiacchiera, si diverte. Su alcuni tavoli sono disposti
piatti con prelibatezze varie e bottiglie di vino. Scelgo tra le varie
specialità e ne riempio un piatto. Ma poi me ne pento, non ho appetito, forse è
solo un modo abbastanza banale e infantile per sentirmi dentro la festa, per
provare a coglierne qualche emozione.
In paese stanno predisponendo i preparativi per il “Palio dei Castelli” previsto per il fine settimana. Un torneo equestre di lancia ed anello, al quale sono iscritti i più valenti cavalieri dei dieci castelli della zona. Si contenderanno l’ambito Drappo dei Castelli, il Tedaldo d’oro e il prestigioso piatto bicrociato di S. Michele Arcangelo.
Ci sediamo su una scalinata ad osservare il movimento nella piazza e ad ascoltare i discorsi della gente. Non riesco a sentirmi partecipe di questa manifestazione collettiva di gioia e di allegria, ma mi basta esserci, condividerla a modo mio, sentirne il profumo.
Tuttavia, ammetto di sentirmi bene, forse è questa serata coinvolgente in un paese ricco di tradizioni storiche, ma anche una più amichevole intesa che poco alla volta si sta instaurando tra di noi, e perché no il piacere di gustare le ultime briciole di un’esperienza che sta volgendo al termine.
Nel cielo le stesse stelle, rassicuranti ed amiche, che stiamo ammirando già da alcune sere. Sono le nostre compagne sul cammino, discrete, ma sempre presenti, le nostre consolatrici dopo una giornata di fatiche e tribolazioni.
20 Agosto 2009 Badia Tedalda - Pietratuca
Stamattina per la prima volta da Massa, mentre sto sistemando lo zaino, mi viene da pensare all’Adriatico. Lungo i saliscendi dell’appennino, per sentieri e mulattiere infrattate nei boschi, sui valichi tra locande e motociclette, il pensiero del mare non mi ha mai sfiorato.
Per
abitudine sul cammino amo vivere alla giornata, immergendomi totalmente nella
realtà del territorio. Non riesco a concentrarmi sulla meta, mi sembra sempre
troppo sfuggente, eterea e poi la cosa un po’ mi angoscia. Forse oggi il mare
non mi appare più un estraneo come prima. Da qui all’Adriatico è tutta una lunga
e impercettibile discesa con il Marecchia, il fiume che sfiora Badia Tedalda e
sfocia proprio a Rimini, discreto compagno di cammino.
Il costa a costa che più temevo per le salite impervie, i boschi misteriosi e lugubri e l’incognita sempre presente di un improvviso cedimento fisico è solo un ricordo, un piacevole ricordo. Ora questa vicinanza al mare, tangibile e concreta, mi mette fretta, anche la mia mente appare appagata e non chiede più molto a questa esperienza.
Forse è giunto il momento di dare sfogo alla gioia e alla soddisfazione e liberarsi da paure e tensioni. Provo lo stesso senso di liberazione e benessere vissuto sul Cammino Francese dopo il superamento del Cebreiro, con negli occhi l’immagine prepotente della meta. Anche se poi quei pochi giorni che mancavano a Santiago si sono rivelati i più travagliati e difficili. Spero di non commettere la stessa leggerezza.
Fuori dalla finestra, l’azzurro cupo che precede l’alba di una smagliante giornata estiva mi ricorda il cielo sgombro di nuvole di certe vecchie cartoline.
Usciamo sulla strada deserta, non sono nemmeno le sei e ci dirigiamo verso la piazza. Troviamo un bar aperto da poco, una giovane donna dietro il banco sta armeggiando intorno alla macchina dell’espresso. Un aroma inconfondibile di caffè si propaga nel bar, un inizio migliore di giornata non poteva toccarci.
Café
con leche, come dicono in Spagna, con una porzione di torta, due chiacchiere e
ci ritroviamo di nuovo all’aperto sulla piazza ad osservare il palco eretto per
il Palio dei Castelli.
