VERSO GERUSALEMME
CONTINUA IL NOSTRO CAMMINO
DA ISTANBUL A ANTIOCHIA
Diario di viaggio di Anacleto, Mario e Rinaldo

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Nr. |
Tappa |
Km Parz. |
Km Tot. |
Alloggio |
|
1° |
Istanbul - Tuzla |
27 |
27 |
Otel |
|
2° |
Tuzla - Hereke |
36 |
63 |
Ostello universitario |
|
3° |
Hereke - Kocaely |
26 |
89 |
Otel |
|
4° |
Kocaely - Adapazari |
37 |
126 |
Otel |
|
5° |
Adapazari - Kuzuluk |
34 |
160 |
Otel; Pensyion |
|
6° |
Kuzuluk - Taşkesti |
40 |
200 |
Otel |
|
7° |
Taşkesti - Mudurnu |
27 |
227 |
Otel |
|
8° |
Mudurnu - Nallihan |
41 |
268 |
Otel |
|
9° |
Nallihan - Çayirhan |
35 |
303 |
Otel |
|
10° |
Çayirhan - Beypazari |
24 |
327 |
Otel |
|
11° |
Beypazari - Ayaş |
41 |
368 |
Accoglienza comunale |
|
12° |
Ayaş - Sincan |
30 |
398 |
Otel |
|
13° |
Sincan - Ankara |
27 |
425 |
Otel; pensyion |
|
14° |
Ankara - Gölbaşi |
20 |
445 |
Otel |
|
15° |
Gölbaşi - Ahiboz |
24 |
469 |
Alloggio di fortuna |
|
16° |
Ahiboz - Motel Soforler |
40 |
509 |
Otel |
|
17° |
Motel Soforler - Sanal Park |
46 |
555 |
Otel |
|
18° |
Sanal Park - Şereflikoçhisar |
19 |
574 |
Otel |
|
19° |
Şereflikoçhisar - Altinkaya |
43 |
617 |
Alloggio di fortuna |
|
20° |
Altinkaya - Aksary |
35 |
652 |
Otel |
|
21° |
Aksaray - Taşpinar |
25 |
677 |
Accoglienza comunale |
|
22° |
Taşpinar - Zengen |
45 |
722 |
Trasporto privato ad otel |
|
23° |
Zengen - Ulukişla |
38 |
760 |
Otel |
|
24° |
Ulukişla - Çiftehan |
27 |
787 |
Otel; pensyion |
|
25° |
Çiftehan - Tekir |
30 |
817 |
Spartano dormitorio privato |
|
26° |
Tekir - Dortler |
40 |
857 |
Otobus per otel |
|
27° |
Dortler - Tarsus |
32 |
889 |
Otel |
|
28° |
Tarsus - Adana |
40 |
929 |
Otel |
|
29° |
Adana - Ceyan |
48 |
977 |
Otel |
|
30° |
Ceyan - Aşağiburnaz |
31 |
1008 |
Autostop e otobus per otel |
|
31° |
Aşağiburnaz - Payas |
28 |
1036 |
Otel |
|
32° |
Payas - Iskenderun |
22 |
1058 |
Padri Cappuccini |
|
33° |
Iskenderun – Mirisan Otel |
33 |
1091 |
Otel |
|
34° |
Mirisan Otel - Antakya |
31 |
1122 |
Padri Cappuccini |
Note a margine:
Da Sincan ad Ankara e da Ankara a Gölbaşi (tappe 13 e 14) si consiglia il ricorso ai trasporti urbani, come suggeritoci con saggezza da Mariagrazia, nostro riferimento in Ankara: vedere diario.
Tra Dortler e Adana, tappe 27 e 28, è possibile un’alternativa: vedere diario.
