LA RUTA DE LA PLATA IN BICICLETTA
20 GIUGNO 2005 - lunedì SEVILLA / ALMADEN DE LA PLATA.
IN CAMMINO
Distrutti dalla notte insonne e dal caldo opprimente, non abbiamo faticato a prendere sonno, così ci avviamo di buon’ora, dopo la colazione al bar dell’angolo, in una città già in piena attività. Non troviamo alcuna indicazione specifica, la mitica flecha amarilla è introvabile, non capiamo neppure dove inizia il camino, perciò usciamo da Sevilla seguendo le indicazioni stradali, in mezzo al traffico, auto e camion che ci sfrecciano vicini senza rispetto: l’accostamento con la pace dei Pirenei di un anno fa è irriguardoso.
Fortunatamente non ci mettiamo molto a venire fuori dalla città, la periferia è un susseguirsi di aree industriali, capannoni, paesi già assolati di prima mattina che attraversiamo il più velocemente possibile, per portarci infine sullo sterrato e incontrare le prime frecce gialle che ci indicano la direzione: adesso, è il camino.
La strada è un lungo rettilineo, con saliscendi da camino, non ci sono alberi, l’acqua è quella dell’irrigazione artificiale usata dai contadini nelle piantagioni (arance, tabacco, ulivi), sapevamo che per un bel pezzo non avremmo potuto contare che sulle borracce per reintegrare quanto lasciato per strada sotto forma di sudore.
Si inizia a salire, i pendii sono dolci, per nulla impegnativi, campi di grano maturo ci accompagnano, alternati a suggestivi percorsi in mezzo a querce da sughero. A Guillena mettiamo il primo sello e proseguiamo fino a Castilblanco de los Arroyos, dove pranziamo nella calura del dehor di un bar-ristorante, tra la curiosità dei locali, uno dei quali ci intrattiene sull’argomento più aggregante a queste latitudini: il calcio. Ci sta informando dell’acquisto dell’italiano Castellini da parte della sua squadra del cuore, il Betis Sevilla, quando l’attenzione di tutti si sposta su una anziana signora che inciampa e cade rovinosamente sul marciapiede, sbattendo la faccia e rialzandosi in una maschera di sangue. Soccorsa dagli astanti, viene infilata su una vettura e presumibilmente accompagnata in ospedale, mentre il nostro pranzo si consuma tra uno sguardo a un bich (termine piemontese per indicare un muratore manovale) di sesso femminile e un giovanotto in maglia rossonera e ginocchiere dall’atteggiamento inequivocabilmente alterato dall’alcol.
Tentiamo di riposare sdraiati sulle panchine di una piazzetta antistante il bar, la calura non concede tregua, la scarsa ombra degli alberi è ambita come le palme in un’oasi: è il battesimo del pellegrino per Gianantonio, che sperimenta i primi disagi della vita delle prossime due settimane, riposandosi sul cemento della piazzetta, reso appena più morbido dall’asciugamano steso a mo’ di materasso.
Il percorso del pomeriggio, sotto un cielo grigio, afoso, è quanto di peggio ci possa essere per un biker: un continuo saliscendi, su strada asfaltata, di scarso interesse paesaggistico. Quando alla nostra destra si presenta l’ingresso del parco forestale di El Berrocal lo varchiamo, pur sapendo che ci aspetta una salita definita impossibile dalle guide che abbiamo consultato; alla casa forestale incontriamo i rangers, ai quali chiediamo consigli e acqua, ricevendone ulteriore motivo di sconforto circa la difficoltà da affrontare e poca acqua, di cui essi stessi sono scarsamente forniti.
Ciononostante proseguiamo verso l’Alto del Calvario, attraverso un comodo sentiero immerso nel verde,ravvivato dalla presenza di esemplari di cervi e caprioli, che si dileguano al nostro passaggio, senza dimostrare troppa paura. Il cielo si è oscurato, in lontananza rombo di tuono e davanti a noi fulmini a squarciare il cielo ci fanno temere un temporale in arrivo, ci infiliamo i k-way e copriamo le borse con i sacchi neri dell’immondizia sponsorizzati dal comune di Poirino, ma non ne abbiamo bisogno.
Quando arriviamo alla salita fatidica constatiamo come essa sia effettivamente molto dura, ancorché lontana da quanto letto su una guida, nella quale si diceva della necessità dell’uso delle mani per arrampicarsi sulla sommità! Rinunciamo immediatamente a tentare la scalata in sella, non fattibile a causa sia della pendenza che del fondo del sentiero, che, pietroso e sconnesso, impedisce la necessaria aderenza alle ruote; spingendo le bici, pesantissime tutte, in particolare quella di Gianantonio, che, in preda allo sconforto, viene aiutato da Matteo, arriviamo in cima, da dove lo sguardo può spaziare su una vasta zona boschiva alle nostre spalle e sul piccolo paese di Almaden de la Plata, dove scendiamo con una ripida ma breve discesa.
Cerchiamo l’albergue, sembra quasi ci stiano aspettando, ché non appena giungiamo in prossimità dell’edificio, due donne ci indicano la direzione, da un terrazzo un uomo ci spiega dove trovare la signora che ha in gestione la struttura, cosicché non fatichiamo a prendere possesso del rifugio notturno. Siamo soli, non sarà l’ultima volta, nel corso della giornata non abbiamo incontrato pellegrini, facciamo la spesa per la colazione e andiamo a cena nel ristorante del paese. La cena è di pregevole qualità; dopo lo squallido menù di Sevilla, il gazpacho e l’arroz con perdiz innaffiati da un buon vino rosso mi riconciliano con la cucina spagnola.
La prima giornata si chiude con la spiacevole sorpresa, al rientro, della mancanza d’acqua nell’albergue: dai rubinetti non esce più una goccia, evidentemente la siccità induce al razionamento idrico nelle ore notturne.
21 GIUGNO 2005 - martedì ALMADEN DE LA PLATA / LOS SANTOS DE MAIMONA.
MEZZOGIORNO DI FUOCO.