Donatella non fa mistero nemmeno in questa circostanza del nostro progetto, ma mi sembra più per educazione che non per leggere lo stupore sul viso di chi ascolta. Senza l’euforia iniziale insomma, in fondo il mare è qui a due passi e la curiosità e il sostegno della gente ora non rappresentano più un incoraggiamento forte come i primi tempi.
Per una stradina indicataci dalla barista, scendiamo fino alla statale diretta a Rimini. La strada si apre in mezzo alla campagna silenziosa e deserta fino a superare il Marecchia su un lungo cavalcavia e portarsi sulla sponda destra del fiume. A ben vedere, del fiume non ha proprio l’aspetto, salvo il greto relativamente ampio, ma già assediato da ogni parte da piante e cespugli. Tra colline scoscese che fungono da sponda scorre sinuoso un corso d’acqua che è poco più di un rigagnolo.
Il sole già illumina parte dei pendii delle colline d’argilla, facendo esaltare, laddove la vegetazione è rada, estese formazioni rocciose a strapiombo sul greto del fiume. La strada fortunatamente è ancora in ombra, protetta da pareti quasi verticali ingessate da reti metalliche per frenare la caduta dei massi. Talvolta è la parete stessa a franare, obbligandoci a brevi deviazioni.
Un
cartello avverte che siamo entrati nel territorio delle Marche, la seconda
regione attraversata dopo la Toscana. Il nastro d’asfalto prosegue incessante,
monotono, poche case e ancora meno persone a cercare di distrarmi.
Davanti ad una casa un signore è occupato a caricare della legna già tagliata su una carriola, sotto lo sguardo vigile e partecipe della moglie. Più avanti su un muro, accanto al disegno di uno scudetto, il 17° conquistato dall’Inter, qualche detrattore in vena di esternazioni ha dato sfogo alle sue doti poetiche: “merde siete e merde resterete, Moratti e Tronchetti ladri di scudetti, conigli…”. Non è proprio nella tradizione dei dazebao murali cinesi, ma quanto a trasparenza e appassionata partecipazione non è secondo a nessuno.
Tra le pieghe delle colline oltre il fiume, il paese di Gattara emergente dal verde della folta vegetazione.
Fatte ovviamente le debite proporzioni, le pareti rocciose che si elevano sul fiume hanno una lonitana somiglianza con i canyon americani e forse, pur con tempi e modalità differenti, hanno entrambi una origine analoga. Se però lo sguardo si sposta sulla vegetazione esuberante e rigogliosa delle colline, il paragone perde subito consistenza.
La
vallata del Marecchia, almeno in queste zone di moderata asprezza, si può
tutt’al più considerare il parente lontano del fiume Verdon sopra la Costa
Azzurra in Francia: lui sì che si può fregiare a pieno titolo del nome di
canyon.
Raggiungiamo Bascio, un piccolo villaggio, ma reso famoso dalla persona la cui statua è posta su un piccolo ammasso roccioso di fianco alla strada: Matteo Serafini, appunto da Bascio, nato tre anni dopo la scoperta dell’America e fondatore dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini di S. Francesco, meglio noto come l’Ordine dei Cappuccini.
Il frate si fece interprete della regola francescana in modo radicale, dando vita ad una riforma all’interno della Chiesa, basata sulla forza dell’esempio, senza mai ribellarsi. La sua è stata l’autentica “risposta” sul piano dell’impegno alla Riforma Protestante. I Cappuccini hanno sempre riscosso una grande popolarità tra la gente comune per la loro totale disponibilità e si distinguono dagli altri francescani per le lunghe barbe, la rozza tonaca e per il cappuccio a punta.
Fuori Bascio un ciclista si sta dissetando ad una fontana, servendosi di un bicchiere di plastica che si riempie con una lentezza esasperante. C’è il tempo per informarsi sulla potabilità dell’acqua. In tutta risposta ci assicura che beve quell’acqua da più di vent’anni senza mai un problema. Finisce che ne beviamo anche noi, una simile affermazione ci rassicura più di qualsiasi controllo.