PERCORSO
Ci accoglie Padre Alberto, 95 anni di vita dei quali 70 vissuti in Turchia; alto, magro, serafico si muove con un bastone a causa di una caduta che lo scorso anno gli ha procurato un po’ di danni. Ci sistemiamo in due camere coi servizi al piano; nel convento sono in corso gli esercizi spirituali dei Conventuali di Turchia (polacchi, romeni, italiani…) e l’accoglienza è piuttosto limitata. 
Gebze è piuttosto grande e parecchio movimentata; poco dopo le 11 il caldo si fa sentire e facciamo una sosta nell’otel Delta nell’area industriale. Fermatici solo per tirare il fiato e bere qualcosa di fresco non resistiamo alla tentazione della gradevole temperatura della sala e delle lusinghe della curiosa cameriera: ce la caviamo con 2 birre a testa, un bel piatto di insalata mista, tre tipiche colazioni d’albergo, caffè e molta acqua.
Diverso il discorso con i motorizzati: auto e camion ci strombazzano sostenutamene e, i camionisti specialmente, sorridenti si sbracciano per salutarci; rispondiamo loro alzando e agitando a nostra volta il braccio.
Oggi è domenica e, cosa strana per dei pellegrini, niente Messa; la Festa sarà vissuta da ognuno di noi secondo la sua sensibilità!
Dopo una buona colazione in otel, alle 6.45 in taxi ci riportiamo ad Yeşiltepe, nel punto della D100 che abbiamo lasciato ieri, e partiamo di buona lena.
A Kuzuluk scopriamo che il luogo è una stazione termale con un otel e una pensyion: decidiamo quindi che la tappa di ieri va modificata portando qui il finale anziché ad Akyazi, allungandola di 9km.
Con noi altra gente; puntuale, alle 8 giunge il bus: chiediamo ai passeggeri e al bigliettaio se va a Dokurcun e a risposta affermativa saliamo. Partiti si e no da due minuti squilla il cellulare dell’autista, che rallentando risponde; chiacchiera per un po’ riducendo sempre più l’andatura fino a fermarsi. A questo punto si alza e ci invita a scendere: siamo sul bus sbagliato; questo va a Bolu e non è il nostro, che da quanto capiamo è dietro di noi e ci raccoglierà.
Dopo la solita ottima colazione salutiamo il cameriere anche con una buona mancia e alle 6.25 partiamo; attraversiamo il bel centro, sede anche di terme, e, invitati alla meditazione dalla bella mattinata e dall’altrettanto bel contesto, procediamo tranquillamente, sicuri di noi.
Dopo frutta e biscotti in camera, alle 6.10 siamo in cammino lungo la D140.
Il tratto termina poco prima di Davutoğlan, microscopico villaggio in un’area particolarmente verde, dove ci fermiamo per una breve sosta alle 13.30; da qui il paesaggio torna normale. Ancora due orette di cammino e giungiamo a Çayirhan. L’otel, in centro, è chiuso; sulla porta un numero di telefono. Come sempre constatiamo la cortesia e l’ospitalità dei Turchi: un signore telefona per noi e poco dopo arriva il proprietario.
Notte movimentata: schiamazzi fino all’una, tamburo alle tre e qualcosa, muezzin alle cinque e dieci e sveglia alle cinque e mezza. Colazione autarchica in camera; alle 6.15 partiamo.
Superiamo un grossa centrale a carbone che se fosse in Italia sarebbe chiusa da anni, considerato l’inquinamento che produce; proseguiamo per parecchi chilometri in un cantiere per il raddoppio della carreggiata su un ondulato e brullo pianoro e, dopo circa due ore e mezza di cammino, ci fermiamo una decina di minuti, in piedi, all’ombra dell’unica pianta nel raggio di svariati chilometri. Bel sole, calduccio, cielo blu senza una nuvola e leggera foschia a confondere l’orizzonte. Dalla partenza nessuna possibilità di sosta fino alle 10, quando ci imbattiamo in una stazione di servizio abbandonata per i lavori in corso; all’ombra della tettoia, seduti su quello che era il basamento della pompa di carburante, diamo fondo a frutta, biscotti e acqua acquistati ieri e, dopo una mezz’oretta, ripartiamo. Estensive coltivazione di pomodori sostituiscono gradualmente i campi di cereali, rendendo più verde la campagna.