A Ca’ Raffaello il sole è già caldo, così ci concediamo una sosta al tavolino di un bar. Consultiamo la cartina, anche se sbagliare direzione è davvero difficile. Proseguiamo, ma dopo mezz’ora Donatella si accorge di averla dimenticata al bar, probabilmente sotto un giornale. In fondo non è così importante, anzi, il cammino ci sembrerà più avvincente.
Finalmente
il Marecchia si libera della morsa delle colline, che come d’incanto
indietreggiano, lasciando al fiume maggior libertà di movimento. La striscia
chiara del greto è attorniata ora dalle mille tonalità dei campi che digradano
dalle colline sullo sfondo. Una natura viva e gradevole sta prendendo ormai il
sopravvento e incanta lo sguardo per la luminosità dei suoi colori, spalmati
come su una gigantesca tavolozza.
La meta di oggi rimane un mistero, quello che conta è fare più strada possibile, così che domani si possa raggiungere Rimini in poche ore. Ormai stiamo procedendo affidandoci alle scelte del momento, senza prospettive e poche certezze, ma supportati da un’intesa che si va affinando giorno dopo giorno.
Si sa che poi la strada detta sempre le sue leggi. Prendere o lasciare. Ma un cammino non si lascia mai a metà. E’ come un atto d’amore, una promessa, una preghiera. Non c’è sole, fatica e sofferenza che possono farti desistere. La vita è lo specchio deformato dell’infinito e il cammino ne è una delle espressioni più felici ed esaltanti. E’ tutto e il contrario di tutto, gli opposti che si compenetrano e coesistono: piacere e dolore, odio e amore in una dualità perfetta. Il cammino che ti apre ad una logica per cui nulla è davvero preoccupante, nulla è tremendamente fondamentale e risolutivo.
L’ombra
che fino a metà mattina ci aveva protetto dal sole, ora si è ritirata sotto le
chiome delle piante, lasciando scoperta gran parte della carreggiata. Io mi
riparo, oltre che con un cappellino, anche con un foulard trattenuto sopra la
nuca e che scende fin sulle spalle. Donatella, invece, ricorre al classico
foulard a coprire i capelli tagliati corti e fissato dietro la testa.
Camminare sul bordo col sole a picco e i veicoli accanto che sfrecciano rumorosi non soddisfa appieno le aspettative di nessuno. Questa vallata, che poco alla volta ci sta conducendo al mare, accompagnati dal corso del fiume, forse ci sta privando del piacere di camminare. Ecco, mi sembra di sbrigare una formalità, un rito necessario, senza che di questi ultimi chilometri di fatica dentro mi rimanga una traccia, un ricordo piacevole.
E allora cerco di riempirmi gli occhi con le bellezze del paesaggio e di fissarle in qualche immagine significativa. Così la macchina fotografica raccoglie altri scorci di quest’ultimo lembo di Toscana: colline verdeggianti e sinuose tra le cui rotondità si celano pochi casolari isolati o piccoli borghi con le case rinserrate tra loro, come in un abbraccio fraterno.
Uno di questi paesi è Pennabilli, che fa da sfondo a verdi prati avari di vegetazione. Una rocca medievale domina il paese, dal quale le cronache del ‘300 fanno discendere gli antenati dei Malatesta, scesi poi col tempo fino a Rimini.
Pennabilli è nato dall’unione di due castelli, talmente vicini tra loro che le battaglie medievali venivano combattute dall’alto delle loro mura con il lancio delle frecce.
A
valle del paese, vicino al corso del Marecchia, sorge la pieve romanica di S.
Pietro in Messa. Cerchiamo un posto dove sostare e la panchina all’ombra della
facciata in pietra della chiesa ci viene in soccorso. Ha un aspetto massiccio e
di una essenzialità sconcertante, compresa la torre campanaria accanto
all’abside. La chiesa ha attraversato anche momento bui, come quando parte del
suo interno è stato utilizzato come casa colonica dai contadini e questo fino
alla prima metà del secolo scorso. Ma, a dispetto della sua sorte infelice, ha
svolto anche un ruolo decisivo sotto il profilo dello sviluppo civile e
artigianale. Davanti alla chiesa si tenevano infatti contrattazioni private e
giudizi pubblici e non mancavano iniziative artistico-culturali e mercati
settimanali.
Mi disseto ad una fontana vicina e riprendiamo il cammino badando a non lasciarci sfuggire qualche negozio per delle compere. Nel piccolo centro abitato più avanti Donatella chiede informazioni ad un gruppo di giovani buontemponi davanti ad un bar, ma questi vitelloni sfigati con battute e risate grossolane ci spiegano che qui non c’è nulla e che il prossimo paese è a circa 10 chilometri e che avremmo trovato da mangiare poco prima, presso il bar di un distributore. Non molto confortante.
Donatella scorge un alimentari lungo la via e vi si infila, ma se ne esce quasi subito adirata. Dalle sue espressioni alterate intuisco che la bottegaia doveva trattarsi di una parente della cicciona di Montalone sotto Chiusi e che in negozio alcune beghine del paese, particolarmente interessate al cicaleccio, tenevano banco senza soluzione di continuità.
Ci
rimettiamo di nuovo in marcia lungo lo stradone, col sole a picco e una grande
nostalgia dei boschi dell’appennino. Camminiamo sul bordo più riparato e in
ombra, senza per altro trarne sostanziali benefici. Dall’asfalto si alza un
caldo soffocante che mi secca bocca e gola.
La nostra speranza è di trovare il bar che ci hanno indicato, anche se per la verità l’informazione non ci appare molto attendibile, viste le dimensioni davvero contenute dei distributori della zona. In alternativa rimangono i paesi sulle colline, di fatto non troppo distanti, ma col rischio di scoprire che quel poco che esiste è chiuso per ferie.
Nonostante il caldo e gli scarichi dei veicoli cerco di non perdermi d’animo, si sa che la fortuna dà sempre una mano agli audaci, quest’oggi nei panni di due camminanti.
Sui lati della strada sparuti gruppetti di case in pietra. Per il resto lunghi tratti in silenzio, solitudine dentro e fuori. All’orizzonte, a cavalcioni di qualche picco, piccoli paesi sovrastati da torri sproporzionate. L’immagine forse più rappresentativa di questo Montefeltro, da sempre terra contesa e di confine, che alterna morbide colline ad aspre rupi calcaree, dove hanno trovato terreno ideale rocche e castelli. Qualcuno ha definito queste terre “onde di un mare furioso divenute quasi per incanto di sasso”.
Oltre una rotonda si annuncia il paese di Maiolo, sulla collina a destra. Ci viene indicata la presenza in paese di un bar osteria, che fortunatamente troviamo aperto. Ci tratteniamo per circa un’ora, tranquilli e rilassati, piacevolmente seduti a scambiare qualche chiacchiera col gestore. Donatella si libera anche di calze e scarpe.
Beviamo
qualcosa di fresco e, vista l’opportunità, ci concediamo un pasto regolare.
Parlando di alloggi nella zona dove ci troveremo a transitare verso il tardo
pomeriggio, il gestore ci dà poche speranze di trovarne lungo la strada.
Qualcosa c’è all’interno, ma troppo discosto, oppure è ancora troppo distante
per i nostri mezzi. Insomma, a piedi tutto è più complicato. E l’idea di
rituffarci sulla strada sotto un sole rovente e con scarse prospettive di un
alloggio per la notte, non ci attrae per niente.
Arriva anche la moglie del gestore, simpatica e affabile con un passato, come ci spiega, di esperta grafica nel ramo pubblicitario. Nell’arredamento e nell’oggettistica del bar, come pure nel semplice biglietto da visita, ha riversato parecchia della sua creatività e della sua esperienza.