Si e no mezz’ora di cammino e, da sotto un piccolo pergolato che mantiene all’ombra una baracca, avanza un vecchio; un saluto cordiale e un saggio invito: "… il sole picchia, fa caldo, fermatevi per un riposino (e piega la testa sulle due mani accostate a modo di guanciale) e ripartite quando fa più fresco…). Ha pienamente ragione, ma al solito vogliamo arrivare a destinazione sul presto in modo da poter affrontare con calma le eventuali difficoltà di alloggio; ringraziamo con un sorriso il vecchio e proseguiamo accompagnati da un suo gesto di incomprensione.
Dopo una veloce colazione autarchica, alle 6 partiamo; un ragazzo che sta aprendo una lokanta ci offre il ciai e ci dà qualche indicazione sul percorso, che fino ai 1300m di quota del valico è molto bello. Un piccolo laghetto, ampie vedute rese cromaticamente stupende dalla luce radente, campi di girasole, qualche gregge in movimento, strada deserta che, in costante ma leggera pendenza, con ampie curve si innalza sul versante destro dell’ampia valle e, non da ultimo, mattinata splendida.
Altre due soste per chiedere indicazioni a dei passanti e finalmente arriviamo a destinazione, che, come vedremo in seguito, dal capolinea non dista più di 7-8 minuti a piedi.
Di seguito Mariagrazia, guidando magistralmente nel traffico, ci porta in un centro commerciale dove Anacleto e Rinaldo, ad un prezzo veramente buono, acquistano due ottime paia di scarpe da trekking, che sostituiranno le loro giunte al capolinea; nel reparto "viveri" ci riforniamo di vino, frutta, birre, spaghetti, aglio e pane per il pranzo e la cena comunitari di oggi.
Bella mattinata, cielo azzurro appena sporcato da un velo leggero di sfilacciati cirri, temperatura sui 14 gradi, strada con continui saliscendi, dolci colline a contornare il piccolo lago Mogan; breve sosta ad un posto di controllo autotreni e con il cielo sempre più mosso da cirri che ora si sono fatti spumeggianti alle 11.45 siamo a Ahiboz.
A Bezirhane ci fermiamo; non c’è nulla e, seduti su un muretto, mangiamo un po’ di biscotti e ripartiamo di gran fretta. Il sole è ormai di un bel po’ sopra l’orizzonte, ma un vivace venticello tiene bassa la temperatura; la camminata è sempre spedita e, superata Çimşit, ci fermiamo ad una stazione di servizio 4 chilometri prima di Gülbaği, che dovrebbe essere la nostra meta di oggi.
Dopo una colazione modesta nel deprimente self service, alle 6.20 partiamo; cielo sereno, ma non limpidissimo, temperatura accettabile.
Decidiamo pertanto di terminare la tappa qui e, ignorando l’otel di Senal Park, con l’otobus raggiungere Şereflikoçhisar, cittadina importante, dove pernotteremo due notti; domani torneremo qua e raggiungeremo di nuovo la città con una tappa di 34 chilometri, ma con zaini più leggeri.
Puntualissimo il tassista arriva alle 5.30; poco prima delle 6 siamo alla stazione di servizio dove ieri ci siamo fermati e dopo un ciai nella lokanta alle 6.05 partiamo. Albeggia e il cielo con evanescenti e limitati squarci di azzurro tra l’esteso grigio delle nuvole non promette bene; vuoi vedere che le previsioni via sms sono veritiere?
Riparte dopo poco più di mezz’ora; mancano 5 chilometri all’arrivo e continua a non piovere; alla periferia di Şereflikoçhisar inizia una serie di misere casupole con piccoli cortili che vedono la promiscuità uomini-animali su un terreno fangoso delimitato da bassi muro a secco. Poco oltre un piazzale con un’infinità di carri colmi di meloni, coltivazione tipica della zona, una decina di ragazzi
Il cielo si è parzialmente rasserenato e le vedute sul lago Tuz, che ora affianchiamo di nuovo, offrono squarci quasi irreali, simili ad immensi acquarelli per i tenui e sfumati colori.
La fortuna è della nostra parte; alle14.10 si ferma un torpedone extralusso che finora abbiamo sempre visto sfrecciarci di fianco ad elevata velocità. Saliamo accolti da un bigliettaio in camicia bianca e cravatta che parla inglese: aria condizionata, viaggiatori eleganti, sedili che invitano al sonno, bottigliette di fresca acqua minerale da sorseggiare in bicchieri usa e getta offerte gratuitamente, pulizia estrema.
Un doveroso avviso per chi volesse percorrere la Valle dei Piccioni: non conoscendo il canion non siamo stati in grado di percorrerlo lungo i sentieri più accessibili e quindi il cammino non è stato proprio facile; buon naso e sicurezza di passo sono necessari per non trovarsi nei guai.
Con l’otobus ritorniamo a Uçhisar. Facciamo visita a Faruk per il caffè italiano e l’amico, gran chiacchierone, ci intrattiene per un’oretta mostrandoci il registro dei suoi clienti, tra i quali spiccano molti bergamaschi e tra questi, grande sorpresa, anche uno del nostro paese.
Torniamo dai Fratelli per il doveroso saluto che si conclude con la recita del Padre Nostro e l’assicurazione che ci ricorderanno nelle loro preghiere; ci accomiatiamo con un fraterno abbraccio, arricchiti da un’esperienza per noi unica.
Una buona colazione nonostante l’ora e alle 6.10 siamo in strada; non essendoci cartelli che indicano il nome delle vie (Caddesi) non riusciamo a seguire il percorso programmato, che ci riporterebbe sulla E90 per la via più breve. Usciamo quindi dalla città lungo l’Atatürk Blv fino all’incrocio con la E90 e su questa pieghiamo a sinistra, allungando il cammino di circa 3km.
Gli mostriamo il biglietto ed esponiamo il nostro problema: l’alloggio per la notte; rimane sulle sue fino a che alla sua domanda di chi ci avesse segnalato il suo nome, con una piccola ma utile bugia gli rispondiamo che ci è stato dato ieri ad Aksaray. Immediatamente la situazione si risolve; due parole all’uomo che ci ha introdotto nel suo ufficio, un rapido saluto e ci commiata; con il nostro accompagnatore raggiungiamo la vicina moschea e, con quello che sembra l’imam, veniamo introdotti nel limitrofo konac comunale, unico edificio recente assieme al municipio nella parte bassa del villaggio.
Alle 6 siamo già per strada; si chiude una bellissima notte, ma l’aurora che con svolazzi di cirri rosati corona il vulcano non interrompe l’incanto, che prosegue con il caldo giallo-oro dei campi illuminati dai radenti raggi del sole, non ancora levato sull’orizzonte appena mosso da lievi ondulazioni. Un gregge accudito da un pastore col suo cane interrompe la distesa che si interpone tra noi e il cono del vulcano, ormai alle nostre spalle.
Alle 14 giungiamo ad una spartana stazione di servizio; niente bar, niente market né tanto meno lokanta, ma il ragazzo che la gestisce ci offre gentilmente un ciai. Abbiamo da lui conferma che fino a Ulukişla non c’è alloggio; chiediamo se sia possibile raggiungerla con un otobus, cosa che esclude a meno di raggiungere Zengen. Sei chilometri oltre c’è però una lokanta, ed essendo le 14.30 potremmo raggiungerla, ma sorge una vivace discussione tra di noi; Anacleto, che avendo già percorso 35km vorrebbe tentare di fermare un otobus e giungere a Ulukişla, e Mario che vorrebbe continuare il cammino fino alla prossima lokanta, con Rinaldo che media: alla fine decidiamo di proseguire.