Anche il nome del locale “Antica osteria Barba Gianni” è una sua invenzione, con il noto rapace notturno a scrutare i clienti col suo sguardo arcigno.
Dopo una dura mattinata spesa a mettere insieme più di 20 chilometri, l’ora di riposo ci riappacifica con stomaco e gambe. E così, seppur rinfrancati nei nostri propositi, scendiamo tuttavia dal paese verso lo stradone deserto con la convinzione che il cammino che ci attende nel pomeriggio, probabilmente, non costituirà il problema maggiore.
Ma
ormai ho fatto l’abitudine e non sto ad angustiarmi più di tanto. E comunque
sono certo che, per non smentire l’atmosfera magica ed insieme avventurosa del
cammino, l’ultima notte di questo meraviglioso costa a costa ci riserverà una
speciale sorpresa.
Intanto, giusto per rimetterci con i piedi per terra, una pietra miliare ci informa che da Rimini ci separano ancora 40 chilometri circa. Dovremmo essere abbastanza in sintonia coi tempi che ci siamo imposti, caldo permettendo.
Lasciamo Maiolo; sulle colline a ovest altri paesini tuffati nel verde.
Prima di Ponte Molino Baffoni, dove la strada si porta sul lato opposto del Marecchia, un cartello avverte dell’esistenza di una pista ciclo-pedonale che dovrebbe condurre fino a Rimini e che inizia proprio qui sotto il ponte. Certo, non pensavo di poter chiudere questa meravigliosa cavalcata sugli appennini lungo la Linea Gotica, percorrendo gli ultimi 40 chilometri su una pista pedonale.
Comunque vada, ci togliamo dalla strada e dal traffico e peccato se il Marecchia, che scorre vicino, è solo una bianca distesa quasi asciutta di massi levigati.
Se c’è il cartello, non localizziamo, però, l’inizio della pista. Ci viene in soccorso una persona del posto che ci indica dove scendere nel greto del fiume. E lì, tra pietroni scintillanti ed erba secca, raggiungiamo una stradina dissestata e invasa da polvere e sporcizia.
Poco alla volta e dopo aver superato dei sentieri che la collegano al corso d’acqua, la pista comincia a prendere corpo e a definirsi. Un ghiaioso nastro chiaro che si fa largo tra il fiume e il verde della vegetazione.
Finalmente
camminiamo più distesi, senza preoccuparci della strada, dei veicoli, tutt’al
più facciamo attenzione a qualche frettoloso ciclista. Sole e silenzio, un
binomio indissolubile per tante ore sul cammino, si ripropongono implacabili
come una temuta e insieme attesa costante. Solo il calpestio dei nostri passi
sulla ghiaia e il brusio attutito della strada.
Il silenzio che apre la strada alla creatività e all’esaltazione dei sensi, ponte verso l’eternità e verso l’imperscrutabile destino di ciascuno. Il silenzio come respiro dell’universo, antica fonte di saggezza, discreto compagno di viaggio per chi ha orecchie per ascoltarlo.
Ci accompagna verso la vita e alla fine ci accoglie nel suo profondo e rassicurante abbraccio. Il silenzio, soffio dell’al di là, che porta con sé il profumo e l’eco di tempi e mondi sconosciuti. Quel silenzio che talvolta ci fa vedere oltre il vedibile, oltre la percezione dei sensi.
Questo sole è una tortura per la mia mente, mi sta togliendo ogni forza, la voglia di fare altro. Dirigo lo sguardo intorno per impedire alla testa di ciondolare inerte sul petto.
Il Marecchia è di uno squallore indicibile, sembra tutto, tranne che un fiume. Miseria e abbandono allo stato puro.
Dentro grandi recinti dei cavalli si rincorrono felici, ma purtroppo la loro vitalità e gioia di vivere non riescono a scuotermi dal torpore.