Cittadini del Kuwait, sono papà, mamma e figlio che la scorsa settimana mentre stavano recandosi a Istanbul per una vacanza ci hanno visti sulla strada e ora , di ritorno, avendoci scorti di nuovo si sono fermati per scambiare quattro chiacchiere. Ci lasciano il loro il e-mail per inviargli le foto scattate e, salutandoci, l’uomo con tatto chiede se abbiamo bisogno di soldi; ovvio il nostro stupore e il nostro rifiuto: non ci sembrava di essere ridotti così male! Scoprendo poi dall’e-mail che il tizio è un mufty, concludiamo che la sua generosità era sicuramente dovuta ad un fraterno gesto di carità e non ad un sentimento di superiorità.
Mingherlino, occhi vispi, sorriso accattivante reso ancor più simpatico dalla mancanza dei due incisivi superiori, curioso, chiacchierone, Fatih ci accoglie con un vassoio colmo di dolci che ci offre con estrema semplicità: dobbiamo prenderne tre ciascuno, ma devono essere uno diverso dall’altro.
Sul versante destro, oltre la ferrovia, un grande gruppo di capre. Dalla sua capanna il capraio ci scorge e scende di corsa verso di noi; supera i binari e sale sul terrapieno della strada contemporaneamente al nostro arrivo. E’ un giovane sulla trentina d’anni; ansimante per la corsa parla in modo scomposto e ci vuole un attimo per capire che ci sta invitando nella sua capanna per offrirci il ciai: evidentemente anche lui festeggia la fine del Ramadan! Ringraziamo più volte e solo con fatica riusciamo a riprendere il camino, tanta è l’insistenza del giovane. 
Alle 6.25 partiamo; sulla nostra testa una stupenda stellata, attorno il frastagliato orizzonte che lentamente prende forma illuminato dai primi chiarori, davanti la strada che continua a salire tra bellissimi boschi di pini. Raggiungiamo un piccolo altopiano: luminosità stupenda, case sparse ad occupare parte del pianoro, mucche che pascolano indisturbate tra alcune pozze d’acqua, vista magnifica sui monti che ci circondano ora di un bel rosa per i primi raggi di sole, la neve caduta ieri che imbianca le cime più alte, il tutto sotto un cielo limpido appena macchiato da piccoli ciuffi biancastri. Uno spettacolo!
Alle 15.30 siamo a Damlama, giusto un pugno di case a circondare una piccola moschea; non c’è né market né possibilità di alloggio, per cui approfittiamo di un mini-otobus che si ferma quasi contemporaneamente a noi per raggiungere Tarsus. Il veicolo è pieno, ma riescono comunque a farci salire; i passeggeri sono tutti di ceto modesto e non hanno problemi a stringersi un poco, e, poiché occupiamo anche lo spazio prospiciente la porta di ingresso con Mario seduto su una cassetta, possiamo dire che l’otobus è proprio completo. 
Bella mattina, ma già calda: 19 gradi! Strada trafficata e per di più rettilinea, paesaggio piatto e insignificante, susseguirsi quasi ininterrotto di edifici industriali abbandonati ci fanno convenire che ieri l’abbiamo azzeccata a non tornare a Tarso: abbiamo sicuramente schivato oltre 20 km di percorso simile ( da Tarso a Yenice ), sosituendolo con un tratto sicuramente più bello e più tranquillo.
Per strada ci imbattiamo in un taxi e ne approfittiamo per farci portare alla periferia della città; viaggio si e no di tre-quattro chilometri, ma quanto mai utile ad evitare continui dubbi sulle strade da seguire.
Le estese mura merlate e le possenti torri cilindriche che emergono da queste si inseriscono sul crinale come fossero sue naturali protuberanze; da mura e torri concludiamo, magari sbagliando, che si tratta di una fortificazione Crociata, completamente ignorata da qualsiasi pur minima indicazione.
Con tranquillità superiamo il microscopico Çiftlikler, lasciamo alla nostra sinistra Aydinlar, in cima a una collina, e al bivio per Sağirlar, che noi ignoriamo tirando diritto, rispondiamo al caloroso saluto di un autista di un piccolo camion che ci attende curioso. La strada che si snoda tra dolci colline è molto bella e camminiamo con tanto gusto tra oliveti e cactus da non prendere nemmeno in considerazione l’idea di fermarci, sebbene non abbiamo fatto colazione.
Superiamo Dörtyol, brutta la sua parte, senza fermarci e tra squarci di campagna che alleggeriscono il cammino ci avviamo verso Payas, rassegnati a una giornata insignificante; ma le cose belle sono sempre inattese: un piccolo spazio a lato della strada, alcuni pini che lo ombreggiano, una minuscola baracca in muratura e lamiera, una donna indaffarata su alcuni vasi di fiori e un uomo su una carrozzina. L’uomo ci osserva; evidentemente paralizzato, agitando un braccio chiede di avvicinarlo, cosa che facciamo senza indugi. Tra i cinquanta e sessant’anni, longilineo, occhiali, barba e capelli in ordine muove a fatica solo la parte sinistra del corpo; non parla, ma per lui parlano gli occhi la cui serenità traspare nonostante gli occhiali. Con la sinistra prende un grande fazzoletto, si asciuga la bocca, ci dà la mano e con suoni gutturali ci fa capire che vuol sapere di noi; con calma gli spieghiamo il tutto e lo stupore gli si legge sul viso.
Ci accolgono Abdo, un ragazzone sui 25 anni che dire robusto è dir poco, suor Giovanna e suor Raffaella, suore di Maria Bambina. Abdo è stato in Italia due anni, seminarista in un convento dei Cappuccini; ritornato in Turchia tre anni fa per la visita militare, essendo stato rivedibile perché troppo grasso non potrà tornare in Italia che tra due anni e solo se sarà esonerato dalla leva. Le due suore sono qua da una decina d’anni e per qualche anno, da quanto dicono, ci rimarranno ancora.
Tagliamo alcune ampie curve attraversando campi di cereali ormai incolti e giungiamo al bivio con la D825 che porta ad Antiochia; decidiamo di terminare la tappa qua e con un minibus torniamo ad Iskenderun. Nel ritorno non possiamo fare a meno di notare che appena superato il passo di Belen senza passar per Kici è possibile discendere alla D825 prendendo una strada campestre che porta ad un villaggio a mezza costa, e da qui giungere al piano lungo una strada asfaltata risparmiando almeno cinque chilometri.
La strada costeggia un’enorme caserma (evidentemente lo scippo della provincia di Antiochia fatto dalla Turchia alla Siria nel 1939, grazie a Francia e Inghilterra, ha lasciato strascichi tra le due nazioni) e raggiunge il bivio per l’aeroporto e per Aleppo, dove speriamo di transitare il prossimo anno. Proseguiamo diritti sotto un sole appena mitigato da un po’ d’aria; la strada diviene trafficata e rettilinea come una fucilata ed è pure brutta, affiancata com’é da una serie ininterrotta di capannoni industriali. Ci fermiamo dopo tre orette per un ciai in un bar privato: servizio impeccabile in classica teiera turca, ma impeccabile anche il prezzo: 10 lire, che ovunque sarebbe stato il costo per litri di ciai!
Qua giunti chiudiamo il diario; domani lo dedicheremo al turismo storico-religioso, e dopo domani al viaggio
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Lunedì 1 Ottobre |