Raggiungiamo
Novafeltria, un paese costituito da circa un secolo con l’insieme di alcune
frazioni staccate dal vicino comune di Talamello. Paese lungimirante
Novafeltria: qui la pista è stata oggetto di attenzioni e cure con abbellimenti
e migliorie. Per un tratto ci accompagna anche un parco con training autogeno e
giochi per bambini.
L’unico locale esistente di fianco alla pista è chiuso da quasi due settimane, come ricordano alcuni fogli appesi sulla facciata. Sembra che il gestore, dopo l’ottavo atto vandalico in dieci mesi di attività, abbia preso la decisione di traslocare.
Al successivo centro abitato ne approfittiamo per comprare qualcosa di fresco ed energetico. Riprendiamo la pista dopo un cimitero e in breve ci ritroviamo ancora a camminare attorniati da canne gialle e bassa vegetazione, con colline screziate all’orizzonte.
Già da qualche tempo sto osservando la rupe di S. Leo con la sua splendida fortezza che domina dall’alto la valle. Si racconta che dalla sua forma che ricorda un letto mortuario, un feretro, sia nato nell’antichità il nome di Montefeltro (da Mons feretri), che poi si estese a comprendere tutta la regione.
Nella sua lunga vita, la fortezza fu anche carcere pontificio, nel quale furono rinchiusi il Conte di Cagliostro e Felice Orsini, l’attentatore di Napoleone III.
Altri due personaggi famosi, le cui tracce si sono intrecciate spesso col nostro cammino, Dante e S. Francesco, hanno in qualche modo legato il loro nome a S. Leo. Il grande poeta ricorda la cittadina che l’ospitò nella Divina Commedia, come luogo di difficile accesso. Mentre S. Francesco qui a S. Leo ricevette in dono dal conte Orlando di Chiusi il Monte della Verna. Si conserva ancora, pare, la stanza dove avvenne l’incontro tra i due uomini.
Comincio
ad avvertire la stanchezza, forse più di testa che fisica. Anche la mente ha
bisogno di essere sollecitata, di trovare qualche appiglio, un pensiero, uno
scorcio, ma questo paesaggio, monotono e un po’ squallido, è veramente
deprimente. Queste piste ciclo-pedonali tengono al riparo dal traffico e
talvolta dai rumori, ma spesso sviliscono il piacere del cammino, alterandone la
natura. Favoriscono il cammino sotto il profilo della quantità di strada
percorsa, ma sottraggono punti alla qualità e alla soddisfazione.
Di
fatto insieme al pericolo e ai fastidi della strada, le piste pedonali riducono
notevolmente il senso di avventura, il gusto dell’incerto e un minimo di rischio
che sono il sale per questo genere di cammini, altrimenti destinati a diventare
uno dei tanti, dove una freccia, variamente colorata, ti conduce per mano a una
qualsiasi delle mete della religiosità.
Per come l’ho concepito, questo cammino, invece, vuole essere l’affermazione di un certo gusto per l’ignoto e per l’imprevisto, che, a sua volta, richiede necessariamente capacità di giudizio e senso di equilibrio nelle varie decisioni. A ben vedere, non è stato esente anche un certo spirito creativo nella pianificazione delle giornate di cammino, che, nel nostro caso, si è dimostrato uno degli aspetti più controversi, ma in fondo anche di maggior soddisfazione.
La pista, come ci ha illustrato il cartello presso il ponte Baffoni, arriva fino a Rimini. Ma ora si presenta la necessità di individuare un posto dove dormire per la notte e qui sulla pista di certo non c’è modo di trovarlo. Occorre, perciò, scoprire il punto dove la pista si collega con la viabilità esterna.
Intorno alle cinque del pomeriggio arriviamo in vista di una scalinata che conduce nei pressi di un ponte sul Marecchia. Sembra di ritornare nel mondo dei vivi, col traffico, i rumori, dopo una lunga parentesi nella solitudine e nel torpore della pista. Ci sediamo all’aperto di un bar per una sosta e una improrogabile bevuta.
Ci informiamo col gestore circa eventuali sistemazioni, ma, dopo alcune telefonate, mi convinco che quel poco che esiste nei paraggi è, per noi appiedati, terribilmente lontano.
Decidiamo di rimetterci in cammino senza ulteriori indugi, proseguendo sulla strada asfaltata diretta a Rimini, oltre il ponte S. Maria Maddalena sul Marecchia.
Donatella scorge alcun persone anziane sedute davanti ad una casa e si informa per un albergo in zona. Ci viene indicato un locale a dieci minuti di strada nella nostra direzione. Troviamo l’albergo ristorante all’interno di uno spiazzo ghiaioso avvolto in un biancore accecante.
Nel bar alcune persone gelano subito le nostre speranze, spiegando che le camere dell’albergo sono in gestione ad un’altra società. Un avventore presente ci consiglia di provare a Pietracuta, il prossimo paese a 2-3 chilometri di distanza. Anzi, dopo aver sommariamente soppesato le nostre condizioni fisiche, si offre di condurci con la sua macchina. Invito che accettiamo volentieri.
Durante
il breve tragitto ci propone di far prima una capatina in parrocchia, dove
conosce il prete. Non so cosa faccia decidere Don Andrea, un giovane prete
dotato di una vocina dai toni decisamente imbarazzanti, se l’amicizia col suo
amico, compassione per le nostre condizioni, oppure un encomiabile spirito di
carità verso due che si stanno spudoratamente spacciando per degli umili
pellegrini. Fatto sta che ci invita ad entrare nei locali della canonica,
rendendosi disponibile per qualsiasi necessità, anche di una offerta pecuniaria,
che ovviamente rifiutiamo.
Si offre di ospitarci in una sala con le gradinate ad anfiteatro, probabilmente abituale ritrovo dei ragazzi della parrocchia.
Trovo questa sistemazione in sintonia con lo spirito del cammino e sono felice che si sia presentata proprio all’ultima notte. Forse, è la speciale sorpresa che desideravo tanto.
Donatella, a cui non sono sfuggite le inflessioni un po’ equivoche della voce in falsetto del prete, prende scherzosamente a canzonarmi, giustificando la sua repentina disponibilità con l’impressione favorevole dimostrata nei miei confronti e invitandomi, per il nostro bene, a sostenere il gioco per il tempo necessario.
Benedetta
ragazza, non mi rimane che prenderla sul ridere e considerare la sua una battuta
divertente, volta se non altro a confermare tra di noi una simpatica amicizia.
Ed effettivamente ho notato che Donatella, con l’approssimarsi della fine del
cammino, ha assunto atteggiamenti più distensivi e amichevoli. Forse, questa
“convivenza forzata” sta producendo finalmente qualche risultato apprezzabile.
Verso sera usciamo in paese per un giro e verso la periferia ci imbattiamo in una piadineria, dotata di uno schermo gigante per la visione dei programmi televisivi. Siamo al confine con la Romagna e poi domani dubito che ci capiterà un’altra occasione simile. Così ordiniamo una piadina e qualcosa da bere, accomodandoci ad un tavolino all’aperto. Una delusione incredibile!
Decido di mangiarla tutta, ma solo per i soldi che mi costa: sembra uno stoccafisso, rigido e senza sapore. Ed io che pensavo in questo modo di rendere omaggio alla regione che domani ci ospiterà per l’ultimo tratto fino al mare. Voglio sperare che il gestore del locale sia un incapace nel suo mestiere, perché, se questo è il prototipo di piadina romagnola, mi debbo ricredere sulla bontà di questa specialità, oltretutto tanto diffusa.
La
serata è piuttosto calda, non invoglia ad uscire per le strade. La gente si
assiepa ai tavolini dei bar per una bevanda fresca o un gelato. Per l’ultima
cena sul cammino scegliamo una pizzeria, anche perché non c’è molto altro.
Nel locale, già molto affollato, c’è una temperatura che ricorda da vicino l’anticamera di una fornace. Vengono aperte le finestre, ma inutilmente. Non riesco a terminare la pizza, il caldo mi soffoca, ho bisogno di aria fresca.
Fuori il giorno ha già passato il testimone all’oscurità. Col pretesto di fare due passi, ci dirigiamo verso il fiume. Vogliamo ritrovare la pista pedonale così da metterci in cammino domani senza perdere tempo.
La rintracciamo con qualche difficoltà a causa del buio.
Fa un certo effetto starsene in silenzio, circondati dall’oscurità delle canne, ad osservare un cielo straripante di stelle. Si ripropone il rito della visione delle stelle di Chiusi della Verna.
Quante emozioni. Sento accapponarmi la pelle. Il cammino che sta per terminare mi scorre davanti agli occhi come in un film.
Propongo per scherzo a Donatella di raggiungere Rimini stanotte, camminando nell’oscurità della pista. Rimane un po’ incerta, si vede che l’idea non deve dispiacerle. Per la verità anch’io sono tentato da una simile esperienza.
Ma forse è meglio soprassedere per oggi e tenerla in serbo per un altro cammino, per altre stelle, un’altra meta.
21 Agosto 2009 Pietratuca - Rimini
Per tanto che si è preparati alla fine di un cammino, quando poi arriva veramente, si prova sempre una grande malinconia e un senso di sbigottimento. Vengono meno anche le parole, come quando si è innamorati e si lascia che sia il cuore a parlare.
A
una manciata di ore da Rimini, avverto su di me l’angoscia di un qualcosa che mi
sta sfuggendo, come rugiada che evapora al sole. Ho sempre subito, anche in
passato, questi momenti di smarrimento e di inquietudine. Mi disorientano, mi
fanno apparire la realtà come attraverso una lente, in una luce strana,
sfuocata.
Mentre sto preparando per l’ultima volta lo zaino, è come se questi brevi momenti, questi gesti sempre uguali, si rivestissero di una solennità e di un significato inaspettati e acquistassero sembianze sconosciute.
La sala con l’anfiteatro è ancora in penombra, dai finestroni in alto filtra una luce flebile. Sono passate da poco le 5,30, di dormire ancora non se ne parla proprio. Le gambe, come cani dal fiuto raffinato, hanno già annusato qualcosa di inusuale nell’aria ed ora fremono per mettersi in movimento.
Mi sento addosso tanta stanchezza, forse dovuta alle molte ore rubate al sonno. Ancora ieri sera, malgrado le mie buone intenzioni, ho faticato prima di prendere sonno. Lo stanzone era avvolto da una calura soffocante, soprattutto, a livello del pavimento, così, dopo aver aperto qualche finestrone, ci siamo sdraiati sul gradino più elevato, quasi a contatto col soffitto.
Dalle aperture entrava un’aria tiepida più sopportabile, ma anche gli schiamazzi di un gruppo di ragazzi che giocavano a palla nel campetto attiguo al muro della sala. Sono proseguiti a lungo, poi si è fatto un gran silenzio e mi sono reso conto che in fondo quei ragazzi mi facevano compagnia con le loro grida e le pallonate contro il muro. L’ improvviso silenzio, invece, mi dava un senso di sgomento, anche la sala con le sue zone in ombra e la porta aperta mi rendevano inquieto.
Così
ho serrato la porta a chiave e questo deve avermi facilitato il sonno, perché
non ho più ricordo di nulla. Donatella mi rivela di avermi sentito russare
stanotte, stento quasi a credere che sia vero.
Prima di uscire ci fa una visita il parroco Don Giorgio, seguito da quello che ci ha accolto ieri. Si scusa per il fracasso dei ragazzi di ieri sera, si vede che anche lui è rimasto sveglio a lungo. E ci augura un buon cammino, senza per altro condire il discorso con esortazioni di tipo religioso. Una delicatezza che apprezzo molto.
Usciamo dai locali della parrocchia, un ultimo sguardo alla chiesa e siamo in strada. Vicino, facciamo colazione in un bar, ora